Roberta Borsani, La danza della vita

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Come ben mette in evidenza Nadia Agustoni nell’intervista all’autrice pubblicata su Quilibri, Roberta Borsani, saggista, scrittrice, insegnante, affida al suo ultimo  libro La danza della vita un duplice compito: comprendere il femminile attraverso le fiabe e spiegare le fiabe in rapporto al femminile. Un compito complesso e affascinante, simile a quello che Ruth Klüger ha svolto – nelle sue lezioni universitarie e in testi purtroppo non tradotti in lingua italiana – per la letteratura di lingua tedesca, affrontato qui con esiti molto convincenti.

Ecco un estratto particolarmente significativo, insieme a una densa nota di lettura di Nadia Agustoni.

La piccola fata

(rielaborazione di una antica fiaba balcanica)

C’era una volta un re che aveva un unico figlio. Lo amava profondamente e sperava di trasmettergli un giorno il trono e il regno. Quando il principe raggiunse la maggiore età, lui e la moglie decisero di dedicargli una festa meravigliosa. Invitarono perciò a palazzo la gente più nobile, le damigelle più in vista e gli ospiti più garbati. Vennero servite rare pietanze e bevande squisite, mentre esperti musici deliziavano i presenti e li invitavano alla danza. Le damigelle ballarono tutte in onore del principe, gettandogli occhiate languide nella speranza di ricevere un’attenzione particolare che, chissà, avrebbe potuto sfociare in una proposta di fidanzamento e, col tempo, di matrimonio.
La festa durò fino a poco dopo la mezzanotte, quando tutti gli invitati, stanchi del molto conversare o delle danze, lasciarono il palazzo.
Il principe salì nella sua stanza e si mise a letto, ma non riuscì a prendere sonno. Perciò scelse di andare a fare una passeggiata nel bosco quietamente illuminato dalla luna. Il dolce canto di un usignolo insieme all’aroma intenso dei tigli, simile a incenso, ammaliava l’aria. Il principe però camminava pensieroso, quasi senza notare la bellezza incantata del luogo.
Ecco un giovane fortunato. Figlio di re e destinato al trono da un padre che non dubita delle sue capacità e non invidia la sua giovinezza. Peccato che, pur essendo capace di sentimenti tanto nobili, il re sia al contempo così schiavo delle apparenze da organizzare per il figlio una festa sontuosa che lui non desidera e non gradisce. Le graziose fanciulle convocate per il suo piacere lo lasciano, infatti, del tutto indifferente.
La sua sensibilità, è evidente, lo conduce lontano dalle cerimonie fastose e dalle sale sfavillanti: com’è che il re non se ne accorge? Amare il proprio figlio non significa caricarlo di ambizioni e i segni dell’amore hanno ben poco a che fare con i segni del potere e del comando. Forse il giovane sarebbe più felice se il re e la regina gli regalassero un po’ di intimità, scambiando con lui gesti, parole e pensieri semplici e teneri.
Il principe non riesce a dormire. L’insonnia che lo spinge ramingo oltre il bel giardino esprime il vigile tormento di un’anima non appagata dal destino che gli stanno preparando a palazzo e che s’interroga sulla sua vocazione.
Uno spirito insonne è uno spirito vigile e pronto a ricevere la rivelazione che potrebbe introdurlo a esperienze profonde, di carattere iniziatico. Nel gergo massonico, ad esempio, «andare in sonno» significa ritirarsi temporaneamente dall’ordine e sospendere il cammino intrapreso all’interno dell’ordine. Certamente esse avranno a che fare con il femminile che abita in lui: il giardino è un’immagine della vita in perenne rifioritura e del materno che il principe, come disgustato dalla festa a palazzo, cerca spontaneamente. La notte, altro simbolo femminile, è il tempo e il luogo ideale in cui ricevere una rivelazione segreta.
Il giovane sceglie di appartarsi nella quieta magia di un bosco illuminato dalla luce argentata della luna. Risuona la melodia di un usignolo. Una melodia più tenue, più vera di quella dei musici che hanno appena cessato di rallegrare la festa.
Qui regna la bellezza del selvatico, una bellezza riservata a pochi. E non stiamo parlando di un’oligarchia benestante, ben introdotta, laureata. Ma dei pochi iniziati di un mistero notturno, lunare, arboreo. Quello del Nemeton, il bosco iniziatico dove non è raro incontrare creature dell’altro mondo. L’odore dei tigli, «simile a incenso», ne è testimone.
Una sola perplessità: il principe che ha scelto di camminare nel bosco fatica a notare la meraviglia da cui è circondato, perché è troppo preso dai suoi pensieri. Se l’istinto lo porta a cercare questo luogo di pace, il pensiero lo tiene lontano. Questa insonnia non è, perciò, di facile interpretazione. Può esprimere la sete dell’anima che anela al mistero cui solo il silenzio notturno si addice. Ma anche il tormento di chi è assalito da scrupoli e dubbi. E – riflette Shakespeare per bocca del suo Cesare poco prima della congiura – gli uomini che non dormono di notte e pensano troppo «sono pericolosi… non han riposo finché un altro maggiore sta a essi dinanzi».
D’un tratto il principe si fermò pieno di stupore, scorgendo in una radura illuminata dalla luna una minuscola creatura, con addosso un abito ricamato d’oro. Una coroncina cosparsa di gemme le brillava sulla testa bionda, circondandola di un’aura perlacea.
Fu lei a rivolgere la parola al principe, e lo fece con una voce sottile e gaia in cui echeggiava il suono di mille campanelle: «Mio caro principe, per me non è stato possibile partecipare alla vostra festa. Vedete anche voi che sono troppo piccola per danzare con le altre fanciulle. Quindi, vi ho aspettato tutta la notte nel bosco sperando di potervi augurare molti giorni di felicità, come faccio ora, porgendovi i miei omaggi in questa bella notte di luna».
Il principe comprese subito di trovarsi di fronte a una graziosissima fata – la più piccola delle fate. Le si avvicinò baldanzoso e le afferrò con forza la manina, talmente eccitato da non riuscire a parlare. La fatina, però, non sembrò affatto gradire: fece un balzo indietro, poi voltò le spalle e si diede alla fuga, lasciando tra le dita del principe un minuscolo guanto deliziosamente ricamato. Il principe s’accorse presto di non poterlo calzare, tanto era piccolo, se non sul mignolo. D’istinto lo poggiò sul cuore e ritornò sconvolto a palazzo.

(…)

Il giorno successivo parve al principe non finire mai. Aspettava la notte con la speranza che insieme alla notte sarebbe giunta anche la piccola fata.
Quando la luna brillò pallida e strana sul bosco dei tigli, il principe lasciò il palazzo e corse a cercare la straordinaria creatura nella stessa radura in cui era avvenuto il primo incontro.
La fatina, però, non c’era e il principe si stava già abbandonando alla disperazione quando si ricordò del guanto: lo tolse di tasca e lo baciò. Immediatamente le comparve davanti la minuscola fata. Il principe le domandò subito di passeggiare insieme e lei acconsentì.
Camminavano e discorrevano come se si conoscessero da sempre, e piano piano la piccola fata aumentava di statura. Al momento di lasciarsi era alta il doppio di quando si erano incontrati.
Il principe volle restituirle il guanto, ma la fatina non riuscì a calzarlo: era troppo piccolo ora.
«Tenetelo, così vi ricorderete di me» disse, svanendo nel buio.
«Lo terrò sempre sul cuore» promise il principe.

Adesso il principe non è più solo. Il suo arido cuore consumato da un desiderio senza oggetto ha incontrato i battiti dell’amore.
Il giovane è stato dapprima sorpreso dall’apparizione magica della piccola fata, così insolita e lontana dalla sua esperienza di uomo di palazzo. Poi la sorpresa si è fatta desiderio, attesa e speranza. La noia di prima è stata cancellata.
Il guanto agisce come una formula magica, pronunciata nel silenzio del rito. Fa uscire fuori la piccola fata, evocandola come uno spirito: strappata all’invisibile, la fata va verso la sua manifestazione. Nessuno stupore, questo è proprio ciò che lei vuole: uscire dalle foschie del bosco e della notte e farsi visibile, per incontrare il principe. È significativo che essa non compaia in risposta ai suoi pensieri, ma ai baci impressi sul guanto. A un gesto, cioè, molto intimo e tenero, perfino insolito per un personaggio di alto rango – uno di quei gesti, insomma, che non si fanno in pubblico e che rivelano un semplice bisogno di affetto.
Stando vicino a lui, la piccola fata cresce, cresce, cresce. L’atteggiamento di stupefatta ammirazione del principe le trasmette, infatti, il senso del suo valore. La fa sentire bella, importante, necessaria.
Ahimè, c’è qualcosa di inquietante in tutto questo. Qualcosa che rende più fragile la piccola fata nel momento in cui sta per raggiungere dimensioni socialmente accettabili. La sua nuova statura, infatti, sembra dipendere dalla considerazione che le accorda il principe. Se quest’ultimo mutasse propositi e interessi, cosa ne sarebbe della fatina? Tornerebbe a raccorciarsi fino a confondersi come una lucciola nel mistero del bosco?
Il principe però ha il guanto. Il cui compito è, appunto, ricordargli la piccola fata: testimoniare che non si tratta soltanto di un sogno. E ricordare si fa col cuore, più esattamente nel cuore. Il guanto veglia sulla fata come veglia sul cuore (il nuovo cuore di carne) del principe.

1 Il testo qui commentato riprende, rielaborandola, una fiaba serba, tratta da: Nada Curcija-Prodanovic (a cura di), Iugoslavia, Racconti popolari, Janus, Bergamo 1971.

Roberta Borsani

La piccola fata e noi

Vivere nell’ombra: il mito della viola nascosta

Come il sole e la luna: lei aumenta o rimpicciolisce a seconda della luce che lui, l’astro maggiore, vi riflette. Il principe e la piccola fata, protagonisti della fiaba, somigliano fin troppo al modello di coppia nuziale che ci viene tramandata e che trova la sua espressione emblematica nel più noto fra i drammi di Henrik Ibsen, Casa di bambola.

(…)

Se invece si vogliono cercare i caratteri archetipali della donna negletta, la violetta nascosta, la sposa che siede in cucina, è nel mondo della fiaba e del mito che occorre indagare.
Per prima ci viene in mente Cenerentola, la cui umiliazione e il cui oscuramento (sotto la coltre di cenere) non possono non ricordare per analogia il moto dei corpi celesti, tra esilio, caduta, esaltazione e opposizione. In particolare quello della Luna (nuova, crescente, piena e calante), corpo celeste destinato a brillare di luce riflessa e per questo, secondo alcuni, passibile di risentimento e di invidia verso il Sole.
La donna invidiosa del maschio, così strettamente connesso alla manifestazione della forza vitale e generativa: quante volte ce ne hanno parlato, appellandosi magari al mondo degli animali, dove sono i maschi a esibire i colori più variopinti, le corna, la cresta e maggiori dimensioni…

Assecondando la stessa prospettiva, di invidia dell’uomo avrebbe sofferto la biblica Lilith – demone femminile della mitologia semitica – la quale non essendosi rassegnata al ruolo di sorella minore di Adamo lo abbandonò, venendo poi rimpiazzata dalla più docile Eva. Ma spinte dall’invidia del maschio sarebbero state secondo i greci anche le Amazzoni, tutte punite nelle leggende elleniche per la loro ribellione all’ordine «naturale» delle cose e costrette a subire la sconfitta da parte del «sesso forte». Da un secolo, nel linguaggio spoetizzato delle scienze umane, l’invidia di Lilith, che aveva almeno una sua nobiltà, si è ridotta all’«invidia del pene»: invidia del potere fallico maschile. Che tristezza.
Nella fiaba di Cenerentola a esprimere il risentimento femminile per lo splendore negato non può essere ovviamente la protagonista, che deve rappresentare solo la positività dell’archetipo lunare: l’argentata Selene. Sono le sorellastre pertanto a farsene carico, perfide e livorose come la dea lunare Ecate, signora delle lande sotterranee sulle quali proietta la sua squallida luce.
La scarpetta smarrita a mezzanotte non è senza significato da questo punto di vista. Collegata al complesso simbolismo del piede, ne riprende per un verso i significati sinistri (nelle fiabe il ciabattino non è mai una brava persona) collegati a sessualità e potere (prendere piede vuol dire affermarsi) e svela lo stretto legame tra le sorellastre e Cenerentola. Per un altro verso sancisce la loro irriducibile diversità: la scarpetta può essere calzata da Cenerentola e da nessun’altra.
Vincendo l’opposizione delle sorelle, Cenerentola supera e sconfigge il suo lato oscuro: l’invidia che lei stessa cova inconsciamente. In questo modo trova dentro di sé le risorse per brillare nel cielo, più bella del sole. La luce del sole, infatti, non può essere oggetto di ammirazione diretta quando è nel pieno delle sue forze: pertanto non può propriamente essere definita bella e nemmeno può da sola esprimere la bellezza e la meraviglia della creazione. Il sole è fatto per brillare sul mondo e il suo splendore può essere riconosciuto e ammirato solo nel chiarore delle forme che fa uscire dall’ombra. Il sole è un principio di luce che la creazione, attraverso la mediazione di pianeti, satelliti e atmosfera, rivela e modula come «godibile» e accessibile al senso. Fonte di beata contemplazione, meraviglia e piacere.
Chi non ha consapevolezza dei miti e dei simboli spesso tende a identificare l’uomo in carne e ossa nel maschile, la donna nel femminile. Grave errore. Il sole e la luna, la stella e l’astro riflettente, l’oro e l’argento, sono presenti in ciascuno di noi. Questa ignoranza spiega perché le donne siano state spesso confinate nello spazio bigio del gineceo, lontano dalla sala del trono e dei banchetti. Il disprezzo o il mancato riconoscimento delle loro virtù costella tutta quanta la storia. Troppi nomi di uomini, pochissimi nomi di donna. Penelope, che pure tiene testa ai Proci e manda avanti la reggia trascinando fior di guerrieri nell’inganno della tela, non viene adeguatamente celebrata. L’Odissea è storia di Penelope tanto quanto lo è di Odisseo, perché nessuno l’ha mai detto con chiarezza?
E perché, allo stesso modo, nessuno ha mai detto che dietro la sete di gloria e di visibilità dell’uomo si potrebbe facilmente indovinare un’invidia anche maschile? Quella per il ventre colmo, ad esempio, e per un’esperienza di pienezza che all’individuo di sesso maschile è negata. Insomma, perché nessuno ha parlato, e scritto, dell’«invidia del grembo»?
La donna sa benissimo che Cenerentola è destinata, presto o tardi, a rifulgere al centro della creazione. Questa certezza può renderle perfino tollerabile di restare per un po’ confinata nella penombra, di cui conosce la natura illusoria. Rinunciare all’esibizione della propria forza si può. A patto però che quella forza non venga disconosciuta o negata. Che resti oggetto di silenziosa venerazione. Se quest’ultima viene meno, sostituita da un atteggiamento di commiserazione o di squalifica, il femminile si rivolta, percorrendo se necessario le vie dell’autodistruzione, lasciando l’universo in balia del caos e della morte. Pensiamo a Demetra, che «si ritrae» e priva la terra del suo slancio generativo per protesta contro Ade che le ha rapito la figlia Persefone, fiore del suo grembo, e l’ha rinchiusa nello spazio tenebroso degli Inferi (oscurandola, gettandola come una Cenerentola tra la cenere). Persefone e Demetra sono la stessa persona, la prima vista nella fase più giovanile della fioritura, epifania cosmica dal cui riconoscimento dipende il moltiplicarsi del frutto.
Il femminile vuole essere amato e onorato e non smetterà mai di lottare contro il maschile che pretende di eclissarlo. Può restare in parte indifferente ai segni esteriori della gloria di cui il maschile ha tanto bisogno per sentirsi confermato, perché a differenza del maschile ha troppo chiari i segni della sua regalità, scritti uno per uno nel suo corpo.
La Nora di Ibsen, ad esempio, accetta di vivere la propria spirituale superiorità fra le pareti di casa e all’insaputa del marito, il quale neppure si accorge di che nobile tempra sia fatta. Questo finché non avverte su di sé lo sguardo mortificante di Torvald. Finché si rende conto di non essere mai stata capita e amata. Allora la sua reazione è terribile e si rivela capace di una freddezza sconcertante, che la induce a ritirare ogni investimento affettivo, rinnegando gli stessi suoi figli.
A differenza di Torvald, il principe della fiaba di Cenerentola sa riconoscere e amare il fuoco segreto che cova sotto la cenere. Perciò va a cercare la sua sposa fin dentro la casa, nel luogo riposto del gineceo, reggendo una scarpetta di vetro che ben rappresenta l’oscurità degli impulsi bassi, distruttivi (il risentimento, la rabbia generata dall’esclusione) sublimati attraverso la fiamma dello spirito. È evidente che il principe non rappresenta il maschio come individuo, ma l’attività dello spirito che, amando l’intimità segreta ed esclusiva del femminile, la riscatta e la illumina donandola al visibile. Umiltà e segretezza, virtù di chi custodisce la sfera invisibile del mondo interiore, sono infatti altra cosa da irrilevanza e oscurità.

Nadia Agustoni

La regalità

Nota a La piccola fata

L’età adulta non ha il fascino terribile dell’adolescenza, non ha l’innocenza (del resto parziale) dell’infanzia, ma ne ha la crudeltà, nell’affermazione di sé e nel rifiuto dell’altro/a, se ci intralcia. L’individuo adulto di oggi ci appare spesso spaesato, mentre in passato assumeva le sembianze del despota ed era l’erede di saperi e doveri che doveva addossarsi, lo volesse o meno. Il conflitto interiore si manifestava, allora come adesso, nel modo più evidente e più facile, come lotta tra maschile e femminile. Lui e lei non crescono insieme, lui potrebbe non tollerarlo, anzi si prende le sue libertà e a lei non resta che diminuire, sparire. Ombra e luce, divisi apparentemente, o potere e tenerezza non capita. La tenerezza è facile da straziare, il potere nella sua ombra è triste, ma non si ferma. Tutt’al più sospira. E’ come il famoso coccodrillo, può piangere solo dopo. Lei però non combatte; si offende, si sottrae; sceglie l’altra parte dell’ombra: la delusione. Nessuno dei due sceglie la luce; o la regalità. La regalità è dell’età adulta, ha per contrassegno l’attenzione agli altri o per dirla con una parola che fu cara a Luigi Pintor è servabo, non solo servire, ma tenere fede, avere cura. Le fiabe dicono molto, le leggiamo di nuovo e di nuovo ci portano significati. Un tempo erano oralità, raccontare, trama e tessitura di parole, frasi, complessità. Roberta Borsani ce lo ricorda:

L’Odissea è storia di Penelope tanto quanto lo è di Odisseo, perché nessuno l’ha mai detto con chiarezza?

Forse perché non lo sanno e nella dura lotta quotidiana solo ciò che appare di più conta, ma conta solo in termini di “avere” e sappiamo che tutto l’avere può esserci tolto, a parte la nostra intima verità.
Non a caso è la perdita che ci rivela a noi. La perdita non è un pieno, ma un vuoto; lì dove c’è lo spazio, e quindi spavento e incertezza, veniamo rivelati a noi stessi, che è tutto quello che abbiamo, se abbiamo fortuna.

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Roberta Borsani, La danza della vita, Lindau edizioni, 2012

4 comments

  1. I miei ringraziamenti a Poetarum Silva per l’ospitalità, a Nadia per la nota bella e intensa, ad Anna Maria per l’entusiasmo e la generosità con cui ha letto il mio libro.

    Colgo l’occasione per augurare a lettrici e lettori del blog un sereno anno nuovo.

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