Mese: febbraio 2012

Solo 1500 n. 36 – Il thriller di Pupo

Solo 1500 n. 36  – Il thriller di Pupo

Si corrono grossi rischi a girare per le librerie del centro di questi tempi. Sabato scorso, sbirciando qua e là, a caso, mi imbatto in questo libro: La confessione di Enzo Ghinazzi. Ghinazzi? Ma non ci posso credere, è Pupo. Lo conferma la fascetta gialla sulla copertina, a firma di Mogol: “Anche con la penna in mano Pupo resta geniale…” la casa editrice è Rizzoli, tanto per dire. Pare si tratti di un thriller e pare che circolino foto di Pupo in pullover a collo alto scuro e occhiali da intellettuale. Non leggerò il libro, naturalmente. Non è possibile che sia bello, semplicemente. Il dramma comunque non è questo, il dramma è che Rizzoli l’abbia pubblicato solo per il nome, solo perché si pensa che Ghinazzi potrebbe vendere un bel po’ di copie. Gli editori pensano a quanto si potrà vendere, non a quanto valga una storia e meno ancora a come sia scritta, perciò teniamoci Pupo edito da Rizzoli e bene in vista sugli scaffali. L’originalissima trama pare si dipani alla vigilia del festival di Sanremo (ma che strano), uno dei cantanti più famosi viene ucciso misteriosamente (non l’avrei mai detto), ad indagare sarà un commissario un po’ ciccione, sfigato, separato o in crisi con la moglie ecc.. (anche questa non l’avete mai sentita). La domanda è perché? Ma mentre me la faccio cammino dentro la libreria e un paio di scaffali più in là, mi rispondo: esposto c’è il romanzo di Arisa (wow) ed. Mondadori. Parlare di editoria oggi è parlare di nulla, meglio cantare: “su di noi nemmeno una nuvola, su di noi l’amore è una favola”.

Gianni Montieri

Barbara Coacci, poesie inedite

A Ingeborg Bachmann

Cosa posso più dire
adesso che ti ho qui sulle ginocchia
e bevo dalla carta
e mangio. Cosa ancora
dopo aver riconosciuto tutto
nel tuo specchio
tutto incarnato due volte il mondo
tutto già detto. Apparecchio

voglio mettermi comoda
sono un uccello pigro che non lascia il ramo
un neonato impotente alla parola

 

Chiese

Solo un fuoco di scale e marmo
rosa più per luce che per materia
uomini e donne che camminano
entrano in chiesa ma non pregano

non prega nemmeno il prete
lascia sull’altare
una mandria che geme
nella polvere alzata dagli zoccoli
cerca l’uomo del bestiame
delle parole uguali delle
lingue straniere

in casa non c’è più nessuno
nemmeno un comandamento da comandare.
I padroni sono tutti morti
gli occhi aperti
bianchi sotto la cenere
fioriscono come stelle alpine

 

Polvere

la consistenza della polvere
il velluto delle superfici
a buccia di pesca, a veli, a strati
coperti tutti i mobili e ogni forma
squadrata o tonda,
ma più di tutti i gatti
che fa la polvere se la lasci figliare
reclamano carezze e voci umane
buone per la fame

raggiungono leggeri come acrobati
le mensole più lontane i libri
di ogni genere approdati
in lunghi giri sugli scaffali

danno la caccia a un ragno,
in equilibrio magistrale,
su tutto il teatro di Shakespeare

 

Stabat mater

come una figlia nella
decadenza invernale
nel soffio rotondo
del vento che si incanala
lento inseguire
al montare delle colline
di poco più che un’ombra
dentro la chiesa
fino al cristo di scarsa fattura

non era niente non era
credenza o religione
passare la mano sul legno cercare
la scheggia per il palmo

padre nostro
l’unica preghiera che ricordo
l’unico travaglio

 

Countdown

Alla fine è cominciata
a furia di secondi e pioggia
nei cappotti addossati alla ringhiera
le scarpe coi tacchi a mezz’aria
per le labbra più vertiginose
finché la gravità non preme
la terra non chiama all’aderenza

eppure non c’è inizio
per i nostri corpi piccoli
nell’osservanza stretta del rito
davanti alla chiesa sconsacrata
– si narra piuttosto di fantasmi ma
nessuno viene. –

Per vanità o coraggio
sale dai tetti un trionfo dal cuore
una paura
se appena il silenzio ci deruba
e il bacio muta
in un sigillo di puro niente

 

Barbara Coacci nasce ad Ancona nel 1969, dove lavora come psicologa psicoterapeuta. Nel 2009 esce la sua prima raccolta di poesie Nessuna Nuova (Edizioni La camera verde, Roma). Una sua poesia è stata inserita nell’antologia Porta marina. Viaggio a due nell’Italia dei poeti, a cura di M. Gezzi e A. Ruggeri (Edizioni Pequod, 2008). Alcune sue poesie sono state pubblicate nel sito “Absolute poetry” (www.absolutepoetry.org) e nella rivista trimestrale “Nostro lunedì”. Un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Orientarsi con le stelle. Sette racconti d’esordio (Transeuropa edizioni, 2005, a cura di M. Canalini). Altri racconti sono in attesa di pubblicazione.

Alessandra Frison – poesie

*****

.

Lascio da parte i commenti da marciapiede

alle luci stente sbranate di marzo

non spetta giudizio

e una fiera d’anime, il controcanto

del viaggio, mi ingombra l’aria

come singhiozzi di morte alla catena.

Quasi sempre la parte in vista di noi

è un lascito magro alla curva di un bancone,

raccolti su un tavolo, quando i minuti

muti senza sonno sospesi

non si possono dire e puoi passare

la sera a farti notare per quello che porti

o difendere un vizio senza discorsi,

così, non spartire niente di te.

Vedi quanto manca a saperci conclusi.

.

*****

La penombra di una stanza divide

quanto speravi da quanto rimane.

L’indifferenza di queste ore nei richiami della casa

nei fogli di carta lasciati a macerare

in una mancanza d’attenzione

in un’attenzione fuori dal mondo.

.

Ne contavi a milioni di vite, in qualche chiuso progetto

rocce che affondano rocce

affiorano come cadaveri vuoti, poco per volta

sottopelle, sotto gli occhi

in uno sconforto sguaiato.

.

Non avere più corpi, averne centinaia di migliaia

ogni segno che passa sul viso

è un fiore di memoria mai nato.

.

E così alcuni lasceranno cervelli popolati e doni

parlanti ad ogni costo, per quanti ne chiederanno

si apriranno file di pianti e sorrisi.

Guarda invece questi lampi

.

senza sostanza

otre piccole case e grige colonie

di figli. Non ci saranno voci da scrivere,

parola dopo parola come ombre

solo indizi di un passaggio.

*****

Passaggio

Il tempio rimane distrutto. Nell’ora

della dispersione i canali sommessi

descrivono occhi o

traiettorie da muro a muro.

Bianchissimi.

Qualche goccia divisa tra i bicchieri

per farne silenzi.

Abbiamo visto graffi sui denti,

cumuli di mani per fermare mulini,

fino a quando i corvi

calarono dai tetti. A bocca aperta.

:

****

.

C’era qualche fiume da dire

una domenica, i colori della macchia

riparavano gli anni, la paura,

la zitta vita del bronzo

nelle file dei corridoi.

Si portavano fino alla sponda

con i loro cappelli, la meraviglia

nei passi, la gola nell’acqua.

Avevano mandato i cani ad inseguirli

fino alla riva i nomi dei viandanti,

la pioggia li aveva presi nei minuti

dopo la strada, a fine corsa

spugne nel fondo. Ti vedevano a memoria,

fisso, le perle del viso che torcevano gli occhi

come fuori dai muri i chiodi,

c’è così poco da dire.

Fuori questi versi

dovremmo cantare domini di colpe

e fiori da dare, fiori.

Per qualche uomo nella cornice,

per una memoria pagata come specchio da muro

per la pietra dove si crede

non manchi di nulla.

*****

Macerie

 

Eco di te stesso nella casa

hai pensato fossero le stesse rovine

che ti prendevano l’oro dalle mani

qualche fiore dalla bocca e nient’altro.

Tu hai creduto a favole e parole

fino a doverne inventare

soffocate le mascelle in questi muri

dove ti rimani.

Svuotarsi nella polvere nei vuoti d’aria tormenta

un unico colpo alla porta

come ritmo di un canto,

dolcemente.

*****

.

Le cose parleranno per me

nel giorno dell’io senza sostegni

nella solitudine solo ricordata.

Una casa sarà messa da parte, come tante sere

con le ultime ore a venire.

Avere voci da ascoltare, fiori da guardare

fuori da ogni cortile, lascata ogni porta

chiusa la pagina di un dovere.

.

In quanti spazi ci sarà da capire

che l’inganno rivive ogni minuto

di una quiete quasi infinita, di una realtà

da non considerare

le volte che abbiamo costruito, che abbiamo distrutto

che abbiamo spiegato parole.

.

Nella speranza che almeno il tempo cambi

in una neve senza misura

senza riposo da chiedere

come una coperta di nulla.

.

*****

“E’ cominciata la cadenza del soffrire. Ogni sera all’imbrunire, stretta al cuore, fino a notte.”

                                                                                                                                            (C. Pavese)

In questi giorni di quasi inverno

dovresti sapere. L’occhio ci vede sprofondare

come la zampa dell’animale

sotto la neve.

…………………Capiranno in pochi

i più, in disparte, dormono le ore

raccontano miserie poco per volta

i loro morti nelle cornici

le case vuote del mezzogiorno,

ascoltali.

.

Ci saranno discorsi, ancora, silenzi ripetuti

nella sola ostentazione di noi

nel ricordare sensi, vestiti, vocabolari del nulla.

Credi che basti farsi da parte

nessuno a far ricordare

nessuno a custodire

nessuno alla fine del viaggio.

.

Dovresti sapere in questa categoria

dell’invisibile, solo il respiro conta

e quelli che rimangono

come cuori obbligatori, tutto il resto

non sarà mai nostro.

.

****

.

Bio:

Alessandra Frison è nata in provincia di Verona nel 1985 e vive a Milano.

Sue poesie sono comparse nell’Almanacco dello Specchio 2008 (Mondadori) e in alcuni blog e riviste.

Un suo racconto fa parte dell’antologia “Bloggirls, voci femminili dalla rete” (Mondadori 2009)

Fuori di testo (nr. 7)

Le rughe sulla fronte

C’è molto silenzio in giro
ma tu non devi temere
ora diamo la carica
a tutti i grilli.
C’è molto buio in giro
ma tu non devi avere paura
arrivo io aggiusto tutte
le lucciole questa sera
le allineo sull’erba
col cacciavite
le aggiusto ad una ad una.

Se questo poi non dovesse ancora bastare giuro
prendo a fucilate
tutte le zanzare.
Se la luce attorno
non è ancora abbastanza
chiamo un elettricista
a mettere un interruttore nella stanza
lo faccio salire
su in terrazzo
gli faccio accendere
il cielo e le stelle.

Così non ci sarà
più il tempo per dormire
tutto illuminato
gireremo così veloci
da sembrare immobili
come ruote d’automobili.

Ma se poi le tue braccia
mi sembrassero troppo bianche
permettimi di disegnarti
vene azzurre sulle spalle
se ho il viso troppo scaltro
la fronte troppo liscia
vieni tu a disegnarmi
rughe sulle faccia.

Ché le cose perfette
non ci portano fortuna
dobbiamo metterci pazienza
e rovinarle ad una ad una.

Le cose perfette
non ci portano fortuna
dobbiamo metterci d’impegno
e rovinarle ad una ad una.

 

 

Artemoltobuffa
(da “L’aria misteriosa”, 2007)

cinque ottave (post di Natàlia Castaldi)

l’autore delle seguenti opere (disegno e versi) non vuole rendersi noto.

.

cinque ottave

.

1

forse la mano abile è la destra

mano e la mente che parla è maestra

se lavora. non è l’ottimo artista

Roma lucente. chi disseta la voglia

.

non è qui. la parte nuova del cervello

è bella, disegna Arianna astratta, Arianna

è a Nasso, la mente vede e vende il premio, il pane

è certo: salute a noi, e prima si scherzava.

.

2

la pila la testa l’arma dello strumento è alta. così è

la resistenza: è sublime. d’ora in poi non fingerò più

il male. e la destra non sa questi capelli aperti, i lunghi,

sullo schienale, i rossi. non sono più il padrone; ma

.

la salute grida ai parassiti ai treni ai Mani, a me:

non vedevi tu le gazze, a Voghera? non ami tu

l’idea del volo? nessuno sa questi pregi. è solo

tanto bassa l’erba nuda, tanto povero il povero.

.

3

c’è un’uscita di scena, il poco senso

amaro – come «non muoverti oggi»,

quando parla un’amica, a un’amica

più vecchia. Cristina e Maria. non

.

muoverti!: escono tutti i somnia i sogni

di molti, arti fantasma in pieno freddo

del vero novembre, e la paura del buio

nella bambina grande è curata dalla luce.

.

4

ecco le punte di una freccia

arcaica sulla perfezione acefala,

che il nero dipinge – e le figure degli

Angeli nasceranno allo schermo

.

acceso: uno chiama l’altro. a me stesso:

tu devi capire: ci sono diciannove anni tra 54

e 73, dal numero 38 all’altro, che

confonde questa mente, evoca altro.

.

5

l’ansia considera l’altro animale

balena, l’animale che cresce piano

tra gli altri in acqua: e vorresti essere

un santo, il lungo largo forte osso

.

sacro, un estraneo. come stai? e: io vedo

(io so) chi sono i panni, quanti sono

i tempi dove cedo, l’assoluto

cadere di ogni sera, che colpisce.

.

Antonia Pozzi. Appunti per un omaggio, di Matteo M. Vecchio

È cosa nota che l’opera complessiva di Antonia Pozzi sia stata oggetto di manomissioni, a livello sia critico che analitico, a partire soprattutto dagli interventi (tra il moralistico e il censorio) operati dal padre Roberto, che ha pilotato, a tutti gli anni Cinquanta, gran parte delle analisi critiche; così come è noto che non ancora, in parte almeno (se si escludono taluni contributi), è stato praticato un approccio analitico sereno, e non (moralisticamente o scandalisticamente) proiettivo, all’opera e alla personalità della poetessa – al di là, soprattutto, di intenti crocianamente valutativi, il cui obbiettivo è valutare (verbo, in sé, sospetto) se la Pozzi sia o meno una «grande» poetessa, una poetessa «canonica».
La questione delle carte di Emily Dickinson – la cui vicenda è, a livello pubblicitario, a sproposito citata, nonostante vistosissime distanze ideologiche, come legittimante antecedente della tuttavia distante vicenda pozziana –, tuttora divise in due archivi, sembra riflettersi sul destino critico di Antonia, alla luce di recenti polemiche, pur in parte legittime, e tuttavia sottilmente disturbanti, offensive della stessa fisionomia della poetessa. Se l’«io colonnare» e trasgressivamente autosufficiente di Emily Dickinson è distante dall’io pozziano, desideroso di conferme che, pur sotto il velo di una strategia pedagogica apparentemente distruttiva (da parte di Antonio Banfi e di Remo Cantoni soprattutto), gli giunsero, tuttavia l’opera di entrambe non necessita di puntelli, di grucce, di giustificazioni: quasi che, per scrivere bene (in senso valoriale e buonista) della Pozzi, sia doveroso proporne una lettura che esordisca da premesse assolutizzanti (e, dunque, santificanti), tout court, sia la personalità sia l’opera. Soprattutto, tentare di differenziare Antonia Pozzi dal contesto banfiano – celebrandone, di fatto, una presunta eccezionalità non motivata da precisi e autoptici studi analitici –, senza tuttavia, per scrupolo forse moralistico, affrontarne la personalità attraverso una angolatura, metodologicamente coerente, da Gender Studies, risulta, a lungo andare, incongruo, grottesco, protezionistico. Allo stesso modo, celebrare risulta, a livello analitico, più semplice, e più pubblicitario, rispetto a vagliare, ad analizzare autopticamente – ad avere il coraggio, in definitiva, di far affiorare gli aspetti anche potenzialmente disturbanti, se non sgomentanti (e tali soprattutto a occhi moralisticamente piccolo-borghesi, liquidabili, come avrebbe fatto un nobile personaggio manzoniano, con un sonoro «omnia munda mundis»), di una personalità, lavando via ogni concrezione di (cattolicamente démodé, ed eticamente lucrativo) «rispetto umano».
Tuttavia, nel naufragio etico di molta critica pozziana, passata e presente, sussistono fortunatamente studi coerenti sul piano metodologico, sebbene probabilmente marginalizzati rispetto a un ampio circuito di visibilità pubblicitaria: in questo senso si potrebbero fare i nomi, restando alla generazione più recente (quella più prossima a chi in questa sede scrive), di Ornella Spano e di Adriana Mormina. I lavori condotti da Onorina Dino e da Graziella Bernabò sono sufficienti a qualificare la levatura delle loro autrici.
Fatto questo breve excursus sullo stato degli studi pozziani, passiamo ora – per sommi capi – a illustrare, fornendone alcuni tibicines critici, il lavoro condotto in vista dell’edizione critica della tesi di laurea discussa nel 1935 da Antonia Pozzi, dedicata all’analisi della formazione letteraria di Flaubert, originariamente edita da Garzanti nel 1940, peraltro con il titolo apocrifo di Flaubert. La formazione letteraria. Una premessa: è forse a partire dalla riconsiderazione delle parole nude di Antonia Pozzi, dai dati di fatto, dai puntelli biografici – senza, soprattutto, costruire proiettive mitologie e finalistici teoremi (evitando inoltre di legittimare le proprie prospettive critiche a partire dalla demonizzazione delle altrui) –, che può scaturire un nuovo corso di studi critici filologicamente attestati. In questa direzione intende agire il ripristino della redazione d’autore della tesi di laurea compilata dalla Pozzi. Due sono i testimoni reperiti: una stesura manoscritta (che si suppone essere non la prima effettivamente compilata) e una stesura dattiloscritta. L’edizione è condotta sulla redazione dattiloscritta, nella quale sono presenti segni grafici di non sempre agevole comprensione, dacché soltanto in parte ascrivibili agli interventi paterni. Al riguardo, la collazione con la redazione manoscritta si rivela indispensabile per valutare le discrasie tra manoscritto e dattiloscritto, e per comprendere il significato (e, dunque, la legittimità o meno) del segno grafico della redazione dattiloscritta: se esso sia da considerare un’emendazione dell’autrice a un refuso del dattiloscritto o un postumo, e dunque illegittimo, intervento paterno. Va da sé che l’edizione Garzanti (l’unica tuttora disponibile) reca pesanti interventi redazionali, da ascrivere anche, oltre che a Roberto Pozzi, a volontà editoriale. È significativo che le occorrenze del verbo «accentuare» presenti nella redazione dattiloscritta siano state emendate da Roberto Pozzi in, per esempio, «accentuare», in un tentativo di lenizione semantica, probabilmente avvertendo, in «esasperare», una incongrua deriva morbosa o problematica. Gli interventi editoriali riguardano inoltre le note in calce, accuratamente disposte entro l’economia del lavoro dall’autrice e tuttavia, nell’edizione Garzanti, accorpate (lesionando la percezione della capacità critico-filologica della Pozzi) se non, addirittura, cassate; complessivamente, la redazione dattiloscritta consta di circa trecento note in più rispetto all’edizione 1940. La collazione con la redazione manoscritta si rivela strutturale, inoltre, e nel considerare le discrasie rispetto alla redazione dattiloscritta, e nel valutare gli ampi passi espunti nel transito da manoscritto a dattiloscritto. La necessità strutturale di una analisi che investa il duplice e stratificato livello critico-filologico si legittima alla luce dell’importanza, nell’economia esistenziale dell’autrice, della dissertazione. Banfi è riuscito a intercettare le necessità – esistenziali, umane e intellettuali – dell’allieva, attuando una strategia pedagogica vòlta a far comprendere a quest’ultima la necessità etica del travaglio creativo (e tecnico) attraverso l’analisi dei travagli interni alla vicenda formativa di Flaubert. Il livello di azione pedagogica, da parte di Banfi, agisce entro due àmbiti correlati: sollecitando l’allieva a una comprensione dell’opera di Flaubert e alla metabolizzazione dei suoi travagli, e facendo sì che su di lei, umanamente, agisse il travaglio compilativo, tecnicamente disciplinante, dell’elaborazione, della strutturazione e della scrittura stessa della tesi. L’impatto, da parte della Pozzi, con i travagli flaubertiani, secondo una strategia di loro ripercorrimento potenzialmente doloroso, intende favorire – banfianamente – un transito maturativo ampio, che fa assumere alla stessa compilazione della dissertazione la cifra di crinale formativo attorno a cui si imbastiscono i puntelli di un programma esistenziale – come fa notare, nel 1989, Giancarlo Vigorelli.
E qui, per ora, è bene fermarsi.

Matteo M. Vecchio

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** In attesa che il lavoro di edizione sia concluso – grazie anche alla cortesia, alla gentilezza e alla disponibilità di Onorina Dino, depositaria delle carte pozziane –, e che il libro veda la luce presso Ananke, Torino, nella collana diretta da Marco Vozza, chi in questa sede scrive si mette a disposizione di coloro che desiderino avere informazioni in merito alle modalità con cui sta conducendo lo studio dell’opera e della vicenda di Antonia Pozzi.

LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli (recensione di Maria Zimotti

LE NUDECRUDE COSE ED ALTRE FACCENDE – di Viola Amarelli edito da L’arcolaio (2011)

 

 

Viola Amarelli, campana, ha pubblicato la raccolta Fuorigioco (2007), l’ e-book Morgana (2008), il poemetto Notizie dalla Pizia (2009). Suoi testi sono presenti in varie antologie (da ultimo Mundus, 2009, e Calpestare l’oblio, 2010), su riviste e in rete tra l’altro su “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito” e “Rebstein”. E’ redattrice di Vico Acitillo, e cura il lit-blog “Viomarelli”. Per idiosincrasia personale non partecipa a premi.

 

r. (pag 80): Le nudecrude cose. Una punta, un dente di pettine d’osso, l’ansa di un vaso.

a latere (pag 82):  Ogni graffio d’argilla è una giara, d’olio o di grano. O un capo di bestiame.

Il cuneiforme nasce per contare, la scrittura è dall’origine un fissare, un dar conto. E nel fissare c’è l’ordine, l’elenco, il taglio sul mondo: il “così è” artistico (…) il “così è” di chi scrive e nello scrivere descrive deambulando intorno al mondo, mai solo.

Per dire del libro di Viola Amarelli io parto da qui, dalla fine, da uno stralcio delle ultime pagine.
La prima frase parla di una necrofora e dice dei sedimenti del passato, quei sedimenti che sono la civiltà. La civiltà è la scrittura che, come dice Viola in quella sorta di manifesto della scrittura che segna le ultime pagine, è dall’origine un fissare.

Ho conosciuto la scrittura di Viola grazie a un innamoramento folgorante ed eterno come spesso mi avviene per le parole, con la sua poesia Corrente, un flusso di parole che sembrano sgorgate direttamente dalla carnalità della donna.
Da allora la lettura delle sue poesie è un allenamento continuo alle potenzialità della parola e anche un allenamento continuo al rigore artistico di una scrittura che non ammicca, che chiede al lettore uno sforzo per coglierne l’essenzialità, essenzialità che io percepisco come il risultato di un percorso di eliminazione del superfluo, con un risultato zen, anche e soprattutto per ciò che lascia al lettore.
Il ritmo di tutto il libro, come già si avverte con la citazione di Antonio Porta utilizzata come epigrafe (Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di provocarne molte) ha un andamento libero tra poesia e prosa breve.
In particolare nelle brevi pagine di prosa le descrizioni sono concise, dolenti ed eleganti e trovano spazio stilettate di aforismi che sono una caratteristica dell’ironia di Viola che traspare ancora di più in altri scritti.
Il libro è diviso in quattro partiture, in omaggio alla musica classica, segno di come il ritmo sia importante per questa autrice e ogni partitura ha un titolo che sintetizza in qualche modo il leitmotiv dei testi presenti.

Si parte da “C o n v i v e n z e – grave -” per dire degli incontri scontri tra civiltà o semplicemente tra l’io e l’altro da sé.
Due poesie scelgo; una, per suggestioni di periodi storici amati, è (generazioni) 1943: pennellate della guerra attraverso gli occhi di una bambina (fresca fresca della visione del bellissimo film L’uomo che verrà, l’ho letta con le immagini mentali della bambina muta del film che salva il fratellino appena nato dalla strage di Marzabotto) e (patrie), qui sotto riportata, per le corde sentimentali di uno dei miei temi più cari, l’emigrazione e il melting pot:

Ha cambiato di lingua e di nome

e il cielo ha una linea diversa

e ci sono colline

ma non uno tra i fiori che a mazzi

le riempivano i giorni al mercato

Entra in case stracolme di oggetti,

li pulisce,

stupita vi sia tutto quel ben di dio

cui nessuno oramai fa più caso.

Le persone le sembrano strane,

lamentandosi stanche di rabbia

eppure non si scava patate o carbone,

né si ammassano in fuga sui camion.

Gli uomini, quelli, più o meno gli stessi

certo non bevono tanto

ma ugualmente ci provano gratis.

Sa di essere stupida e brutta,

non importa, ha gli occhi pervinca

e sorride insiste daccapo.

Preferisce i colori sgargianti,

tutti i fucsia e i verde del mondo,

troppi morti alle spalle,

è riuscita a portarsi suo figlio.

Fino a sera spolvera e lava

al ritorno, preparata la cena,

finalmente si spoglia,

respira, in un amen di lingua d’infanzia

a un suo dio che sicuro la ama:

le radici le hanno le piante,

donne e uomini hanno le gambe.

La seconda partitura di testi è “c u r e – andante”. Qui è la fusione dell’io con le nudecrudecose del creato,

qui, là, dove

batte il sangue con l’aria

pulsa la quiete (minimalia)

e si parla anche dell’incanto dello scrivere:

(grafie)

Uno splendore inusuale bucare le parole

che si rincorrono ridendo sino a scoppiare

iridescenti contro la pena e il dolore

provando a dirla, la cosa,

che fugge e si nasconde

con il silenzio solo spettatore.

E parole, consolatorie, per andare oltre il dolore

(oltre)

Piano sciogli il dolore

                              il freddo acuto

ghiaccio dentro il sangue

                               piano, chiaro

cammina respirando

                            inutile il timore

il giorno ama la notte

                                questa perfezione.

Nella terza partitura “s t r a b i s m i – presto -” la scrittura si fa ostica come il titolo suggerisce. Qui le nudecrudecose si manifestano in numerosi termini presi in prestito dalla chimica, e dicono dei contrasti della mente e del corpo con en passant alcune stilettate ironiche della Viola che preferisco. Per esempio, sul mito dell’artista maledetto, da (glosse), tutta dedicata alle parole, agli scrittori e a ciò che ci gira intorno:

d.

Occorrono ossessioni,

fobie, dolori, démoni

per essere scrittura

sostengono gli amici,

come se grazia e gioia

per lieto contrappasso

fossero riservate

solo agli analfabeti.

E lo strabismo, il contrasto, l’amore odio per il corpo e per la vita, la rottura dell’armonia tra mente e corpo che sta alla base dei disordini alimentari nella poesia (l’opera al rosso):

Qui senza tentennamenti l’acqua sul fuoco

l’attenzione nei gesti simili, sensi diversi

.

sorridono serpenti l’efflorescenze

muffe sottovuoto espanse, fermentano

l’anoressia bambina, dentro caccia fuori,

.

cerca pazienza il cibo, l’obesità ingoia ingorda

da fuori a salamoia, la cura l’attenzione

istante a istante pura

.

qui tersa e combusta l’opera al rosso

amato Paracelso, divino è il corpo.

Chi fosse Paracelso me lo sono andato a cercare (ché la scrittura erudita di Viola ha anche questo merito, di ampliare gli orizzonti della conoscenza) e ho scoperto che è un medico del cinquecento innovativo, che considerava il corpo un tempio (orrore per la mentalità cattolica immagino) e fu, tra l’altro tra i primi a dare dignità anatomica (diciamo così) alla donna, che considerava creatrice feconda e non semplice contenitore del seme maschile in cui la misoginia cattolica l’aveva relegata. “C o n g e d i” è il titolo dell’ultima partitura, suite che parla di cose che finiscono, con leggerezza, in un’estrema solitudine in cui ci si arrende alla vita.

2. Le storie deragliano, vanno pei fatti loro, quindi lasciale andare. (pag 73)

Sano fatalismo che eviterebbe molti guai, ad esserne capaci ma forse, nei momenti in cui la vita ci sembra ingiusta (anche se probabilmente è solamente l’egocentrismo di cui non riusciamo a liberarci) tuffarci in questo libro come in un libro di preghiere, nelle nudecrucose del mondo di cui non siamo che una parte dell’eternità ci aiuterebbe.

recensione di Maria Zimotti

 


[Racconti inediti] Il quarto giorno – di Daniela Montella

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Quel che ho dentro
nessuno lo vede
ho pensieri bellissimi che pesano
come una lapide. 

Marilyn Monroe

.

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8:03

Scrivo il mio nome sulla condensa del vetro prima di affacciarmi, e il profumo di ghiaccio nell’aria è quasi un sollievo. È passata un’altra notte di gambe estranee e lattice; la Casa è piena del loro odore.

Fra pochi minuti arriverà Giacomo, quello della stanza rossa, poi il mio turno sarà finito.

Le ultime ore hanno lasciato delle tracce scure impossibili da lavare: impronte nere che diventano inchiostro e scrivono parole nella mia testa. Sono i ricordi con cui affronterò questo giorno e la prossima notte, da cui nasceranno nuove parole, nuovi gesti, con cui incontrerò nuove persone. E così via.

Il vissuto di quest’ultima notte è ancora dentro di me.

Non dormo da quattro giorni.

9:40

Giro per la casa a piedi nudi e senza mutande. Mi copre solo una maglietta larga e troppo corta e Violetta, la vecchia stronza che gestisce la casa, mi odia quando lo faccio. Dice che sembro una puttana. E quando faccio per risponderle aggiunge “più puttana, dico. Una di quelle a cui piace e non si fa pagare”.

La chiama etica. Giuro.

Non lo faccio per dispetto. Indossiamo sempre tanga troppo piccoli, corsetti troppo stretti, scarpe troppo alte o trucco troppo pesante – non siamo mai, mai nude. Passeggiare con una maglietta è come lasciare che il mio corpo prenda fiato. Niente corse fra un cliente e l’altro, almeno per un po’. È così bello.

Mentre cammino per il corridoio Violetta mi ricorda che Erika non lavora da un mese. Viviamo nella stessa casa e, dice, potrei andare a trovarla. Sono a pochi passi dalla stanza in cui si trova ora, stretta fra quattro mura come nel silenzio della sua malattia, ma faccio finta di niente.
Anche io ho dei silenzi in cui nascondermi.

Mi allontano barcollando. Penso che sia per il sonno, ma non andrò a dormire. Ricordo troppo e non vedo il volto di Erika da quando si è ammalata. Sono qui per colpa sua.

11:06

I ricordi che odio sono sempre in agguato dietro gli occhi. Sono come dei flash. Rivedo all’improvviso volti sgraditi e silenzi del passato. In quei momenti metto le mani sul viso e mi piego come in preda a dolori lancinanti; per scacciarli. I brutti ricordi sono come un crampo allo stomaco. Aspiro l’aria a denti stretti e cerco la calma. Vorrei essere solo una bambola per il resto della vita, una bambola con un gran sorriso stampato in faccia. Mi chiedo cosa si provi ad essere niente, schiacciati dalla propria inconsapevolezza. Semplicemente respirare: una magnifica veglia senza lacrime.

12:41

Questo è il quarto giorno che non dormo. È come se un diavolo vivesse alle mie spalle per mangiarmi il sonno. Vorrei dirgli: mangia anche il resto e non lasciare niente in questa casa e queste strade. Lecca ogni traccia di me dal tuo piatto. Cancella la mia impronta dalla mente di tutte le persone che ho conosciuto. Che possa morire dimenticata e in pace. Vorrei spogliarmi, scendere fra la gente, inginocchiarmi e urlare “sono la tua umile meretrice, prendimi!”

Ma la mente delle persone è troppo affamata di corpi nudi e caldi per dimenticare una scena così – e io non voglio far compagnia ai loro sogni osceni.

Mi stendo sul letto. Non voglio chiudere gli occhi. Sento i gemiti troppo finti di Cherie, la mia compagna di stanza, e i grugniti lontani di qualche altro cliente. Guardo la mia mano.

“Ti amo” mormoro “ti amo tanto”

Non voglio dormire.

14:02

“Sai, forse dovresti andare a trovare Erika” ripete Violetta.

È stata lei a portarmi qui. In me vedeva un talento straordinario. In lei vedevo l’unica persona che mi trovasse straordinaria. In tre anni di lavoro qui sono passata dall’amore all’indifferenza nei suoi confronti. Per sopravvivere. Funziona così: odio, indifferenza, oblio, fuga.

Mi propongono di andare a dormire ma scuoto la testa. No, non se ne parla. Allora mi mandano da un cliente esterno sperando in una reazione che non arriva. Mi preparo in silenzio. Solo Cherie si ferma a guardarmi senza fiatare prima che esca. Non so se mi odia o se è già passata alla fase successiva. Io non le vivo più queste fasi, sono un guscio pieno di pensieri in equilibrio su tacchi troppo alti.

Cammino consapevole della mia biancheria sconcia come un criminale dopo un colpo andato male.

Il cliente di Erika mi aspetta in una camera d’albergo del centro. È un uomo come un altro che ha bisogno di scaricare. Mi strappa le calze e mi monta con una foga bestiale, del tutto inaspettata da uno con la faccia così mite e il completo stirato di fresco.

Una volta finito me ne vado senza neanche guardarlo, con i soldi in tasca e le calze strappate.

15:21

Devo solo stendermi e amare tutti. Ma non basterà a cancellare quello che sono diventata e le parole non cancelleranno quei ricordi che non mi lasciano dormire.

Sono quattro giorni. Sento che non arriverò al quinto.

17:13

L’infelicità era la mia droga; volevo che tutti piangessero per me, perché era colpa loro se ero diventata così. Non mi hanno mai dato nulla con la bontà. Le belle parole sono solo crudeli perché aprono a mondi meravigliosi e inaccessibili. Sono come le delusioni.

A volte, prima di addormentarmi, m’immaginavo Lui e pensavo a quanto saremmo stati felici se non avessi conosciuto Erika. Il pianto mi cullava fino al sonno. Adesso non dormo più.

E il suo sguardo, nei miei ricordi, fa male come un coltello nel ventre.

Quell’orribile momento in cui scopro che tutti mi odiano è qui e mi fissa.

19:52

Una volta Erika mi disse: “non sei infelice come gli altri, perché sei consapevole di esserlo. Riesci a sentire la sofferenza, conosci il suo sapore, assecondi le sue voglie; soffrire non è per tutti. L’infelicità è un lusso raro, al tocco delicata e piena di spine. I tuoi sogni negati sono una bandiera e le tue lacrime una vittoria. Tutti soffrono, ma pochi sanno portare avanti questo talento con dignità, e a conti fatti è meglio soffocare nella propria tristezza che sorridere senza motivo.

Solo chi non è felice né amato sa quanto siano importante l’amore e la felicità. La consapevolezza viene dalla negazione, la conoscenza nasce dal vuoto; quindi solo chi non ha niente possiede tutto. L’essere umano è il solo e unico profeta della negazione.

Tutti vogliono far parte della folla, tutti vogliono fuggirne; tutti vogliono distinguersi e tutti vogliono nascondersi.”

Oh, se solo sapessi come fa male la tua voce. Non vuole lasciarmi stare.

“Forse dopo vado a trovarla”, dico a Violetta, ma a voce così bassa che non mi sente. Non so se l’ho fatto apposta o se è la mia voce che sta sparendo, mangiata via dallo stesso diavolo che mi ha tolto il sonno.

20:24

La felicità è davvero vuota e futile come appare, e nulla di quello che offre mi interessa.

22:10

Alla fine sono andata a trovare Erika. Fra un po’ comincia il mio turno e il pensiero di non dormire una quinta notte mi ha spaventata più del suo volto dopo un mese di malattia.

Ha la pelle grigia e gli occhi chiusi. Penso che abbia contratto le mie stesse paure, o forse sono io che ho preso le sue seguendo le sue orme in questa casa. Le somiglio. Non l’avevo mai notato. Forse sono state proprio queste paure a scolpire i nostri volti seguendo lo stesso stampo, tanto che ora sembriamo madre e figlia. Lei ha vissuto così per vent’anni ed è malata solo da un mese. La ammiro per aver resistito tanto.

Apro la finestra. C’è un’aria meravigliosa di pioggia appena passata. La mia preferita. L’inverno è tornato e improvvisamente mi sento leggera. Stanca. Me fra vent’anni, penso, come lei. Mi avvicino al letto.

“Erika” mormoro “Erika, vieni con me. Vieni a sentire l’aria della notte.”

La aiuto ad alzarsi e la porto alla finestra. Cammina come i vecchi senza bastone. Le permetto di reggersi al mio braccio e ho i brividi. C’è qualcosa di sbagliato: non dovrebbe essere qui. Respira a fatica come se l’aria fosse fatta di piombo.

“È bello” mormora. Ha gli occhi opachi. Guarda nella mia direzione ma non sono sicura che mi veda.

“Mi dispiace. Non dovresti vedermi così.”

“Non importa.”

“Spero che non capiti anche a te. Che non diventi anche tu così.”

Per un po’ guardiamo fuori dalla finestra. Si appoggia alla mia spalla. Inspiro l’odore della sua malattia.

“Erika. Tu mi hai messo in prigione. Questa casa mi sta uccidendo.”

“Fuori è peggio”, risponde. Non apre neanche gli occhi. Rimane così anche quando mormora

“Ti amo”

“Anche io ti amo”

La amo come i miei clienti amano me. Per un’ora, un’immagine, avere un corpo e fingere che sia di qualcun altro. Avevo dato il suo volto alle mie paure. L’avevo innalzata ad idolo perché mi salvasse. Ho sacrificato ciò che ero quando l’ho conosciuta perché mi desse un nuovo corpo e una nuova vita.

Bacio le sue labbra rigide. Sa di medicine e del sudore rappreso nel letto in cui ha dormito per tutto il mese. Quando interrompo il bacio, apre gli occhi e mi sorride. Sembra rinvigorita. Ripenso di nuovo a lei come ad una dea: ha avuto il suo rituale di sangue, succhiando ancora una volta un po’ della mia vita. È lei il diavolo che mi ha rubato il sonno e la voce. Anche io le sorrido. Per me è ora di scendere dall’altare sacrificale.

“Ti amo”, ripeto.

L’istante dopo la spingo fuori. È talmente leggera che mi sembra di aver lanciato una bambola. Non mi affaccio; esco dalla stanza e non mi volto neanche quando sento il rumore sordo del suo corpo sul marciapiede. Nessuno mi ha vista uscire dalla sua stanza né sa quanto l’ho amata.

Vado a vestirmi.

Fra un po’ inizia il mio turno.

Daniela Montella

Cristi polverizzati – Luigi Di Ruscio – ed. Le lettere, pp. 105-106 e 187 (post di Natàlia Castaldi)

Luigi Di Ruscio . Cristi Polverizzati

Luigi Di Ruscio (Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011) – POETA

pag. 106-107

Questo sole del tardo crepuscolo rende gigantesche anche le ombre dei nani. Gigantesche rende le ombre dei nani anche il sole sorgente dal mare di primissimo mattino. E alla faccia di questo mare chiamerò l’ultimo mio figlio, Adrian, e a tutti i poeti che sono nati dalla parte opposta e vedono i tramonti nel mare e il sorgere tra le pietre appenniniche io do il culo (in maniera molto e largamente metaforica), e invece ai poeti che non vedono il sole tramontare e neppure sorgere, do il culo tre volte, tutte e tre le volte in maniera metaforica, perché veramente io non vorrei avere niente a che fare con le vostre merde. Di tutte le parti del discorso, amo i verbi, essendo io a volte anche verbalizzatore nelle riunioni di partito, nonostante gli scherzi sono ancora comunista e me ne vanto e la molla della rivoluzione bolscevica non si è allentata e scattava prima della rivoluzione bolscevica e scatterà anche dopo di noi. I giacobini della rivoluzione francese furono sconfitti e certi imbecilli potevano immaginare che era la rivoluzione a rimanere sconfitta, invece la rivoluzione continuerà a rivoluzionare imperterrita anche se spariscono tutti i comunisti. Questo lavoro poetico è lavoro altamente scientifico, scopriamo le nuove particelle che danno nuovo senso al mondo e se il linguaggio quotidiano è molto stanco e smorto specie in questi periodi cadaverici e reazionari io poeta accelero vertiginosamente tutto ponendo il verbo alle alte velocità e faccio un casino peggio del casino dell’acceleratore di Ginevra. Certamente questa mia ardua speculazione, questa mia accelerazione dei tempi verbali non sempre è accolta con entusiasmo, anzi tutto l’opposto, e vengo chiamato tellirante, pellicante o titrico, e anche matto gratitico.

pag. 187

Nella valigia ho tre libri: La grammatica di francese, che essendo caduta nel lago ha le pagine tutte asciutte ma raccartocciate, la Divina Commedia, che rileggo continuamente tanto da impararne sempre nuovi canti a memoria, ho anche la mia prima raccolta di poesie, che a volte cerco anche di rileggere. Pensavo anche che se la mia prima raccolta è una specie di inferno, ora dovrei scrivere un po’ di purgatorio. Dovrei scrivere di momenti ilari o purgatoriali, improvvise febbrili gioie. Comunque i poeti si sbagliano tutti. Quasimodo a Stoccolma ha visto cigni con topi annegati nel becco. Non puoi aver visto una stronzata simile perché i cigni sono vegetariani. Montale invece ha visto le anguille risalire le correnti per andare a fecondare nelle balze appenniniche. Mica è vero. Le anguille fecondano in pieno oceano. Sono i salmoni che risalgono le correnti per raggiungere non le balze appenniniche, caso mai i salmoni risalgono le balze nordiche. E’ difficile scrivere qui a Ginevra, non faccio che ripetermi: Come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? In questa terra molto aliena i canti del signore non sono possibili nonostante tutti gli sforzi che faccio e nonostante tutti i giorni cerchi qualche frase per riempire questi blocchetti che mi porto sempre appresso. Scrivo frasi che mi sembrano cazzate non solo dopo scritte ma anche mentre le scrivo.

Solo 1500 n. 35 – Marta portami via

Solo 1500 n. 35 – Marta portami via

Si chiamava Ciro Sebastianelli, napoletano, cantante. Alcuni brani trash, a cavallo tra gli anni settanta/ottanta. Canzoni in italiano che a volte sfociavano nel dialetto, “Je nu c’ha facc’ chiù lassame perder’”. Mi è tornato in mente settimana scorsa, mentre su Facebook impazzavano gli status sui commenti al Festival di Sanremo. Sono andato a cercare su Youtube la sua canzone più famosa: Marta, Marta. Sanremo, 1980. Ricordo un episodio legato a quel festival: mia madre (non avevamo ancora il Tv Color, l’avremmo comprato per i mondiali del 1982) chiedeva alla sua amica Dina di che colore fosse la giacca indossata la sera prima da Sebastianelli. Dina rispose: Color ciliegia. Meraviglia. Cioè, non solo il fatto che lui avesse una giacca di quel  colore ma che la gente si telefonasse per raccontarselo. Io avevo nove anni e le canzoni le imparavo a memoria, belle o brutte che fossero. “Marta” è una pietra miliare del Pop Trash degli anni ottanta. L’attacco fa: “Marta, portami via dalla libertà, che non è sempre poesia”. Secondo me qui ci troviamo davanti a qualcosa di grandioso, mica una roba banale. “dalle stelle di stagnola, dalle lenzuola di carta vetrata”. qui è racchiuso tutto il meglio, tutto ciò che bigazzi-tozzi sublimarono nel famoso “guerriero di carta igienica”. Per arrivare alla vera chicca “Marta legami agli occhi, uno sguardo chiaro sui miei vizi barocchi”. Solo lo sguardo chiaro dell’amata può liberare l’uomo dai propri vizi? Secchiate di carnevali veneziani, libertini del seicento, dame con profonde scollature. Fantastico e perduto. Sebastianelli è morto nel 2009, forse ne ho scritto per questo. O per mia madre e la sua amica. Forse per lui e perché Marta la sapevo a memoria.

Gianni Montieri

il video

Anteprima di “Ossa carne” (Le voci della luna, 2012) – Dome Bulfaro

Ossa Carne

di Dome Bulfaro

traduzioni in inglese Cristina Viti

dot.Com Press – Le Voci della Luna, 2012 (redazione@dotcompress.it)

fotografia di copertina: Simone Casetta

dalla serie “Fanno finta di non esserci”, 2011

 

dalla Nota della traduttrice Cristina Viti

(…) Ed ecco in queste pagine il corpo in viaggio dalla morte alla vita, un viaggio di ritorno verso una carnalità consapevolmente e pienamente intesa. Partendo dall’immagine impossibile degli scheletri di un uomo e di una donna che durante la vita hanno inciso iscrizioni nelle proprie ossa (a indicare non uno sterile ripiegamento, ma un’acuta consapevolezza che qualunque esperienza vissuta lascia un solco nella profondità della struttura corporea), incontriamo via via un corpo che si confronta con vari stati: corpo che si ribella a se stesso, scomposto in una serie di sistemi e tessuti discordanti, votato all’autodistruzione; ma anche corpo che illumina, che infuso d’amore e di compassione ripristina il mondo, che giocando con la propria forma e sciamanicamente sognandosi libero dalla propria valenza maschile o femminile trova nella voce e nel canto la chiave dell’integrità dell’essere. (…)

from Translator’s Note (Cristina Viti)

And so we find in these pages the body voyaging from death to life, a return journey towards a carnality understood with full awareness. Starting from the impossibile image of the skeletons of a man and a woman who during their lives have carved inscriptions into their own bones (signifying not sterile self-absorption but the acute awareness that every experience deeply marks bodily structure), we come face to face with a body living through various states: a body rebelling against itself, broken down into warring systems and tissues, sworn to self-destruction; but also a body of light, infused with love & compassion & thus able to restore the world, a body playing with its own form & shamanically dreaming itself free of male & female valency, finding the key to the integrity of the self in the voice & its song.

 

Colonna vertebrale. reperto n° 9

In noi, s’impernia Galla Placidia, mosaico

di cellule staccate dall’arcobaleno

in noi, s’infuria Giovanna d’Arco, alla testa

di giuste, schierate ed apocalittiche, arse

vive per le stregonerie dei loro boia

in noi, il tempo ha succhiato il midollo del mondo

per farne il geniale pozzo di San Patrizio

in noi, ruota la scala della sapienza infinita, poggia

la colonna: serpente a sonagli affamata di popoli

antichi e moderni ingoiati come patatine ed hamburger

in noi, i ruderi di coda rizza, ci ammoniscono, sotto

rimembrano l’origine animale dell’umana natura

l’istinto quadrupede di sopravvivenza, di lotta

in noi, la posizione retta è coscienza, abbiamo ricorsi

di capobranco, di capostipite, di prevaricazione

di faraone che si mantella del sole, di graffi e amore

in noi, l’amore si alimenta nell’eterna follia, il pathos

l’elettricità che grida nel nostro vertebrato cavo

può illuminare città rase, far del cupo Las Vegas

in voi, domandatevi se per lui infilzereste il vostro cuore

come spiedino, per lei intingereste la lingua nel veleno

in voi, domandatevi se sareste disposti all’adulterio

pur sapendo che quel Malatesta già vi prende le misure

domandatevi se del vostro filmato siete attori autori!

ecco, ora posso sentirti superiore, sacro, or che scalzo fin le ossa

francescano, posso anche non manifestare la tua potenza

posso essere cibo e commensale dell’ultima cena

posso anche non essere di un sesso od esemplare

posso dare all’altro quel ch’è serbato a me

ecco, cosa è realtà cosa sogno

cosa è la spina dello stare

che dolce s’incunea

nel non dire

 

 

Spinal Column. finding no. 9

 

Inside us, Galla Placidia pivots, a mosaic

of cells loosened from the rainbow

inside us, Joan of Arc is raging, at the head

of righteous, close-ranked & apocalyptic

women burnt alive for the witchcraft of their butchers

inside us, time has sucked the marrow of the world

to turn it into St Patrick’s genius well

inside us the revolving stairway of endless wisdom turns,

the column rests: the rattlesnake hungering for peoples

ancient & modern that she gobbles like burgers & fries

inside us are hard-tail relics that warn us underneath,

remembering the animal origin of human nature

the four-legged instinct for survival, for fight

inside us, the righteous position is consciousness, we’ve

ways of the pack leader, the forefather, the forcings

of sun-mantled pharaoh, of scratches & love

inside us, love feeds on eternal madness, the pathos

the electricity howling inside our vertebrate hollow

can light up razed-down cities, turn gloom into Las Vegas,

inside you, ask yourselves would you spike your heart

on a spit for him, dip your tongue in poison for her

inside you, ask yourselves would you be game for adultery

even knowing that Malatesta’s already sizing you up

ask yourselves are you the acting authors in your own film!

there, now I can feel you as superior, sacred, now that barebone

scraped, Franciscan, I can also not manifest your might

I can be food & sharing guest at the last supper

I can also not belong to any sex or sample

give to the other what’s been kept for me

there, what is reality what dream

what is the spine of abiding

wedging itself gently

into not-telling

 

 

Costato. reperto n° 10

 

Scardina il fianco scoperchia me spurio

sarcofago oratorio di sette strati

tegumentali essiccati per ospitare

te mia Nefertiti che nei respiri hai i tesori

estirpa me e aspira il respiratorio poi l’endocrino

nervoso digerente circolatorio l’escretore

dissolvi me il riproduttore di ritratti a me somiglianti

disossami il locomotore d’avorio ora che ancora viva

t’inglobi intera ti scuoi e colleghi ai miei canoni gli impianti

cinti come voglio in vita vivere coi tuoi apparati

quando non di coste o stracci ci bendiamo

ma d’abbracci presentiti immortali

Ribcage. finding no. 10

Unhinge the hip unlid me the spurious

oratory sarcophagus of seven layers

of tegument desiccated so as to host

you my Nefertiti holding treasure in every breath

extirpate me inhale respiratory endocrine

nervous digestive circulatory excretory

dissolve me the reproducer of portraits resembling me

debone my ivory mover now that still alive

you englobe & skin yourself whole & wire to my canons

your circuits waisted the way & how I want

to live in life with your systems

when we bandage ourselves not with ribs or rags

but with embraces forefelt as immortal

 

 

Ginocchia senza più legamenti. reperto n° 13

 

Adesso s’incarna in Trasimeno dal suo femore ricava un remo, dalla

rotula un sasso che mi segnala quel suo desiderio

dalla tibia un flauto che ci permette telecomunicazione

dal suo perone l’ancora che come lancia mi spacca il cuore

Agilla, ninfa dal corpo di lago, m’inabisso in te e m’adagio sul fondale del grembo

come bimbo come suicida imbarcazione che affonda. Aderisci

come polena alla prua del mio fisico ma da allora i miei simili mi chiamano

guardo sù, scorgo gambe, e ti parlo da marinaio lontano dalla propria terra

 

Knees With No Ligaments Left. finding no. 13

 

Now he’ll incarnate as Trasimeno make an oar of his own femur, of

his patella a stone alerting me to that desire of his

of his tibia a flute allowing us telecommunication

of his fibula the anchor splitting my heart like a lance

Agilla, lake-limbed nymph, I plunge down, lay myself down in the lakebed

of your womb like a child like a sinking suicidal vessel. You fit

like a figurehead to my body‘s prow but since then my peers’ve been calling

I peer up, sight legs, & speak to you as a sailor far from home

Frontale. contatti n° 22 – 24

È da quando sono donna che dissanguo gli anni

batto la strada gli lavo i piedi coi capelli

e con spilli non più sotto il tacco ma come una farfalla

dispiego le ali e il dorso s’una bacheca di rovi t’accolgo

crocifissa per dirti quanto misura un battito materno

quanto una madre spiri di crepacuore per qualunque figlio

quanto essere madre sia condanna madida d’eterno

 

Sulle punte quasi stessi rincasando

tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

sulle punte quasi stessi rincasando

tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

sulle punte quasi stessi rincasando

tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

sulle punte quasi stessi rincasando

tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

La tua gioia è la mia agopuntura, simula

lo stesso numero di scarpe, piedi giunti che rendono l’increspatura

di non essere il passo che sono, meno duro e lento allo sprofondare.

Ci copiamo non capiamo chi è sole o riflesso pare bello annegare

mi sento mare che abbraccia mare specchio d’universo solo quando

ti asciugo le lacrime col mio pane

 

 

Front. contacts nos. 22-24

 

Since I’ve been woman I’ve been bleeding the years

blazing the trail washing his feet with my hair

& with pins no longer under my heel but as butterfly

I spread my wings & back well-come you into a showcase of thorns

crucified to tell you the measure of one mother-heartbeat

how much a mother dies of heartbreak for any child

how being mother is a sentence drenched in eternity

On tiptoe almost as if I’m coming home

late, I’m dancing one breath away from heaven & earth

so as not to exist at least for a fraction

in man or woman form but as I am

on tiptoe almost as if I’m coming home

late, I’m dancing one breath away from heaven & earth

so as not to exist at least for a fraction

in man or woman form but as I am

on tiptoe almost as if I’m coming home

late, I’m dancing one breath away from heaven & earth

so as not to exist at least for a fraction

in man or woman form but as I am

on tiptoe almost as if I’m coming home

late, I’m dancing one breath away from heaven & earth

so as not to exist at least for a fraction

in man or woman form but as I am

Your joy is my acupuncture, simulate

the same shoe size, joined feet rendering the creasing

of not being the step I am, less hard & slow to sink.

Understudying each other not understanding

who is sun who reflection it seems good to drown

I feel like sea embracing sea mirror of the universe only when

I dry your tears with my bread

 

 

 

Nuca. contatto n° 31

Una madre storta sul canarino

è vasta più d’un matrimonio un dio

la sua mano è gradina che percorre

la nuca e sbozza nel cranio carezze

scoprendo fra i capelli angoli, urgenze

rattrappite – imbeccate nel buio ragli

quel folle brancolare nell’abbaglio

che urta statua e scultore nella scaglia –

la madre sul bambino… quel non più

loro parlarsi per fosse comuni

La fronte di mio padre è lunga otto ore

non ha capelli intorno ma irte donne

a lutto, fra gli occhi ha un cestino dove

porre baci impacchettati da troppi anni.

La fronte di mio padre è pianura al sole

ma nel resto è come noi: non finito

scabro dolore, per questo ti prego

ora padre lascia che tuo padre sia io

la mano sotto la nuca la mia

sia, padre morto, tu bambino mio

Nape. contact no. 31

A mother leaning crooked over the budgie

is vaster than a marriage a god

her hand is a smooth step roaming

the nape & roughing out caresses in the skull

discovering angles in the hair, urgencies

stunted – mouth-fed in the dark, brayings,

that mad groping in the daze

bumping statue & sculptor in the scale –

the mother over the child …. how they no longer

talk to each other by common pits

My father’s forehead is eight hours long

it has no hair around it but bristling women

in mourning, between his eyes is a basket where

you can place kisses wrapped up for too many years.

My father’s forehead is a plain in the sun

but otherwise he is like us: unfinished

rough-hewn grief, for this I beg you

now father, let your father be me

the hand under the nape, let it be mine

let it, dead father, let yourself be my child

Dome Bulfaro

è nato a Bordighera nel 1971, vive a Monza. È poeta, performer, artista, insegnante. Ha pubblicato Ossa. 16 reperti (Marcos y Marcos 2001), Carne. 16 contatti (D’IF 2007) vincitore del Premio di Letteratura “Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo”, Versi a Morsi (Mille Gru 2008), Milano Ictus (Mille Gru 2011) da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo crossover di poesia, teatro, musica. Suoi testi poetici sono stati pubblicati negli Stati Uniti (Interim 2006) e in Scozia (Luath Press/Torino Poesia 2009) tradotti dal poeta americano Christopher Arigo. Ha vinto diversi premi di poesia ed è stato pubblicato in numerose antologie, blog e riviste letterarie italiane. Ha sviluppato metodologie didattiche applicate alla poesia contemporanea – scritta e ad alta voce – e tiene seminari e corsi per ogni età e grado di preparazione. Ideatore di numerosi eventi poetici, è direttore artistico di PoesiaPresente (www.poesiapresente.it).

 

Born in Bordighera in 1971 and living in Monza, Dome Bulfaro is a poet, performer, artist and teacher. Published work includes Ossa. 16 reperti (Marcos y Marcos 2001), Carne. 16 contatti (D’IF 2007), Versi a Morsi (Mille Gru 2008), Milano Ictus (Mille Gru 2011) which was adapted as a cross-over poetry, theatre and music performance. Some of his work, translated by American poet Christopher Arigo, has been published in the US (Interim 2006) and Scotland (Luath Press/Torino Poesia 2009). He has won several poetry prizes and his poems have been published in numerous anthologies, blogs and Italian literary magazines. He has developed new teaching methods for the practice of contemporary poetry in its written and spoken form, and holds seminars and courses suited to different ages and levels. He has created and organized many poetry events and is artistic director of PoesiaPresente (www.poesiapresente.it).

 

Cristina Viti

Poetessa e traduttrice italiana che vive e lavora a Londra.

Tra le traduzioni pubblicate, Selected Works of Dino Campana (Survivors’ Press 2006) e due parti di un testo poetico di Stephen Watts, Mountain Language/Lingua di montagna e Journey Across Breath/Tragitto nel respiro (Hearing Eye 2008, 2011). In preparazione per la MacLehose Press la versione inglese del romanzo di Mariapia Veladiano La vita accanto (Einaudi 2011, Premio Calvino 2010).

 

Italian poet & translator living & working in London.

Published translations include Selected Works of Dino Campana (Survivors’ Press 2006) and two parts of a long poem by Stephen Watts, Mountain Language/Lingua di montagna and Journey Across Breath/Tragitto nel respiro (Hearing Eye 2008, 2011). Forthcoming for MacLehose Press the English translation of Mariapia Veladiano’s awardwinning novel, La vita accanto (A Life Apart).

Marco Mantello, Poesie

 

Si formano dal nulla le formiche
te le trovi dentro il pane
sbriciolarsi in file storte
sono lunghe settimane.

La zanzara tigre è destinata
a governare il pianeta
nasce sotto alle piante
e se la schiacci :

lei ricresce perché
di radici ne ha tante.
Il vermetti del parquet, poveracci
affogano nel sapone liquido :

i ragnetti solo zampe e muretti
vanno in giro coperti di stracci
tranne uno che è timido.
Quelli rossi impazziscono

nel marmo del balcone
quelli grandi te li porti sul palmo
e la mano fa il resto.
Poi ci sarebbero anche

una falena distesa
sul pavimento della cucina
l’elitra sfinita di una mosca
che ha visto la luce ed è partita

la mia faccia senza occhiali
con un pettine in tasca:
siamo qui, tutti assieme
nella nostra casa

se non sbattono le porte
ci ascoltiamo

.

 

Quando le parole
brillano come posate
sopra i tavoli di un ristorante
e sono sempre le due e un quarto
e là fuori, invariabilmente,
splende il sole
se non è proprio un infarto
sono comunque problemi di cuore.
La morale impersonata
da una dieta universale
da una porta spalancata
osserva che al mondo si muore
più di fame che di amore
E adesso iniziamo a mangiare

.

.

Rocco ’78

Cara Lucia
ho paura che i migliori agenti
della polizia
un bel giorno mi bussino in casa
e mi portino via .

ho paura che ‘I migliori anni
della mia vita’
sia l’insegna di un disco pub
ho paura di uscire per strada
con la A di Anarchia
e un profilo troppo medio-orientale
per fissare così a lungo la gente
stare in posa e squillare .

ho paura delle rime con rosa. .

Cara Lucia
ho paura dei tuoi ‘Come mai’
e dei centri di prima accoglienza
ho paura dei tabaccai,
delle palestre e dei rasoi
ho paura di quelli
che ti danno del noi .

ho paura di mia nonna
e del sangue che dice di vedere
su quella faccia di bronzo
che ha la madonna .

ho paura della luce, certe sere. .

Cara Lucia
ho paura delle finestre spalancate
e dell’altezza degli italiani
ho paura che le nuove ginestre
non le pianti facilmente in città
ho paura che dovunque io vada
ci sia il mare: eccolo qua!.

Ho paura che il codice della strada
ci farà morire in pace dentro un letto
ho paura dei ‘Si consiglia di’
dei ‘Rispettate il’
stampati su un nerissimo pannello
dal lunedi al venerdi
e mai rivendicati .

ho paura delle croci dei crociati
delle ostie circolari
e di cosa ci mettono dentro
ho paura che il nostro
sia un amore di centro .

E poi, cara Lucia
se domani prenderò una pistola
per portarmela a scuola
ho paura che i migliori agenti della
polizia
verranno pure a casa tua
a cercare questa poesia. .

Perciò sciacquati la bocca .

e leggimi con attenzione
perchè tu sei la sola
in grado di provare
che quel giorno stavamo da te: .

io con le dita incrociate
fino all’ultimo minuto
tu con le labbra sbiancate
a gridare il contrario di aiuto.

.

:

Una vecchia e il suo pezzo di ferro
camminavano in mezzo alla strada
Le sue gambe giuravano il falso
ogni volta che il passo mancava. :

Lo studente saliva le scale
con un’aria un po’ troppo severa
Le sue mani stringevano il ferro
era quasi venuta la sera

.

.

Due giorni al cimitero

-primo giorno

C’era scritto all’ingresso:
-Bitte warten- ma io
sono entrato lo stesso. .

C’erano vecchie dappertutto
sulle panche in mezzo al prato
ogni posto era occupato.
Erano vecchie, dopotutto. .

Così alla fine mi sono detto
si, insomma, ho camminato.
E mentre pensavo
che certo in Germania .

è diversa la vita .

una vecchia di quelle mi ha chiesto
se sapevo per caso
dove diavolo fosse finita:
si era persa e da un po’ .

non riusciva a trovare l’uscita.

.

-secondo giorno

Alla fine ci sono tornato.
Per guardare certe lapidi marroni
per sapere che era il 1700
per vedere bene quelle.

che portavano le croci
e le altre con segni più strani
per distinguere i morti buoni
da quelli umani. .

Era un prato e
c’era tutto.
Anche il fiore calpestato .

e i bambini cosa-mangi
concimavano pezzi di terra
mentre quelli perché piangi
perdevano l’ultima guerra .

dietro un albero spezzato.
C’era tutto. Proprio tutto
su quel prato

.

.

In un plastico a grandezza naturale
c’è una bara con dentro un paese.
Vedi case, il campanile
e la piazza principale
vuota come la testa di un morto. :

Un’intera collina che brucia
a cielo aperto e bocca chiusa
fa da camera ardente
alla bara con dentro il paese. .

A restare dalla sera alla mattina
è arrivata tantissima gente
chi da dietro, chi davanti
questa bara con dentro il paese
e tutti i suoi abitanti. .

Sono ancora persone reali
provenienti da grandi città
o i riflessi dei loro diari
che lo vegliano pieni di odio .

quel paese che dentro la bara
si rianima a ridosso
della faccia di un padre padrone
deceduto la stessa mattina
che bruciarono casa e collina. .

L’hanno esposto nel salone principale
col rosario intrecciato alle dita
e le donne piangevano prima
che qualcuno dicesse. E’ la vita.

.

.

Ho sposato un ingegnere dell’Alenia
l’altro ieri spedisce mia figlia
a studiare alla Pina Mastai
strasicuro che il mondo di massa
sia un gran mucchio di ermellini
che divorano la mia carcassa
ogni volta che la veno ai pellicciai. .

Ci dovrebbero fare un’inchiesta
sulle scuole cattoliche a Roma
tolleranza per i simboli fascisti
attaccati agli zaini e gli occhiali
riflettevano frati trappisti. .

Nella chiesa di San Bellarmino
si diventa necrologi sui giornali
di marina e fanteria.
Cappellani che trincano vino
ora sbarrano le porte dell’ingresso
ti rispondono male in latino. .

Fra le macchine accostate sull’arteria
e le croci seppellite sottoterra
recitiamo con la musica nel sangue
le preghiere per la guerra

.

.

(The watchman on his beat)

Deve essere una specie
di terza via
fra la luce ed il buio .

Forse esiste una ragione
che matura a intermittenza
che compare e scompare
senza fare tendenza .

sono mesi che un guasto
non mi lascia illuminare a sufficienza
e da ieri ci sono rimasto
con quella specie di balbettio
che mi fa tremare pure i motorini..

Non riescono più a rimanere
fermi sotto la cappa di luce
i contorni di questi burini
hanno forma di voce, latrati
che nessuna faccia mai conoscerà. .

Fossi stato un’ insegna
fossi nato a New York
tutto quanto normale.
Ma qui a Roma, nel viale
dove manca perfino la notte. .

E c’è pure questo qua,
sotto di me, che disegna
col bermuda militare
mezzo braccio colorato
il cappuccio e intorno al collo .

porta come un lucchetto dorato:
ogni sera sta lì ad aspettare
che le scritte diventino asciutte.
E che io, a intermittenza
mai che possa inquadrargliele tutte .

senza farlo sparire o che so
dargli un’ombra e fissare sul muro
il momento che resta da solo
con tutti i suoi ‘Beh, vaffanculo’.

 .

.

Marco Mantello è nato a Roma nel 1972. Suoi racconti, saggi, interviste, poesie, sono apparsi su ‘Liberazione’, ‘Nuovi argomenti’, ‘Storie’, ‘Una Città’ e sul sito web ‘Nazione indiana’. Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di poesie Standards, ed. Zona. E’ presente nell’antologia di scrittori italiani Italville, New Italian Writing, Toronto, 2005. Ha pubblicato il romanzo La rabbia, Transeuropa edizioni, 2011.  A ottobre uscirà per i tipi della Camera verde Il sangue dei vincitori, poema sull’egemonia della destra in Italia, e alcune poesie d’amore.