Gli anni meravigliosi – 9 – Maxie Wander

Guten_morgen

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La nona tappa è dedicata a un libro di Maxie Wander, della quale ieri, 3 gennaio 2013, ricorreva l’80° anniversario della nascita.

Guten Morgen, du Schöne: con questo titolo, che è il titolo di una “Canzone degli zingari”, apparvero, pochi mesi dopo la sua morte, le 19 storie, quasi un romanzo, raccolte da Maxie Wander. Il libro è frutto di un lavoro ampio e approfondito e riporta la trascrizione di diciannove interviste ad altrettante donne della Germania orientale.
Maxie Wander nacque il 3 gennaio 1933 a Vienna da una famiglia operaia e crebbe nel quartiere di Hemals, dove era nata, un quartiere dalle radici fieramente popolari. “I suoi genitori e altri membri della famiglia lavoravano illegalmente per il partito comunista austriaco, e tutto il suo pensiero e il suo comportamento furono fortemente contrassegnati dallo spirito di solidarietà che animava gli abitanti del quartiere sotto il terrore nazista”, si legge nella quarta di copertina di Ciao bella. Nel 1958 si trasferì con il marito, lo scrittore Fred Wander, nella DDR, nella Repubblica democratica tedesca, precisamente a Kleinmachnow, località poco distante da Berlino, dove visse fino alla sua morte, nel 1977.
Nella prefazione all’edizione italiana del libro (che riprende il testo apparso nel 1978 nella DDR, per i tipi della casa editrice Der Morgen; la prefazione all’edizione pubblicata nella Germania federale fu scritta invece da Christa Wolf), Renate Siebert-Zahar scrive:
“Il libro di Maxie Wander è straordinario, e per molti aspetti particolare. Non è un romanzo, ma neppure una semplice raccolta di interviste; è un libro sulle donne, ma non è un libro femminista; fa capire molte cose sulla Repubblica democratica tedesca, ma non è un saggio sulla DDR. L’autrice, una giovane donna, moglie-madre-scrittrice, viennese d’origine, viveva per sua scelta da molti anni nella Germania socialista. È morta di cancro a 44 anni, pressappoco al momento in cui questo testo è stato pubblicato, nel 1977.”
Thomas Brasch, che i lettori di questo blog hanno avuto modo di conoscere, scrive nell’articolo Die Wiese hinter der Mauer (Il prato dietro il muro), apparso su “Der Spiegel” il 31 luglio 1978:
“Da leggere in questo libro c’è qualcosa di più dell’eterno lamento delle donne sul quotidiano e delle loro difficoltà – è l’espressione viva e immediata della rassegnazione di persone creative di fronte alla storia, il loro permanere nel ‘privato trasparente’… il fenomeno sociale del cittadino ovattato, protetto si avvicina molto a quello del cittadino perplesso, senza sbocchi.”
Sul diario, apparso nella DDR nel 1979 e nella Germania federale nel 1980 con il titolo Leben wär’ eine prima Alternative (Vivere sarebbe un’alternativa meravigliosa), Maxie Wander annota nel 1972:
«La mia situazione. Trentanovenne viennese (lo sono davvero ancora, non sono già diventata una tedesca?), che ha trovato il suo grande amore e lo ha sposato. Ha partorito due figli, non ha mai imparato una professione, ma ne ha esercitate alcune, ha adottato un bambino, ha lasciato il suo paese e soltanto dopo, molto più tardi, lo ha sentito suo. Ha sperimentato la parola nostalgia che prima negava – ha tentato più volte, senza esito, di partorire un altro bambino quasi a far rinascere la vita perduta. Ha capito di colpo d’invecchiare, cosa che gli altri forse vivono come un processo che non ha niente di spaventoso, ha dovuto capire quanto poco era in grado di prepararsi, fidando solo nel suo corpo bello e tuttora giovane. E adesso?»
Propongo questo passaggio dalla premessa di Maxie Wander al suo libro Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo:

«L’insoddisfazione di alcune donne per ciò che è stato raggiunto è secondo me una forma di ottimismo. Se in certi casi ciò che viene messo in evidenza è l’elemento oppressivo, forse il motivo è che della felicità non si ha bisogno di parlare. La felicità si vive; ciò che pesa, invece, chiede la parola: per poterlo comprendere, per liberarsene. “Chi è giustamente adoprato” – scrive Heinrich Mann – “non ha bisogno di riflettere su se stesso. Il mondo, che per lui non è motivo di sofferenza, non lo spinge a reagire. Parole e frasi sono, tra l’altro, anche questa reazione. Un’epoca assolutamente felice non avrebbe letteratura.”Non sono andata in cerca di personaggi drammatici o di temi che suscitassero la mia personale adesione. Considero qualsiasi vita abbastanza interessante per essere oggetto di comunicazione. Né ho mirato al panorama rappresentativo. L’elemento decisivo è stato piuttosto la voglia – o il coraggio – che questa o quella donna aveva di raccontarsi. Mi interessa come le donne vivono la loro storia, come se la rappresentano. Si impara allora ad apprezzare l’unicità e irreperibilità di ogni vita umana e ad istituire un rapporto tra le proprie crisi e quelle degli altri. A prestare più ascolto alle persone e a dar meno credito a pregiudizi e stereotipi. Forse questo libro è stato è nato unicamente perché io avevo voglia di ascoltare.»

(Maxie Wander. Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo. Prefazione di Renate Siebert-Zahar. Traduzione dal tedesco di Elena Franchetti, Feltrinelli, Milano 1980, 15-16)

Ci sono libri che, anche soltanto con la loro presenza fisica, rappresentano un tratto di strada compiuto insieme a un’altra persona. Questo libro mi è stato donato da Judith Wilsky e, ogni volta che ne sfoglio le pagine, ripercorro le lunghe, pacate conversazioni con lei, insieme ai nostri scambi di idee, rapidi, talvolta ruvidi, smozzicati e sincopati, interrotti da altri, da noi stesse, dal tempo.

© Anna Maria Curci

6 comments

  1. Gentilissima Signora Anna Maria Curci, grazie! Mille volte grazie per l’ottimo suggerimento di lettura. Non so ancora se questo CIAO BELLA è in circolazione o meno, ma lo cercherò, se non altro, come lei giustamente afferma, perché ci sono dei libri, che al di là del contenuto, rappresentano uno sguardo sulla realtà in via di estinzione, deriso e ucciso dalla fretta e dalla superficialità del nostro quotidiano “vedere” (e leggere e scrivere) distrattamente. Spero di trovare il libro e di conservarlo, dopo averlo letto, insieme agli altri “compagni di strada” che dai nostri impolverati scaffali ci indicano percorsi intellettuali, sociali e storici con molta, con troppa disinvoltura dimenticati persino da noi stessi. Davvero grazie per la sua sensibilità e raffinatezza divulgatrice. Un cordiale saluto. Renato Bruno (www.matitarossa.com)

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  2. I vostri commenti, per i quali vi sono molto riconoscente, sono stati per me un invito a riprendere la lettura delle pagine del diario di Maxie Wander. Mi sono soffermata su un passaggio, che riporto qui come forma ulteriore di ringraziamento:
    26.4.1966
    Di notte, alle due e mezzo
    “Questa storia dell’io e del suo giocare a fare effetto – perché non è cresciuto! Questa brama cieca di fare colpo sempre e dappertutto, di pretendere lodi e di parlare sempre degli stessi successi. Solo se ci confrontiamo quotidianamente con le contraddizioni della vita le nostre forze possono crescere, la società può rimanere viva. Ed ecco qui la frase che ho trovato in Rosa Luxemburg, che porto con me e che mando a tutti i nostri amici: «Solo una vita non repressa e spumeggiante perviene a mille forme nuove, a improvvisazioni, ottiene forza creatrice, corregge da sola tutti i propri sbagli. Per questo la vita pubblica degli stati a libertà limitata è così misera, così disagiata, così schematica, così arida, perché escludendo la democrazia si preclude le fonti viventi di ogni ricchezza, di ogni progresso spirituale!»”
    (da: Maxie Wander, Ein Leben ist nicht genug. Tagebuchaufzeichnungen und Briefe – Una vita non è abbastanza. Diari e lettere), a cura e con una premessa di Fred Wander, Frankfurt 1990; la traduzione del brano è di Anna Maria Curci)

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  3. Gino, ti ringrazio. L’attenzione, mi ripeto volentieri, è un invito a proseguire nella ricerca e, per quello che è possibile, nel tentativo di avvicinare più lettori, anche per il tramite della traduzione, a testi che sarebbero altrimenti dimenticati.

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