Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #11

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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Harold

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[Episodio dieci – L’uomo dietro al vetro]

Letters are symbols. They are building blocks of words which form our languages. Languages help us communicate. Even with complicated languages used by intelligent people, misunderstanding is a common occurrence. We write things down sometimes – letters, words – hoping they will serve us and those with whom we wish to communicate. Letters and words, calling out for understanding.

Le lettere sono simboli. Sono mattoni di parole che formano i nostri linguaggi. I linguaggi ci aiutano a comunicare. Perfino con linguaggi complicati usati da persone intelligenti, il malinteso è una consuetudine frequente. Noi annotiamo talvolta cose – lettere, parole – sperando che serviranno a noi e a quelli con cui speriamo di comunicare. Lettere e parole, appelli per capirsi. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Con tutti gli sforzi che facciamo per essere chiari, il misunderstanding è sempre dietro l’angolo, e pure sentiamo la necessità e il dovere di farci capire e di capire gli altri. Per parlare di noi e del mondo abbiamo però a disposizione soltanto le parole, che rimandano ad altro, come symbols: il linguaggio non esprime se stesso, è lì per riempire la voragine che si spalanca tra noi e il mondo, cercando di colpire e illuminare gli oggetti opachi della nostra esperienza. Tutto questo si collega ad Harold Smith, l’uomo dietro al vetro, un giovane che soffre di agorafobia e non esce mai di casa, e che era diventato amico intimo di Laura e custode del suo diario. Donna cerca dunque di entrare a sua volta in confidenza con lui, ma quando lo spinge a uscire, per spronarlo e per gioco, sottovalutando il suo disagio, Harold quasi sviene appena uscito in giardino. Si sente al sicuro solo tra le pareti di casa, e tra i vetri della serra interna, dove si dedica ai suoi fiori. La sua fragilità ci impressiona, ma Harold Smith somiglia in qualche modo a tutti noi: ognuno di noi vive infatti barricato, senza saperlo; ognuno vive dietro un vetro, anche se può uscire liberamente in giardino. La gabbia che ci imprigiona ha una sua invalicabile trasparenza, fa tutt’uno con la nostra umanità. Questa barriera invisibile che sembra proteggerci e renderci forti, ma in realtà ci separa dalla vita, sono proprio le parole.

@Andrea Accardi

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