(Ri)scoprire “Berlin Alexanderplatz” di Fassbinder

di Nicolò Barison

berliner

Se mi chiedessero di citare un’opera imprescindibile per approcciarsi al cinema di Fassbinder, la mia risposta sarebbe, senza alcun dubbio, Berlin Alexanderplatz. La cosa potrebbe sembrare, ad un occhio inesperto, una scelta singolare, in quanto Berlin Alexanderplatz non è propriamente un film, ma uno sceneggiato di 13 puntate più un epilogo realizzato per la televisione tedesca nel 1980. Ma non fatevi ingannare, questa miniserie rappresenta la summa, l’opera omnia del grandissimo regista tedesco.
Ambientata nella Berlino del 1928, tratta dal romanzo omonimo di Alfred Döblin, racconta l’odissea umana, morale e spirituale di un uomo alla deriva, Franz Biberkopf (interpretato magistralmente e con straordinaria adesione da Günter Lamprecht). Franz esce di prigione dopo aver scontato la pena per l’omicidio della sua fidanzata Ida ed è intenzionato a condurre una vita onesta. Passa da un lavoretto all’altro, prima venditore di stringhe per scarpe, poi di giornali, ma, dopo aver conosciuto il malavitoso Reinhold, entrerà in un vortice autodistruttivo che lo porterà ad esiti infausti, nonostante i buoni propositi iniziali.
In molti infatti, non a torto, hanno visto un parallelismo fra quest’uomo, le cui azioni sembrano avere tutti i connotati di un vero e proprio calvario, le cui gesta ricordano molto la figura cristiana del martire, e le vicende autodistruttive della Germania che porteranno, da lì a breve, all’avvento del Nazionalsocialismo.
Emblematica, per far comprendere allo spettatore lo spirito che animerà l’intera opera, è la scena iniziale, dove Franz Biberkopf esce dal carcere di Tegel dopo quattro anni di reclusione. Franz, immobile davanti alla porta, contempla incerto la libertà duramente riacquistata, da cui traspare un senso di inadeguatezza verso il mondo, altro tema carissimo a Fassbinder, che è presente in molte sue opere. A questo proposito, una delle immagini più significative che mi vengono in mente è la scena del pranzo “nel ristorante dove mangiava Hitler” ne La paura mangia l’anima, film del 1973, dove vengono ritratti i due protagonisti, novelli amanti, spaesati e titubanti, seduti a un tavolo in un locale completamente deserto.
Fassbinder, maestro nel regalarci figure indimenticabili di umiliati e offesi dalla società e ambientazioni sature di sofferenza e senso di morte, raggiunge con questa miniserie la vetta più alta del suo cinema, opera che contiene un vero e proprio testamento spirituale del grande regista tedesco.
Unica avvertenza per lo spettatore che volesse approcciarsi a questa “serie televisiva”: durante la visione delle 13 puntate più un onirico epilogo, non mancheranno la fatica e il disorientamento. Non è una serie che si può guardare tardi la sera, magari mezzi appisolati. Insomma, richiede uno sforzo di concentrazione, ma questo sforzo sarà più che ripagato.
In un’epoca di fiction televisive popolate da buonismo, sentimenti spiccioli, preti, carabinieri e Cesaroni, fa sempre bene ricordarsi cosa era riuscito a realizzare più di trent’anni fa, in quasi 15 ore complessive, un genio del calibro di Fassbinder.

4 comments

  1. Non credo di averlo visto. Tuttavia dalla lettura dell’articolo
    si comprende che si tratta di un capolavoro, farò attenzione
    a non farmelo sfuggire nel caso che la nostra cara TV dovesse
    inserirlo nei suoi programmi. Grazie di averlo postato.

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  2. Visto tutto su Rai2 nel 1982. Ero molto giovane. Fassbinder, Herzog, Wenders….dei miti assoluti. Il cinema tedesco sembrava additare nuovi orizzonti. E noi si aveva bisogno di nuovi orizzonti.

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