L’inverso dell’oltre: “Carnaggio” di Giuseppe Guarneri

carnaggio - Copia

Anche se il titolo sembra esibire una materialità provocatoria e aggressiva (ricorda a prima vista il Macello di Ivano Ferrari, su Poetarum Silva antologizzato qui), la poesia di Guarneri va poi in direzione opposta, produce il rovescio utopico di quella materialità, la sua contraddizione senza peso (mentre in Ferrari il sogno di un’alternativa nasceva solo dopo uno sprofondamento nell’olocausto animale). Le quattro sezioni in cui è diviso Carnaggio (Aracne editrice, 2015) fanno infatti riferimento a un altrove che potrebbe o avrebbe potuto essere liberatorio, declinando l’oltre in senso geografico (“Oltremare”), religioso (“Oltre”), mostrandolo come possibilità negata e confinata nella follia (“Non più oltre”), come atteggiamento eccessivo, anomico (“Oltremodo”), e spesso tutte queste cose insieme.
La voglia di superamento resta però irrisolta, trattenuta da una sorta di attaccamento ambiguo e rancoroso a un luogo, a una condizione (“Sul marcio/ sono condannate a germogliare/ le nostre spighe”, Mediterraneo, p. 19). Quando parla della Sicilia, l’autore non lesina clichés di ogni tipo, agitandoli con quella stessa spinta a inoltrarsi che attraversa l’intero libro, e al tempo stesso condannandoli all’immutabilità: il vento che arriva da lontano non si fa riconoscere, lascia la nostalgia di un nome (Non era, p. 68, mentre un altro poeta siciliano, Lucio Piccolo, aveva dato allo scirocco pienezza barocca, presenza concreta nel mondo); Cariddi sullo stretto aspetta sempre il miracolo, la caduta di un angelo (p. 31); il tonno che muore, “timida saetta lucida”, ricorda l’anguilla montaliana, ma la sua ostinazione alla vita è sterile, “boccheggia/ e pare cantare” (Rais, p. 27); nella bellissima Oltremare (p. 28), “il bosco/ ha profondità di specchio/ foglie di vernice/ fichi d’india di smalto”: non si scappa dal teatro dei pupi. Proprio l’immagine del pupo e delle sue declinazioni (paladino, Guerrino, ma anche “Paoli incappucciati”, e perfino Giufà) è funzionale a un immaginario neo-barocco e bufaliniano (Gesualdo Bufalino resta il modello poetico più influente in quest’opera) del travestimento e della finzione, della vita recitata. Diventa quindi la metafora perfetta per uno stato di turbata immobilità, di eroismo incatenato, del quale però non possiamo non percepire anche l’aspetto farsesco.
Ma se l’oltre fallisce, è perché esso stesso ci sembra posticcio, ingannevole. I messaggi dall’oltremare sono affidati ai cartelloni, e anche l’oltre per eccellenza è soltanto dipinto, oltraggiato dalla muffa (“vedo che i capelli/ son solo pennellate,/ che una macchia d’umido/ vela lo sguardo azzurro/ del bambino”, Affresco, p. 36). Per quanto persista un cupo rimpianto d’ateo (“Mi duole,/ più di questa carne lacerata,/ la mia assenza/ nelle tue preghiere”, Assenza, p. 35; “forse la mia fede/ m’aspetta lì,/ dove non serve,/ dove mai andrò”, Conchiglia, p. 42; ), lo accompagna spesso una nota paradossale, ironica, infine divertita (“Essere, almeno,/ un santo da calendario:/ qualcuno,/ leggendo il mio nome,/ crederebbe in me”, Recinto d’acqua salata, p. 24; “e a volte/ una bestemmia è più santa di una croce”, Erbario, p. 74; “Le saette degli Dei/ non illuminano/ che il ventre delle lucciole”, Mortali, p. 79). L’unico oltre che richiede serietà assoluta è invece l’altrove dei folli, proposto come recinto del potere, carcere dell’ordine (c’è forse Foucault nell’ideologia, Alda Merini nell’enfasi): rispetto a quello nessun distacco è permesso, nessun gioco (“Non vogliono essere curati/ riparati/ non vogliono essere salvati./ Basterebbe loro essere rapiti./ Ma corre,/ corre via il sole./ Rimane il dubbio di ogni sera,/ se qui perché dimenticati”, X, p. 56). Ma basta tornare alla società dei normali, dei legalizzati, per ritrovare l’orgoglio, eroicamente infantile, di essere al di qua delle regole, e la verve dell’escluso: “Odio gli altri/ fino a domandarmi che cosa avesse poi da dire/ un passero a San Francesco”, Calabroni e saio, p. 82. Come nella poesia Esaù (p. 38), si corre tanto, ma non ne vale forse la pena; l’oltre non ci dà garanzie, potrebbe non essere migliore; quello che abbiamo non possiamo scambiarlo con un piatto di lenticchie.

@Andrea Accardi

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(OLTREMARE)

Ricetta

Di capitelli dorici
di misteri orfici
di Pupi e pupari,
di zufoli e zolfare.
E ancora
di gesti assordanti
di ingiurie come canti,
di Paoli incappucciati ma mai beati,
di contadini naviganti
di pescatori briganti.
Ditelo al re:
sotto Messina insieme al pesce
c’è Giufà, Giuliano e Colapesce.

 

Rais

Giugno
mese del passo a Favignana,
l’isola si veste a festa
con le sue barche a lutto.
Mese della mattanza a Favignana
e il tonno,
timida saetta lucida,
nuota
per i corridoi stretti e affollati della tonnara.
Una pozzanghera nel Mediterraneo
è la camera della morte,
dove frigge il sangue del pesce
e la fatica del pescatore.
Quattordici giugno,
l’ultimo tonno arpionato
boccheggia
e pare cantare:
guardami Gesualdo,
guardami.

 

Oltremare

Il mio padrone
il mio mastro puparo
il mio tendine,
stuccandomi lo zigomo,
con la stessa voce
che accompagnava i miei gesti,
si confessò:
Piccolo ossafradice,
conquisti terre, principesse,
trafiggi saraceni, dragoni
e poi lo scalino,
il marmo della Martorana
ti spacca le carni.
Ingenuo
non capisci che Macchiabruna morirà
ogni volta che entrerai in quel bosco,
ogni giorno morirà,
lo sai,
lo devi sapere!
Allora, perché t’afflosci,
perché unirsi al pianto dei bambini,
Non sai che il bosco
ha profondità di specchio
foglie di vernice
fichi d’india di smalto;
ma perché ti rimprovero,
anch’io
vedo oltre la Sicilia,
oltremare,
credo ai cartelloni…
Guerrin, t’immagini una terra
che non sia Sicilia?

 

Cariddi

Ingannavo i marinai,
il timone schiaffeggiava la spuma
per evitarmi.
Ero balena, orca,
medusa, tartaruga
negli occhi piccini
dei bambini, nei traghetti lontani.
Qualche muso di legno
sbatteva, nelle notti di pece;
fulmini, bucavano cielo e acqua
e allora,
ragnatele di luce
cannoni o tuoni.
Una planata corta
per schivarmi,
un pesce volante,
mentre un gabbiano esausto,
cercava
una macchia d’alghe
una piatta di pietra
una chiazza nell’onda.
M’aspettavo il nuoto stanco
d’un naufrago
o un angelo da una nuvola cadere.

(OLTRE)

Affresco

Mentre piango,
a mani unite
in ginocchio sul legno,
vedo che i capelli
son solo pennellate,
che una macchia d’umido
vela lo sguardo azzurro
del bambino.
La veste non è fatta di pieghe
e le pieghe non sono di stoffa,
sono false ombre,
tinte scure,
per far sembrare,
a ingannare.
La Madonna dal viso triste
e il suo bambino,
sono gli unici esseri
ad avere il destino certo,
segnato
tra le crepe
i fuochi di candela
tra le croci
di questa chiesa di provincia.

 

Esaù

Io,
io che mai m’affrettai verso.
Me,
che mai s’agitò.
Ora e solo adesso,
con l’anima di marcio pregna,
scalzo rincorro la mia insegna,
schiavo calpesto la mia terra
che più mai sarà promessa.
Corriamo sopra nulla,
prima di e sotto tutto.
Corriamo,
per un piatto di lenticchie.

 

(NON PIÙ OLTRE)

IX

Tra i denti la carne
nel sangue la rabbia,
masticarci vivi
svuotarci gli zigomi.
Le vene che pulsano nelle tempie
sono infette,
il cuore corroso, pompa disprezzo e disinganno.
Domarli,
sella e morso
per farli trottare,
ferri e paraocchi
per essere mansueti, domestici.
Allora
per loro imbizzarriti
morte!
Morte,
per i bizzarri.

(OLTREMODO)

Non era

Non conosco il nome dei venti
ma libeccio non era,
forse giasìr,
oppure caldo
blando
come germogliare o velluto.
Non conosco il nome dei venti
ma libeccio non era,
nella siepe nascosta
sfiorisce la rosa dei venti,
rosa dai venti,
ruggine la spina.
Non conosco il nome dei venti
ma libeccio non era
sui tetti
nei rovi
sui letti
nei covi
libeccio non era.

 

Calabroni e saio

Un seme d’anice
dorme
tra le foglie
e le carte veline
del libretto di preghiere;
vi è entrato per caso
per abitudine è rimasto.
Porto il lutto
perché il mondo è crudele,
disprezzo
regine
colonie
operai
e soldati.
Fendo l’aria al primo sole,
finché,
dentro la canna,
solo e libero,
godo
sogno.
In un libro un seme
in una canna un bisbiglio,
entrambi ignorano le leggi dell’uomo,
come i folli
gli dei
e gli anarchici.
Odio gli altri
fino a domandarmi che cosa avesse poi da dire
un passero a San Francesco.