Poesie di Francesco Tomada
Da "L'infanzia vista da qui", 2005 L’ allargamento dell’Unione Europea Ci sono caprioli che percorrono di notte i sentieri jugoslavi di pattuglia per evitare i rovi come acrobati sul ciglio del confine voi dite “non esiste più il confine” ma io lo vedo ancora è una traccia senza erba fra le spine sono i cippi conficcati nella terra perché fra tutti gli animali l’uomo è il solo che segna il territorio con le pietre da "A ogni cosa il suo nome", 2008 (senza titolo) Sul viale principale di Belgrado ci sono ancora case di cui resta solo la facciata attraverso le finestre vedi il vuoto e sterpi dentro e nubi dietro il cielo in una stanza oggi della guerra rimane questa immagine il cielo in una stanza io penso a gino paoli che in mezz’ora con una prostituta scrisse una canzone che parlava d’amore Inediti Una forma di gelosia Ti sei addormentata ancora nuda adesso il tuo torace si muove lentamente lo sento appoggiandoti le mani sulla pelle penso al fiato veloce di prima che era tuo e nostro insieme mentalmente faccio la differenza per capire quanta parte del tuo respiro sia dedicata a me No Man’s Land Qui in mezzo ai cartelli stradali “Italia” e “Slovenija” qui sulla scarpata della ferrovia crescono i cespugli sono stati giovani sono stati semi hanno avuto la pazienza e le radici per abbracciare questa terra che una volta chiamavamo di nessuno adesso è terra loro Quello che serve Non sai quante volte vorrei prendere il telefono e gridarti addio abbiamo preso abbiamo dato da adesso padre considerami morto ma lascio sempre perdere lo faccio per i miei figli che non paghino le nostre colpe per la donna che hai sposato che mi ha generato anche se tu non volevi lo faccio per me sai che allo specchio mi viene il tuo stesso taglio di occhi tre piccole pieghe di lato e una ruga asimmetrica verso la fronte e io non diventerò l’uomo che volevo se rifiuto di poterti assomigliare
Altre poesie di Francesco Tomada sono state pubblicate su Poetarum Silva, La dimora del tempo sospeso e Absolutepoetry.

19 risposte a “Poesie di Francesco Tomada”
grandissimo Francesco. Poesie che rimangono.
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trovare in questi versi un pò di me (perfetta sconosciuta) e un pò di “altri” è un ottimo motivo per chiedervi di continuare a scrivere….scrivere e scrivere per noi perfetti sconosciuti, per farci emozionare e più!!!
grazie
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Un delle scritture poetiche che amo (e che invidio!) più profondamente e visceralmente.
fm
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resto sempre stupita da come Francesco riesca a rendere semplici, evidenti, le situazioni..leggendo lo si finisce sempre col pensare “già, è proprio coaì”, e lui l’ha detto per noi.
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queste poesie di francesco sono le finestre aperte dopo mesi di imposte chiuse. Mi piacciono moltissimo
“Sul viale principale di Belgrado
ci sono ancora case di cui resta solo la facciata
attraverso le finestre vedi il vuoto
e sterpi dentro e nubi dietro
il cielo in una stanza
oggi della guerra rimane questa immagine
il cielo in una stanza
io penso a gino paoli
che in mezz’ora con una prostituta
scrisse una canzone che parlava d’amore”
strepitosa
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voi dite “non esiste più il confine”
ma io lo vedo ancora
è una traccia senza erba fra le spine….
………
e io non diventerò l’uomo che volevo
se rifiuto di poterti assomigliare.
……….
le appartenenze le cose più dolorose
che però ci insegnano ad essere.
Complimenti a Francesco
e a Luciano per la proposta
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Musica, storia, senso sono la stoffa di questi versi. I fili che la compongono segnano rotte ben precise, che si impongono all’attenzione – penso, ad esempio, a quelli che vanno da “L’allargamento dell’Unione Europea” a “No man’s land”.
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Grazie a Luciano per avermi cercato, e uno ad uno a voi per i vostri commenti ed il vostro saluto. Qualcuno lo conosco ed altri no, e magari questa sarà l’occasione per incontrarci in qualche modo.
Gianni, io credo che il gesto stesso dello scrivere sia quello che dici, almeno per me, e cioè cercare di aprire le finestre dopo mesi che sono chiuse. Solo a volte ci si riesce, e per questo bisogna tentare più forte. le vostre parole mi incoraggiano.
Francesco
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Rileggere Francesco è terapeutico!
Grande.
roberto
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Eccomi a rileggere un poeta che amo moltissimo, poesie che colpiscono sempre il bersaglio e restano. Si respira meglio dopo averle lette. Grazie Francesco.
Un saluto al blog e a chi ha postato.
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vita pura.
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aggiungo anche le mie parole per incoraggiarti ad aprire sempre con più forza…
grazie.
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Bellissime le tue poesie.
Saluti;-)
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Ringrazio anche i nuovi intervenuti.
Alcuni li conosco, ed è bello in questi siti lasciare tracce del proprio percorso per potersi ritrovare di tanto in tanto.
Altri no, e mi fa piacere l’apprezzamento che hanno voluto lasciare, senza avere nemmeno “l’obbligo” (brutta parola, ma non me ne viene in mente una migliore) dell’amicizia.
Francesco
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Poesie che avrei voluto scrivere e pubblicare.
Francesco, complimenti! Sai cosa penso di te e del tuo lavoro.
Spero che un giorno si possa navigare insieme!
Tuo Gianfranco
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Grazie, Gianfranco.
Per la scrittura sei bravissimo da te, anche se con il ruolo che hai assunto si tende a dimenticarlo.
Per il lavorare insieme io credo che possa succedere, e ne sarei contento. L’Arcolaio (che sei tu) è una delle piccole-grandi case che portano avanti, immagino tra mille difficoltà, un percorso serio legato alla poesia, e di questo dobbiamo esserti riconoscenti tutti.
Francesco
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Caro Francesco, ti rileggo con piacere, dopo lo scambio di commenti di un paio d’anni fa su LPELS. Ne approfitto per raccontarti che un giorno mi era tornata in mente la pacatezza e gentilezza che in quell’occasione avevi avuto (di fronte a una critica, serve dirlo?, rare!), e che così ho deciso di stampare le tue poesie e leggerle senza il filtro malevolo dei pixel. Bè, se ricordo bene ti avevo detto qualcosa sull’eccessiva prosasticità. Penso davvero di aver sbagliato: leggendo con più attenzione, mi sono accorto che la tua prosasticità non diventa mai “eccessiva”, perché si sente, in ogni verso, la fatica, la spremitura, l’autocritica concettuale (molto fortiniana) con cui si arriva al risultato finale di un verso che ha la verità del diaristico senza averne la stereotipia. La tensione che non vedevo nel ritmo, sta tutta in quella enorme rete di pensieri che si collegano, inesorabili, in queste tipiche chiuse delle tue poesie. E quel “faccio la differenza” di “Una forma di gelosia” mi ha fatto tornare in mente i tuoi versi che mi sono rimasti più impressi: “c’è una realtà dove si perde tutti / e tre diviso due fra zero”.
Siccome, però, la palinodia è più utile a me stesso per chiarirmi e per crescere, piuttosto che a te e alla tua poesia, voglio dirti comunque una cosa che non mi convince. Almeno da questi testi e dagli altri letti in passato, avverto il pericolo di uno stile dato per conquistato ed acquisito. Come se, insomma, avessi trovato la forma ideale in cui esprimerti, e la dessi per scontata, come diaframma quasi inconscio dell’esperienza. Però è un’impressione davvero relativa alla dozzina dei testi che ho letto, e quindi (non commetterò due volte lo stesso errore!) è probabile che mi sbagli. A presto,
Michele
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Caro Michele, nessuno sbaglio da parte tua, nè allora, nè oggi. Anzi oggi come allora mi fa piacere il tuo intervento, perchè senza dubbio è bello quando ricevi segnali di apprezzamento – e il fatto che tu legga con attenzione e rispetto lo è – ma un blog serve anche per un confronto, non è un libro, ci si pongono domande e risposte. Dunque grazie di nuovo, anche perchè le “critiche” che mi hai mosso e mi muovi sono motivate.
Vale, per certi aspetti, ciò che ti risposi allora: le critiche sono uno strumento di riflessione per chi scrive, o almeno dovrebbero esserlo. Ci si deve pensare e bene, per poi scegliere la propria strada ed assumersene la responsabilità. Era più che legittimo quando scrivevi della prosasticità: poi è chiaro che bisogna scegliere le modalità espressive che ci appaiono più adatte, o consone, o semplicemente quelle di cui siamo capaci, sapendo che non andranno bene per tutti, e ci sarà chi – giustamente, lo sottolineo – avrebbe preferito altro. A me piacerebbe che la mia scrittura fosse non “bella” per tutti, non ne ho l’ambizione nè le possibilità, ma “degna”, cioè tale da meritare il tempo che richiede.
Dunque non hai commesso nessun errore in passato e non lo commetti questa volta. Anzi hai del tutto ragione, e sono il primo a dirlo: il rischio maggiore che avverto per me è proprio quello che suggerisci tu, cioè la ripetizione. Non credo tanto come stile, il mio è questo, magari si evolverà ma sostanzialmente immagino che le coordinate siano tracciate; quanto invece come atmosfere, tematiche, punti di vista. Io provo a scrivere di ciò che vedo e vivo, e per come vivo adesso necessariamente molti argomenti sono gli stessi: dunque il pericolo di cui parli è la mia maggiore paura, ed è ciò che al momento mi frena di più nello scrivere. So che devo provare a dire altro altro, o le stesse cose ma con maggiore profondità, e non mi è facile per nulla. Mi sforzo di essere obiettivo con me stesso anche se so che è quasi impossibile, e credo di trovarmi sul confine, sullo spartiacque perchè quello che adesso è un pericolo diventi un limite vero e proprio. Fai bene, e lo dico con sincerità e nessuna ironia, a ricordarmelo anche tu.
Francesco
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Ti auguro che la consapevolezza del pericolo sia sempre un produttivo stare sul confine, e non una stasi di fronte al limite. E’ dura e lo è davvero per tutti (tranne per chi è soddisfatto di aver trovato una propria identità, un proprio percorso, e preferisce fermarsi lì: una scelta che non mi sentirei di biasimare). Essere autocritici il più lucidamente possibile, e però mantenere quell’energia ingenua, quello scrivere come viene, riconoscendo che se la nostra individualità ci spinge a qualcosa, vale la pena di farla parlare esattamente così. Se si trova l’equilibrio…cavolo, è bello! E’ un grande piacere anche per me confrontarmi con te, e ti ringrazio del tempo che mi hai dedicato. Alla prossima!
Michele
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