I Cani, Aurora (di Raffaele Calvanese)

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I Cani, Aurora, 42 records, 2016

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Ho sempre amato molto camminare. Quando ero più piccolo, quando la patente era ancora molto lontana, quando alle superiori andavo a giocare a basket. Quando poi andavo all’università. Camminare è uno dei momenti migliori per ascoltare musica. Infatti non camminavo quasi mai da solo. Ho passato tutti gli step tecnologici che hanno segnato la produzione di supporti musicali: da quando i miei mi regalarono il primo walkman al lettore cd portatile, fino ai lettori mp3. Per ogni stagione della mia vita le camminate solitarie avevano una funzione diversa.
Quando è uscito Aurora ci ho messo un po’ a inquadrarlo. Gli ascolti si sono susseguiti numerosi e ininterrotti. Sono da subito rimasto incollato ad alcune canzoni come ad esempio Una Cosa Stupida e ho capito meglio uno dei primi singoli come Il posto più freddo, che inizialmente avevo sottovalutato. Poi ho riconosciuto quella sensazione. Questo disco esisteva già, e anche Niccolò ce lo aveva già fatto capire, in vari modi. Aurora era dentro frasi come “fidati è qualcosa in più”, era nel corridoio quando si blocca un attimo e si aggrappa al muro. Questo disco era in Lexotan. Insomma questo disco era dentro quei vuoti che cominciamo ad avvertire col passare degli anni. Quando da giovani si scende di casa felici e incoscienti come i pariolini di 18 anni a certe cose non ci si pensa, non le si può nemmeno immaginare. Quando si esce di casa per andare a prendere la propria ragazza diretti a un concerto come in Le Coppie quel qualcosa in più che manca è ancora lontano da venire, ma sappiamo bene che arriverà prima o poi. Il nodo di tutto ciò è che non sappiamo mai bene come fare i conti con quel buio che incontriamo all’improvviso dentro di noi.
Aurora vive in quello stato d’animo che nasce quando incontriamo un vecchio amico e pronunciamo la solita frase di cortesia “vediamoci qualche volta” salvo poi pentircene. Perché crescere spesso è un processo traumatico, fatto più di separazioni che di incontri. Spesso si finisce a star soli a casa propria, desiderando solo quello, ma allo stesso tempo odiando quella situazione.
Aurora è un rimpianto, o meglio, sono i rimpianti che ci portiamo dietro per aver trascurato persone, per aver perso treni e aver in qualche modo fatto l’abitudine a tutto questo. L’abilità è tutta nel trovare una via d’uscita lirica in un pugno di canzoni scarne. Perché con gli anni arriva anche la necessità di trovare l’essenziale in ciò che si fa. Questo è un disco senza orpelli, è un gradino sopra il precedente, come Glamour era un gradino sopra il disco d’esordio. Quello de I Cani è un percorso progressivo, è una crescita come si cresce camminando da soli, quando si è più bassi di alcune recinzioni, per poi arrivare a scavalcarle con lo sguardo. Come quando esci di casa per andare a giocare a basket e l’unica preoccupazione che hai è arrivare in orario, o come quando devi uscire a fare due passi dopo una discussione con i tuoi, fino a quando cammini per ore senza renderti conto della strada che hai fatto perché in testa i pensieri sono tanti, mischiati alle preoccupazioni e la musica va in sottofondo senza che tu te ne accorga.
Canzoni come Il posto più freddo ricordano l’impostazione di classici come There is a light that never goes out. Il nichilismo degli Smiths è una costante che attraversa tutto il disco, senza mai tralasciare una delle caratteristiche proprie di Contessa, un sarcasmo capace di colpire sempre preciso. Il linguaggio racconta in modo esatto questi anni, è un pop che va dritto all’essenza.
Insomma questo disco è come un’intervista a cuore aperto di uno dei protagonisti di Le Velleità. Una persona che di martedì sera si trova a casa sul divano a fare i conti con gli anni che passano, spesso più male che bene. Difficile immaginare questo album senza guardare cosa ci succede attorno, Aurora è figlia di questo paese, nata ormai un po’ di anni fa, è una sensazione ormai matura.
La forza di questo album, quando molti forse aspettavano l’ennesimo tripudio di sonorità elettroniche e sarcasmo sta proprio nella catarsi che può dare fare i conti con se stessi, come un’aurora dopo una nottata insonne magari passata facendo egosurfing.

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© Raffaele Calvanese

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