Un ricordo bello che ho – di Joele Lemme

Un anno fa, alla fine dell’anno scolastico, avevo messo insieme gli errori più divertenti degli alunni, e ne era venuta fuori una specie di sgangherata antologia degli inciampi, ma non priva di bellezza e a volte di acume involontario (per chi vuole, qui). Era stato anche un modo per rintracciare le origini del linguaggio poetico proprio in quelle zone fuori controllo della nostra mente, in attesa di imparare ad abitarle consapevolmente, come una risorsa di creatività e non come dubbio continuo. Vale per me quello che scrivevo lo scorso giugno, e che ho ripetuto tante volte anche agli alunni di quest’anno: alcuni di noi per certi aspetti scrivevano meglio da piccoli, prima di appiattirsi su linguaggi stereotipati e imposti dall’esterno. Per il testo di oggi bisogna fare invece un discorso un po’ diverso. L’autore è uno solo, si chiama Joele Lemme, ha appena compiuto sedici anni e quest’anno ha frequentato la seconda superiore all’istituto tecnico Cerebotani di Lonato del Garda. La traccia del tema, molto banale (“Un ricordo bello -o brutto- che ho”), voleva essere più un modo per conoscere la classe, dal momento che ero arrivato da un solo mese. Joele racconta com’è nata la sua passione per la pesca, e lo fa con una personalità e un controllo straordinari, facendo vibrare una corda interna che suona. C’erano naturalmente delle sviste, ma ho deciso di lasciarle tali e quali, risparmiando ai lettori il singhiozzo editoriale del “sic”, che qui sarebbe stato fuori posto e ridicolo: ecco dunque il testo esattamente come si è presentato nella sua forma originale. Joele ha usato anche delle metafore, forse inizialmente per farmi contento, ma centrando perfettamente il bersaglio: il verme simile a “un condannato diretto al boia”, e che da verme della terra rifiutato da tutti diventa subito il desiderio di numerosi pesci, mi sembra una costruzione che nella sua vivacità metaforica mantiene una perfetta logica. Il finale è splendido. Se lanci davvero la lenza, le parole abboccano: bravo Joele. (A.A.)

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Ricordo ancora quel giorno in cui dentro di me si accese una passione enorme, la passione per la pesca. Quel giorno avevo 6 anni e stavo passeggiando con la mia famiglia lungo la passeggiata in riva al lago situata a rivoltella. Arrivai al porto vecchio di rivoltella, vidi un signore anziano, rimaneva seduto su una piccola sedia da campeggio.

Rimaneva lì, sotto la pioggia, con un’esile canna ed una semplice lenza, mi sorse una domanda, cosa lo spingeva a stare lì, fermo e pazientoso ad aspettare un pesce di qualche centimetro? Così decidetti che avrei provato pure io. Andai in un negozio molto grande, dove vendevano un po’ di tutto, ma per la maggior parte mobili e oggetti per la casa. Nella corsia per gli hobby trovai delle canne da pesca, decidetti così di comprarne una. Il giorno dopo, spendendo 2 euro per la canna da pesca e altri 2 euro per un piccolo secchiello pieno di larve di mosca carnaria ero pronto per andare a pescare. Prima di quella volta non avevo mai pescato, non sapevo che fare, attaccai in qualche modo il piccolo verme all’amo e lo gettai in acqua dopo averlo attaccato alla lenza con un semplicissimo nodo.

Pareva un condannato diretto al boia, vincolato alle guardie, dimenandosi inutilmente, e da apparentemente rifiutato dal mondo, appena sfiorò il pelo dell’acqua richiamò una grande attenzione da parte di numerosi pesci, che lo volevano per sé. Così venne mangiato immediatamente da un piccolo pesciolino, e nel medesimo modo anche i suoi “compagni” di secchiello.

La cosa che mi piacque di più di quell’esperienza era poter guardare da vicino il pesce, notando tutte le piccole sfumature sulle squame, ma tutto in poche occhiate per poi vederlo tornare a nuotare liberamente. Pesco ancora oggi, pesci più grossi e con tecnica e attrezzatura complicata, ma il tutto grazie a quel signore che non cedette alla pioggia.

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