Gli anni meravigliosi – 5 – Volker Braun

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La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La quinta tappa è rappresentata da un componimento poetico di un autore sul quale ci siamo già soffermati, nella rubrica Tra le righe: Volker Braun. In entrambi i casi si tratta di un confronto serrato con la storia, lì, in Das Eigentum (La proprietà) con equilibri e mutamenti successivi alla caduta del muro di Berlino, qui, nella poesia Kontinuität (Continuità), pubblicata in volume esattamente quaranta anni fa, con considerazioni su ideali e reali cambiamenti a qualche anno di distanza dal 1968, che per molti scrittori della DDR aveva significato anche − se non addirittura principalmente − la primavera di Praga e la drammaticità degli eventi ad essa legati. Anche a Volker Braun, come a Reiner Kunze, il regime della SED presentò un conto salato per la critica presa di distanza  all’indomani dei fatti di Praga.

*

Continuità

Mentre quasi con destrezza
Svoltiamo all’angolo, dichiariamo tranquillamente
Di mantenere ferma la direzione.

Nonostante tutti i bei passi in avanti
Asseriamo tetragoni la nostra posizione.

Senza battere ciglio
Senza neanche strizzare l’occhio
Scambiamo le cose
E restiamo ancorati ai nostri concetti.

Da questo impariamo
Quello che abbiamo sempre saputo.

La linea, certo, è una retta:
il nesso più breve tra due epoche.

Quando cambiamo dunque in modo percettibile
Nessuno deve notarlo, però.

Così mutiamo profondamente, dicendolo immutato,
Il mondo, che ne ha bisogno.

E non cambierà nulla in questo
Finché un bel secolo
Non chiedetemi come
È scoppiato il comunismo.

Volker Braun
(traduzione di Anna Maria Curci)

*

Kontinuität

Während wir beinahe gekonnt
Um die Ecke biegen, erklären wir ruhig
Daß wir die Richtung beibehalten.

Bei all den schönen Schritten nach vorn
Behaupten wir standhaft unsre Position.

Ohne mit der Wimper zu zucken
Nicht mal augenzwinkernd

Wechseln wir die Sachen
Und bleiben bei unsern Begriffen.

Wir lernen dazu
Was wir immer gewußt haben.

Die Linie, sicherlich, ist eine Gerade:
die kürzeste Verbindung zwischen zwei Epochen.

Wenn wir also merklich ändern
Soll es doch niemand merken.

So verändern wir, vorgeblich unverändert
Die Welt, die es braucht.

Und es wird sich daran nichts ändern
Bis eines schönen Jahrhunderts
Fragt mich nicht wie
Der Kommunismus ausgebrochen ist.

(da: Volker Braun, Gedichte, Suhrkamp 1972; il testo originale della poesia è stato riportato dal volume a cura di Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Deutsche Literatur der 70er Jahre, Wagenbach 1984, p. 46)

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Volker Braun è nato a Dresda nel 1939. Dopo aver conseguito la maturità e dopo lavorato come operaio specializzato in una stamperia e come tubista, ha studiato filosofia a Lipsia. Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti ha affrontato le contraddizioni e le speranze nella Repubblica Democratica Tedesca; pur essendosi iscritto alla SED nel 1960, ha subito spesso la censura a causa del suo atteggiamento critico. Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi. Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR. Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende, Braun è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum, del 1990, ne è espressione e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848,  Il messaggero dell’Assia. Dopo il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992), Tumulus (1999), Auf die schönen Possen (2005). La prima antologia di Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore),  è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.

3 comments

  1. Uno sguardo camaleontico in attesa della scintilla che confermi il giusto già avvertito dai sensi. A volte è davvero difficile spiegare la gabbia.
    Grazie, Anna Maria.
    c.

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  2. Hai colto, Clelia, una caratteristica della scrittura di Volker Braun che attraversa tutta la sua produzione, vale a dire la capacità di leggere la storia contemporanea da diverse – e opposte – angolature, con un costante rovesciamento di consuetudini percettive e il richiamo a ‘precedenti’ letterari e filosofici, richiamo, insieme dotto e dissacrante, mai scontato, ma inatteso nel suo manifestarsi all’interno dei versi. Ti sono molto grata per la tua lettura.

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