Il peso del ciao – 2012 – Ed. L’arcolaio (post di Natàlia Castaldi)

[…] in questi anni si sono stratificate molte esperienze, esistenziali e liriche, e alla fine
ne è venuto fuori un voyage en forme de prose (e poesie) […]
Francesco Forlani

Il peso del ciao - di Francesco Forlani

Il peso del ciao – di Francesco Forlani

(a breve ordinabile da QUI)

dalla sezione Canti da Ring

La redazione di Canti da Ring risale ai primi anni del duemila in pieno poetico esilio parigino durante un incontro di pugilato con la realtà.
F.F.

Perché il giornalista chiede se i poeti scrivono solo quando sono tristi

L’avevamo appreso nei manuali o forse solo
Sentito dire
Che i poeti le parole e il canto
Come un atto di dolore – immagino –
Soffrendo s’aprono un varco
Masticano il cuore della musa

L’avevamo capito così e così era allora
Il dolore del piccolo Giacomo
Appoggiato a visione rupestre
Di una piccola città di provincia
Che se non vi fosse nato il poeta
ai più resterebbe sconosciuta

O l’impazienza di Catullo i fuochi dentro
– era al suo fianco al punto di redigere? –
e voglio dire la cera e quanto altro
a portata di mano con la pena
o già le braccia al collo di Lesbia
teneva?

L’avevamo immaginato che la sparizione
Del gigante poco dopo il discorso
– di Lenin –
e prima dell’orazione funebre il rimpianto
– ma io conto i giorni di rosso autorizzato –
ed era d’amore la polvere da sparo
nell’impetuoso gesto Majakovski.

Non so se la mia tristezza sia solo un capriccio
Dell’anima
Turbata da molti e molti bicchieri
Dai pensieri dai conti
Di andare restare rifare di vita un unico sistema
Coerente e mettere i soldi da parte
O farsi parte discreta assente

L’avevamo appreso dai manuali
Che l’amore puro dei poeti solo del corpo
Fa astrazione
Distratta Laura e Beatrice mai esistita
Ma Paolo e Francesca, Iseulte?

L’avevamo ripetuto nei manuali
leggendo a voce alta le braccia conserte-
i poeti non hanno due tempi
uno per vivere e l’altro per incominciare
e la tristezza non ha niente del volo
del tuffo della vertigine ma solo
vuoto

E quel vuoto ti ragiona si assottiglia
E vuole farsi oblio anche quando
La memoria nel dormiveglia mormora
Ricorda tracce dell’esperienza souvenir
i piedi freddi di lei incollati ai polpacci-
raccogli i cocci e quel dolore è tuo

ecco perché sussurrato da un telefonino
uno spirito tutto moderno da poesms
un imbuto
ma è forse il vino la bottiglia felice versata
tra commensali in gara il fondo
che lascia intravedere lo sguardo
dall’inclinazione

Sale il bisbiglio e sa di pane e sassi
E sono le poche note conosciute
Da lungomare da canzone d’amore
Arrugginite dall’aria salmastra
Dalla contingenza di venti anni di sinistra
Senza coraggio senza di te

Avevamo la certezza che i poeti
Alle notti bruciano di cortesia
Compromettono parole cambiando l’ordine
Il sillabario il neologismo e aggiungono
Nuovo al vecchio anche se è antico
Il nuovo ed il dolore la pena
– guai ad ammalarsi per un raffreddore –

Che i poeti sono gelosi e molto
Ma solo degli altri poeti
Come se una parola data non facesse
Testo – e men che meno libri di testo –
E si piange la mancata assegnazione
Del premio letterario di un generoso Nobel
Il posto in prima fila come spettatore
Del sé
e dello stesso –

L’avevamo imparato a memoria
E riaffiora come una preghiera
A metà il poema
in genere la mente non va oltre
la prima quartina –
poi diventa un gemito un rumore di fondo
– in genere la morte non va oltre, la vita –

ma piace pensare alla stazza della nave
il bastimento carico alla fortezza volante
leggera resistere all’aria all’acqua
sfilare via lasciare scia di pochi e preziosi attimi
l’escoriazione sul mento ed al ginocchio –
superficie profonda un arco teso tra la terra e cielo
un punto
di cedimento.

14 comments

  1. fabiuz. Sei scaltrissimo! Sei riuscito ad estrapolare il testo! Complimenti!!!! Ti abbraccio. Pacco in partenza, tuo fritz

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  2. noto adesso che il post e` pubblicato dalla cara natalia. Giro la frase destinata a fabio anche lei. Un abbraccio grande, mia cara amica! Gianfranco

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  3. Un libro che mi procurerò presto, aggiungendo all’ordine per L’Arcolaio che stampa proprio belle cose.

    Francesco t.

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  4. così ci scriviamo delle cose tra i commenti, forse diciamo, ma il più delle volte no, ce ne stiamo muti, perché l’essenziale è detto, quasi sempre, in quelle cose cui , per una volta due, quasi approfittando della sonnolenza del rigore, nell’autogestione della parola, abbiamo dato il nome di poesie. Questa cosa è vero ci sorprende, ogni volta, e allora ogni volta diciamo che sarà l’ultima, come il bicchiere all’uscita del caffé, la sigaretta scroccata a quello più vicino, il bacio che avremmo voluto dare sulla bocca e la bocca scarta di lato su una delle guance. Ecco, questo volevo scrivere a Nat, per ringraziarla delle cose. effeffe

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    1. sorrido, perché con te sorridere è naturale e bello, come leggerti, come è stato conoscerti. Francesco questo libro è bellissimo e tu ci sei dentro completamente, che leggerlo è vederti camminare, parlare, gesticolare, guardare da sopra gli occhiali. Qui sei a casa tua e per me, Gianni, Fabio, Anna Maria, e tutta la redazione ogni cosa che arriva da te è un dono, un piacere da leggere e condividere; in questo caso la felicità di dare notizia del tuo libro, un libro in cui crediamo, non è quantificabile. ti abbraccio forte.

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