otto suffragi del bianco – inediti – Enrico De Lea (post di Natàlia Castaldi)

Enrico De Lea

Enrico De Lea

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sembra che a notte appaiano colori
incogniti dal bianco dei lenzuoli,
dalle camicie dei padri appese all’aria,
con mollettoni ai dolori quotidiani,
lavate con la cenere e la sabbia,
sbiancate col limone dopo allappi
alle bocche delle insalate forti
del bianco callo in aceto e pepe rosso…

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c’è costanza negli esseri del mondo:
in questo mondo il lino alla fontana
merita polso forte nel pestarlo,
qui, sotto i gelsi neri e il rossomora,
ci siamo chiesti dell’origine dell’acqua –
forse tutto il paese una sorgente,
come certezza del grigio,
nascituro acciottolato…

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all’apparenza, quella della morte
detta in vacanza, si sventolano dai fili
lunghi cotoni, partecipi dell’incarnato
che vuole cipria e lavanda, e vuole il vino,
ma quello buono, che fa sangue…
e poi diviene il bianco nascosto
di piante varie della macchia, un altro
verde apparire, e cieco al cielo dell’alba
incolore e tutta da colmare dei nostri riaccesi
segni, sensi, precipitosi indizi di vita…

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nel rossore dell’alba discreta
e poi potente, il bianco di padri e madri,
le bianche vesti, la camicia delle anime
sorprese, mutagnolo sentore di nuove voci,
ci sono croci argentate da intravedere –
ci sono serri da attraversare rossi
in volto, cantilenando mali e buone erbe,
da un vento tutto dalle case, augurali…

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prego, non ci si parli della bianca
carta-campagna e della nera semenza,
nera traccia spermatica di notte,
forse notte di storia, sicuramente non luce
avanzante, ma che è vera tutta, nell’orto
della zia, vicino, e nel primissimo iota rosso
dell’alba fissata – l’oro dello squarcio marino
a quell’ora al comando dell’occhio,
luminescente dosso del primo mattino

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sono reali gli esseri assopiti
in penniche profonde come grigi
mausolei di roccia calcarea,
pronta a disfarsi in bianco
latte-calce per case avìte –
e ci sono rossori elementari
avanti agli esseri, di carne,
e di verde vincente sul sereno,
e con segni indelebili, cicatrici
delle more e dell’uva sulle braccia,
a regolare l’incedere notturno

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un inchiostro non nostro, ma di sangue
atavico, a fugare oppure vincere
il grappolo di nulla-notte-buio
che la zia centenaria temeva, bramando
sempre quel – di prima luce – sì, quel primo chiarore
ancora bianco bianco, e rosso appena poi, e giallo oro
come una lampa d’olio ai morti-dèi delle famiglie
nelle case in penombra perlustrate

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o come si affacci il viola di un sudario
a statue, e si rinvenga luce a poco a poco
ai sottopassi, gallerie per acque conosciute,
da cavi interni per le forme di capra,
dal sale che è vittoria vitale e salva il mare
nemico e lontano, notissimo allo sguardo
ed alla mano intenta, di vedetta, dall’alto,
il bianco estivo che s’arrotola oltre i polsi

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Enrico De Lea (1958), vive a Legnano, originario del messinese.
Ha pubblicato “Pause” (VE, 1992), “Ruderi del Tauro” (L’Arcolaio, 2009, finalista Premio Montano 2010), “Dall’intramata tessitura” (Smasher ed., 2011) e “Da un’urgenza della terra-luce” (ass.La Luna, 2011).
Sue poesie sono apparse sulle riviste Specchio, Tuttolibri, Atelier, Sud e su vari siti internet.
Premio Poesia di Strada 2010 (Comune di Macerata – Festival Licenze Poetiche) con tre testi inediti.
Con la silloge “Dall’intramata tessitura”, Premio Ulteriora Mirari 2011-Smasher ed.
Il suo blog “da presso e nei dintorni” (http://delea.wordpress.com) raccoglie parte dei suoi testi.

11 comments

  1. Sono bellissime, è vero, come è vero che c’è equilibrio e profondità; una voce alta, il cui equilibrio rispecchia l’uomo che la pronuncia.
    Uno dei post di cui sono più soddisfatta; ringrazio Enrico per averci regalato questa prima parte di inediti che – da quanto so – prenderanno presto una doppia veste e una doppia forma.
    un caro saluto a tutti, grazie.
    nc

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  2. ciao, grazie – a tutti ed a Natàlia in primis.

    questi “suffragi” sono quasi exvoto alle persone che ci hanno preceduto dentro un paesaggio e nella storia, uomini e donne dalle bianche camicie, vesti, placente fortificanti

    ciao, a presto, spero, per un “discorso”-canto più ampio, più esteso-intenso…

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  3. la scrittura “al nero” va incontro al “suo” bianco, non abbacinandosi per evitare di vedere oltre e declinare l’astrazione dell’ineluttabile, ma rendendosi -in un certo senso- pulita, scandagliando il “dentro”, quasi l’anatomia delle tracce e dei segni che persistono resistendo all’incedere del tempo o meglio: alla memoria che sarebbe destinata ad affievolirsi e che invece rinviene in una potenza espressiva che in De Lea è sempre più presente ed essente.
    ottima prova.

    saluti a tutti

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