Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

Paul Celan

Sprich auch du

Sprich auch du,
sprich als letzter,
sag deinen Spruch.

Sprich —
Doch scheide das Nein nicht vom Ja.
Gib deinem Spruch auch den Sinn:
gib ihm den Schatten.

Gib ihm Schatten genug,
gib ihm so viel,
als du um dich verteilt weißt zwischen
Mittnacht und Mittag und Mittnacht.

Blicke umher:
sieh, wie’s lebendig wird rings —
Beim Tode! Lebendig!
Wahr spricht, wer Schatten spricht.

Nun aber schrumpft der Ort, wo du stehst:
Wohin jetzt, Schattenentblößter, wohin?
Steige. Taste empor.
Dünner wirst du, unkenntlicher, feiner!
Feiner: ein Faden,
an dem er herabwill, der Stern:
um unten zu schwimmen, unten,
wo er sich schimmern sieht: in der Dünung
wandernder Worte.

Paul Celan, dalla raccolta Von Schwelle zu Schwelle, 1955

Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dai voce alla tua parola.

Parla –
ma non separare il No dal Sì.
Dai alla tua parola anche il senso:
dalle l’ombra.

Dalle ombra a sufficienza,
dagliene tanta,
fino a saperla attorno a te divisa
tra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come ovunque tutto è vivo –
Vicino alla morte, eppure vivo!
Dice la verità, chi dice ombra.

Ma ora si restringe il luogo dove stai:
in quale posto andrai, spogliato delle ombre, dove?
Sali. Tenditi verso l’alto come puoi.
Più esile diventerai, irriconoscibile, più sottile!
Più sottile: un filamento,
lungo il quale cerca di calarsi nell’abisso, la stella:
per nuotare laggiù, proprio laggiù,
dove si guarda splendere: nella risacca
di parole erranti.

(traduzione di Francesco Marotta, 1984, 2012)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ cosa pensi.
Parla —
ma non dividere il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Di soglia in soglia, Einaudi, Torino 1996)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ il tuo pensiero.
Parla — Ma non dividere
il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Poesie. Volume primo, Mondadori, Milano 2012, p. 231)

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*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

 

12 comments

  1. Vi ringrazio, Gino e Umberto, ma spero che questo post non si risolva in una gara: alla resa dei conti, io sono un outsider e, con Bevilacqua, siamo in presenza di “professionisti” del ramo. A Bevilacqua, tra l’altro, siamo debitori dell’unica traduzione esistente dell’intero corpus edito dell’opera celaniana – un lavoro certosino di anni e anni che, come tutte le produzioni umane, si può sempre migliorare. Le mie traduzioni da Celan sono sostanzialmente “en poète”. Ringrazio Anna Maria per averne proposta una.

    fm

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    1. spero anche io che non finisca tutto in una gara, come del resto, sono sicura che non sia la gara l’intenzione del post e della rubrica sulla traduzione poetica, che Anna Maria amorevolmente e con grande professionalità conduce.
      Purtroppo, il tedesco non è mia materia, per cui posso apprezzare solo la resa in italiano e ringraziare Francesco e Anna Maria per questa “restituzione” a chi, come me, diversamente non sarebbe in grado di leggere Celan.
      un abbraccio.
      nc

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  2. In Italia, al contrario di quanto avviene, ad esempio, nel campo della critica letteraria (dove se non siamo alla morte civile vera e propria, lo stato preagonico è comunque più che evidente), possiamo vantare una pressoché ininterrotta fioritura di studi germanistici e una ormai secolare tradizione di grandi traduttori: da Pintor ai giorni nostri l’elenco sarebbe lunghissimo. Su Celan si sono spesi in tantissimi, e con eccellenti risultati: la mia predilezione, anche affettiva, va a Michele Ranchetti, che purtroppo non è più, e a Dario Borso – al quale ultimo, se fossi un editore, affiderei il compito di coordinare e supervisionare un lavoro di ri-traduzione dell’intero corpus celaniano.

    Per quel che mi riguarda, e fermo restando che oggi, nel campo della teorica traduttologica, ben poco si potrebbe aggiungere a quanto gli studi dell’ultimo mezzo secolo hanno splendidamente, e rigorosamente, messo in luce (il Berman che Anna Maria ha posto in epigrafe è uno degli studiosi che più mi hanno influenzato e costretto a riflettere), tengo ben fermi, quando mi accingo a tradurre, un paio di assunti ben precisi: dato per scontato (almeno per me) che una traduzione *perfetta* non esiste e non potrà mai esistere, e che una traduzione *letterale* è sempre poca cosa, a voler essere buoni, quando non si risolve in una vera e propria aberrazione lessicale e sintattica, credo che il rigore filologico e l’interpretazione del testo in questione (operazioni che non possono in alcun modo fare a meno della conoscenza preventiva della poetica dell’autore) siano conditio sine qua di ogni possibile operazione.

    fm

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  3. “Tra le righe” è stata ideata proprio per affiancare, nella cornice di una “etica plurale dell’ascolto” il perenne azzardo della mediazione di un testo poetico da una lingua (e di una cultura, va da sé) all’altra. Azzardo, rischio continuo di deficienze e ridondanze o, come scriveva Cristina Campo “lentissimo precipitare del tradurre”. Oltre questo affiancare, e non mettere in gara, vedo il valore della ricerca incessante, la storia della ricezione di voci poetiche attraverso i loro mediatori, la scoperta, o la riscoperta di originali e traduzioni. Talvolta la scelta di due traduzioni ne lascia da parte altre, non meno rilevanti. Questo è il caso, per esempio, di Hölderlin tradotto da Giorgio Vigolo, musicologo, illustre studioso di G.G. Belli, poeta. Ebbene, questa rubrica ancora non ha dedicato un post alle traduzioni di Vigolo. Questa mia affermazione è un esplicito impegno per il futuro. Torno a Celan, ora, i cui versi vincolano, incatenano addirittura chiunque si confronti con essi a un ritorno sulla resa di ogni singola parola. Poter discutere anche di questo, vale a dire del processo e, sì, anche del rovello della traduzione con chi vi si è cimentato a più riprese, è un dono del quale sono grata a Francesco Marotta. Dice bene Francesco: a Bevilacqua dobbiamo la traduzione dell’intero corpus edito dell’opera di Celan, impresa non di poco conto e straordinaria ricchezza per chi non ha la ventura di conoscere la lingua dell’originale. Tanto più fortunati e riconoscenti dobbiamo considerarci noi lettori. quando di un testo originale abbiamo a disposizione più di una versione in altra lingua, ancor meglio se nella lingua a noi più familiare, che sia l’idioma materno o “del cuore” o “del pane” o del ragionamento. Rinnovo il mio grazie a Francesco per la sua ricerca continua, della quale mette generosamente a parte chi ritiene le poesie, come scriveva Celan in una lettera a Hans Bender (scrittore pregevole e, purtroppo, ignoto al pubblico italiano) “Geschenke an die Aufmerksamen”, doni a coloro che sono attenti. Dunque grazie a tutti coloro che hanno lasciato traccia del loro passaggio, a Gino, Umberto e Natàlia per i loro commenti.

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  4. Aggiungo a quanto sopra: Celan, in particolare, va-tradotto-con-Celan, nel senso che nessun testo può essere estrapolato dal contesto – o dal paratesto – nel quale l’autore “maniacal-mente” lo inserisce.

    Il primo snodo, nel qui di “Sprich auch du”, è subito nella prima strofa, dove quel “sag deinen Spruch” non può essere risolto, in modo semplicistico, come avviene in talune traduzioni, con un “dire cosa si pensa”: il verbo non esprime un “dire” qualsiasi (pensate a quante stratificazioni semantiche richiama il termine italiano “saga”), tanto meno lo “spruch” è un pensiero qualsiasi: siamo in presenza di una “parola-che-dice-il-vero”, cioè del Logos/Verbum (è dando voce al pensiero-parola che il Logos crea il mondo…).

    Mi fermo – per carità di blog e di patria :)

    fm

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  5. In effetti questo verso mi ha suscitato qualche perplessità, Francesco.
    Avevo pensato a qualcosa come: “dì la tua dizione” (in quanto Widerspruch significa proprio contraddizione). Ora riflettendoci si potrebbe anche rendere: “Dì la tua Parola”, o “dì il tuo verbo”, o ancora “dì la tua parola detta”. Forse però “dì la tua parola detta” sarebbe un po’ troppo caricata di una logica poetica per così dire “mesiana”. Comunque ti chiedo, che te ne pare?

    Luciano

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  6. Caro Luciano, quando ho rispolverato la traduzione del 1984, pur senza modificarla sostanzialmente, sono intervenuto in tre punti: nel terzo verso, ad esempio, ho semplicemente tolto la maiuscola a “Parola” (“parola”): prima di pubblicare il post, l’avrò rimessa e ritolta almeno dieci volte :)

    “Dì la tua Parola” mi garba assai…

    “Dare voce a…”, rende di più, al mio sentire, l’apertura a un “racconto-del-mondo” (veritativo) dove gli opposti non coincidono ma sono ricondotti a unità – pur rimanendo, sostanzialmente, nella diffrazione contraddittoria che ne è la ragion d’essere…

    fm

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  7. pure in italiano “dire” può non esprimere un banale “dire”. basta avvicinare Dante e improvvisamente “dire” porta in sé tutta la forza di “poiein”.
    per questo, masticando un po’ il tedesco, trovo “di’ la tua parola” una resa piena, fedele al dettato di Celan e allo stesso tempo capace di rendere in un’altra lingua la stessa forza del tedesco “sag deinen Spruch”; senza dovere, per assurdo, arrivare a forme ridondanti come “di’ perciò la tua parola” (che è un po’ il senso della traduzione di Bevilacqua)

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  8. Paul Celan in Italia 2007-2014. Un percorso tra ricerca, arti e media.
     
    Ricercatori artisti e poeti italiani si incontrano nel giorno della memoria per confrontare i loro percorsi intorno a Paul Celan negli ultimi 7 anni.

     
    Sapienza Università di Roma
    27-28 gennaio 2014 ore 10.00
    Ex vetrerie Sciarra
    Aula G. Levi della Vida – Aula A
     

    http://celan2014.wordpress.com/

    Sul nostro blog trovate il programma e anche un link al vostro blog!

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