Incinerazioni – inediti – Enzo Campi

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Enzo Campi

INCINERAZIONI

inediti 2011

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1

Come polvere o meri cristalli d’inedia

fluttuano, incostanti, vacue particelle

nella gabbia che accompagna la piuma

al suo destino di prigionia. E l’uccello

lo sa, conosce il rituale in cui soccombere

e anzi sembra spiumarsi di proposito

per offrirsi, nudo, al necessario sacrificio.

La piuma si libra, leggera e impalpabile,

tenta l’approccio con la bava evacuata

dal fiero volatile e il trauma bussa alla

porta chiedendo di entrare, per far parte

del gioco e imporre il suo dettato. Nulla

di nuovo, tutto normale e normato, tutto

previsto e scontato. Così, il tronfio volatile

disegna l’iperbole castrata del suo volo

coatto e sogna di smussare la serie delle

bordature che ancora circuiscono l’andirivieni

in cui ci si esercita a saggiare, di testa, il metallo.

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2

Diciamolo pure, la spina è destinata,

da sempre, a forare. E il sospiro di

sollievo di ovi e ovuli è dettato proprio

dal corpo a corpo con lo stelo. L’edotto

spettatore, per quanto lo spettacolo

non sia inedito, sorride compiaciuto

al  compiersi del gesto. Tutto scorre

docilmente nel mansueto flusso in cui

si consegna il derma all’attacco della

spina di turno. Del resto il sangue,

fastidiato dalle claustrofobiche vene,

non può esimersi di cercare il suicidio

tentando il contatto con l’aria asfittica

in cui siamo destinati a disseminare

la vacua sterilità che tutti ci riconoscono.

Così, per quanto il coro non possa fare

a meno di rincarare la dose, risuona in

lungo, in largo e a tutto tondo la stupida

risata di chi, per presunta presunzione,

non riesce a cogliere né idee, né messaggi

e ancora s’adopera a perpetuare l’ignava

setta impegnata a mortificare il verbo

.

3

Prima d’ogni utopica risoluzione, prima

del battito di ciglia che si ostina a scandire

il ritmo dell’immediato, prima del macigno

che il coro scaglia contro l’incauto viandante,

prima di subire il sadismo del labirinto, prima

di sostare sulla soglia sapienziale ci toccherà

osservare quel grano di sapida follia che

nasce e si mostra come impura perla e sempre

rotola dal capo alla coda scavando, sotto pelle,

un cunicolo. Gettare il sale sulle labbra

spalancate della ferita ancora fresca sì,

ma è la colata di pus a ricreare il ritmo perverso

dell’impedimento. Così la lingua s’impasta

e perviene al silenzio. Prima del dato di fatto,

prima dello spasmo che muove e ribalta

i fulcri nervosi, prima che tutta questa

disseminazione si dichiari inutile e infertile,

prima che il coro rinnovi il sadico rituale

della punizione, prima che il tamburo

annunci l’avvento della consumazione ci

toccherà sputare su quella perfida luce che

ancora persiste a spargere d’intorno vacue

meteore private di ogni funzione salvifica.

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© Enzo Campi – Inediti – 2011

21 comments

    1. grazie lucy!
      ma per “casa” intendi la tattile impalpabilità di Poetarum o l’effimera dimora di questa mia piccola ed inesaustiva frattura spazio-temporale?

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      1. le tue parole mi sono familiari, parlano la mia lingua interiore e anche un po’ di quella che talora permetto salga in superficie. la mia è ancora balba, la tua è esperta. anche la “silva” è una casa, un rifugio protetto: specie per i selvatici come me

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    1. quante ne vuoi Natàlia.
      ognuno (anche senza volerlo) ha il suo personale bagaglio di vacuità ed effimerità.
      e talvolta è anche costretto a “frequentare” quelle degli altri.

      grazie!

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  1. La scrittura di Enzo Campi ha qualche volta un duplice effetto su di me:

    a) inadeguatezza per dei testi che sembrano criptici, enigmatici in qualche maniera, perlomeno per le mie possibilità soggettive di fruizione. E’ come se fossero la piccola parte visibile di un tutto sottinteso che non conosco. La sua verbosità poi (che qui è molto contenuta) è proverbiale, un po’ lontana dalle mie preferenze per la parola asciugata – non arida, però.

    b) intensa fascinazione (e non lo dico per “curare” dopo aver colpito) per il ritmo, l’armonia, la maestria con cui le sue parole fluiscono nelle acque del foglio bianco. Parole certamente dense. E da queste onde mi piace farmi portare…
    Bravo

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    1. l’antidoto ha una sua utilità solo in presenza di veleno.
      se non c’è veleno non c’è bisogno di nessun antidoto.

      grazie Gino!

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  2. L’azzardo non è il flusso poematico – metamorfico, potente, incessante, inevitabile – ma il gioco relazionale che tende a inglobare, ingabbiare, dettare le coordinate del moto e del senso, precostituire una dimensione “salvifica” (id est: inquadrabile, rappresentabile, spiegabile) del testo: subito disinnescato, e reso inservibile, dal “respiro” che incenerisce ogni indice: respiro di libertà in-dicibile, che assume su di sé il peso in-nominabile di essere e passare, fluttuare senza meta tra il non-ancora e il mai-stato.

    Superba scrittura.

    fm

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  3. Non penso alla cenere solo come resto o residuo, ma anche come “scarto” tra un punto e l’altro, non tra un gesto e l’altro, ma sulla capacità che ogni gesto ha di rendersi spaziale,ovvero di creare un luogo ove poter tracciare un “transito”, anche annaspando e perdendo colpi. Si dà scarto quindi non solo tra luogo e luogo ma anche “tra il non-ancora e il mai-stato”, tra ciò che non raggiunge il suo stato e l’impossibilità di un divenire. In tal caso la cenere mette a morte un qualcosa di non-compiuto (da non sottovalutare il fatto che la poesia è sempre un non-compiuto) innestando la possibilità di un supplemento che potrebbe anche non verificarsi. Si dà scarto anche tra l’illusione dell’immanenza e l’utopia dell’ “ancora da costituirsi”. Senza tenere conto del fatto che tutte queste dicotomie sono, a tutti gli effetti, quantificazioni e qualificazioni temporali e che la cenere non è solo l’avvenuto passaggio tra uno stato e l’altro, ma anche il passaggio tra due diverse temporalità. Comunque, in tutti i casi, essendo la cenere “scarto”, in essa non c’è riposo, né stallo, ma solo la volontà, per così dire, di “vestirsi a nuovo” assorbendo in sé ciò che ha incenerito. In tal senso la vestizione si nutre della visitazione di altri corpi e oggetti. E questa sorta di visitazione sacrificale è, forse, quel “respiro” cui accennava Francesco: il respiro del passare attraverso e del riproporre -fino allo sfinimento e allo smarrimento- l’interrogazione, anche e soprattutto in presenza della solo apparente negatività del “nulla di fatto” o del cosiddetto (e ab-usato) incompiuto. Tutto questo anche a costo di mimetizzare la poetica nell’invettiva, nell’ Aussage heideggeriana (“asserzione dichiarativa”, derivata direttamente dall’aristotelica “oratio enuntiativa”) e in quello che si potrebbe definire come un procedimento/dispositivo di “descotomizzazione”. ovvero di tutto ciò che permette all’autore non di eludere, nascondere e rimuovere cose, persone, situazioni e accadimenti che procurano disagio e rifiuto, bensì di svelarli in tutta la loro interezza e complessità. Certo, c’è modo e modo di farlo. L’importante è non perdere di vista il mezzo che ci permette di essere qui: la scrittura. Al di là di mimesi e concettualizzazioni non bisogna mai dimenticare di porre la massima attenzione alla scrittura e alle sue naturali peculiarità sacrificali e insieme trascendentali.

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    1. da un lato la “traccia”, dall’altro lato la cancellazione della traccia. del resto la sabbia, come la cenere, si presta a “praticarsi” in tal senso.
      grazie cristina!

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  4. è sempre una bella avventura leggerti, Enzo.
    complimenti per questi tuoi inediti, e grazie, anche per la nota che hai lasciato nel tuo ultimo commento.
    ciao :)
    Stefania

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  5. Ritrovo i versi di Enzo quasi al confine tra due mondi in collisione… Essi producono quel furore cosmico lontanissimo che giunge a noi dopo la sua definitiva scomparsa, quando già non esiste più l’evento cruciale. E’ questa la similitudine che accosto ai versi di “Incinerazioni”. Il messaggio, o meglio l’informazione, è ciò che giunge sia come concetto che come “in – formazione” e “in – forme”. Idee limite alle quali dedicare un transito che è, per sua natura, ondivago e fuggevole, ma proprio per questo coglie il fondamento, non si lega alla superficialità di una statica esplorazione di un presunto vero. Ha ragione perciò Enzo quando menziona il mutamento temporale, e non solo il passaggio di stato, come figura del suo poetare. Si tratta di tenere presente che l’erranza, a lui cara, possiede molte dimensioni e le abita. La cenere dunque in un altrove da esplorare è ancora cosa vivente, in luoghi paralleli a questo potremmo riconoscere la stessa materia in altre forme, defilata o al centro di un’ ipotesi d’esistenza. Come resistere al richiamo di tanta poesia? Lasciandosi conquistare da quel “respiro” che può essere vivificante eppure inquieto nella sua espressione ritmica e semantica. Suscettibile di un rituale celebra nel corpo il sacrificio dell’essere, unendo vicino e lontano, erranza e quiete. C’è una crudeltà necessaria, la parola incide, il sangue sembra sprizzare come la disseminazione feconda delle sillabe nel testo-carne. Celebrato e punito allo stesso modo dal rogo del silenzio, il viandante prosegue con determinazione, sebbene ogni cosa per sua natura mostri il limite e quindi si renda inutile (ma quanto umano) il tentativo di esplorare.
    Ricordiamo inoltre che non tutto l’essere aderisce, per così dire, alla riduzione in cenere.
    Ai residui si oppongono le presenze granitiche di quelle realtà irredimibili cui neanche un purificante fuoco restituirebbe mai ragione d’essere. Il poeta questo lo comprende, plasma dunque la sua parola al calor bianco, tenendo conto dell’ effimero rivalutato ad essenza e forte dell’ispirazione poetica fattasi pneuma. A questo proposito concludo ricordando fuggevolmente anche la posizione di Gary Snyder sull’importanza del respiro in una scrittura avulsa dai ritmi preordinati in rime o metri della tradizione occidentale. Si vede che la poesia rimane sempre se stessa anche nella cenere ! Marzia Alunni

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  6. è sempre difficile dopo i “passaggi” di Marzia Alunni aggiungere qualcosa di altrettanto pregnante e significativo, perché c’è in lei un’innata e spiccata predisposizione al “contatto ravvicinato” con pensieri e poetiche altrui.
    grazie di quest’ennesimo “sguardo” e della tua presenza costante alle mie cosucce poetiche!

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  7. Rimango sempre colpita dalla tua capacità di essere poeta sino in fondo senza mai deludere né illudere, il che sa per me di autentico, un abbraccio
    Tiziana

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  8. @ Marzia

    E’ sempre (o comunque spesso) una questione di confine e di confini; in tutte le accezioni possibili: margini, cornici, bordature, valichi, reticolati, ecc.
    Confini con cui fare i conti, in cui sostare o da attraversare.
    Del resto la letteratura, almeno dal mio punto di vista, è una modalità di comunicazione che dovrebbe prescindere dai generi, dalle etichette, dalle classificazioni e dall’essere inglobata in un sistema “rassicurante” di immediato riconoscimento.
    La “scrittura di confine” è proprio quella che confonde (ma il termine è riduttivo), volutamente e lucidamente, i generi, creando un sistema di interazione tra le varie modalità canoniche in cui siamo -purtroppo- portati (o costretti) a dividerla e classificarla.
    Una scrittura quindi sempre “in-formazione”, necessariamente in-compiuta, urgentemente aporetica.
    Da qui, come diretta conseguenza, da un lato la necessità di un io-plurale che permetta all’io-singolare di dileguarsi nella scrittura che può solo farne intravedere le tracce, e dal’altro lato l’inevitabilità di esprimersi “in-forme”, praticandosi cioè nella molteplicità delle innumerevoli modalità che la scrittura può offrire.
    In tal senso le “ipotesi d’esistenza” divengono, a tutti gli effetti, tesi da disseminare lungo il tragitto dell’erranza letteraria.
    Ma, beninteso, le tesi qui vagheggiate non hanno bisogno di dimostrazioni (sono anzi destinate ad un transito circolare e perpetuo).
    L’enumerazione, la nominazione e le possibilità che esse possano innescare la deflagrazione di prosecuzioni e supplementi dovrebbe già essere sufficiente a giustificare la loro esistenza e/o il loro allontanarsi (mettersi in margine? confinarsi?) dall’esistenza, per così dire, immanente. E questo sarebbe già un passaggio da uno stato all’altro, da una temporalità all’altra, una sorta di trascendenza.
    Si dà trascendenza per passaggi, cifre, tempi, luoghi, per stasi (estasi) e spasmi incontrollati, per “erranza e quiete”, ma anche per attese di “venute”.
    E che la venuta sia in presenza o in assenza di un io, di un tempo ideale o idealizzato, di un luogo più o meno salvifico è cosa di poco conto.
    Non siamo noi ad “abitare” la scrittura.
    E’ la scrittura che talvolta ci permette di passare attraverso di essa (“essere e passare”, come ha detto giustamente Francesco).
    Per questo, forse, il “respiro” deve farsi necessariamente irregolare, deve possedere un ritmo in sé, ma deve anche concedersi il lusso di spezzarlo e riconfigurarlo.
    In ambito letterario bisognerebbe sempre praticarsi “al limite”.
    Non ha importanza che i gesti siano produttivi o improduttivi, utili o inutili.
    Bisogna solo compierli.
    E’ questa la vera crudeltà della letteratura: toccare il limite, toccarsi al limite.

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  9. Caro Enzo sono senza parole, che vertiginosa meditazione sulla scrittura totale! Grazie d’incoraggiarmi sempre e complimenti agli amici di poetarum per la qualità dei contributi presenti. A Francesco poi tutta la mia attenzione ogni volta che leggo un suo intervento… Marzia Alunni

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  10. Un grazie di cuore a Marzia e a Enzo.

    Non certo per ricambiare, ma vi assicuro che se facessi l’elenco delle cose che imparo, o di tutto quello che mi costringete comunque a ripensare, ogni volta che vi leggo, faremmo notte.

    Un caro saluto.

    fm

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