“A una madre” di Sonia Caporossi

Tramonto in versi di un iconoclasta
Quando l’astro dell’estro muore nell’ombra
Del suo prosastico baluginare
Io mi rispecchio in te
Frammento affabile infranto
Di immagini anamorfiche
A cui rassomigliare
Io mi rifletto in te
Lo specchio spocchioso che spacco
Ogni giorno ed ogni sera
Per non rassomigliarti più.

Alba in versi di un valentiniano
Quando il maglio del mostro sorge nell’ombra
Dal mio poetico pinnacolare
Nel plasma sanguigno di un fitto dolore
Io mi ritrovo in te
Amica che ammara al riflusso dell’onda
Di un cieco vagare per mari d’intesa
Nel bieco pleroma dei miei troppi Dei
Passati di moda, diversi dai tuoi
Gli stessi che invoco ogni giorno ed ogni sera
Per non ritrovarti più.

Mattina in parole di un ateo stilita
Nel suo filosofema blasfemo e personale
Nell’iperuranio dei fiumi eraclitei
Che scorrono incessanti
Come un tempo inesaudito
Io mi ricerco in te
Barbelo castrata da istanti reclusi
In cui non condividi più con me che il tuo rimpianto
Di non essere mai stata altro che una vera Madre
Io mi riposo in te
Il seno sensato del mondo che hai sul petto
Che soltanto, microcosmo, mi appartiene
In cui verso la mia fronte ogni giorno ed ogni sera
Per non riposare più.

Serata di silenzi di un cristiano secolare
Che prega il suo Signore scismatico e caduto
Rinnovandomi ferite sempre nuove
Per il senso di disfatta dell’averti conosciuta
Solo ora, solo adesso
Nel riflesso dello specchio
Nella cerca del riposo
Nella tua sostanza sovrana che trapassa le mie ossa
Che si chiude sulla carne come il fuoco della Forma
Quando informa il marchio a fuoco
Scabro e inciso sulla piaga
Del tuo calco di tristezza

Notte serena di un putto raffaelita
Io mi ristringo in te
Nell’anelare di un accolito all’icona
Che trasmuta la Bellezza in rimbrotti di Sostanza
Perché la Forma tu già me l’hai data
E nell’attesa della tua morte
più null’altro esiste al mondo
Tranne il pensiero della prossima brace
Tranne la stretta delle tue mani chiuse.

_________________________________________

Sonia Caporossi (Tivoli, 1973). Docente, musicista, musicologa, scrittrice, poetessa, critico letterario; si occupa inoltre attivamente di estetica filosofica e filosofia del linguaggio, ultimamente nell’ottica di una ridiscussione metodologica del costruttivismo.  Suona il basso elettrico nel gruppo di art – psychedelic rock Void Generator, con cui ha pubblicato Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records 2010) e Collision EP (Phonosphera 2011) ed è presente nelle compilation Fuori dal Centro (Fluido Distribuzioni 1999) e Riot On Sunset Vol. 25 (272 Records, USA, 2011). Nel 1997 ha partecipato insieme ai Wellen alla colonna sonora del cortometraggio di Domenico Liggeri “Blue(s)” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. È stata direttore e caporedattore del sito aperiodico Terra Di Poiesis, la cui esperienza è ormai chiusa. Ha collaborato con numerosi saggi di musica elettronica, psichedelica, krautrock e kosmische musik alla rivista specializzata Musikbox e ha pubblicato prose, poesie, saggistica letteraria, filosofica e storiografica su vari blog e riviste cartacee e telematiche, fra cui Storia & Storici, La Recherche, Fallacie Logiche, Scrittori Precari, WSF, Verde ed altre. Insieme ad Antonella Pierangeli dirige il blog Critica Impura ed ha pubblicato a quattro mani l’ebook Un anno di Critica Impura, Web – Press Edizioni, gennaio 2013, che raccoglie una silloge riveduta e corretta degli articoli e dei saggi usciti durante il primo anno di vita del blog.

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22 comments

  1. Molto bella questa consapevolezza amara che noi conosciamo e ri-conosciamo la “madre” solo quando abbiamo raggiunto da lei la necessaria distanza…

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  2. È lecito dire che il testo qui proposto è incomprensibile? Forse no, ma oramai l’ho scritto. A volte la mia poetica ignoranza mi spaventa: ma come mi sono ridotto così? Sarà mica tutta colpa dello “specchio spocchioso”, ogni giorno così iconoclasta e anamorfico? Ma no, è il putto raffaellita che anela accolito il rimbrotto della carne marchiata a fuoco. Peccato! Mi sono distratto: s’è bruciato. Speriamo sia più clemente la prossima brace. Buona Pasqua.

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    1. è lecito dire che per lei il testo è incomprensibile e ce ne facciamo una ragione senza pretendere da lei ulteriori sforzi, né tacciandola di ignoranza poetica, per carità! Un testo può arrivare in mille differenti modi a mille differenti persone, forse la magia del testo poetico risiede proprio in questa sua molteplice, fallibile, inafferrabile e sfuggente chiave di lettura, che talvolta affetta, avvolge, proietta altrove, o nel dentro più profondo, altre lascia freddamente inconsapevoli del testo. E’ un rischio la poesia che val comunque sempre la pena di correre.
      Io trovo che la Caporossi si sia misurata con un dolore tagliente, traducendolo nella maniera a lei più consona ed egregiamente.
      Nelle prossime settimane pubblicheremo un altro suo lavoro, che mostra delle profonde differenze con questo testo sia nel suono che nel taglio del verso.
      Spero gradirà e così non fosse, anche in quel caso sarà valsa la pena.

      Un cordiale saluto.
      nc

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  3. Il seno sensato del mondo che hai sul petto
    Che soltanto, microcosmo, mi appartiene
    In cui verso la mia fronte ogni giorno ed ogni sera
    Per non riposare più.

    Mi ha colpito molto questa quartina, nel mosaico generale, credo sia il più bel pezzo, personalmente.

    Complimenti a Sonia

    Bux

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  4. La distrazione, chissà come mai, non brucia mai le lingue che si biforcano.
    Sono stata chiara, o troppo metaforica?

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  5. Ma no, ma no, Laura. E’ colpa mia, suvvia. Non è “facile” capire che il putto raffaelita sono io da piccola e rappresenta la mia innocenza mentre sono cullata dalle braccia di mia madre, come non è “facile” capire che la brace di cui parlo al penultimo verso è il cenno alla cremazione futura di una madre morente. Allo stesso modo, la carne marchiata a fuoco è il senso d’appartenenza familiare, e tutti i riferimenti religiosi e gnostici che percorrono il testo, il senso di straniazione e lontananza nel distacco da esso.
    Eppure parafrasi e commento a scuola si fanno ancora. Quanto a me, ritengo che qualsiasi poesia vada interpretata in modo personale e che nessuna poesia, proprio per questo, sia incomprensibile; penso anche che il vero autore, in qualche modo, sia il lettore, perché il fatto che sia dovuta intervenire per dare la “mia” versione è negativo, in quanto rende coatta l’ermeneusi altrui, che volevo fosse libera; certo, a patto che essa abbia modo d’essere e che si manifesti.
    Però la prossima volta per chi non capisce posso sempre fare un disegno ;)
    Sonia Caporossi

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    1. Sonia, ti abbiamo capita perfettamente e, credimi, la parafrasi non era affatto necessaria; come te credo che un testo non vada mai spiegato dall’autore al lettore, ma semmai colto dal lettore stesso, come meglio crede, come meglio sa, come più consono al suo sentire.
      C’è poco da aggiungere. I manuali della vera poesia non li riesco ancora a ritirare, quando avrò il bene di avere la bibbia della poesia con i dictat e relativi dogmi da accettare e pedissequamente seguire, forse, ricomincerò a scrivere poesia pur’io; fino ad allora mi piace – per fortuna – mi piace ancora giocare il ruolo del lettore e mettere in campo quell’autonomia interpretativa che non delegherei mai alla spiegazione dello stesso autore, perché mi priverebbe del mio diritto e del mio dovere allo sforzo, alla comunicazione con il testo che mi sfida e che si lascia scoprire.
      un caro abbraccio, sei la benvenuta, come sai.
      nc

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  6. E’ un lavoro poetico supremo quello che si annida dentro questi versi. Si riversa infatti nella venatura sottile dello spasimo formale, come se fosse plasmato da un lavoro di fusione, ogni tipo di dolore, oscuro, enigmatico, distopico. La certezza è che il punto di arrivo sulla pagina s’incarna in una versificazione febbrile, dominata dall’allucinato farsi del materno-materico-materiale interiore, con i suoi flussi, le sue patologie, i suoi enigmatici poteri. Partendo dalla ricerca della visione esatta, dal confine della percezione, ma anche dalla visione deformata e deformante della realtà, in “A una madre” si accende l’ombra in cui, attraverso la poesia, è possibile l’accesso alla percezione del sé. Il dolore è il solo elemento che accarezza infatti il lento incedere di un’amara riflessione filosofica: non si nasconde nulla allo sguardo della pena e per quanto si miri alla granatura febbrile della parola come alla spontanea polarizzazione degli elementi della figura materna, il crudo denudamento d’ogni verità esistenziale della madre non ha mai per movente l’oscurità, né l’aggressività disperata. Le domande di una figlia, in questo processo di decomposizione e resa di deiezione disperata che è la vita corporale, si scoprono subito come grani d’una stessa creta. Perché questo è il punto: la contemplazione del dolore della propria ed altrui esistenza, con le sue derive ossessive e inevitabili, non avrà altro approdo che la scoperta di se stessi nella parola poetica, nel mostrare cioè l’intrigo delle vene e il proprio cuore scoppiato. Se è vero, come diceva un oscuro poeta di nome Thomas Stearns Eliot in un’amara riflessione sulla forza criptica della poesia, che “La vera poesia può comunicare anche prima di essere capita”, non c’è altro da fare che predisporsi all’ascolto, alla ricezione, al debordare del canto. E se ciò non avviene, ne ha colpa il poeta?…
    Grazie Sonia

    Antonella Pierangeli

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  7. appena ho letto “A una madre” ho pensato a “nel respiro” di Paolo Fichera.
    lo so! sono due espressioni del dolore molto diverse; eppure ho accostato questi due canti del dolore.
    che ci sia “brace” e non “cenere” a indicare l’atto estremo non credo modifichi, nel lettore che davvero voglia entrare nel testo, il senso e la percezione del testo. anzi penso, ritengo, che “brace”, con la presenza di un fuoco che ancora arde dall’interno, renda la doppia immagine di un corpo che si consuma prossimo alla morte, e di un corpo consumato dopo la morte.
    ma anche questa interpretazione di un solo punto è coatta, come ogni interpretazione. e tutte sono lecite nel momento in cui sono rispettose dell’autore.
    bisognerebbe fare il minimo sforzo di chiedersi se la scelta di una parola piuttosto di un’altra, se lo scarto linguistico è anche scarto filosofico, senza attendere che sia il poeta – in questo caso la poeta – a dircelo.

    è verissimo, Sonia, che di parafrasi se ne fanno ancora. è anche vero che la parafrasi ha ammazzato la poesia a scuola… e se ne vedono ancora i segni ;)

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  8. Come ho avuto modo di dirti in altro contesto, in questa tua , c’è una consapevolezza lessicale ricercata ed un controllo del verso che la rende incontrovertibile ma allo stesso tempo toccante. Parole scabre in suono e concettuali che a me , parlando di stile poetico, piacciono molto. Mi piacciono le strutture scolpite, che poi si abbandonano a tratti in risvolti morbidi e di abbandono. Apprezzata moltissimo.

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  9. Il nostro primo Altro è una madre e penso che il suo volto, la vita che il suo volto ci comunica, ci segni profondamente.
    Desiderio di essere amati e alienazione in questo volto, calore e costrizione, amore ma anche odio. Quanta ambiguità, che rapporto difficile. Ecco, un rapporto difficile!

    Complimenti Sonia, ogni verso è denso e si tocca quasi con mano. Potentissima!

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  10. oh, certo che arrivare dopo un commento critico di Antonella è un autogol con la palla di un cannone medievale.
    Io mi rispecchio in te
    Io mi rifletto in te
    Io mi riposo in te
    La transizione è un punto di dolore su cui viene trasmesso il lavoro sul verso e sul testo. Che risulta capace di generare un’intera vita di emozioni, tra la razio della costruzione del ritmo e il pathos dell’essere nel mare delle emozioni vitali di un bene assoluto. E alla fine, la poesia ci confessa, rivolta alla figura universale incarnata nella propria madre, quanta sia impossibile non usare per lei lo svuotato termine amore, in un’altissima espressione poetica al di là di qualsiasi immagine stereotipata.
    Chi di madre, chi di padre, chi di figlio. Siamo nell’alta lettura delle forze vitali. Che hanno (forse) potere espressivo assoluto. Come ben spiegato da Antonella, laddove ” La vera poesia può comunicare anche prima di essere capita”.

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  11. Mi dispiace ma questo è un modo per allontanare la poesia da chiunque volesse abituarcisi! Non dico che la pargoletta mano sia L’ESEMPIO ma non perdete d’occhio laggente!

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  12. Abituarsi alla poesia come fosse un difetto nel paesaggio? Un antennone? Una pala eolica nel tavolato pugliese? Interessante. A parte questo pero’, per dirla alla bersani, la strada qui è molto stretta. Senzatitolo avremmo dovuto discutere dell’iperuranio dei fiumi eraclitei. Non so se mi spiego. Bisogna leggere altri testi per avere un’idea piu’ chiara della poesia cui stiamo assistendo, concordo.

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  13. Senza titolo avremmo potuto discutere a fiumi pure su “M’illumino d’immenso”, invece, toh! Era un “Mattino”. Eppure a quel distico ci siamo ben abituati, eh: sta in tutte le antologie.
    E dunque, se la poesia è un “mistero di cui bisogna cercare la chiave”, diceva Mallarmè, quale è il problema? Lo sforzo necessario all’interpretazione dei simbolismi sparsi all’interno di una poesia filosofica? A certuni fa fatica?
    Non è una poesia per tutti? Ci si cimenti chi può.

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    1. È strano. Non mi viene di andare oltre nella critica di questo brano. Questa poesia ha un destinatario, e il destinatario non è il lettore. Questo potrebbe davvero trasformare i punti di caduta in punti di forza. Ma per dirlo c’è bisogno di leggere altro. Ha ragione natalia. L’ Ungaretti citato quando scrive il verso ‘nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto’ spogliando la parola di ogni assolutismo, di ogni artificio, intende anche caricare di una valenza universale il dolore privato, personale. Qui l’impressione è quella opposta. Il dolore è privato, il dialogo è a due e non cerca sbocchi, appoggi, condizionamenti. Il testo però rimane per un buon tratto illeggibile.

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  14. molto brava Sonia ad affrontare un tema così scabroso,e misterioso, mistico e materiale: come tu lo fai: è esatto nella tua dizione. IO l’ho capita subito, e al galoppo…strana la vita: ci si lamenta che il mondo sia complesso, e anche le relazioni di verità, una delle quali è lo specchi o fissato sul petto dalle madri, l’altro è questo. QUI ed ORA della Poesia!

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