G. G. Márquez e Á. Mutis, cronaca di una lunga amicizia. Di Emiliano Ventura

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Mutis e Marquez. Foto di terra.com.mx, da qui

Gabriel García Márquez e Álvaro Mutis, cronaca di una lunga amicizia

di Emiliano Ventura

C’è un momento nella vita di uno scrittore, o di un aspirante scrittore, in cui si afferra un metodo, si coglie il senso di una svolta, si schiarisce un pensiero che sembrava sfuggire; incontrare la narrativa di Gabriel García Márquez equivale a cogliere uno di questi momenti.
Significa capire che la narrazione e la letteratura possono essere anche ‘altro’, possono approdare su lidi impensati, possono accogliere forme e materiale distanti o eterogenei. Tutto questo comporta una piccola rivoluzione nella persona e nello scrittore, incontrare la narrativa di Márquez corrisponde a questo pensiero di svolta, di apertura alle potenzialità del testo.
Questo scritto nasce dopo la notizia della morte di García Márquez, tuttavia non ha lo scopo del ritratto o della commemorazione, né tantomeno l’effetto del coccodrillo con la volontà di spiegare l’opera dello scrittore stesso, per cui non si parlerà di Cent’anni di solitudine né dell’Autunno del Patriarca.
Si vuole in realtà percorrere i sentieri marginali di un’opera meno famosa, uno dei testi meno ingombranti dello scrittore, in questo modo si potrà raggiungere il luogo di una lunga amicizia, quella tra Gabriel García Márquez e Álvaro Mutis, due dei maggiori scrittori sudamericani. L’amicizia con  Álvaro Mutis risale agli anni ’50, quando Márquez è invitato a far parte della redazione di El Espectador. Per il settantesimo compleanno di Mutis l’amico Gabriel gli scrive e gli legge un breve discorso che ripercorre e racconta brevemente della loro amicizia, il testo è Il mio amico Mutis. Scopriamo così dei loro viaggi ad Istanbul e a Parigi, dell’affabulazione pirotecnica di Álvaro davanti agli attoniti Federico Fellini e Monica Vitti, di un grave incidente a cui sopravvive quasi per miracolo e dei mesi che Mutis ha trascorso in prigione a Città del Messico.
Per cogliere gli aspetti della scrittura di Márquez è imperdibile lo studio di Mario Vargas Llosa  Historia de un deicidio; Llosa parte nella sua analisi dalla poetica del ‘deicidio’, secondo la quale il romanziere scrive perché è insoddisfatto della realtà e la sostituisce con una realtà fittizia.
In Italia rimane insuperato lo studio di Cesare Segre Il tempo curvo di García Márquez con la sua lettura semiologica.
Per avere un approccio più discorsivo sul premio Nobel dobbiamo affidarci a un altro scrittore; negli anni ’80 un giovane esiliato argentino incontra García Márquez, l’esiliato è Osvaldo Soriano, uno scrittore sudamericano. Da quell’incontro nasce un saggio-reportage dai meriti diversi, non ultimo quello di essere la testimonianza di un confronto tra grandi, uno affermato e adulto, l’altro giovane e di prossimo successo; il testo fa parte di Ribelli, sognatori e fuggitivi del 1987.

“Vedi? Sto parlando con te e sento il desiderio di mettermi a scrivere; lì c’è la macchina da scrivere che mi aspetta e mi sento bene soltanto quando lavoro”[1].

Sono parole che indicano più di una poetica, sono la coincidenza tra essere e scrittura, di colui che è scrittore e non di chi fa lo scrittore, tra i due stati dell’essere vi è una ‘differenza ontologica’.
Degli scrittori sudamericani solo Márquez, Cortázar e Benedetti hanno mantenuto nel tempo la fedeltà al regime cubano di Castro; lo stesso Vargas Llosa (da qui il dissapore tra i due Nobel culminato nella vicenda del pugno, anche se una donna potrebbe esserci di mezzo), Fuentes, Paz, Sàbato hanno da tempo preso le distanze da Fidel Castro.
Pablo Neruda, la cui adesione al comunismo non è in questione, rispose da uomo libero e orgoglioso alla parola d’ordine che arrivava da Castro. Márquez ha continuato a sostenere Fidel e a compiere lunghi soggiorni a Cuba, la cosa gli è costata un’interdizione per gli Stati Uniti. Tuttavia Cuba non costituisce un modello ideale, né esclusivo, per la visione politco-socialista dello scrittore.
Il sentiero marginale, il romanzo meno noto di Márquez, è Il generale nel suo labirinto, la storia degli ultimi giorni di Simón Bolívar detto El Libertador, l’eroe delle guerre d’indipendenza latinoamericane, una sorta di Garibaldi del Sudamerica.

Il romanzo di Gabriel García Márquez è del 1989, racconta gli ultimi giorni di vita del generale Simón Bolívar, la vicenda che lo rese libertator; ripercorre gli amori, le avventure, i rischi e le passioni dell’uomo, prima che del generale, la cui forza di libertà trascinò la Bolivia, il Perù e il Venezuela all’indipendenza dal dominio spagnolo in Sudamerica.
Più che sulle vittorie, il libro si sofferma sulle sconfitte del sogno. Le guerre civili, i colpi di stato, gli interessi e la politica che tradirono le speranze del generale e del popolo. Al liberatore, cui fu tributato il nome di uno stato, non rimane che il ricordo indelebile dell’immagine di un continente sudamericano libero, il sogno dell’integrità americana. Accantonato, sorpassato e deluso, morirà in solitudine nel suo labirinto di ricordi. Il romanzo è il racconto della decadenza e del crepuscolo di un uomo e dei suoi sogni, una discesa lungo il fiume Magdalena è il pretestuso scenario dove i ricordi scorrono come la corrente del fiume.
Il romanzo si apre con una dedica in cui si legge: “Per Álvaro Mutis, che mi ha regalato l’idea di scrivere questo libro”. Alla fine del libro in cui appare qualche apparato interessante, cronologia della vita di Bolìar, viene specificato ancora meglio il motivo della dedica iniziale.

“Per molti anni ho ascoltato Álvaro Mutis parlare del suo progetto di scrivere sull’ultimo viaggio di Simón Bolívar lungo il fiume Magdalena […]Tuttavia due anni dopo ho avuto l’impressione che l’avesse sospinto nell’oblio, come succede a molti scrittori anche con i sogni più amati, e solo allora ho osato chiedergli che mi permettesse di scriverne […] Sicché il primo ringraziamento è per lui.”[2]

Siamo arrivati a un capitolo di questa lunga amicizia; i due scrittori sono affascinati dallo stesso soggetto, gli ultimi giorni di Simón Bolívar, poi uno dei due, Mutis, desiste dal portarlo avanti e l’altro, Márquez, ne ‘approfitta’ per compiere quanto desiderato. Le cose stanno veramente così?
Nel romanzo c’è un passo marginale in cui il generale pranza con diverse persone, tra le quali un francese, un certo Diocles Atlatinque; il motivo della sua presenza nella Nuova Granada non è chiaro, il francese dialoga saccentemente con tutti ma è interessato solo al generale che continua ad ignorarlo finché arriva la domanda diretta a Bolívar;  quale doveva essere secondo lui il sistema di governo consono alle nuove repubbliche?
Bolívar nicchia per un po’,  poi il francese affonda con precisione il motivo del suo dibattere:

 «Io davo per scontato che Sua Eccellenza fosse il promotore della soluzione monarchica» disse il francese. «Be’ non lo dia più per scontato […] La mia fronte non sarà mai macchiata da una corona» […] «Comunque» disse il francese «non sono i sistemi ma i loro eccessi a disumanizzare la storia». «Lo conosciamo a memoria questo discorso […] in fondo è la stessa scempiaggine di Benjamin Constant, il più grande pasticcione d’Europa, che è stato contro la rivoluzione e poi con la rivoluzione, che ha lottato contro Napoleone e poi è stato uno dei suoi cantori, che spesso si corica repubblicano e si sveglia monarchico, o al contrario, e che ora si è eletto depositario assoluto della nostra verità per opera e grazia della prepotenza europea [..] Non cercate di insegnarci come dobbiamo essere, non pretendete che facciamo bene in vent’anni quello che voi avete fatto così male in duemila […] Per favore, cazzo, lasciateci fare tranquillamente il nostro Medioevo».[3]

Si è citato a lungo ma il passo ha diversi motivi d’interesse. Verosimilmente Bolívar potrebbe essersi espresso in questi termini, ma qui sorge il dubbio che sia l’autore e non il personaggio a parlare.
È la visione politica di Márquez, quel comunismo socialista, che gli fa pronunciare l’invettiva contro uno dei fondatori del Liberalismo, il Benjamin Constant che rintraccia nella monarchia costituente inglese un valido strumento politico, un giusto equilibro tra la libertà dei moderni e quella degli antichi[4].
La storiografia moderna ormai parla di ‘evoluzione’ del pensiero di Constant, quello che MáÁrquez chiama ‘essere con e contro la rivoluzione’, semplificando molto si può riassumere in un percorso che si dirama da: ideali libertari, rivoluzione, differenza della libertà antica e moderna, costituzione.
Il dialogo e le conseguenti definizioni più che rivolte a Constant sembrano adatte allo stile di un altro politico contemporaneo; Talleyrand, a cui si attribuisce la frase: “La mia opinione? Ne ho una la mattina, un’altra al pomeriggio e la sera non ne ho più nessuna”; Flaubert diceva di lui: “Talleyrand, principe di: indignarsi contro”[5]. Secondo Mario Perniola Talleyrand incarna la tipologia del politico della post ideologia, è un transpolitico che anticipa la nostra  epoca, uno che attraversa e va oltre la politica.
Un fiume compare anche nel libro di Álvaro Mutis, L’ultimo scalo del Tramp Steamer, un testo che per diversi motivi dialoga a distanza con l’amico Garcìa Márquez e con il romanzo Il generale nel suo labirinto. Durante un viaggio lungo il grande fiume, l’io narrante del racconto s’imbatte nel capitano dell’Alcion,  come si chiama, per scelta bizzarra, il piccolo battello, malridotto ma ancora fiero Tramp Steamer. Da qui si snoda la narrazione principale la storia d’amore tra il capitano, il basco Jon Iturri, e la bellissima Warda, una libanese padrona del cargo i cui guadagni dovrebbero emanciparla della famiglia e dagli impacci che le provengono dalla rigida tradizione musulmana.
Nel racconto di Jon, trascritto ora in forma diretta ora per lo più indiretta, ritornano tutte le tappe dell’Alcion, nell’ordine medesimo in cui le ha vedute, con stupori e curiosità, l’io narrante nella prima parte del romanzo: Helsinki, Punta Arenas, Kingston, e il delta dell’Orinoco.
Il punto di vista, in un secondo tempo, è quello degli amanti Jon e Warda: cosicché gli stessi luoghi visitati prima assumono ora agli occhi dei due una dimensione del tutto differente da quella che aveva affascinato, per ben altri motivi, il narratore.
Anche in questo racconto lungo, come ne La neve dell’ammiraglio, Mutis si diverte a strizzare l’occhio al suo amico, conterraneo e sodale Gabriel García Márquez, non solo gli dedica il libro, ma si rivolge a lui subito nella prima pagina; afferma che da quando ha ascoltato la storia che sta per trascrivere avrebbe sempre desiderato “raccontarla a uno che, nell’arte di narrare le cose che succedono alla gente, si è rivelato un maestro”.
Avrebbe voluto affidare questa preziosa materia a Márquez, maestro di scrittura, ma non potendo si accontenta di essere lui l’imperfetto autore della narrazione che segue. Anche qui ci troviamo in una storia di decadenza, con una storia d’amore ormai solo ricordo, reso dalla felice metafora del Tramp Steamer, a sua volta decadente e in rovina, ormai destinato al disarmo: “Quella nave sbandata e quasi in rovina che lei vide al molo di Kingston è il miglior ritratto dello stato d’animo del suo capitano. Non c’era rimedio per nessuno dei due. Il tempo riscuoteva i suoi crediti. I giorni del vino e delle rose erano finiti per entrambi”. Sono parole che possono essere usate come metafora degli ultimi giorni di Bolìvar, ma non è questo il punto che ci interessa, ma piuttosto la dedica all’amico, al maestro della narrazione, altro capitolo della lunga amicizia.
Abbiamo brevemente visto quale sia la posizione politica di Márquez, ma per quanto riguarda l’amico Mutis? C’è un passo molto importante e indicativo in un breve profilo che il poeta stila per l’edizione completa delle sue poesie, la Summa di Maqroll:

“Nacqui a Bogotá il 25 agosto del 1923, giorno di San Luigi Re di Francia. Non escludo l’influenza del mio santo patrono nella devozione che ho per la monarchia […] Non ho mai partecipato alla vita poitica, non ho mai votato e l’ultimo fatto che a dire il vero mi preoccupa in questo campo e che mi riguarda e interessa in modo pieno e sincero è la caduta di Costantinopoli per mano degli infedeli il 29 maggio 1453. Riconosco di non riuscire a risollevarmi dal viaggio a Canossa dell’Imperatore salico Enrico IV, nel gennaio del 1077, per rendere omaggio di vassallaggio al caparbio Pontefice Gregorio VII; viaggio di così funeste conseguenze per l’Occidente Cristiano. Di conseguenza sono ghibellino, monarchico e legittimista.”[6]

Álvaro Mutis consegna quindi le sue simpatie alla monarchia, per la precisione è “ghibellino, morachico e legittimista”, per cui niente di più lontano dal comunismo socialista dell’amico Márquez. Nel testo Il mio amico Mutis, Márquez lo definisce ‘un monarchico irredimibile’.
Il progetto mutisiano di scrivere sugli ultimi giorni di Bolìvar, a cui accenna la dedica di Márquez nel suo romanzo, non è stato privo di frutti, un breve frammento rimane come manifesto del non finito o del progetto arenato, è il racconto L’ultimo volto compreso nella raccolta La casa di Auraicaìma. In questo frammento-racconto, in cui in un diario si ripercorre l’incontro tra un Colonello polacco e un morente Bolìvar, si trova questo breve profilo della formazione e della personalità del Libertador:

“È il vantaggio che ha Bolívar su tutti loro. La sua gioventù vissuta con grandioso sperpero nella corte di Madrid e nei salotti della Parigi del Consolato e dell’Impero, la sua familiarità con persone che conservano le maniere più squisite e le idee più caustiche dell’Ancient Regime gli hanno dato una prospettiva differente e un’immagine più corretta del suo destino e del destino di queste repubbliche”[7].

Come possiamo vedere, è un’immagine molto diversa da quella resa dal Bolívar di Márquez, e diversa anche dalle posizioni politiche dello stesso Nobel.
Sui motivi per cui il progetto mutisiano si sia arenato molto si potrebbe dire senza raggiungere un dato veramente oggettivo, tuttavia le caratteristiche dell’eroe eponimo, Simón Bolívar, un rivoluzionario dedito a liberare i popoli sudamericani dal giogo delle potenze europee, è più simile, e ben si adatta, alla visione politica di G.G. Márquez, che non al monarchico e legittimista Mutis.
Il gesto cavallaresco di cedere un soggetto interessante all’amico scrittore può essere una riconosciuta inadeguatezza ad aderire al verosimile del personaggio, in parole povere Márquez era più adatto per indole, cultura e visione politica a narrare le vicende di questo rivoluzionario liberatore.
Tuttavia nulla scalfisce il fascino aristocratico del Bolívar di Mutis, nè quelli dell’omonimo ma diversissimo eroe di Márquez; siamo nel cuore dei capitoli di questa cronaca di una lunga amicizia.

© Emiliano Ventura 2014

[1] Soriano O., Ribelli, sognatori e fuggitivi, Einaudi, Milano, 2001, p. 64.
[2] Márquez G.G., Il generale nel suo labirinto, Mondadori, Milano, 2000, p. 271.
[3] Ivi, pp.127-129.
[4] Argomento complesso per cui rimando alla lettura di: Benjamin Constant, La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni, Einaudi, Torino, 2005.
[5] Perniola M., Presa diretta, Agalma n.24, Mimesis, Sesto S.G., 2012, p.41.
[6] Mutis Á., Summa di Maqroll il gabbiere, Einaudi, Torino, 1993, pp. 317-319.
[7] Mutis Á., L’ultimo volto in La casa di Araucaìma, Adelphi, Milano, 1997 p. 90.