Antonio Scavone, Check-in

Antonio Scavone

Antonio Scavone

Check-in

di Antonio Scavone

Persone  

CARLA,  quarant’anni

STEFANO,  cinquant’anni

DAVIDE,  sessant’anni

ELENA,  venticinque anni

L’azione si svolge oggi in un aeroporto italiano.

La scena è la sala d’attesa di un aeroporto. Su un divano è seduto Davide, un uomo massiccio, e sta leggendo il giornale. Su due poltrone sono seduti Carla e Stefano: la donna ha smesso di sfogliare una rivista e Stefano prova a digitare un numero sul telefonino. Elena, in piedi, si guarda in uno specchietto e si riassesta il trucco. Carla nota che la telefonata di Stefano non va a buon fine.

CARLA   (come anticipando)   L’utente non è raggiungibile…

STEFANO   Infatti.   (e spegne il telefonino)

CARLA   Ci sarà da aspettare ancora un po’.

STEFANO   (controlla l’orologio)   Avevano detto due ore.

ELENA   (continuando a truccarsi, puntualizza)   Tre ore.

CARLA   Passeranno anche quelle.

STEFANO   Già, tutto passa.

ELENA   Sono le coincidenze che si pèrdono, almeno per me.

E va a sedersi su una poltrona, rovistando poi nel borsone. Davide alza gli occhi dal giornale, guarda ma non commenta e poi riprende a leggere svogliatamente.

CARLA   Ha detto di chiamarsi Stefano, vero?

STEFANO   (istintivamente)   Sì, Stefano Bonanno.

CARLA   E deve andare a Torino?… A ritrovare la sua compagna…

STEFANO   (sorpreso e incuriosito)   Ma quando gliel’ho detto?

CARLA    Non ho potuto fare a meno di ascoltare la telefonata col suo amico, una mezz’ora fa.

STEFANO   Ah, già. Una mezz’ora fa c’era la linea… (e poi raccontando)   Siamo stati lontani un po’ di tempo, io e Maria. Sembrava tutto finito, concluso e invece è successo… C’è stata una svolta.

CARLA   (sorride)  Anch’io mi trovo in una situazione identica alla sua…

ELENA   Deve incontrarsi con suo marito?

CARLA   Il mio ex-marito.

ELENA   (intervenendo)   E chi glielo fa fare?!… Gli ex creano solo problemi: sono ossessivi, si illudono e si vendicano.

CARLA   Per questo si chiamano ex…

ELENA   (dopo un tempo)   Se no, come si chiamerebbero?

DAVIDE   (senza alzare gli occhi dal giornale)   L’ha già detto: illusi.

Elena si gira a guardare Davide, come aspettando un seguito a quella sortita estemporanea, ma deve reggere lo sguardo di Davide, pronto e sornione, per cui desiste e tace.

CARLA   (dopo una pausa)   A volte l’illusione incoraggia, fa bene…   (e a Stefano)   Non crede?

STEFANO   Altroché… Ho passato gli ultimi due anni a immaginare questo momento, questo giorno… Mi ero quasi persuaso che ne sarebbero passati tanti altri di anni, che sarebbe rimasto solo un desiderio e ne avrei sofferto per sempre.

ELENA   (con una prontezza molesta)   E allora colga il segno del destino!

STEFANO   Quale segno?

ELENA   (spiegando)   Questo contrattempo, la nebbia, il ritardo dell’aereo. A volte si ha bisogno di una spinta, di un accidente che ci illumini la mente… Lei ce l’ha la spinta e non soffrirà più di tanto: basta solo assecondarla e intuirne il disegno.

STEFANO   (quasi divertito)   Lei è un po’ troppo pessimista… Parla così perché è infelice?

ELENA   Sono concreta e pratica, non infelice.

STEFANO   Anch’io sono concreto ma non ho mai smesso di…

DAVIDE    …Di sognare?!

STEFANO    (si gira dalla parte di Davide)   No, di aspettare.

DAVIDE   (facendo capolino dal giornale)   Meglio così! A volte il destino è propizio: non si sa come, non si sa perché ma succede.

STEFANO   Non si tratta di questo o, per meglio dire, non ho fatto in modo che il destino si realizzasse…

ELENA   E come, allora?

STEFANO   Aspettando… tutto qui.

ELENA   Aspettando cosa?!

STEFANO   (ovvio, candido)   Aspettando.

Il tono, più che le parole, di Stefano sconcerta Elena che si alza, si defila. Anche Davide è più presente: lascia perdere il giornale e attende.

ELENA   Beato lei. Allora le fortune si incontrano.

DAVIDE    Certo, fanno parte del gioco. Come le sfortune, del resto.

CARLA   Anch’io ho aspettato.

DAVIDE    Lei ce l’ha la faccia di chi aspetta.

CARLA   (non raccoglie, continuando)  Sei anni senza avere bambini poi, cinque mesi fa, restai incinta ma l’ho perduto…   (Stefano non sa che dire, è compunto)   E poi ci siamo lasciati.

DAVIDE   (attento, sincero)   E perché?   (e lascia perdere il giornale)

Carla non sa o non vuole dare una risposta.

DAVIDE    A me, invece, mi ha lasciato il mio socio: mi ha ripulito di tutto ed è volato via come l’aria, con i soldi ovviamente.

STEFANO   E lei cercherà di…

DAVIDE   No, anche il mio socio, al momento, non è raggiungibile… A che servirebbe?.. Le mie ultime possibilità le affido a questo viaggio: vado a Milano per tentare di vendere un po’ di cose.

Pausa.  Carla, Stefano e Davide si girano a guardare Elena come per sollecitarla ad aprirsi, a dire di sé. Elena coglie questi sguardi e intuisce le aspettative degli altri.

ELENA   Non vi fate illusioni: non devo raggiungere nessuno, io. Non ho uomini, né bambini, né soldi da prendere o recuperare.

STEFANO   Ma intanto parte, però.

ELENA   (come a se stessa)   Non si parte solo per andare…

CARLA   Dov’è che sta tornando?

Elena sta per replicare con asprezza ma poi prorompe in un pianto nervoso, irrefrenabile. Stefano si alza per consolarla ma poi si ferma.

DAVIDE    È inutile, è sempre così quando non si sa da dove cominciare, da dove riprendere. D’altra parte, se non ci fossero questi ritardi, questi contrattempi, non sapremmo mai che cosa aspettarci, ci sentiremmo impreparati.

CARLA   Anche lei ritiene che siano utili, questi ritardi?

DAVIDE   Utili forse no, ma necessari. Ogni tanto càpitano e avranno le loro buone ragioni, che restano comunque inafferrabili. Se poi non ce l’hanno una ragione, allora tocca a noi inventarcela. Tocca a noi far passare quello che è casuale per significativo e viceversa.

CARLA   Lei avrà vissuto una vita intensa e la sta vivendo ancora.

DAVIDE   Tutti viviamo una vita intensa ma poi facciamo in modo di sciuparla.   (Stefano sorride)   Stefano ride… Anche lui la stava sciupando, la sua vita, almeno fino a ieri.

STEFANO   Già… Non ci siamo presentati…

DAVIDE   Lei è l’unico che si è presentato. Io mi chiamo Davide e ho sessant’anni.

CARLA    Mi chiamo Carolina, ma mi chiamano tutti Carla, lo preferisco.

Anche stavolta si girano a guardare Elena, aspettandosi che si presenti ma Elena non reagisce. Un bagliore, una luce attira l’attenzione di Davide.

DAVIDE   (guardando in alto)   Zitti, zitti: il tabellone si illumina… Oh, finalmente! La nebbia si è diradata, gli aerei ripartono!   Signori, vi saluto e vi ringrazio della buona compagnia.   (si alza, raccatta le sue cose e congedandosi)   Si ricomincia e succederanno tante altre cose…  Bon voyage!

Ed esce. Anche Stefano e Carla si preparano.

STEFANO   (a Carla)    Be’… Io la saluto e…  No, niente auguri: sarebbe troppo banale.   (e le dà la mano)

CARLA   (lo saluta)    Ha ragione… Provi adesso a chiamare.

     Stefano si fa da parte, digita sul telefonino e:

STEFANO    (parlando al telefono)   “Maria! Finalmente!… No, adesso parto… Un breve ritardo… Sì, sì… Lo so, lo so, amore…”

Ed esce lentamente, continuando a parlare al telefono.

CARLA   (ad Elena)   Lei non si prepara?…  (Elena annuisce)   Verrà qualcuno a prenderla?

ELENA   Verrà mio padre…

CARLA   Quindi sapevano del suo ritorno?

ELENA   È vecchio e malato e non potevo restare dov’ero.  (poi)   Mi chiamo Elena… Ho perso il lavoro, gli amici, la casa e l’uomo che stava con me non se l’è sentita di aiutarmi e non ha fatto nulla per trattenermi.

CARLA   Cosa farà a casa di suo padre?

ELENA   Quello che facevo prima di partire. Mi prenderò cura di lui, non c’è nessun altro dopo la morte di mia madre.

CARLA   Lei è così giovane…

ELENA   Sì, sono così giovane…   (e poi)   Enrico mi diceva che non mi avrebbe mai lasciata, che eravamo fatti l’uno per l’altra…   (prende le sue cose)   E che avremmo superato ogni avversità.

CARLA   Le auguro un buon ritorno.

ELENA   E se non sarà buono?

CARLA   Come fa a dirlo? Non è ancora cominciato…

ELENA   E lei che farà?

Si guardano, si intendono, si salutano abbracciandosi  e poi escono.

Sipario.

Fine

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Non c’è una parola di troppo, non ci sono gesti in eccesso, in questo atto unico di Antonio Scavone, che trae bellezza e vigore non solo dal cosa, vale a dire dai temi universali che affronta – partenze e ritorni, chronos e kairos intorno al perno del Check.in, come in precedenza, in un racconto dello stesso autore, era avvenuto intorno a uno Stammtisch – ma anche dal come, nella sicura essenzialità nel far agire sulla scena persone, nel lasciar loro la parola, mentre delineano situazioni, si sporgono, si ritraggono, lanciano ponti e messaggi, ritirano la mano. Anche il sottotesto e gli spazi tra le righe lasciati all’intervento di lettore e spettatore indicano una via di lucida consapevolezza, senza concessioni né ad ascese fumose o rarefatte, né ad auto-compiacenti immersioni negli abissi, a negazioni totalizzanti. Anche nel teatro, come nella narrativa, individuo nella scrittura di Antonio Scavone una terza via capace di ristabilire metodo e profondità, oltre la gabbia del principio binario. (amc)

6 comments

  1. Un testo lapidario, molto incisivo e significativo, come è consuetudine ormai consolidata di Antonio. La brevità del testo nulla toglie alla riflessione su alcuni grandi temi dell’esistenza .
    l’attesa, spesso spasmodica e irrazionale, in cui ci si crogiola forse per non volere affrontare una diversa realtà che potrebbe spiazzarci, farci entrare nel tunnel del nuovo che non conosciamo. E qui subentra il tema della paura o meglio del timore di vivere nel presente piuttosto che rimuginare un passato che sa di stantio. In altri termini, accontentarsi, a volte, di una vita mediocre perchè non si ha la forza o il coraggio di dare una svolta necessaria a quella che sembrava essere vita.
    E anche se spesso si notano segni inequivocabili che ci indicano un percorso più giusto,il timore di reiterare l’errore, ci blocca facendoci seguire la corrente che già conosciamo.
    Altre volte si aspetta perchè altro non si può, sperando che un giorno qualche aereo parta o arrivi non si sa da dove e perchè.

    Antonio conosce bene l’animo umano, ma così bene che non ha bisogno di molte parole per dire. Dicono i suoi personaggi le battute necessarie perchè il suo Teatro ( ho avuto l’onore e la fortuna di leggere altri suoi superbi testi teatrali ) è la vita, ma va anche ben oltre……….

    Un grazie ad AnnaMaria e un abbraccione ad Antonio

    jolanda

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  2. Grazie, Jolanda Catalano, per la tua lettura, come sempre acuta e coinvolgente, dell’atto unico, esempio chiaro di quelli che a ragione definisci “superbi testi teatrali”.
    Colgo l’occasione per ringraziare Antonio Scavone del dono del suo “Check-in”.
    Un saluto caro, Jolanda,
    Anna Maria

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  3. le età della vita si incontrano in un topos canonico come un treno una stazione un aeroporto, come in questo caso. un topos che è l’attesa di un topos più grande che è il viaggio.
    viaggiatori che si aprono gli uni agli altri per cenni: e cerimoniosamente.
    antonio scavone: mi si perdoni: nomen omen. e con essenzialità.
    grazie!

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  4. Grazie a te, Lucia, per aver colto e reso temi e topoi di “Check-in” con tratti precisi ed essenziali, precisi ed essenziali come la scrittura di Antonio Scavone. Sul ritrovarsi di lettori, come i personaggi di questo atto unico, in un luogo di arrivi e partenze, in una stazione un aeroporto un porto di libri, varrebbe forse la pena di riflettere, ché incontri e scontri, repulsioni e attrazioni, alzate di spalle e slanci sono rivelatori anche lì.

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  5. Scrivere lungo o corto dipende, professionalmente, dalla committenza
    che non sempre sa quello che vuole: un atto unico è sospetto, non è
    vendibile, a meno che non sia celebrativo di un evento storico, di un
    personaggio epocale. Quando l’atto unico è addirittura così breve
    come “Check-in” (appena 5 pagine), per forza di cose devono
    intervenire l’essenzialità, la concisione e il non-detto allusivo a
    giustificarlo. Sono grato a Jolanda, ad Anna Maria e a Lucia per le
    qualità che hanno rinvenuto in “Check-in” e per il piacere che
    hanno goduto dalla lettura – ma sono le qualità di Jolanda, Anna
    Maria e Lucia a venir fuori come sempre per la precisione dei
    loro commenti. Se nessuno ti chiede un atto unico, figurarsi se
    si aspettano un atto unico brevissimo, quasi un teatro “da cameretta”
    e allora se lo commissiona chi scrive: per la passione di scriverlo e
    per sfidare quella convenzione teatrale che vuole a tutti i costi
    atmosfere ovattate (non sempre si può imitare Pinter) e riferimenti
    di ampio spettro (o Weiss) e difatti diventa, questo, un teatro
    di fantasmi che a molti piace perché, tra l’altro, scatena la
    chiacchiera ed eccita il demi-monde. “Check-in” non nasconde
    nulla, neppure la cerimonia del dialogo (lo so, Lucy alludeva ad
    una certa etichetta del parlato). Tutto racchiuso in un istante?
    Jolanda, Anna Maria e Lucia hanno visto altro: gli istanti a
    teatro si dilatano e per forza di cose bisogna essere lapidari,
    senza parole di troppo e reggere il destino di un nome.

    Sono stato lunghissimo, lo so. Mi scuso e ancora grazie!

    Antonio

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  6. E’ sempre una questione di linguaggio : qui le parole diventano suono , la vocalità è decisiva . Leggiamo , ma è come guardare un filmato sonoro . Il tutto può sembrare rapsodico ; in realtà la trance de vie ha una sua autonomia e appare ( almeno a me ) perfettamente conclusa .
    Grazie
    leopoldo attolico –

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