Sicut beneficum Lethe? #5: Fausta Cialente

Sicut beneficum Lethe? #5: Fausta Cialente

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Cialente_CortileaCleopatra

Il secondo romanzo di Fausta Cialente, Cortile a Cleopatra, riassume la sorte bizzarramente altalenante – tra noncuranza ed entusiasmo – che è toccata alla ricezione dei testi di questa «magra, occhi azzurri, elegante signora che porta molto bene i suoi anni […] quando, nel 1976, vince il premio Strega con Le quattro ragazze Wieselberger» (Anna Santoro in: Italiane, vol. III, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 2004, p. 65).  Ignorato alla sua prima uscita, nel 1936 – anche se il romanzo porta la data del 27 aprile 1931 – ebbe sessanta anni fa, nel 1953, un lettore appassionato in Emilio Cecchi, che così ne scrisse:

A parecchi lettori, la riedizione di Cortile a Cleopatra di Fausta Terni Cialente, rinnoverà la gioia del primo incontro con uno dei più bei romanzi italiani dell’ultimo ventennio. Ma per altri moltissimi lettori, essa costituirà un’assoluta sorpresa. Non lontano dai quali potrei mettermi anch’io; perché chi sa per quali ragioni, a me accadde di non conoscere il libro che alcuni anni dopo la sua comparsa; e da allora fui sempre stupito che, tra le nostre recenti opere narrative, esso non fosse delle più ammirate e popolari. […] Un carattere come il giovane Marco, protagonista del libro, s’era presentato nella nostra letteratura ancora in buon punto. La sua vaga aspirazione verso l’ignoto, il suo amore dell’avventura, la sua sensualità soprattutto immaginativa, il suo irriducibile parassitismo aureolato di poesia, beneficiavano ancora abbondantemente d’un credito lasciato aperto da certa grande narrativa ottocentesca e dei primi del secolo. Per un personaggio simile, le condizioni di vita, se non assolutamente negative, oggidì sarebbero infinitamente più dure e incerte. Oggidì, non appena uscito di casa, un simile personaggio incapperebbe nelle maglie dei regolamenti e coercizioni internazionali «for displaced people»; e dovrebbe incominciare dal mettersi in regola con la geografia.
Com’è invece solida e sicura, nel Cortile, quella base di esotismo mediterraneo: un esotismo così autentico, colorito, ed al tempo stesso così famigliare, che uno di noi potrebbe credere di averne avuta la prima iniziazione al momento dell’imbarco pel vicino Oriente, nello sgabuzzino d’un cambiavalute sulla banchina di Brindisi o di Taranto.
[…]
Guidata da un’infallibile simpatia e fedeltà etnica, che nella riuscita del romanzo doveva trovare una rimunerazione stupenda, la Cialente fece la scelta più modesta. Non si mise per un gran viaggio, una grande traversata. Si fermò in un sobborgo d’Alessandria d’Egitto, lungo la marina, in un promiscuo quartiere di piccoli commercianti ebrei e di proletariato arabo e greco. Ne ascoltò la vita, ne colse i segreti, ne indovinò le passioni. E il fatto è che quando ormai penso all’Oriente mediterraneo, al miscuglio delle razze, alle miserie, agli amori: tutte queste cose, investite nei suoni delle parole, negli odori, nella qualità della luce, nel rumore delle imposte sbattute dal vento, rifioriscono su dalle pagine di Cortile a Cleopatra.

Da Cortile a Cleopatra riporto le prime pagine, che, dopo il famoso incipit che presenta il protagonista, Marco, mentre dorme sorvegliato dalla scimmia, presenta, di seguito, alcuni dei personaggi che animano la scena del romanzo:

Seduta sul ramo basso del fico la scimmia sorvegliava Marco che dormiva lì sotto sdraiato all’ombra festosa e ondeggiante delle foglie; dormiva con la bocca aperta e aveva sul petto la camicia sbottonata e macchie di sole. La scimmia lo guardava, seduta come una donna, i gomiti sulle ginocchia; ogni tanto si tastava il ventre e se lo spulciava, oppure frugava col dito nel guscio vuoto delle nocciole che aveva raccolto nel cavo del tronco. Vecchio, il fico, e polveroso. Piccoli, i fichi, e immaturi, quasi bianchi. La scimmia li stuzzicava e sembrava che sorridesse. Quando ne ebbe staccato uno, strizzò con le dita brune un po’ del succo lattiginoso dove aveva rotto il picciuolo, guardò in basso e lo lasciò cadere sulla testa di Marco. Egli aperse gli occhi e in alto vide confusamente la scimmia, il fico, il sole.
«O brutta bestia», disse, si levò a metà e lanciò un sasso. La scimmia soffiò a bocca aperta, irosa, mostrando le gengive scure, i denti gialli. Marco s’era voltato sull’altro fianco. «Ah!» fece. La terra del cortile era dura.
Le piccole case intorno, basse e a pianoterra, decrepite e miserabili, avevan tutte le loro storte persiane chiuse. I piselli in fiore si arrampicavano sul muro rognoso, il vento ogni tanto gliene portava il profumo sul viso e faceva stormire il fico. Sentì strisciare i piedi nudi dell’arrotino che se ne andava con la ruota sulla spalla. Lungamente quella ruota aveva girato cigolando, mossa dal piede nudo dell’uomo, per arrotare tutti i coltelli di casa e quelli dei vicini! Si figurò una lite tra sua madre e le altre donne del cortile, adesso che i coltelli avevano tutti il filo diritto fresco e lucido, aperse gli occhi un momento e vide l’arrotino uscire, accostare il cancelletto di legno che dondolava sui cardini, poi sentì lontano il suo grido nasale.
«Che uomo!» pensò. «Viene qui ad affilare i coltelli e se ne va, pagato, come se avesse fatto una cosa onesta.»
Calde e umide le prime ore del meriggio. Di nuovo silenzio all’ombra del fico. Egli s’addormentò e sognò di sangue: sangue di polli sgozzati, di conigli sventrati, di montoni squartati. Il mare ingrossato dal vento si mise a battere contro il muro a nord. Aveva inghiottito tutta la spiaggia, gli parve, e voleva entrare, adesso, rombando, schiumando, a portarsi via le tracce di quel sangue innocente. E lui, Marco, nient’altro poteva fare, se non arrampicarsi sulla cima del fico, là dove l’aspettava la scimmia sconsolata.
Voci di fanciulle nell’aria, d’improvviso, vennero a placare tanto disordine: erano voci fresche che andavano e venivano da un muro all’altro del cortile quadrato e come fili tessevano per il suo sonno un cielo di pace. Il mare si quietò dietro la casa, i fiotti di sangue seccarono nella polvere. La scimmia s’appese al ramo e dondolò con la testa in giù, gridando di gioia.
Le fanciulle si parlavano da un balcone all’altro e il loro accento est-mediterraneo non gli dispiaceva, nell’ora della siesta. Solamente, egli credeva ancora di sognare e gli passò molto tempo prima di poter capire che Dinah, la figlia del pellicciaio ebreo, dal balconcino parlava alla serva che stendeva il bucato sul terrazzo della casa. La rimproverava d’aver lasciato le spille di legno sulla tavola della cucina, così il vento avrebbe buttato giù a spazzare la terra le lenzuola bagnate che si dovevano poi risciacquare. Rispondeva, la servetta: la pellicciaia glielo diceva sempre, che non aveva testa, e suo padre, il pellicciaio, diceva: chi non ha testa abbia gambe. Era stanca, lei – lei, serva! – di scendere e salire. Tante volte le aveva fatte, quelle scale, che se menavano in paradiso, ci doveva essere arrivata da molto tempo. L’inferno, invece. Ma rideva.
Un’altra finestra, di faccia, s’aperse sbatacchiando le scolorite persiane contro il muro. (Ogni volta pezzi d’intonaco si staccavano e cadevano). Compariva Haiganúsh, la figlia del calzolaio armeno, lisciandosi con le palme i lucidi capelli neri divisi in mezzo da una riga bianca. Intanto Dinah aveva chiamato Polissena perché buttasse giù la corda a legare il sacco delle spille, così avrebbe finito di lagnare con quella voce acuta che le dava sui nervi.
«Tu sì che hai il cuore dolce come il miele, signorina», gridò la servetta. Il vento faceva schioccare le lenzuola bagnate che le frustavano il viso. «Aiú, com’è ingrossato il mare, a vedere!»
«Pesce che non avremo, domani» disse gravemente Haiganúsh.
«Vuol farci credere che ne mangia, essa. Bamie al pomidoro e riso… e ancora!»
«Sfacciata, vuoi tenertela in bocca la tua linguaccia?»
Dinah esclamò: «oh!» sottovoce, desolata, sporgendosi fuori dal balconcino di legno che pendeva un po’ a sinistra, per vedere l’insolente, là sul terrazzo; ma vedeva soltanto un’ombra in terra, scarmigliata.

(le pagine riportate sono tratte dall’edizione del 2004 per i tipi di Baldini e Castoldi, pp. 21-23)

«Triestina, nata nel 1898 a Cagliari, per caso, a seguito dei continui spostamenti del padre, ufficiale di carriera, Fausta Cialente ha iniziato, ragazzina, a scrivere per passione, come per passione il fratello, Renato (che morirà a 46 anni travolto da un automezzo tedesco) diverrà uno degli attori più importanti del tempo. Nel 1921, Fausta sposa il compositore Enrico Terni con il quale si trasferisce ad Alessandria d’Egitto e poi al Cairo dove rimarrà fino al 1947: in quelle terre e in quegli anni trova la sua scrittura che, sia pure con diverse modalità, sarà sempre scrittura di confine […]. Il primo libro è Natalia (Roma, Sapienza, 1930), scritto nel 1927; nel 1929, su L’Italia letteraria, è intanto uscito il racconto Marianna […] e nel 1936 (ma scritto nel 1931) pubblica Cortile a Cleopatra (Milano, Corticelli) e il racconto Pamela o la bella estate, in Occidente. In Cortile a Cleopatra, che avrà successive edizioni […] e che resta probabilmente il suo capolavoro  […], Fausta Cialente lascia grande spazio alla libertà inventiva e immaginativa, al rapporto tra il mostrarsi e l’essere, alla percezione dell’esistenza tramite il corpo, la forma, la materia, sia di chi percepisce sia di ciò che viene percepito, con esiti straordinari, come nella rappresentazione di una natura viva, colorata, profumata, in movimento. La dolcezza del ritmo narrativo, la sapienza nel gestire le storie sul doppio binario del presente e della memoria, le descrizioni degli scenari, la capacità di raccontare i sentimenti e la psicologia dei personaggi attraverso un gesto […] restituiscono una fisicità […] che affascina e incanta. […] Dal 1936 al 1972, Fausta Cialente scrittrice tace. Vive in Egitto in maniera sofferta e indignata l’avanzare del nazismo e del fascismo, la guerra e il dopoguerra. Partecipa alla vita culturale e sociale della comunità italiana, nel 1943 è invitata a collaborare alla nota trasmissione radiofonica Middle West, di propaganda antifascista e antinazista, e nel 1943 fonda e dirige il giornale antifascista per i prigionieri italiani Fronte Unito. Tornata in Italia, collabora a l’Unità, Rinascita, Italia nuova, Noi donne. […] Questi anni, prima che ne Le quattro ragazze Wieselberger, Fausta li racconta […] in Ballata levantina (Milano, Feltrinelli, 1962). […] Ma poi scrive Le quattro ragazze Wieselberger e qui recupera le componenti più importanti della sua scrittura: lo “scrivere (di) sé”, del suo sguardo, del suo mondo, si salda all’impegno etico e civile e la puntigliosa intelligenza storica detta pagine (importanti “fonti” per la Storia d’Italia di quegli anni) riguardo a problematiche ancora irrisolte sul piano della analisi storiografica […]. Intanto si è separata dal marito, lavora e vive a Roma con la madre, con la quale ha finalmente recuperato un rapporto sofferto ma affettuoso, e, dopo la sua morte, si trasferisce nella grande villa nei pressi di Varese, pur compiendo ancora viaggi, in Kuwait dalla figlia Lily, o in Inghilterra, dove, nel 1994, muore questa grande scrittrice, sulla quale bisognerà tornare, e a lungo.» (da: Anna Santoro, Fausta Cialente, in: Italiane, vol. III, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 2004, pp. 65-68)

«Il destino di Fausta Cialente fu segnato da qualità molto speciali: d’esser vissuta, come un non-scrittore, di affetti normali, gli affetti di una famiglia, benché polverizzata e martirizzata dai lutti; non  già, dunque , di affetti scaturiti dal suo lavoro, dalla sua opera: a causa, suppongo, del suo lungo esilio prima, e dello sradicamento progressivo poi; e a causa, una ben maggiore causa, delle proprie scelte e credenze, di devozione totale alla letteratura, ma anche della sua convinzione che la letteratura, in certi momenti storici, o della propria vita, va messa da parte: come in effetti accadde. L’altra qualità deriva dalla prima: la famiglia della Cialente fu la famiglia nel senso nucleare, tradizionale, ma fu anche, fatalmente, e per scelta, la famiglia indeterminata, quella che di volta in volta, o per sempre, si viene formando intorno a noi. Fu la famiglia che viene detta comunità: e fu quella comunità in cui possiamo intravedere la luce di una fede che un tempo veniva detta comunista. Se oggi si volesse sapere qualcosa di ciò che è buono, di decente, di dignitoso, di eroico,  furono i comunisti italiani, è alla Cialente che bisogna ricorrere.» (Franco Cordelli, Il suo meraviglioso comunismo, in: Fausta Cialente, Cortile a Cleopatra, Baldini e Castoldi 2004, p. 9)

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