JOURNAL PARI-PROUSTIEN – di FABIO LIBASCI

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Paris, 5.10.10-13.12.10

8.10.12

nous sentons eh bien nous sentons des sensations, on aime les sens, nos sens, même le non sens

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ma i sensi ci inducono in errore, falsificano la realtà, l’occhio mi tradisce, l’olfatto pure, il tatto poi non mi lascia sentire le spine

 .

sento, sento che voglio, mi piace, desidero sentire anche questa solitudine che mi fa scrivere e poi smettere. Punto, di colpo sento la fine con un punto………

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11.10.10

– 

St. Michel incanto e perdizione, fontana, quai, libri, polvere e profumi diversi, meravigliosi, plurali si confondono e mi cercano e io cerco loro come una gatta

 .

Kaboom au cinéma, du sexe et des rêves, beau film un peu kaléidoscope, qualche brivido per qualche scena paurosa, voglia di stringere una mano che non c’era

 .

Salma ya salama in un negozio, 45 giri, lei Dalida, divina immensa, musica, vita.

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15.10.10

 …ancora sulle perversioni, quante, sadico, masochista, feticista, io le ho tutte, non me ne manca nessuna, voglia di fare male e goderne, voglia di avere fatto del male e non so se goderne…

Après tout qu’emporte, senza le perversioni saremmo cosi tristi aveva ragione Barthes è per questo che ce le impediscono o per lo meno mettevano il becco dentro la camera da letto

Alle 18,30 Charlotte Rampling legge la Woolf, vado mi addormento nonostante la sua bravura e vado via, sono perverso ma non a tal punto da dormire e scomodo in una poltrona del petit auditorium!

17.10.10

Laveries automatiques, la solitude, leo ferrè,

Boulangerie, must della francia della domenica mattina. È vero domenica, cazzo è proprio domenica lo senti dai rumori dai visi, dalle saracinesche dalla lavanderia dai dolci nelle mani dei passanti che sgridano i bambini felici e festanti

Cazzo è domenica dunque e io aspetto l’asciugatrice, mangio un dolce anch’io. un buon pezzo di flan nature. voglia di casa, di odori, di umori anche cattivi, di chiesa, di messa. entro nella madeleine, senso religioso che non ritrovo ma compro una cartolina, chiesa-monumento cultura passato e io che vado. Evento.

vado nella chiesa laica, l’Olympia; li sì che avverto qualcosa: quella hall dove Dalida passava e con lei i suoi fan: fotografo la hall

Mi accorgo che c’è la foto peraltro non bella del buon bruno coquatrix su sfondo rosso sembra un po’ russa e kitsch ma va bene, je lui pardonne tout

Cerco spettacoli, cantanti poi mi accorgo che non siamo nel ‘74, i cantanti non sono più!

22.10.10

 Ancora omosessualità perversione con più freud la teoria edipica il padre, il terzo incomodo, le feci come godimento, la perversione causata dai genitori

 .

Proust e la madre e albertine swann e odette e charlus, scene di sadomasochismo, la foto del padre la colpa e la profanazione ma per profanare bisogna eleggere prima il santuario

Feticismo , dei polsi del culo, si del culo è la prima cosa che guardo piatto no gonfio quanto riempie un jeans attillato morbido e duro bello nudo glabro freddo come marmo di una statua, pulsa come il cuore il vero cuore è sì è il culo…

Non posso fare a meno di guardare sul metro, mi siedo mi rialzo aspetto che qualcuno entra guardo ha il giubbotto alto, il jeans è scoperto, bello il culo francese

Il migliore il culo sotto il pantalone di vestito di media qualità dei giovani impiegati indistinti, tutti uguali questi vestiti piccolissimi a sigaretta. che importa il viso, quello dopo, dopo il culo

il tuo stile, il tuo stile, il tuo culo (leo ferrè)…

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1.10.10

Qualche minuto dopo mezzanotte eppure già un nuovo giorno o un giorno nuovo qualcuno mi ricorda halloween da internet io all’orangerie a nutrirmi

Boulevard sulle orme della vita di Proust, le case sempre più belle e grandi fino al haussmann terrible tetra scura si staglia differente da haussmann da tutte le altre case i palazzi senza balconi, senza nulla, oggi una banca

Le banche i soldi destinati a esistere là dove esisteva la cultura e i libri. Simbolo no realtà e nera anche.

Finisco di leggere la biografia di tadié, mah solo dati dati su dati e citazioni ma a me non rimane nulla solo altri dati più o meno essenziali che appunto su un quaderno che si riempie di numeri di pagine di nomi di cose da ritenere utili, perché, per chi, per me évidemment…

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10.11.10

 

Oramai la pioggia fa parte di me di queste giornate lente e insopprimibili, che pure mi sfuggono nelle loro ore inesorabili in tutte le cose a cui do un senso

Leggo leggo forsennatamente mi distraggo salto un rigo ma leggo tutto ciò che posso, devo mettere la parola fine. Solo la lettura mi appaga

Provo un leggero godimento un’attrazione per la pagina le sue lettere il suo odore il suo fantasma il suo mondo che dentro di me prende anima, vita…ed è vita!

Hervé toujours hervé c’est toi que j’aime ogni parola mi arriva come un punto. Mi punge mi immerge nel suo sperma nel suo inchiostro nella sua parola nella sua immagine la comunione è totale e perciò impossibile…

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17.11.10

 

 

L’homme blessé, amore e morte eros e thanatos piacere e dolore, in fondo la vie est cela, pas bien melée…

Non mi diverte la violenza non mi eccita non sono sadico, basta così poco a rassicurarsi, cosa significa essere sadico. Una parola cazzo una parola decide una vita un gesto un momento un modo di essere di amare di vivere e morire

Ossessionato dalle parole, dal loro investimento, non smetto di pensare alla parola analisi, ano, stadio genitale abietto perversione parole, si è vero non sono altro che parole, nico ’67.

Onanismo, tutti gli –ismi mi attirano, sarà questa ancora una perversione,

fissa ossessione per xavier dolan, fantasma di questi giorni parigini, il suo sorriso il suo modo di parlare francese che timido come un idiota con le tizie ancora più idiote della bnf che sembrano sempre stupite delle cose che chiedo e ripetono homosexualité, sodomasochisme, onanisme, avec quelque peu de honte ou je fais semblant je baisse la tete…je souris même…

fissato per dieci minuti da un tipo strachecca della bnf nella sala fotocopie imbarazzato vedo che è li per me mi osserva si aspetta di essere ricambiato io lo so e non mi giro ma mi imbarazzo penso a qualcosa da fare mi dà fastidio eppure voglio che sia là, bisogno di essere visto di essere osservato, di esistere? Di essere desiderato?

Alla fine mi sposto ritorno ma è andato via, ansia e domande, perché non mi fissa un ragazzo?

Solo quarantenni cinquantenni ma io non ho bisogno di padri!

 .

22.11.10

 

Soirèe open cafè, 17 rue des archives, marais, paris…

Poca gente in un lunedi sera che richiama più il foyer che il bar. Pochissima fuori dove di solito una folla pagana si ferma e si sfiora grossolanamente sotto i funghi caloriferi pochi, tra la voglia, tanta, e l’indifferenza

Mi siedo piccola sedia in piccolo tavolo chiedo una coppa di champagne per soli 5,90…

Pubblico misto, trenta quaranta anni un po’ dismessi e sciatti così come i camerieri poco attraenti, buona musica, la mia la disco anni ’70, you sexy thing, in the navy, ring my bell, funky town…

Sotterraneo i bagni affollato sguardi silenziosi occhi che parlano bocche che guardano di voglia fremono

Un signore distinto non bello di almeno 1 metro e novanta pantaloni pelle lucida succinto legato al culo passa in rassegna davanti al bancone poi con la sua birra e le luci il neon rosso che lo colora che disegna il pantalone le ginocchia le pieghe che armoniose si formano e dipartono

Ora accanto a me due ragazzi, uno carino di fronte a me freddoloso con una coca fredda tra le mani, pochi sguardi lanciati…

Poi al suo amico, serait-il un peu effeminé, non un peu, comme moi alors, ses mains ou la façon de le bouger. Sì credo ha detto così ma a bassa voce con sospetto e il sorriso. Poi nulla discorsi sugli omosessuali sulla settorialità, pigalle il 7, il lunedi, les filles vraiment filles etc.

Tutto finisce come il mio champagne fatto improvvisamente caldo e liscio, tutto finisce come questo lunedi desiderante e fantasmatico dentro una pagina bianca di un diario che tenta di contenermi…

11 commenti su “JOURNAL PARI-PROUSTIEN – di FABIO LIBASCI

  1. ri-leggersi è un pò come ri-vedersi, è un movimento che inaugura la differenza e la ripetizione. ripeto ciò che scritto una volta ma mi accorgo di non essere più, piccole differenze da allora; poi di colpo basta una parola per ri-trovarmi e ri-flettermi nell’immensa flessione che le parole portano nella mia vita

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  2. DIETRO LE QUINTE DELLA
    RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

    Una rivisitazione dell’opera di Marcel Proust attraverso gli arredi della casa di Illiers-Combray.

    Le case vivono e muoiono, come esseri umani. Non riesco, infatti, a separare questi muri, queste tegole, queste inferriate in ferro battuto dal personaggio illustre che ha abitato la casa di Illiers-Combray, nell’Ile de France, a pochi chilometri da Chartres.
    Presso le edizioni Christian Pirot, diversi anni or sono, è uscito in Francia un album illustrato sulla casa di campagna di Marcel Proust a Illiers.
    Il titolo è Marcel Proust; la collana, Case di scrittori; l’autrice dei testi, Diane de Margerie. La collana ha già pubblicato lavori sulle case di Alain-Fournier, di Balzac a Passy, di George Sand, di Rabelais.
    Si può ricostruire, attraverso le foto, quello che Proust vedeva da adolescente: il giardino coi viali, la terrazza, il belvedere, l’orizzonte piatto privo di colline, le strade addormentate sulle quali, durante le sere, ha vegliato la luna. Proust ha amato la natura fino all’allucinazione, fino a farne la “rivale di Dio”. Le ortensie, sulla gradinata esterna, ci sono ancora e così la vecchia vite, nel giardino interno della casa.
    I nuovi proprietari hanno trasformato casa Proust in un museo, aperto ai visitatori e Illiers è diventata Illiers-Combray, in omaggio all’opera di Proust. Questa casa, questo vecchio cortile, questo vialetto di carpini vanno visti quali sono oggi. Bisogna separarli da quello scenario da commedia, attraverso cui Marcel Proust li aveva visti nella sua Recherche. Gli occhi del romanziere, chiuso per interi giorni nella casa di Parigi, cercavano nella memoria, al di là delle quinte di palcoscenico costruite per il romanzo, gli odori forti e penetranti dei fiori in disfacimento durante l’estate e ricostruivano, attraverso la luce delle lampade a gas, i visi truccati delle donne che frequentavano la casa di Illiers. Esaminando ora le foto pubblicate nel volume della de Margerie, viene alla mente un passaggio dello stesso Proust sulla fotografia, da A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs: “Accade dei piaceri come delle fotografie: quello che si prova vicino all’essere amato non è che una lastra negativa, che si sviluppa più tardi, ritornati a casa, quando si è ritrovata a propria disposizione quella camera oscura interiore il cui ingresso è vietato finché c’è gente”.
    La casa di Illiers-Combray apparteneva ad Elisabeth Amiot, sorella del padre di Marcel e moglie di Jules Amiot, che per molti anni era vissuto in Algeria e che possedeva un negozio ad Illiers. La zia Elisabeth, nell’opera di Proust, diviene “tante” Léonie. La donna morì quando Marcel aveva quattordici anni.
    Attorno a Proust, questo mondo familiare si perpetuava attraverso le immagini di coloro che, nelle pagine del romanzo, continuavano a vivere. Della zia Léonie, Proust ricorderà sempre i gesti, le parole, il viso tenero o triste. Il grande romanziere degli anni successivi aveva lasciato nella casa della zia Léonie il suo cuore, le passioni, la sofferenza e i sogni della sua giovinezza. In una di queste stanze, al piano superiore dell’edificio, Marcel bambino attendeva il bacio della madre, prima di prendere sonno. In questi ambienti, in questo giardino, nascevano i primi litigi e le prime gelosie nei confronti del fratello minore Robert.
    Dov’è il giardino di Swann? Nel corso della sua ovattata adolescenza, Marcel avrà pure udito qui la voce un po’ bassa di una fanciulla rivolgergli parole quasi di tenerezza. Quante volte il romanziere dovrà camminare a tentoni nelle tenebre della sua infanzia per evocare “le fanciulle in fiore”. Tutto è ancora vivo, presente, a Combray; alberi confusi sullo sfondo del cielo, case illuminate da una sola lampada che, per lo spazio d’un secondo, rivela ai viandanti la loro vita nascosta. Il rumore delle automobili ha sostituito il rotolio dei carri e, ancora, latrati, colpi di martello sull’incudine, gli stridori della segheria, alcune persiane sbattono, odore di erba bagnata o tagliata di fresco nei giardini privati. Tutto ciò che Marcel aveva udito tutti i giorni, nella sua vita di adolescente.
    Dono del romanziere non era, forse, questo amore, questo disperato rievocare il barlume di sole che, nel tempo dell’infanzia, balenava sul pavimento della sua camera? La luce particolare di ogni stanza, nella casa di Combray, alla tal ora del giorno o di una stagione. E su questi giochi di luce, che diventavano una folla di ricordi nella memoria di Marcel, insiste Diane de Margerie, nella sua descrizione di casa Proust a Illiers-Combray. “Casa misteriosa d’Illiers”, scrive l’autrice, “quella delle veglie, delle prime empietà, delle lacrime voluttuose, dell’infanzia prigioniera… Casa trasformata in crogiolo della creazione, attraverso la legge della perdita – casa di Léonie divenuta per sempre dominio di Marcel”.
    Nel soggiorno, si conserva ancora la poltrona della zia Elisabeth-Léonie: nel punto in cui la donna appoggiava i gomiti, la stoffa è rimasta lisa. C’è ancora, appeso alla parete, verso la finestra, lo specchio tondo con la cornice di noce attraverso cui la zia osservava, non vista, i passanti nella strada. Il fascino della casa-museo è dovuto anche al sapore, spesso aneddotico, di certi documenti che gli conferiscono la caratteristica di “cabinet d’amateur”. Al piano terreno, i soggiorni e lo studio del signor Amiot sono ricoperti da un vecchio parquet a listoni di legno scricchiolante. Una scalinata di marmo si apre nel vestibolo: le ringhiere e il corrimano sono in ferro battuto ‘800. Al piano superiore, nella camera da letto che doveva essere di Marcel, un braccio di legno regge un tendaggio di calicot bianco, che scende ad avvolgere il letto di mogano metà ‘800: le lenzuola sono di lino merlettato ai bordi. Un comodino circolare col ripiano di marmo bianco è sistemato accanto al letto: sopra, un lume da notte di porcellana bianca filettato d’oro.
    Nella camera da letto della zia Léonie, la lampada sullo scrittoio illumina un libro di conti aperto, una vaschetta portapenne d’argento, un pezzetto di ceralacca annerita, un fermacarte d’argento con le iniziali. Quasi tutte le camere sono provviste di caminetti con la cornice di marmo e il parafuoco, per proteggersi dai rigori dei lunghi inverni.
    Al piano terreno, accanto alla cucina, la vetrata della veranda offusca l’azzurro del cielo; s’intravvede la ghiaia e il verde del giardino.
    A Parigi, negli ultimi anni, Marcel Proust aveva abitato nell’appartamento di rue Hamelin, dove era morto il 16 novembre 1922. I mobili erano stati lasciati in eredità dallo scrittore alla governante Céleste Albaret, la cui figlia li ha poi ceduti al Museo della Storia di Parigi, le cui collezioni e reperti sono sistemati nell’Hotel Carnavalet, che è unito, mediante un edificio meno importante, all’Hotel Le Peletier, nel quartiere del Marais.
    La camera di Marcel Proust, ricostruita fedelmente nel museo, è foderata di sughero alle pareti e ricoperta da uno spesso parquet, su cui sono stesi diversi tappeti. Le finestre hanno una protezione doppia, in vetro e legno. Troneggia il grande letto con la testata di ottone, su cui Marcel, sostenuto dai molti cuscini, scriveva le pagine de A’ la recherche, nelle ore notturne. Accanto al letto, un comodino di mogano scuro a cassettini, su cui lo scrittore poggiava i fogli manoscritti durante la stesura e, un po’ in ombra, un tavolino con tutti gli apparecchi per le inalazioni, per le ricorrenti crisi d’asma (beccucci di vetro, ampolle, fiale, tubicini vari, mascherina etc.).
    La camera originaria di Proust doveva essere molto vasta (40 metri quadri circa), poiché nello stesso ambiente hanno trovato posto tutti gli arredi originari della stanza da letto di Proust, ossia due grandi poltrone gemelle, un lungo divano Récamier, uno scrittoio in mogano di metà ‘800, una libreria bassa di mogano con le tendine di seta applicate agli sportelli, un paravento cinese che originariamente doveva nascondere il settore guardaroba. In questo cosmo alquanto ristretto, Proust si era chiuso volontariamente per vivere e scrivere negli ultimi anni. Nel destino dello scrittore giocava, infine, questa legge del silenzio. Del resto, l’analisi interna della sua opera ci rivela angoscia, qualche volta disperazione.
    Egli, malato inguaribile, non avrebbe più sopportato di vivere, se avesse dovuto rinunciare a ritrovare il Tempo perduto. Proust ha scritto di suo pugno la parola “fine”, nell’ultima pagina del Temps retrouvé e poi è morto. Annotava François Mauriac, nelle sue Mémoires intérieurs che, se il creatore ha nel suo spirito – come Proust l’aveva – un monumento letterario completo, per quanto vasto sia, con le sue proporzioni, il suo equilibrio, la sua armonia, finita l’opera, non gli resta altro che tacere per sempre. Molte le opere di Marcel Proust, e su Proust, pubblicate negli anni passati dall’editoria francese ed italiana. Di Proust – se ben ricordo – uscì la Correspondance avec Daniel Halévy (éd. de Fallois, a cura di Anne Borrel e di Jean-Pierre Halévy) ed un volume della Correspondance (éd. Plon, a cura di Philip Kolb, lettere del 1921). Georges Painter ha pubblicato un’edizione riveduta e accresciuta della vita di Proust (Mercure de France). Mentre, nell’editoria italiana, sono usciti, sempre di Proust, gli Scritti giovanili (Mondadori, a cura del francesista Alberto Beretta Anguissola) e di Antoine Compagnon, Proust tra due secoli. Miti e cliché del decadentismo della Recherche (Einaudi, trad. di Francesca Malvani). Infine, nei Meridiani di Mondadori erano in preparazione due tomi della Corrispondenza di Marcel Proust, a cura dello stesso Kolb, curatore dei volumi di lettere nell’edizione francese.
    Da una lettera di Marcel Proust a Daniel Halévy, datata autunno 1888: “Trovo che l’impudicizia è una cosa orribile. Mi sembra perfino peggiore della dissolutezza. Le mie opinioni morali mi consentono di credere che i piaceri dei sensi sono un’ottima cosa. Esse mi raccomandano anche di rispettare certi sentimenti, certe delicatezze dell’amicizia, e in particolare la lingua francese, signora amabile ed infinitamente graziosa, la tristezza e la voluttà della quale sono egualmente squisite, ma a cui non bisogna mai imporre delle pose indecenti. Sarebbe disonorare la sua bellezza. (…) Non trattarmi da pederasta, mi fa dispiacere. Io cerco di restare puro moralmente, anche solo per eleganza. Puoi chiedere al signor Straus quale influenza io abbia avuto su Jacques. E la moralità di una persona la si deduce dalla sua influenza sul suo prossimo. Io… ti abbraccio, se mi consenti questa casta dichiarazione. Marcel”.

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  3. La “ricerca” di Visconti. Intervista con Suso Cecchi D’amico |

    A’ la recherche du temps perdu è il testo inedito di Luchino Visconti per un film su Marcel Proust che non vedremo mai. I cerchi della Ricerca di Visconti roteano secondo linee di tempo: tempo perduto, cioè, passaggio del tempo, annientarsi di ciò che fu, alterarsi di ogni essere. Il testo scritto da Luchino Visconti e da Suso Cecchi D’Amico nel 1970, accompagnato da 400 tra fotografie, appunti e schizzi dello stesso regista e dello scenografo Mario Garbuglia sui luoghi proustiani scelti per il film era divenuto un volume, in Francia e in Spagna (nell’originale francese).

    Marcel Proust e Luchino Visconti: due artisti simili, per i quali l’opera si risolve in atto della seconda memoria, memoria involontaria, memoria affettiva. Somiglianze di carattere, analogie di destino, identiche debolezze, eguale gusto per le arti.

    Chiediamo dell’inedito di Visconti a Suso Cecchi D’Amico, figlia di Emilio Cecchi, anni d’impegno in teatro e nel cinema, preferita da Luchino come sceneggiatrice dei suoi films: Bellissima (1951), Senso (1963), Rocco e i suoi fratelli (1960), Il Gattopardo (1963), Vaghe stelle dell’Orsa (1965), Lo straniero (1967), Ludwig (1972), per citarne alcuni.

    “Proust era un tema costante nella vita di Luchino” – dice – “e il progetto di un film sulla Recherche, per lui, una tentazione ricorrente. Il testo segue la continuità del percorso della Recherche. L’arrivo di Marcel a Balbec, les ‘jeunes filles en fleur’, quindi Parigi, la guerra, la decadenza del superbo Charlus, le feste dei Guermantes e ancora storie ad incastro nella vicenda centrale”.

    Come in Proust, la Ricerca di Visconti è sovrapposizione di sensazioni passate e presenti, pathos su fugacità e cancellazione, memorie su scene, ritratti, strane somiglianze di situazioni e personaggi. E, ancora, caleidoscopio sociale, mondanità, humour.

    L’esplorazione di Proust è dettata da memoria allucinata? Visconti si compiaceva di descrivere solo dei miraggi o riflessi?
    “Niente di tutto questo”, risponde Suso. “I personaggi del Proust di Visconti non sono il risultato di una proiezione allucinatoria, ma sempre di un incontro. Luchino rispetta la continuità della storia proustiana nella sua totalità. L’azione è affidata al linguaggio dei personaggi. I dialoghi, per quanto possibile, sono quelli originari. E anche i luoghi che hanno ispirato il romanzo, Combray, la costa francese, Cabourg, Parigi, Venezia, interni di palazzi signorili, come in Proust”.

    La Ricerca, quindi, è fedele all’originale?
    “Luchino era un ‘metteur en scène’ di origine teatrale, pertanto, rispettoso del testo”, spiega Suso. “Inseriva, però, nell’opera cinematografica la propria interpretazione e cultura, un metodo personale di racconto”.

    Non si capisce perché Visconti elimina dal testo il ballo finale dei Guermantes; nel romanzo, una sorta di riunione generale degli “azionisti” della società “Recherche du temps perdu”; casualità e coincidenza che fa incontrare proprio tutti: Charlus, Swann, Morel, Marcel, Saint-Loup. Questa società appare deludente e crudele e, perfino, stupida. Visconti ha eliminato la festa nel timore di insistere su vacui segni mondani; sazio, forse, della mondanità nel clan Verdurin.

    “Luchino aveva scelto anche gli interpreti della Recherche”, dice Suso Cecchi. “Alain Delon avrebbe dovuto essere Marcel; Laurence Olivier o Marlon Brando, Charlus; Helmut Berger, Morel; Silvana Mangano, la Guermantes. Incertezza, invece, sulla interprete cui affidare il personaggio di Albertine” (ma, forse, Charlotte Rampling).

    Studioso di particolari, Luchino Visconti aveva rivisitato Proust, un tipico autore di formazione impressionistica (sfumature, apparizioni, riflessi). Nella Recherche avrebbe incluso immagini in altre immagini, moltiplicando l’oggetto come in una serie di specchi. Ritratti-bozza e idee-quadro: la silhouette bianca di Swann che appare nel viale delle Acacie, oppure il gruppo indistinto delle fanciulle a Balbec-spiaggia. Le figure umane si frantumano “come sotto il rallentatore del cinematografo”, annotava Proust e qui rivive lo stesso Narratore. Negli Studi di lillà, Proust accenna al gioco delle dissolvenze che trasformano i lillà in sostanza liquida e il suono della musica in massa d’acqua, Le 400 foto e i bozzetti di Luchino Visconti e Mario Garbuglia, a commento della Ricerca, sono repertorio prezioso su “cose viste”, un “collage” figurato sul percorso del tempo. Scorci e paesaggi color brumoso, oro, grigio, écru… dorato solare di Balbec, grigio roccioso di Combray, diffusione di aerea nebbia a Doncières, ciottoli nel castello dei Guermantes, già visti a San Marco, matinée da M.me Villeparisis, moltiplicazione floreale e vegetale, apertura di fiori e biancospino divenuto nube di api.

    “Una sceneggiatura di 363 pagine per oltre tre ore di proiezione”, dice Suso. “Luchino aveva lavorato otto mesi ai sopralluoghi. Mentre si andava avanti, le situazioni emergevano le une dalle altre,… la Ricerca brulicava di nuove scene, di sequenze brevi e autosufficienti,… una istantanea acquistava, nel disegno di Luchino, la vivacità dello scorcio… Luchino mi diceva che un film d’insieme sarebbe stato il suo regalo e riconoscimento a Proust, per l’unità del Tempo perduto, la cui frammentazione era un cruccio per lo stesso Narratore”.

    Suso Cecchi mi fa la cronistoria della Ricerca. L’istruzione in casa Visconti era in francese; il padre, proustiano fanatico, aveva iniziato i figli allo studio della letteratura; nel ’30, Luchino conseguiva il baccalaureato; frequenti i soggiorni a Parigi, anche dopo l’età scolare. Molti anni dopo, Luchino voleva realizzare in cinema Un amore di Swann ma aveva, poi, rinunciato al progetto.

    Nel 1968, Nicole Stephane, che deteneva i diritti per un film su Proust, gli propose una riduzione della Recherche. Visconti aveva accettato con entusiasmo, prima rivedendo un progetto precedente di Flaiano per René Clément, poi iniziando la sceneggiatura della sua Ricerca.

    Dice Suso Cecchi: “Dopo Morte a Venezia, nel ’71, esaminai con Visconti il testo completo della Ricerca. C’era stata una rottura tra Visconti e il produttore. Fallito il tentativo di trovare finanziamenti per la Recherche, Luchino portò avanti Ludwig (1972). Poi venne la malattia e si sa della ostinazione con cui Visconti continuava a lavorare anche nella immobilità. Avrebbe voluto realizzare la Ricerca dopo Gruppo di famiglia (1974). Ma il film su Proust evocava luoghi, paesaggi, ambienti, mutamenti di stagioni,… una successione di spostamenti rapidi che accompagnavano la continuità del tempo proustiano. Un progetto impossibile da realizzare. Luchino poteva lavorare solo in interni e a temperatura costante. E, poi, i costi di lavoro erano divenuti astronomici. Girammo L’innocente (1975) che, infatti, lo impegnò molto meno”.

    Fallito il progetto di Visconti, Nicole Stephane interpellava Joseph Losey (Il servo, Messaggero d’amore), il quale incaricava Harold Pinter della sceneggiatura. Ma, ancora una volta, mancavano i capitali per il fondato sospetto dei produttori sulla rozzezza e sulla incapacità del pubblico americano a seguire un tema troppo europeo come la Recherche. Resta la sceneggiatura letteraria di Pinter (The Proust Screenplay, Grove Press, New York 1977). Dice Suso Cecchi: “Pinter è geniale. Il suo è un testo d’autore. Ma è curioso come la sceneggiatura di Visconti e quella di Pinter si chiudano con la frase ‘je m’endors’, pronunciata dal Narratore. Ricordo l’amarezza di Luchino, quando fu incaricato Losey della riduzione di Proust”.

    Nell’immobilità del male, Visconti ricomponeva nella memoria i frammenti e il movimento della Ricerca. La materia stessa del racconto. Diceva che sarebbe stato il suo ultimo film. Intanto, nella sua stessa persona, nell’atmosfera che aleggiava attorno a lui, si materializzava quell’oscuro nemico di cui parla Baudelaire, cioè, quel tempo inclemente che “mangia la vita”.

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  4. quasi un omicidio… ma per fortuna Accardo scavalca pure le carcasse

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  5. appunto.

    mi piace questo ‘diario’. Grazie Andrea per averlo postato e grazie all’autore per il suo contributo. Condivido ciò che scrivi sul fatto che rileggersi è rispecchiarsi, riscoprirsi e prendere le distanze da sé.

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  6. Grazie Alessandra, e mi associo. Trovo interessante questo esperimento di scrittura, un diario con presupposti culturali profondi (apprezzo soprattutto un certo linguaggio lacaniano, come il riferimento al desiderio fantasmatico su cui si chiude il post).

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  7. vi ringrazio di avermi ritenuto degno di attenzione e di commento . non ho capito, chissà, l’esplosione di scrittura sulla Recherche, sarebbe bastato qualche frammento il resto si legge bene in Tadié, Painter, Macchia e in Lavagetto
    spero a presto

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