Hilde Domin, Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte

Hilde Domin, Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte

Lettura di Anna Maria Curci

Il volume, pubblicato nel marzo 2011 da Del Vecchio editore, offre un’ampia scelta di poesie di Hilde Domin. Come racconta l’editore italiano, Pietro Del Vecchio, la storia della versione italiana del volume Auf Wolkenbürgschaft, uscito nel 1987 con la casa editrice Fischer, è la Storia di un incontro:

Questa è la storia di un incontro. Credo che uno dei sortilegi più efficaci operati dall’arte, e dalla letteratura in particolare, sia quello di evocare e stabilire alchimie tra universi lontanissimi, o garantire la possibilità di relazioni tra i fantasmi che abitano la nostra vita di ogni giorno. Il 3 luglio del 2009 ho visitato la mostra La cucina della strega. Immagini di Janet Brooks Gerlof per il FAUST di Goethe, organizzata e curata dalla dott.ssa Ursula Bongaerts presso la Casa di Goethe di Roma. […]

Con mia grande sorpresa mi sono reso conto che la mostra presentava un ristretto numero di lavori ispirati all’opera di Hilde Domin, di cui la nostra casa editrice avrebbe pubblicato una raccolta di poesie. Da lì a immaginare di arricchire il volume della Domin con alcune tavole della Brooks Gerloff il passo è stato breve. L’entusiasmo della curatrice del volume, Paola Del Zoppo, della traduttrice, Ondina Granato, e della redazione intera è stato unanime. Grazie all’aiuto di Ursula Bongaerts mi sono messo in contatto con i figli di Janet Brooks Gerloff, ed è nato così il progetto di questo libro […].

Le sessantatré poesie di Hilde Domin, tradotte in italiano da Ondina Granato,  sono affiancata da tredici tavole – dedicate ad altrettante liriche della scrittrice tedesca – di Janet Brooks Gerlof. L’accurata premessa e le note bio-bibliografiche sono a firma di Paola Del Zoppo.

“La prima antologia poetica di Hilde Domin pubblicata in Italia”: si tratta di una proposta quanto mai interessante, che segue l’importante iniziativa di Stefanie Golisch, della quale Francesco Marotta ha pubblicato su La dimora del tempo sospeso una significativa scelta di traduzioni di poesie di Hilde Domin, dalla raccolta Gesammelte Gedichte pubblicata nel 2008.

Hilde Domin, all’anagrafe Hilde Löwenstein, poco conosciuta al pubblico italiano, nasce a Colonia il 27 luglio 1909, in una famiglia dell’alta borghesia, di religione ebraica. Il padre è avvocato (“dapprima studiai giurisprudenza, entusiasmata da mio padre”, scriverà Hilde), la madre ha studiato al conservatorio per diventare cantante.

Studia dapprima giurisprudenza, poi scienze politiche, sociologia e filosofia a Heidelberg, Bonn e a Berlino.

Nel 1932, quando le idee nazionalsocialiste cominciano a diffondersi in Germania anche con il ricorso alla violenza, si trasferisce in Italia insieme allo studente di archeologia Erwin Walter Palm, e continua gli studi sia a Roma che a Firenze, dove si laurea nel 1936 con una tesi sulla “Teoria dello Stato del Rinascimento”.. Nello stesso anno sposa Palm, ormai da lungo tempo divenuto il suo compagno.

Nel 1939, a causa delle difficili condizioni di vita per gli ebrei all’indomani del patto tra Hitler e Mussolini, la coppia lascia l’Italia e raggiunge l’Inghilterra, dove entrambi lavorano come insegnanti di lingue straniere presso un college. Un anno più tardi si trasferiscono nuovamente, questa volta nella Repubblica Domenicana, dove restano per ben dodici anni. Lì Hilde Domin lavora come traduttrice, fotografa e segretaria e in seguito anche come lettrice di lingua tedesca all’università.

Nel 1951, sulla scia delle emozioni suscitate dalla morte della madre, scrive la sua prima poesia. Nel periodo che va dal 1951 al 1953 ne scrive più di 200 che cominceranno a essere pubblicate su alcune riviste a partire dal 1957, dopo il ritorno in Germania avvenuto nel 1954.

Dal 1961 in poi, Hilde Domin si trasferisce a Heidelberg, dove lavora come libera scrittrice, traduttrice e curatrice: scrive saggi, romanzi, racconti, poesie e trattazioni scientifiche. Del 1987/1988 sono le sue Lezioni di Francoforte all’Università Johann Wolfgang Goethe. Muore a Heidelberg il 22 febbraio 2006.

La scelta di poesie che propongo di seguito sono la conferma di ciò che Hilde Domin aveva affermato nel saggio del 1966, apparso in un’edizione ampliata nel 1968,  Wozu Lyrik heute. (A che scopo la poesia oggi) e ribadito nel saggio Das Gedicht als Augenblick von Freiheit (Il componimento poetico come attimo di libertà), del 1988, poi 1993, dal quale è tratto questo passaggio:

«A quale scopo leggere poesia, a quale scopo scrivere poesie? Oggi? E quando si chiede così sembra quasi che si dica “ancora oggi?”. Come se ieri avesse avuto un senso ciò che oggi necessita di giustificazione. Due risposte estreme vengono subito alla mente, entrambe in senso negativo. La prima nega la domanda in sé: qui non ci va nessun “a quale scopo”, come l’arte tutta, la poesia è fine a se stessa. Oggi e sempre. Ma è proprio questo il punto: tutto ciò che ha a che fare con la verità è fine a se stesso, il che vuol dire inutile e necessario al tempo stesso. E qui si tratta di provare questa necessità. La seconda risposta nega l’oggetto della domanda in sé: in una società come la nostra bisognerebbe fare qualcosa di utile, “cambiare davvero” la realtà. Ma l’arte non cambia la realtà. Meglio studiare la pagina politica dei quotidiani, piuttosto che leggere o scrivere poesie. Il che non solo non è una vera alternativa, ma in sostanza è solo la ripetizione della logora e da tempo superata constatazione di Adorno che scrivere lirica dopo Auschwitz sarebbe impossibile. E cioè che la lirica, di questi tempi, non basta più per agire sulla realtà.»

Ziehende Landschaft

 Man muß weggehen können

und doch sein wie ein Baum:

als bliebe die Wurzel im Boden,

als zöge die Landschaft und wir ständen fest.

Man muß den Atem anhalten,

bis der Wind nachläßt

und die fremde Luft um uns zu kreisen beginnt,

bis das Spiel von Licht und Schatten,

von Grün und Blau,

die alten Muster zeigt

und wir zuhause sind,

wo es auch sei,

und niedersitzen können und uns anlehnen,

als sei es an das Grab

unserer Mutter.

 

Paesaggio in movimento

 Si deve saper andare via

e tuttavia essere come un albero:

come se le radici rimanessero nel terreno,

come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.

Si deve trattenere il fiato,

finché si calma il vento

e l’aria estranea inizia a girarci intorno,

finché il gioco di luci e ombre,

di verde e di blu,

crea gli antichi disegni

e siamo a casa,

ovunque essa sia,

e possiamo sederci e appoggiarci,

come se fossimo alla tomba

di nostra madre.

 

Auf  Wolkenbürgschaft

                                                               für Sabka

Ich habe Heimweh nach einem Land
in dem ich niemals war,
wo alle Bäume und Blumen
mich kennen,
in das ich niemals geh,

doch wo sich die Wolken
meiner
genau erinnern,
ein Fremder, der sich
in keinem Zuhause

ausweinen kann.

Ich fahre
nach Inseln ohne Hafen,
ich werfe die Schlüssel ins Meer
gleich bei der Ausfahrt.
Ich komme nirgends an.
Mein Segel ist ein Spinnweb im Wind,
aber es reißt nicht.
Und jenseits des Horizonts,
wo die großen Vögel
am Ende ihres Flugs
die Schwingen in der Sonne trocknen,
liegt ein Erdteil,
wo sie mich aufnehmen müssen,
ohne Paß,
auf Wolkenbürgschaft.

Con l’avallo delle nuvole

                                                          per Sabka

Ho nostalgia di una terra

in cui non sono mai stata,

dove tutti gli alberi e i fiori

mi conoscono,

dove non vado mai,

dove però le nuvole

si ricordano bene

di me,

straniera,

che non ha casa in cui piangere.

Vado

verso un’isola senza porto,

butto in mare le chiavi

già alla partenza.

Non arrivo da nessuna parte.

La mia tela è come una ragnatela al vento,

ma non si strappa.

E oltre l’orizzonte,

dove i grandi uccelli

asciugano le ali al sole

alla fine del volo,

c’è una terra

dove mi si deve accettare

senza passaporto,

con l’avallo delle nuvole.

Unaufhaltsam

Das eigene Wort
wer holt es zurück,
das lebendige
eben noch ungesprochene
Wort?

Wo das Wort vorbeifliegt
verdorren die Gräser,
werden die Blätter gelb,
fällt Schnee.
Ein Vogel käme dir wieder,
Nicht dein Wort,
das eben noch ungesagte,
in deinen Mund.
Du schickst andere Worte
hinterdrein,
Worte mit bunten,weichen Federn.
Das Wort ist schneller,
das schwarze Wort.

Es kommt immer an,
es hört nicht auf,  an-
zukommen.

Besser ein Messer als ein Wort.
Ein Messer kann stumpf sein.
Ein Messer trifft oft
am Herzen vorbei.
Nicht das Wort.

Am Ende ist das Wort,
immer
am Ende
das Wort.

Inarrestabile

La propria parola
chi la riporta indietro,
la parola
viva
non ancora pronunciata?

Dove vola la parola
si seccano i prati,
ingialliscono le foglie,
cade la neve.
Un uccello tornerebbe da te.
Non la tua parola,
quella ancora non detta,
nella tua bocca.
Le altre parole le rimandi
indietro,
parole con soffici piume colorate.
La parola è più veloce,
la parola nera.

Arriva sempre,
non smette mai di
arrivare.

Meglio un coltello di una parola.
Un coltello può essere poco affilato.
Un coltello molte volte
manca il cuore.
La parola no.

Alla fine è la parola,
sempre
alla fine
la parola.

Landen dürfen

Ich nannte mich
ich selber rief mich
mit dem Namen einer Insel.

Es ist der Name eines Sonntags
einer geträumten Insel.

Kolumbus erfand die Insel
an einem Weihnachtssonntag.

Sie war eine Küste
etwas zum Landen
man kann sie betreten
die Nachtigallen singen an Weihnachten dort.

Nennen Sie sich, sagte einer
als ich in Europa an Land ging,
mit dem Namen Ihrer Insel.

Poter approdare

Mi sono data il nome
mi sono chiamata
con il nome di un’isola.

È il nome di una domenica
di un’isola sognata.

Colombo scoprì l’isola
una domenica di Natale.

Era una costa
a cui approdare
si può sbarcare
qui gli usignoli cantano a Natale.

Si dia il nome, disse qualcuno
quando sbarcai in Europa,
della sua isola.

In questa poesia del 1959, Hilde Domin svela la genesi del nome d’arte adottato a partire dal 1954. Esilio, esclusione, emigrazione, paese di adozione, re-immigrazione, estraneità e straniamento, la composizione poetica, come dirà nelle lezioni di poetica tenute nel semestre invernale 1987/1988 all’Università di Francoforte, come attimo di libertà: i temi ruotano e trovano il loro emblema nella scelta del nome. Di questa lirica ripropongo anche la mia traduzione

Poter approdare

Mi diedi il nome
io stessa mi chiamai
con il nome di un’isola.

È il nome di una domenica
di un’isola sognata.

Colombo scoprì l’isola
in una domenica di Natale.

Era una costa
qualcosa per approdare
ci si può entrare
lì gli usignoli cantano a Natale.

Si chiami, mi disse uno
quando sbarcai in Europa,
con il nome della sua isola.

6 comments

  1. Ho seguito con attenzione i passi di Hilde Domin ammirando la sua forza che non l’ha abbandonata mai, o meglio: che lei non ha permesso a se stessa di perdere mai.
    Molto interessante questo intervento che ovviamente già conoscevo in parte, ma che aggiunge ancora qualche tassello al mosaico.
    Grazie.

    c.

    Mi piace

  2. Trovo vera e particolarmente efficace l’espressione che hai coniato per la forza di Hilde Domin, Clelia: “che lei non ha permesso a se stessa di perdere mai”. Grazie per la lettura sempre attenta e ‘vissuta’ (mi piace il tuo ‘erlebtes Lesen’!)

    Mi piace

  3. Grazie per le traduzioni… volevo sol segnalare un’errore che cambia il senso stesso della frase nella poesia “unaufhaltsam”/ “inarrestabile”:
    das “eben noch unausgesprochene Wort” non è “la parola non ancora pronnunciata”, ma “la parola che un attimo fa non era ancora pronnunciata, ma adesso sì…” perciò forse da tradurre con” la parola appena pronnunciata”. La tragedia descritta nella poesia è appunto il fatto che alla fine la parola nera non rimane “non ancora pronnunciata”, ma viene pronnunciata e commincia a volare inarrestabile.

    Scusate, lontano da me voler fare la maestra, ma mi sembra importante questo particolare.

    Anne

    Mi piace

  4. Gentile Anne, la ringrazio per la lettura accurata. Per la segnalazione del passo in cui lei scorge un errore può senz’altro contattare la casa editrice Del Vecchio. Come ho scritto nella mia nota, la traduzione delle poesie di Hilde Domin nel volume qui presentato è di Ondina Granato, Soltanto all’ultima delle poesie da me scelte per questo post, Landen dürfen, ho affiancato alla traduzione di Ondina Granato, a conclusione dell’articolo, la mia, che risale al 2010.

    Mi piace

    1. Grazie, Viviana, per il commento. “Abele alzati”, nella traduzione di Ondina Granato, è a pagina 273 del volume “Con l’avallo delle nuvole” e a pagina 277 del volume, sempre di Hilde Domin, sempre a cura di Paola Del Zoppo e con la traduzione di Ondina Granato “Lettera su un altro continente”, uscito in questo anno 2014 presso la casa editrice Del Vecchio. Si tratta di un volume di cui consiglio vivamente la lettura.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...