Mese: febbraio 2012

Fuori di testo (nr. 6)

Aria di te

Ah, molesta molesta l’idea che si presta
alla voglia di vederti di nuovo
molesto pretesto che non sarà puntuale
mi compro il giornale e mi siedo ad aspettare

E l’aria sorprende
sorprende i miei piani mandandoli all’aria
all’aria di te che mi sorprende
maldestra, maldestra la mia previsione di farti sorpresa d’amore
mi prendi di nuovo come mi trovo preso dall’aria di te
aria che mi consola senza parola che non sia tua

Ah, sorpreso sorpreso mi sento preteso
dalla voglia di averti di nuovo
modesto progetto d’amore e di letto che
non so cucinare, mi lascio mangiare sentendo l’odore

E l’aria conquista
conquista e sbaraglia il mio desiderio
nato e taciuto dall’aria di te che mi passi di sopra
sapendomi tutto nell’aria di te
mi prendi di nuovo come mi trovo preso dall’aria di te
aria che mi consola senza parola che non sia tua

Aria che mi confonde
che confonde i miei piani mandandoli all’aria
all’aria di te che mi passi di sopra sapendomi tutto
maldestra, maldestra la mia previsione di farti sorpresa d’amore

Ah, molesta molesta l’idea che si presta
alla voglia di vederti di nuovo
molesto pretesto che non sembra serio

 

 

Piccola Orchestra Avion Travel
(da “Opplà”, 1993)

 

Alceo – Fr. 208a West (transduzione di Luciano Mazziotta)

Alceo – Fr. 208a West (transduzione di Luciano Mazziotta)

     all’Articolo 18  

ed agli amici greci, chiamati terroristi

da chi ogni giorno ci umilia

disconosco la rivoluzione dei venti
quell’una infatti di qua, quell’onda rivolta
quell’altra, invece, di là. Noi nel mezzo, nel mare,
sollevati con la nave nera (o la nera nave)

per la tempesta pomposa patendo il disagio.
beh, aggiungerei, che l’acqua della stiva sommerge la base dell’albero,
e la vela (leggi bandiera) è più che (bianca, diafana) trasparente
e in stracci stracci da lei, giù da lei, pendono
e lente ancora le àncore scendono <…>.
[
.[…].[
Eddai! ambedue i piedi si saldino
ai canapi: questo mi salvi
me solo! (e le cose – i bonus – in sfracello
in alto trascinate si dileguino pure

[sfinite tra lo schiamazzo)

Keep calm and vada a bordo, cazzo]

.

.

.

ἀσυννέτημμι τὼν ἀνέμων στάσιν,

τὸ μὲν γὰρ ἔνθεν κῦμα κυλίνδεται,

τὸ δ’ ἔνθεν, ἄμμες δ’ ὂν τὸ μέσσον

………νᾶϊ φορήμμεθα σὺν μελαίναι

.

χείμωνι μόχθεντες μεγάλωι μάλα·

πὲρ μὲν γὰρ ἄντλος ἰστοπέδαν ἔχει,

λαῖφος δὲ πὰν ζάδηλον ἤδη,

………καὶ λάκιδες μέγαλαι κὰτ αὖτο,

.

χόλαισι δ’ ἄγκυρραι <…>

[

.[…].[

⸏τοι πόδες ἀμφότεροι με̣νο̣[……]

ἐν βιμβλίδεσσι· τοῦτό με καισ̣[….]

μ̣όνον· τὰ δ’ ἄχματ’ ἐκπεπ[.].άχμενα

..]μεν.[.]ρ̣ηντ’ ἔπερθα·

.

[……………………………………

…………………………………….]

.
.
@Luciano Mazziotta

Iosif Brodskij – Poesie italiane (alcuni estratti)

DALLA SEZIONE STROFE VENEZIANE (1)         a Susan Sontag

I

Fradicia stanga del pontile. Vi è legata triste una giumenta
che agita nel buio la criniera, resistendo al sonno.
Le chiavi di violino delle gondole dondolano, emettendo
silenzio ognuna per suo conto.
Quanto più il moro è fiducioso, tanto più nera è la carta
di parole.  E la mano, per raggiungere un collo troppo corta,
sgualcito dalle dita di Jago stringe al viso il merletto
d’un fazzoletto di pietra.

II

Le rive sono deserte, la piazza è vuota.
Più volti alle pareti del caffè che nel caffè stesso;
una fanciulla in pantaloni di seta suona un liuto
a un Mustafà vestito come lei.
Secolo decimonono! Nostalgia d’Oriente! Posa
dell’esule sulla roccia! E come un globulo bianco nel sangue traspare
la luna nelle opere dei cantori, che bruciano di tisi,
ma dicono che è amore.

III

Nessuno ha nulla da fare qui, la notte. Né un’ugola d’oro
né la dolce Duse. Batte un tacco solitario
sull’acciottolato.
La vostra ombra, come un tremante carbonaro,
si allontana da voi sotto il fanale
ed espira vapore. Di notte noi parliamo
col nostro stesso eco: il fiato caldo inzacchera
il vetro trasudato di quest’acquario in marmo, vuoto l’ideale
per ogni risonanza.

IV

Oltre le scaglie d’oro delle finestre emerse dal canale, è un olio
in cornice di bronzo, un pezzo di pianoforte, una cosa.
Questo celano dietro le tende tirate la perca e il cefalo,
sbatacchiando le branchie.
E se per caso incontri una dea con nulla addosso
sotto un soffitto, ti gira la testa, e gli ingressi
con il palato che un lume infiamma d’angina
si spalancano a pronunciare un <<a>>.

V

Un tempo qui i colpi di coda, guizzi, e in tondo
torcendosi in fregola, le coppie balzavano
di sbieco nell’ovale dello specchio, e che emozione sotto il domino
lo scollo bianco e fondo!
Come turba lo scirocco la laguna. Gonne visi pantaloni
si mischiavano in zuppe tiepolesche.
Dove sono finiti i pulcinella, gli arlecchini,
le maschere, le tresche?

VI

Così all’Opera lenti si spengono i lumi,
così a notte le cupole calano come meduse di volume,
così si stringe, avvitandosi, la calle-anguilla,
e s’appiatta la piazza-razza.
E raccoglie i pettini caduti da capelli
cotonati di donna per le proprie figlie
Nereo, ma lascia intatte le perle gialle
dei lampioni stradali.

VII

Così tacciono le orchestre. La città è come lo sforzo dell’aria
di trattenere sull’orlo del silenzio l’ultima nota.
e si ergono, come leggii ravvicinati, palazzi
mal rischiarati.
Solo una stella azzarda un falsetto tra le linee del telegrafo
là dove dorme di un sonno profondo il cittadino di Perm’.
Ma l’acqua applaude, e la riva pare brina
posata su un doremì.

VIII

La notte, moltiplicata dal mare per due, non dà
folla di zeri, cioè folla di uomini,
anche se i loro volti, a dir la verità,
più bianchi si fanno.
Voglia di spogliarsi, gettare la corazza di panno,
crollare sul letto, stringersi a ossa vive
come a uno specchio ardente, dalla cui superficie
nessun dito potrà più scrostarvi

(1982)

****

Iosif Brodskij – Poesie Italiane Adelphi -traduzioni a cura di Giovanni Buttafava e di Serena Vitale. In particolare, i testi qui proposti sono stati tradotti da Giovanni Buttafava

Se gli avanzi bastano: lettura di una poesia di Andrea Inglese

LIMONI

.

Ci sono zone dell’appartamento
inabitabili, altre fin troppo
abitate. Sedie su cui è vano
sedersi, o impossibile pensare,
o trovare una postura di adulto
vertebrato. I metri quadri
giurati dall’agenzia di giorno
in giorno raccorciano, ma senza
un ordine, a sproposito.

Di fronte, è senza cielo: specchi
d’esistenza nel quadro fisso
della finestra. Di notte o di giorno,
è lo stesso: l’immota cucina
che l’anziana ogni tanto anima
ingoiando minestra da un cucchiaio,
le dita a mietere atomi di pane.
O la donna che strofina per ore
i sanitari, finché si allunga spossata
sotto la nube azzurra dello schermo.
O la più giovane, che allo specchio,
prima di dormire, indossa intero
il proprio guardaroba, solitaria.

Di qua stanno i limoni.
Un mucchio, nel piatto afgano,
pronti a cader fuori. Deformi,
grandi come patate, con l’adesivo
Duck e il marchio registrato
sulla scorza rugosa. Li ha venduti
il magrebino più a buon mercato.
Li beve lei, per ogni evenienza,
con acqua fredda o calda, per niente,
per sicurezza, salute. Io colgo
le loro bucce deformi, strizzate,
guardo nei vani dov’era il succo,
guardo il loro piccolo vuoto
negli occhi.

(“Limoni”, da La distrazione, 2008)


La scena di apertura è quella di una quotidianità turbata. Nell’appartamento si vive male, l’abitudine non regge, il familiare diventa estraneo. Tutto questo non produce stupore, ma un senso di fastidio, di mancata appartenenza. Le sedie perdono la loro funzione codificata, regrediscono a oggetti inerti. Perfino l’agenzia fidata sembra aver mentito sui metri quadri. C’è dunque un elemento di inquietudine, un fattore di disordine soggiacente alla vita di tutti i giorni. Per il momento, è ancora un nervosismo senza riscatto emotivo, la descrizione di un disagio. Non sono comparsi i limoni annunciati dal titolo. Il messaggio di partenza è chiaro: non si può stare in pace nemmeno in casa propria.

In questa situazione di domesticità alterata, compaiono tre solitudini di altri condomini, viste attraverso il riquadro della finestra. Un’anziana mangia rumorosamente una minestra, spargendo briciole di pane. Una donna pulisce i bagni sfinendosi. Una giovane allo specchio, civettuola e sola, prova tutti i suoi vestiti, senza placarsi in nessuno. C’è un’aria diffusa di nevrosi, di angoscia sottile. Dall’ambientazione iniziale, potremmo aspettarci un io poetico immerso nell’autoreferenzialità. Ma l’intimità è impossibile, così come ogni discorso intimista. La prima persona cede allora il campo ai verbi impersonali. C’è un tentativo di lettura delle cose, ma è bloccato. Nessuna immagine porta con sé un’apertura. L’illuminazione arriva però nella terza e ultima strofa.

“Di qua stanno i limoni”: questo verso, straordinario, stabilisce già un aldiquà e un aldilà di laicissima fattura, ritagliati nel puro mondo materiale. I limoni costituiscono, nell’estraneità uniforme fin qui disegnata, il dettaglio imprevisto, la presenza debordante, l’asola del senso. Non è menzionato il colore, ma il giallo-limone è già lessicalizzato, e dunque contenuto nel termine stesso. Sono tanti, troppi, instabili e pronti a cadere. Sono grossi, deformi, percorsi da rughe. Sappiamo perfino che costavano poco. L’accumulo di significanti sembra scavare una breccia per il significato. Il particolare del piatto afghano, esotico e superfluo, va nella stessa direzione. Compare una presenza femminile, scopriamo che dai limoni trae spremute salutari. L’io poetico, finalmente reso esplicito nei contorni del pronome, guarda le bucce già adoperate, scopre nel loro farsi rifiuto uno scandalo che appartiene alla sua stessa esperienza.

La soggettività è dunque la condizione necessaria di una fenomenologia. L’io poetico è solo abbozzato, perfino il legame affettivo con la donna è lasciato all’intuito. Si tratta di un testo che tenta evidentemente di fare i conti col mondo esterno, assumendone tutta la sua verità. L’ambientazione è quotidiana, addirittura casalinga, se pure svuotata di ogni carattere familiare, come abbiamo visto. Non mancano i riferimenti ad una realtà umile: c’è una vecchia intenta al pasto, c’è una donna curva sui sanitari. Anche l’immagine liberatoria dei limoni è in fondo una parodia dei limoni montaliani. Da notare l’assenza dell’articolo nel titolo rispetto al modello: non più “i limoni” della solarità, ma “limoni”, merce, prodotto di consumo. E tuttavia, proprio come in Montale, assumono un valore di rivelazione. Cosa sta avvenendo? C’è una tensione conoscitiva forte, ostinata, che si dibatte però fra misere cose. Fra scarti, verrebbe da dire. In Inglese si delinea quella che potremmo definire una  poetica dei resti , condivisa col poeta francese Jean-Jacques Viton, di cui Inglese è stato traduttore e commentatore. Proprio in un suo saggio su Viton (apparso qui : http://puntocritico.eu/?p=2732 ), ci fornisce così una definizione dei resti in questione, che possono essere considerati « ciò che, pur essendo molto concreto, il discorso e la memoria collettiva trascurano », ma anche « le infinite tracce della vita anonima, quel flusso costante a margine della coscienza, che trascina con sé scorie mentali, gesti ottusi, percezioni incongrue, fantasie ossessive, frasi insensate ». L’idea della poesia come strumento d’indagine a partire dallo scarto, dall’errore, dall’opaco, in un certo modo unisce l’allegria materialista di Ponge, che annullava il soggetto nella rappresentazione di un mondo poeticamente recuperato, e la sfida sempre aperta dei surrealisti, che nello studio dei meccanismi del pensiero non lasciavano alla scrittura (e ai lettori) l’appiglio solido degli oggetti esterni. La rivelazione dei resti è dunque interna ed esterna al tempo stesso, riguarda il mondo e la coscienza in misura uguale e indistinguibile. Qualunque intimismo esplicito sarebbe superfluo, la realtà è esplorata attraverso un filtro inevitabilmente soggettivo, se pure di un soggetto che in Inglese si carica di una capacità universale di lettura del mondo. I limoni, merce di consumo e poi addirittura rifiuto, vanno così in risalto, colti, per così dire, da uno sguardo marginale. Da qui il titolo della raccolta alla quale appartiene il componimento, La distrazione , che non va intesa come pura e semplice assenza di attenzione, ma come il rovescio dell’attenzione stessa. E come tale, ci fa cogliere ciò che all’attenzione sfugge.

@Andrea Accardi

Come leggono gli under 25 # 6 – Giorgio Fontana – Per legge superiore

FONTANA: LA LEGGE SUPERIORE E’ NEL DUBBIO DELLA COSCIENZA

di Maddalena Lotter

A lei sembra che il mondo sia migliorato?”, chiese.

In che senso?”

In generale. Da quando era bambino.”

L’ultimo romanzo di Giorgio Fontana edito per Sellerio (2011) affronta di petto due temi che, attualmente, risultano centrali per l’Italia: l’immigrazione e la giustizia, intesa in tutta la sua complessità di sfaccettature che coinvolgono, in un incontro/scontro, la regola indiscutibile della Legge e l’etica che non sempre la asseconda. Roberto Doni è di professione magistrato, vive una vita da uomo “arrivato”, con una compagna altrettanto impegnata nella carriera e una figlia fuggita all’estero per studiare; una famiglia del Nord Italia come se ne vedono tante, insomma, con dinamiche famigliari di incomunicabilità purtroppo comuni (il rapporto fra Doni e la figlia è compromesso, lei non sembra cercare un contatto e lui è piuttosto impacciato nello scambio epistolare). Irrompe su questo sfondo statico, asettico, quasi rassegnato in cui viene gestito l’importante ruolo della Giustizia, il fresco personaggio di Elena, giornalista freelancer che è figura portatrice di consapevolezza; Doni non può fare altrimenti, deve riconoscere le sue ragioni e assecondare le sue ricerche in merito al caso Ghezal, in cui è implicato un giovane immigrato. Elena scuote la fermezza di una classe giuridica arroccata sulle sue posizioni di sempre, mentre Doni incarna il ruolo dell’incertezza della società, quella che si mette in discussione, quella che non ha dimenticato il difficile percorso della Verità. Scrive Alfonso Berardinelli a proposito del personaggio del romanzo novecentesco: “sembra davvero esserci sempre, in modo ossessivo il rapporto difficile fra individuo e società … come se fra le leggi interiori (la coscienza) e le leggi esteriori (la società) non ci fosse più un rapporto stabile, spontaneo, accettabile e vitale.” (A. Berardinelli: Non incoraggiate il romanzo, sulla narrativa italiana, ed. Marsilio, pag 20); si accende questo stesso smarrimento anche in un uomo di rettitudine morale come Doni e in una giovane donna energica come Elena, con una differenza: il personaggio novecentesco era inadeguato alla società in continua evoluzione, ora è la società, immobile, granitica, ad essere inadeguata a chi vive nel romanzo e ai suoi lettori.

***

La giustizia come ‘tappeto’ nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana

di Alessandra Trevisan

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.

Pier Paolo Pasolini

La vita e il lavoro di Roberto Doni, magistrato sessantenne alle prese con un controverso caso d’accusa ai danni di un muratore tunisino, in galera per un crimine commesso dalle parti di via Padova, e la comparsa di una giovane giornalista free-lance, Elena, che intende cercare una nuova modalità di lettura del caso, nella speranza di salvare un uomo -a suo avviso- innocente. Narrare una storia di cronaca nera filtrandola attraverso gli ‘occhi di una legge altra’, in una Milano contemporanea che può essere ancora ‘casa’, luogo d’integrazione e anche ‘grigia poesia’: questo è Per legge superiore di Giorgio Fontana (Sellerio, 2011), un bel libro e lo dico subito per rompere il ghiaccio, e perché lo sento. Vorrei esplorare qui tre punti focali che ritrovo in tutta la scrittura di Giorgio, autore che apprezzo da anni per la limpidezza e la lucidità, l’intelligenza e l’esattezza.

In primo luogo la CITTÀ che pulsa ad ogni giro di frase, con la sua doppia anima rimasticata già in molte altre cose da lui scritte -ad esempio il magnifico reportage Babele 56, Terre di Mezzo, 2008-, una città che pare un formaggio pregiato smangiato dai vermi: Milano è qui vera, verissima, e «che non mente mai» come ben Fontana stesso ricorda. È sincera come in quell’altro bel volume di Aldo Nove Milano non è Milano (Laterza, 2006), e mi verrebbe da dire che della sua verità ci si innamora facilmente.

Il romanzo è poi pervaso da una colonna sonora lirica che accompagna la parola, che si fa appunto ‘poesia’ aumentando d’intensità: la MUSICA classica non è solo una passione del protagonista ma serve anche a far echeggiare degli stati d’animo, rinforzando, dando maggior vita alla scrittura, e ristorandola/ci. Ma è la GIUSTIZIA in questo romanzo ad accompagnare come un mantra il lettore, intesa come ‘necessità etica’; e allo stesso modo della luce invocata nei versi di Pasolini mette di continuo in dubbio e in bilico Doni; questa giustizia sta in ognuno dei fili della trama e nelle vite dei personaggi (e di tutti noi o quasi), ed è perciò un ‘tappeto’ tessuto con maestrìa. E mi sentirei di dire che sta anche in tutta la scrittura di Giorgio, che dice di sentirsi un ‘artigiano della parola’ ma per me è un ‘miglior fabbro’ di questa nostra letteratura italiana.

[Leggetelo se vi va su http://www.giorgiofontana.com]

Solo 1500 n. 34 – Libreria, libreria per piccina che tu sia

Solo 1500 n. 34 – Libreria, libreria per piccina che tu sia

“Buonasera, molto lieto: Gianni Montieri. Volevo chiedere la vostra disponibilità per una presentazione di un romanzo. Sì, certo che ci conosciamo. Solitamente mi occupo di poesia…certo, avete anche il mio libro in vendita…dove? Lì su quello scaffale laggiù” “Ah, certo Montieri, sì, sì mi ricordo, sei stato qui no? Quella volta lì con…e quell’altra volta con…giusto? Dunque fammi dare un’occhiata per le date…ah, dimenticavo, meglio dirlo subito. Sai com’è?” “Cosa, mi scusi?” “Niente di particolare, è che da un po’ di tempo stiamo chiedendo un piccolo contributo, perché è diventato faticoso con le presentazioni: metti le sedie, togli le sedie, poi la gente non viene, poi i libri non si vendono mai, ti giuro mai.” “Capisco. E quanto state chiedendo di contributo?” “Chiediamo cento euro. Un momento, questo agli estranei, tu sei un poeta, ti conosciamo, potremmo fare settanta ma anche cinquanta, mi sembra un buon prezzo no?” “Guardi che però, stiamo parlando del romanzo di un grande scrittore e caro amico, la gente viene di sicuro, le copie si venderanno: garantito.“ “Ti credo, però si dice sempre quel che si spera, poi si sa la gente non si muove da casa, metti che nevica.” “Metti un terremoto…” “Fai lo spiritoso?” “Ci mancherebbe, facevo un esempio, posso farle una domanda?” “Naturalmente, fai pure.” “Mi chiedevo: se non conviene, se i libri non si vendono, se pure togliere e mettere le sedie diventa faticoso, se piove, nevica o altri disastri: né ma vuje sti presentazion’ che facite ‘a ‘ffà? Devo tradurre?” “Ciao Montieri, adesso devo chiudere, ci sentiamo in un altro momento” “Certo, arrivederci.”

Gianni Montieri

Francesca Genti – L’aurora boreale (inedito)

L’aurora boreale

In questa vita loca che trascorre
ho poco da donarti e da parlare,
ma in quella immaginata è un’altra storia:
è tutto azzurro e tu mi passi il sale
per le patatine, mi prendi per i polsi
e mi travolgi.

Così sudati siamo così belli:
potenti come il sole e calmi come il mare,
trafitti d’ametista e trasparenti,
sirene allegre nell’aurora boreale.

****

@ francesca genti


Leonardo Renzi – Resident Evil

Resident Evil

“Maarco è ora”, il ragazzo si alza, sbuffa, dà un ultimo colpo al pad, giusto per non mollare il gioco senza il piacere di una killata facile… sono le undici di sabato, bisogna accompagnare la nonna al cimitero. Non che la cosa sia complessa: prendi le chiavi di casa, quelle dell’auto, infila il giubbotto e schizza fuori. Il difficile è solo portare di peso giù la vecchia: l’ascensore è rotto, e i trentadue gradini che separano la porta di casa dal portone d’entrata sanno di via crucis; poco male, il ragazzo c’è abituato. La giornata è calda, il sole lascia pozze che ti schizzano la faccia, di gente in giro se ne vede poca. Saranno a lavorare, o su fb. “Mi raccomando le chiavi”, come se di chiavi lui non ne avesse abbastanza: USB, d’accesso, di conferma, di verifica, di profilassi contro la vita. Certo che la tipa scassa: come tutte le pensionate ristagna nel suo tran tran di ufficio postale-chiesa-centro anziani, ha quell’odore di usato non garantito da museo di biologia abbandonato… eppure vive, se così si può dire: mangia, beve, a volte caga, come fosse ancora giovane, come se il mondo non l’avesse da tempo rottamata, messa in un angolo d’inutilità socialmente riconosciuta.

Il tragitto da casa al cimitero è breve: imbocchi un paio di vie secondarie ai 100 all’ora, smanopolando sulla radio alla ricerca del brano giusto, della soundtrack perfetta per questo viaggio in territorio sconosciuto, smadonnando il giusto per evitare i pensionati col berretto, letali anche a bordo di un triciclo. Da notare: i vecchi si muovono a branchi, come i tonni e i fattoni… ognuno perso nel suo mondo, col suo passato che lo rincorre come un cane, gli piscia addosso e poi scompare. Sì, perché Marco una cosa l’ha imparata da questi scarrozzamenti cimiteriali: il passato vive, succhia e defeca più e meglio dell’adesso; i morti parlano, certo a modo loro, per suoni inarticolati, accenni, ogni tanto farfugliano una frase, poi vanno in loop e non si capisce più niente, fanno dell’ottimo noise e non lo sanno.

L’arrivo è da manuale: parcheggio deserto, sgommata sulla ghiaia giusto perché si sappia che sono arrivati, una controllatina all’ora sul cruscotto, poi giù ad aprire alla nonna, aiutando il suo femore pericolante a non frantumarsi nell’impervia discesa dal veicolo… solo dopo la sfacchinata arriva il guardiano, becchino e magnaccia del luogo: viso ossuto, sguardo errante, labbro sporgente che a mala pena trattiene gli ultimi denti sopravvissuti al disastro del tempo, un elemento da horror di serie C, di quelli anni ’60, girati a basso costo, con attori teatrali che il viale del tramonto l’avevano percorso in lungo e in largo. Poco male, pensa il ragazzo: il guardiano prende sottobraccio la nonna, per accompagnarla verso il loculo del caro defunto… a guardarli andare sembrano degli eterni promessi: il passo regolare, da minuetto, i volti su cui balugina qualcosa di strano, come dei lampi di giovinezza che vanno e vengono, come se qualcuno c’avesse preso gusto a smanettare con l’interruttore delle ere… On-off, on-off, on-off… chissà se si era accesa la luce quando la matrona cenciosa aveva conosciuto suo nonno: stranamente sul fatto la vecchia di solito così loquace taceva, come presa da un pudore… a Marco toccava immaginare, e la cosa non gli piaceva… vedeva il suo paese contrarsi in poche case di muratura buttate su nel tempo libero dai campi, corpi di ventenni duri, callosi e abbronzati come i marocchini accampati in stazione, corpi brutti, screpolati, che si lanciano in danze assatanate, che si incontrano, palpano e si parlano, con quel dialetto sgraziato, senza doppie, frullato con un italiano appreso appena, a grandi sforzi, come una lingua straniera… e poi le passeggiate lungo strade fangose, gli appuntamenti nel fienile, a far l’amore (perché i vecchi dicono così, loro facevano l’amore) con accanto vacche e maiali, tutto fottutamente scrippato, già detto e già visto, una commedia ripetuta ad uso e consumo delle famiglie, che poi li sgamavano e pretendevano, contrattavano campi e animali, alla faccia dei sentimenti e dei sacramenti, che poi arrivavano puntuali, calati dall’alto, dal prete-hub che glieli scaricava sulle spalle larghe da contadini, e via fedeltà-indissolubilità-apertura alla vita, e loro dicevano sì, sulle note di Wagner assentivano davanti all’evidenza di un destino a tappe obbligate, quasi la vita si percorresse a passo di marcia…

“Cazzo, Cazzo” diceva tra sé Marco, lo sforzo mentale l’aveva fleshato, tanto che dovette sedersi su una lapide, guardarsi intorno con aria bovina mentre tabacco, cartine e filtrino gli erano finiti in mano per riflesso innato… “Rolliamo”, se l’era detto da solo, per farsi forza, mentre i pensieri già tornavano alla carica, meno nitidi, a pixel grossi e sgranati… intanto la nonna si era fermata davanti alla tomba del marito, cominciando a biascicare le sue litanie lente, ieratiche, come in un rito d’evocazione, negromanzia da massaie…. eppure sembrava funzionare… certo, lei giocava in casa: lo si vedeva da come si toglieva lo scialle, lo deponeva sulle mani di un angelo in marmo vicino, con la naturalezza di chi va a far visita ad amici di lunga data, e le convenienze se le può risparmiare. Qualcosa però non torna: adesso la vecchia alza la voce, conversa, parla di quello che accade in casa, senza fretta e senza dimenticare i particolari più infimi, di quelli che interessano solo chi di te sa già tutto, e vuole i dettagli, le minuzie, la narrazione dell’infinitesimale… mentre da sotto un singulto si fa strada, rimbomba, morde le foglie peggio del vento, sembra l’intro della resurrezione universale, corpi e terra tremano, duettano, come se qualcuno avesse inserito la vibrazione, è allora che marco alza gli occhi sull’orizzonte, e lo vede immobile, monolitico, un wall senza cavo e senza segnale.

@Leonardo Renzi

Mariasole Ariot – poesie

Esili

I muri cantano
quando l’animale trema.

S’incontrano la Persona e il testimone, e lei s’inclina.

Le piega le spalle  un ferma-testa,
con le tenaglie separa il grigio dal grigio,
costringe ad un deserto.

-Piacciono ai denti
le parole dure, durano
le cose morte-

E i muri che cedono all’incanto
pesano la memoria ad ore.

Solo i pesci morti si salvano dal fondo: la testa non si mangia
né si avanza, l’origine
si frana nella forma.

***

Sulle foglie ruvide

L’asfalto non ha braccia eppure annoda,
ci buca nelle mani
a difesa della luce.

Indistinti barcolliamo nella folla.
L’uno dorme, l’altro piove
io mi accascio al tichettio.

Di luogo in luogo, di roccia che ritira, la strada
si sminuzza nel suo opposto: sulle secche la goccia non si arena
e voi vi separate
e noi ci separiamo.

Nel sogno vi schiudete ancora svegli
afferrati corpo a corpo come foglie
nel giardino dei mancini non c’è vento
e dove l’altro è già l’inverso
dove io non è più io, divento l’altro.

***

L’urgenza è ora, la parola è ora

Dove il nodo ripara
il vento cancella e non raduna.

Di silenzio in silenzio scardina
di bianco si avventa in verticale.

Al primo piano un volto afferra
……..-e il cielo si fa lento: la penombra è il mio artificio.

L’esilio che non sono e che già sono,
di esilio mi condanno alla parola.

Fuori di testo (n. 5)

Fuggite

Fuggite, amanti, Amor, fuggite ’l foco;
l’incendio è aspro e la piaga è mortale,
c’oltr’a l’impeto primo più non vale
né forza né ragion né mutar loco.

Fuggite, or che l’esemplo non è poco
d’un fiero braccio e d’un acuto strale;
leggete in me, qual sarà ’l vostro male,
qual sarà l’impio e dispietato gioco.

Fuggite, e non tardate, al primo sguardo:
ch’i’ pensa’ d’ogni tempo avere accordo;
or sento, e voi vedete, com’io ardo.

 

(Testo di Michelangelo Buonarroti)

Philip Eidel ft Vinicio Capossela
(da “Renaissance”, 2001)

 

Come si può concepire un articolo così? (post di natàlia castaldi)

da Pontifex:

MORTA WHITNEY HOUSTON. UN ALTRO TALENTO CHE SE NE VA! MONITO DI DIO PER LA RECENTE CONVERSIONE ALL’ISLAM?

(Il vostro Dio, qualora esistesse, sarebbe certamente contento di essere descritto come un vendicatore rancoroso alla stregua dei più capricciosi dèi dell’Olimpo.

Credo che una riflessione non vi farebbe male, se non per amore dell’umano e del prossimo, quantomeno per rispetto del Dio di cui usate il nome come stendardo.

con indignazione,

nc)

_____

Ciao, Whitney, ti sia leggera la terra

solo una poesia (post di Natàlia Castaldi)

Joseph Cornell

[nuove liriche dell’incompiuto – #1]

*

Il miracolo di quelle cose libere che si amano così,
così – quasi fosse
l’impossibilità di domare la pelle del mare,
o la riva del fiume quando devasta la saccenza
delle previsioni oltre l’abisso della sorpresa,
ma” è solo
[o_siamo] una parola, che svolta

  • dunque, eccoci: prossima scena:

il tavolino si allaga
dentro lo sguardo di una donna] lui osserva.
Si suppone che piovesse, non è detto un pianto,
si suppone ancora una sorpresa:

lei non chiese, lei non aspetta.

Ricapitolando, dunque
C’era una donna, poi fu un seno e più tardi ancora
un piccolo ristagno che chiamarono
cielo come il grido di chi nasce
nel silenzio di chi muore.
Si aggiunsero poi
un’unghia spezzata, lo smalto, pezzetti di memoria,
vetro colorato, calze a rete, – si disse un tempo
di una riga che saliva su per il polpaccio alla coscia

un’ascesa al paradiso.

Di tutte queste cose libere è la natura terrena
dell’amore quando mima il suono nel suo petto
che sembra mio così pieno,
piccolo grosso, distrattamente andato
giù dabbasso al ventre maturo

  • si disse un tempo: turgido, bianco, come qualcosa di incompiuto:

ma la natura distratta delle cose
è un equilibrio di terrena assoluzione,
la sorpresa per ciò che non sapremo.

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the Durutti Column
*Lies of mercy*