Su Battiato e altri diavoli | Il Demonio avrà Cura di te

Su Battiato e altri diavoli | Il Demonio avrà Cura di te

il pervertimento del Sacro e la “guerra alla Parola”

 

E il giorno della fine non ti servirà l’inglese (F.Battiato, Il Re del mondo)
…ma neanche le canzoni di Battiato

Anche la congettura merita, a mio avviso, d’entrare nel novero dei principali generi letterari. La congettura, ch’è sonda potentissima per scrutare le ragioni della letteratura; la congettura ch’è radar supersonico, adattissimo – per sua stessa natura – a gettare la sua luce sulla mistificazione e sulla menzogna; la congettura ch’è piombino lesto e scaltro, ottimo per calarsi negli anfratti del mistero.
Oggi qui, di un mistero in particolare vorrei parlare, pardon, congetturare. E cioè quello che per me è un mistero, e forse – spero – anche per voi lo diventerà: la genesi della poetica del cantautore Franco Battiato.
Partirei parlando di una canzone in particolare: parlare di una per parlare di tutte. Ma se questo articolo avrà successo, non sdegnerò di approfondire la tematica anche analizzando altre canzoni.
La canzone da cui vorrei cominciare la mia iperbolica congettura è La cura.
E, senza girarci troppo intorno, incollo di seguito il testo della canzone e successivamente aggiungerò alcune mie riflessioni.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Adesso lancerei una provocazione. Qual è l’unico essere nella storia del mondo che tutte le religioni hanno descritto come capace di superare «le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non invecchiare», che conosce «le leggi del mondo» e ne fa dono agli uomini? Prometeo, il portatore di luce, Lucifero, Shakti il Distruttore, Dioniso.
Secondo la mia analisi il testo della canzone appare chiaramente come un dialogo fra Il Demonio – o come dir si voglia – e la sua creatura. C’è un’eco lautremoniano in queste dialogo, c’è il segno del male.
Quale Dio, di quale religione, infatti, “proteggerebbe” l’uomo da ogni malinconia, lo farebbe guarire persino dalla morte? Non è forse il libero arbitrio e la mortalità che ci rende umani? Che ci rende creature del Signore?
In ogni religione, l’uomo non ha bisogno di essere liberato da un Deus Ex Machina che venga a salvarlo. L’uomo è già salvo, è già Libero, deve sono ricordarlo: ricongiungersi con l’Origine. Ricordo la famosa storia dello schiavo gladiatore convertito al cristianesimo che, alla proposta di barattare la sua libertà con la vita del suo avversario, risponde: «Io sono già Libero!» e muore ucciso dai leoni. Cosa ci insegna questa storia?  Che non abbiamo bisogno di ulteriori protezioni, di metodi anti-stress, anti-fobie. Non abbiamo bisogno di essere liberati da nessuno, perché siamo già liberi. Noi abbiamo già tutto quello che ci serve, dalla nascita: dobbiamo solo ri-scoprirlo.
Una parte inquietante della canzone è quella in cui la creatura a sua volta si rivolge al Demonio e chiede, vagando per «i campi del Tennessee», «Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare», con chiaro riferimento ai riti sciamanici degli indiani d’America (i fiori bianchi, nel Tennessee, potrebbero essere i Sagitta Latifolia, pianta tipica americana. Il nome rimanda a Sagitter, simbolicamente collegato al fuoco, e la sottospecie latifolia ha delle foglie con una strana forma che a qualcuno ha ricordato la posizione ribaltata del corpo di cristo in croce).
Diceva il Buddha che l’ego può sovvertire tutto a suo uso e consumo, persino l’idea del Sacro. Questo è ciò che fa Battiato, giocando su questo sottilissimo confine. I suoi testi sono come unLibro Parallelo” (per dirla con Manganelli) che procede sulla falsa riga degli scritti sacri, ma ne capovolge sottilmente il significato, l’Ordine.
E infatti i temi del postmodernismo e della mistificazione – sulla falsa riga di Manganelli – sono molto cari a Battiato che ha navigato con passione autori come Landolfi, e il più mite Bufalino. Ma ,di questi autori, sembrano interessare a Battiato più gli spiriti luciferini e mistificanti che le risoluzioni letterarie, o le soluzioni stilistiche. Ad esempio mi piace e v’invito a ricordare La palude definitiva di Manganelli.
Attenzione, questo non è un discorso evangelico. È un tentativo di analisi teologica sulle fondamenta che reggono la poetica di Battiato. Poi ognuno è libero di credere o no al Male – o come dir si voglia, e/o a interpretarlo come meglio crede. Ma resta il fatto che, secondo qualunque teologia, le contaminazioni di Battiato non hanno nulla a che vedere con il Bene e la Luce che lui dice di professare. Non c’è il Sacro nella sua poetica, bensì un pervertimento del Sacro (una scrittrice che ha parlato in maniera sublime del pervertimento del Sacro è Simone Weil).
Maurizio Blondet, nel suo criticatissimo e interessantissimo libro Gli Adelphi della dissoluzione, ritrova questo pervertimento anche in una delle più importanti fascinazioni del cantante catanese. Il giornalista ricorda infatti che i «Dunmeh, seguaci di Sabbatai Zevi, dopo la pseudo-conversione all’Islam si sono rifugiati nelle conventicole segrete dei sufi turchi, i Dervisci Danzanti. Sarebbero costoro a conservare i segreti culti della Grande Madre e di Dioniso sotto mentite spoglie». Sul satanismo di Sabbatai Zevi invito i lettori a una ricerca personale, qui infatti non posso dilungarmi. Come tutti sanno Franco Battiato fa parte di una di queste “conventicole” che con il vero messaggio sufi hanno poco a che fare.
Così colgo l’occasione per dipanare un filo rosso Un filo che lega le fascinazioni della poetica di Battiato, attraverso Sabbatai Zevi, al postmodernismo più chic della nostra letteratura. Del postmodernismo sono state dette tante cose. Io qui vorrei invitare a soffermarvi più sull’aspetto della Mistificazione – come scrivevo sopra parlando di Manganelli – in letteratura, dell’incapacità degli scrittori postmoderni di rapportarsi con la Verità in modo equilibrato. Troviamo nel postmodernismo in molti casi un rigetto del concetto stesso di Verità, di Realtà, e un rifugio nella letterarietà.
Ad esemipo scrive Leonardo Sciascia nel Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia:

E poi, diceva il dotto teologo, non che la verità non sia bella: ma a volte fa tanto di quel danno che il tacerla non è colpa ma merito. Consegnando al teologo il foglio delle dimissioni, l’arciprete non più arciprete con tono parodiante, quasi cantando, disse: «Io sono la via; la verità e la vita; ma a volte sono il vicolo cieco, la menzogna e la morte».

C’è di fondo in Sciascia, come in tutti gli altri scrittori che potremmo definire postmoderni, una grande sfiducia nella Parola e nella sua capacità di dire ancora qualcosa, di dire la realtà, di generare Senso e produrre Significato (utilizzando le celebri definizioni di Compagnon).
Ricorda sempre Blondet che Irma Brandeis, la «Clizia» di Eugenio Montale, faceva parte dei seguaci di Jacob Frak emigrati in America. (anche sul Satanismo di Jacok Frank, che si proclamava la reincarnazione di Sabbatai Zevi, non posso qui dilungarmi…). Irma Brandeis fu in strettissimo contatto con Bobi Blazen, grande ispiratore della casa editrice Aldephi (tutti conosciamo i rapporti strettissimi fra Battiato e l’Adelphi, in particolare con Fleur, moglie del presidente Calasso e scrittrice di molti testi per il cantautore catanese).
Dicevo, Eugenio Montale da e in Irma Brandeis – e nelle contaminazioni di «Clizia» – consolidò la sua poetica del Non chiederci la parola, la sua poetica del non chiederci (potremmo sintetizzare), oserei dire: la sua poetica del Pensiero Negativo. Pensiero che ad esempio aveva tanto ha affascinato Walter Benjamin. “Un pensiero della Krisis”, per dirla con Cacciari (anche lui vicinissimo all’Adelphi): prospettive che il dionisiaco presidente Calasso ha totalmente fatto proprie.
Eccovi dipanato (nei limiti delle mie possibilità e dello spazio che sto utilizzando) l’inedito filo rosso che lega la poetica di Battiato (et similia) a un certo pensiero proprio del postmodernismo, al Pensieri Negativo, alle più recenti contaminazioni del Pensiero della Dissoluzione… E trovo avvincente che queste contaminazioni mettano radici soprattutto in diatribe di carattere teologico, o comunque gnostico, o comunque trascendente, o di un “esistenzialismo trascendentale”…
Per capire meglio alcuni topoi cardinali di questo pensiero, ci basterà trarre qualche spunto da una delle radici principali che lo nutre. Non posso qui dilungarmi oltremodo, così mi accontento di gettare solo qualche fascinazione su un aspetto particolarissimo. Ho pensato quindi di parlare solo dell’Adwaita Vedanta. In soldoni, è una delle principali scuole di pensiero della religioni induista, fondata sulla parte finale della letteratura dei Veda, un’antichissima raccolta di testi sacri ai popoli indoiranici che invasero l’India settentrionale nel XX a.C. . Scrive M.Blondet in Gli “Adelphi” della dissoluzione, parlando dell’interpretazione personale che Calasso fa dell’opera di Nietzsche:

L’Adwaita Vedanta affronta il problema dell’imcompletezza dell’uomo […] : a ogni istante l’uomo trova che il suo «io» ha di fronte un «non-io», il mondo che egli non domina, ma anzi subisce. […] Il Vedanta insegna che l’infinito «non-io», il mondo esteriore all’uomo, è Maya, illusione, o – nella versione tantrica del pensiero indù – è Shakti, la manifestazione della «potenza magica» (Maya significa appunto magia) della Dea, di Kali, della Materia prima Universalis. Ma il Vedanta insegna anche la legittima ascesi per riassorbire l’illusione del mondo non già nell’«io» – ché anche l’io è manifestazione della stessa illusione –, ma nel Sé impersonale che è la fonte di tutto, della manifestazione universale e della sua dissoluzione. Identifica l’io con il Sé, l’atman – l’anima individuale – con il Brahman divino, che significa esercitarsi ogni ora a «morire a sé stessi»: a vedere il proprio io come un grumo di passioni, paure e desideri, sete di vivere e di esistere, che va abbandonato.

Il Nietzsche di Calasso intraprende la via inversa, luciferina: «Egli mantiene tutti i termini dell’affrontamento» fra io e non-io […], ma invece del mite svanire dell’io, del «morire a sé stessi», […] cerca di trasportare l’io, con uno sforzo titanico della volontà – mentre l’io stesso di sfalda […] – , nell’abisso del tutto indifferenziato.
Seguendo questa indagine teologica possiamo illuminarci sulla natura dello shivaismo tantrico di stile dionisiaco e, per dirla sulla falsa riga della canzone Sentimiento Nuevo di Battiato, possiamo scoprire che non è «bellissimo perdersi in questo incantesimo». Anzi è proprio questa la via che i mistici di tutte le fedi hanno definito come la via del male.
E lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco non è che una sola e minoritaria “interpretazione” del Tantra.
Scrive Herbert Guether che il Tantra è «una delle nozioni più confuse e uno dei maggiori fraintendimenti che la mente occidentale abbia sviluppato». Nel Tantra c’è una concezione tomistica della corrispondenza fra micro e macro cosmo, fino a dire che si può giungere il sacro attraverso la carne. Il Tantra non è quella pratica orgiastica, licenziosa e dissoluta di cui si vorrebbe fare un manifesto per la libertà sessuale, ma tutto l’opposto.

Sebbene in Occidente il Tantra sia pensato come coincidente con i riti sessuali, solo una minoranza di sette vi fa ricorso, e nel tempo per lo più questi riti subirono un processo di trasformazione in simbolismo psicologico. […] Sviluppi successivi del rito enfatizzavano l’importanza della beatitudine e dell’unione divina, che sostituirono le connotazioni più corporee delle forme più antiche.

(da Wikipedia, alla voca Tantra, con relative fonti)

Ovviamente in questa sede non ho potuto che dare brevi e laconiche fascinazioni. Ma, se riponete fiducia nelle mie parole, e seguirete il filo rosso che sto tracciando, forse queste fascinazioni saranno fruttuose e faranno da propulsore per ulteriori ricerche.
È avvenuta come una “guerra alla Parola” nella letteratura del ‘900. Una guerra alla letteratura e alle sue radici. Una scissione improbabile (come ricorda sempre Compagnon) tra la letteratura e il suo principale referente, la Realtà.
Ma Il Verbo è uno strumento potentissimo e, soprattutto, uno strumento di ricostruzione e non di distruzione, una potenza ordinatrice: una lente d’ingrandimento per scoprire grammatiche anche nel caos.
Per scoprire che l’indicibile, lo sconosciuto, il mistero sono solo aspetti non d’un teorema indecifrabile, ma d’una fisiologia impalpabile che i nostri strumenti non riescono a contemplare.
Le Parole non sono i luoghi della negazione, ma della possibilità. Non sono occasioni, ma verità.
In fondo si tornano a dire sempre le stesse eterne cose, e la Parola non smette di esercitare la sua magia e la sua potenza.
Cambiano i termini e i tempi, i Libri e gli orientamenti, i sistemi e le equazioni…
…ma la direttrice resta sempre la stessa e ruota vorticosamente intorno alla medesima immensa domanda: chi siamo?
Non c’è il Sacro nei luoghi di cui ho parlato in questo articolo, e non c’è neanche lo gnosticismo, perché semplicemente non c’è la ricerca della Verità, ma solo l’inno a un solo aspetto della Verità: quello Negativo, a sfavore di quello Positivo. C’è uno stupro della Verità. Non c’è neanche un “emanciparsi dalla religione” (come alcuni vorrebbero vedere) nelle idee di questi pseudognostici ma, anzi, c’è la teorizzazione di una contro-religione. Questo genere di messaggi non servono a nulla e portano solo al suicidio, al dolore o al sacrificio umano (come ricorda U.Eco parlando di Calasso) o, al limite, possono servire ad alimentare una sorta di provincialotto e grossolano anticlericalismo.
E a proposito di grossolano anticlericalismo, non capisco infatti perché se sentiamo parlare di metempsicosi nel Buddismo, o di viaggio dell’anima nel Libro Tibetano dei morti, ci esaltiamo estasiati. Invece, se sentiamo raccontare di Uno che è morto e risorto, storciamo il naso schifati e increduli. Oppure, ammiriamo tanto gli esotismi dei riti sciamanici e delle danze della pioggia e, quando assistiamo a una liturgia del Libro (ebraica, cristiana, islamica…), magicamente i nostri sacerdoti d’Occidente (al di qua di Damasco) diventano tutti «bastardi, ipocriti e pedofili». O ancora, ci esaltiamo quando leggiamo degli esercizi spirituali nello yoga – ancora una volta, viaggi astrali ad esempio – e ridiamo di gusto quando si parla del dono dell’ubiquità di Cristo. C’è qualcosa di strano in questi disordini culturali.
Credo che l’ignoranza totale che il pubblico occidentale ha su questi argomenti permette a questi “Sacerdoti del Nulla” di mistificare a loro piacimento ogni tematica e di reinterpretarla per ragioni personalistiche e, spessissimo e volentieri, politicizzate (come nel caso di Cacciari).
Ciò che tengo a dire in questo articolo è che chi lo scrive non ha abbracciato alcuna fede, perché si riconosce in tutte le fedi e in tutte ritrova il vero spirito che dovrebbe guidare un possibile gnosticismo moderno: la ricerca della Verità.
Infine chi scrive ci tiene a dire che ovviamente non si riconosce in nessuna anti-Verità, anti-Fede, anti-Realtà. Perché è convinto che non esiste un anti, perché non esiste altra Realtà che questa in cui siamo:
stupenda, maledetta, perfetta o perfettibile, misteriosa, finita o infinita (nel paradiso o nell’inferno), incommensurabile o conoscibile, stupefacente, eterna e/o quotidiana, bastarda o amorevole…

…ma Questa.

Uno per il sesso, due per la cicogna / tre per il ruscello, quattro per la fogna / […] Cicacicabum, ho una cicatrice, sembra un tatuaggio. / Sai che cosa dice? Avanti coraggio!

(Jovanotti, Date al Diavolo un bimbo per cena, dall’album Il Quinto mondo)

Riccardo Raimondo

 

26 comments

  1. Innanzi tutto complimenti. La disamina è affascinante e non priva di spunti. A parte la considerazione sulle fascinazioni delle altre religioni, per cui concordo, credo che il punto focale sia il rifiuto della verità, quindi realtà, di una certa letteratura o corrente di pensiero.
    E’ inutile ricordare che è proprio del postmodernismo, il rifiuto del pensiero unico, come sola ed unica verità.
    Concordo sul Verbo come unico strumento di verità ma è anche vero che qualche distiunguo bisogna farlo.
    Sperando di non essere petulante, credo che sia proprio dell’uomo pensante cercare altre strade per fuggire dall’unica percorribile, forse per un senso di profonda inadeguadezza verso l’universo tutto.
    Finisco con una considerazione amara ; Tutto è percorribile e teorizzabile ma c’è una sola ed unica verità, siamo soli e facciamo di tutto per ingannare tale realtà.
    Un saluto e grazie a Poetarum che fa di tutto per smuovere la mente, da chi cerca di renderla inerte.

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  2. Caro Gianluca, grazie del tuo commento, molto apprezzato.
    Mi fa piacere che ci troviamo d’accordo sul concetto di Realtà.
    Mi rammarico solo della tua amara considerazione.
    Mi permetto la presunzione di dirti che sarà di certo una svista.
    C’è sempre spazio per la tua felicità in ogni momento:
    questo tempo, questo spazio ti sono stati cuciti addosso, adatti, perfetti, su misura,
    né più, né meno di ciò che occorre.
    un abbraccio

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  3. Riccardo è geniale, ma le sue interpretazioni, principalmente de , sanno troppo di , cioè del difetto di far cortocircuitare il testo (di Battiato) in una immediata traduzione “veritativa”…..sù, , si potrebbe dire, per restare nell’ironia……… e a proposito di – che è il concetto con cui Riccardo esordisce nella sua nota – vorreri rinviarlo a “Geo-filosofia dell’Euoropa”, un saggio straordinario di Cacciari (aggiungo: il quale non è nè nichilista, nè gnostico, nè postmoderno), nel quale l’autore si rapporta nei termini di proprio nei confronti delle religioni (di tutte le religioni), sostando sulla “soglia” di un “Inizio” pensato nei termini di “omni-possibilità”, di , senza indulgere a sincretismi new age, tipici di certo versante “debole” (questo sì, postmoderno e citazionista) di un Occidente culturale spesso asfittico………..e, dentro questa – se posso dire così – vorrei pure ascrivere lo stesso Roberto Calasso. Un caro saluto a Riccardo

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  4. Mah!!!

    Impostare un “discorso” che vorrebbe avere tutti i crismi della “ricerca” ermeneutica e filologica (avendo per oggetto Battiato, per giunta!), partendo da una tesi precostituita (l’esistenza di un’unica “Realtà”, con la maiuscola!, e di un “disegno veritativo” di cui solo le religioni sarebbero portatrici, in particolare quelle monoteistiche, indorate dall’aura del Logos, con la maiuscola!), mi sembra un’operazione francamente molto debole, in tutti i sensi. Più vicina alla boutade che all’articolo serio, per quanto a tesi.

    Il fatto è che, molto probabilmente, “morti” i Rolling Stones, capiscuola dell’innologia demoniaca (sic!!!) da esorcismo in sacrestia, capaci di far parlare il nemico di dio incidendo le sue lodi a rovescio dei solchi del vinile (sic!!!), c’era un altro pirla già bello e infiocchettato alla bisogna – coi suoi occhialini finto-meditabondo e lo sgalambro d’ordinanza, da passeggio e da salotto.

    Non c’è che dire: un bel ricamo sulla pelle del nulla; uno “schema”, inoltre, che, all’occorrenza, si può applicare a ogni testo, a partire dalla lista della spesa – soppesando bene la “valenza simbolica”, presso le antiche culture delle zone di provenienz, degli ingredienti che si portano in cucina e poi a tavola…

    Saluti a tutti. E un po’ di sobrietà, che non guasta mai.

    fm

    p.s.

    1) Il testo è un profluvio di refusi di ogni genere: forse sarebbe il caso di cominciare a correggerli, visto che lo scopo è quello di essere letti, immagino; oppure, si potrebbe indagarne la “natura”, magari si fa qualche scoperta interessante…

    2) Troppi “qui non posso approfondire”, “non è questo il luogo” et similia…

    3) Battiato mi è sempre stato “pacificamente” sulla uallera, come musicista e come aspirante “santone”: insopportabile come tutti i portatori di verità e gli illuminati, quale che siano i campi dove si esercitano e la quantità di sostanze psicotrope di cui hanno fatto uso o di cui continuano ad abusare: questo articolo ha finito quasi per rendermelo simpatico. Il che è tutto dire, davvero.

    4) Domani mattina corro a confessarmi…

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    1. Ciao Francesco! Grazie per il tuo lunghissimo commento! I punti 1 e 2 sono davvero molto saccenti e sgarbati. Ma cosa vorresti dire con “natura” dei refusi? E con il punto 2 cosa vorresti dire?
      Sarebbe il caso che chiarissi cosa vuoi dire, invece di girarci attorno come un serpente.
      Cordialmente. Ciao

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      1. una critica decisa e sarcastica, ma saccente non direi proprio. Prova a rileggere tutto alla luce delle critiche emerse, magari verranno fuori riflessioni interessanti per tutti, no?
        buona notte, mi verrebbe da dire “con la pace di dio”, ma son atea e mi vien difficile… ;-)
        notte ragazzi.

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        1. Io ho dato e posso dare riferimenti bibliografici e storici per sostenere la mia tesi.
          Se permetti un’espressione (e ne prendo una, che vale per tutte) come «Non c’è che dire: un bel ricamo sulla pelle del nulla; uno “schema”, inoltre, che, all’occorrenza, si può applicare a ogni testo, a partire dalla lista della spesa», scritta dal talunotale Francesco Marotta, non solo non merita risposta, ma non ha alcuna valenza scientifica, filologica o critica di alcun genere: è solo un insulto da scaricatore di porto travestito da giudizio critico: una puttana vestita a festa e da bella signora.
          Poi lui dice che «partendo da una tesi precostituita», risulta un’operazione molto debole.
          Nel caso non se ne fosse accorto, io non parto da nessuna tesi precostituita. Il mio articolo vuole solo essere un’idagine delle fonti storiche e simboliche, e ho dato conto di questo in molti modi e se non potuto sempre approfondire non è per sfuggire l’approfondimento (ma per ragioni di tempo e spazio: non mi pagano per questo! che si crede il caro Francesco? Che sto qui a scrivere cento pagine per lui?).
          Inoltre il suo commento sui refusi dimostra una bassissima conoscenza di ogni genere di redazione. Nessuno riesce ad autocorreggersi, nessuno! Neanche i migliori giornalisti, qualche refuso passa sempre! E non è sintomatico di alcuna “natura”! Semplicemente non possiamo permetterci un correttore!

          Allora, per Francesco faccio un’eccezione. Ma SIA CHIARO, io da questo momento in poi non rispondo più a delle critiche sciocche e piantate in aria, come quelle che mi di Francesco. Perché questa non è un’arena da circo, e io non faccio l’acrobata: non posso passare da una sciocchezza all’altra, solo perché un talunotale ha deciso che “l’articolo parte da tesi precostituite”.
          Che questo talunotale impari a leggere e Pensi prima di scrivere, invece di collegare le dita direttamente allo stomaco.

          Non risponderò più a commenti e a critiche piantate in aria come questa. Io non sto giocando. Rispondo solo a FATTI, informazioni bibliografiche, dimostrazioni, citazioni, argomentazioni ORGANICHE e ORGANIZZATE, non a miasmi di ogni genere disordinati e occasionali, non a OPINIONISTI improvvissati della domenica.
          Alla ricerca di rispondo con la ricerca. Per gli insulti (o per gli insulti travestiti) c’è sempre il bar sotto casa.

          E che diamine!!!

          Cordialmente.

          Riccardo Raimondo

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  5. Caro Riccardo, tra il “ciao” e il “serpente” c’è un abisso, purtroppo. Comunque… glissons.

    La mia “critica” al tuo testo è tutta in quello che leggi prima dei “saluti”, ed è circostanziata – esattamente il tipo di critica che un autore, qualsiasi autore, dovrebbe preferire, anzi, richiedere espressamente, quando rende pubblici i suoi scritti. Serve a correggersi: e tu, io, come chiunque altro, ne abbiamo bisogno come l’aria se vogliamo continuare su questa strada. O tanto vale leggersi quello che scriviamo in un gruppo ben ristretto di intimi, ed il gioco è fatto. Ma serve a qualcosa?

    Non è l’argomento quello che urta (a qualcuno può piacere; a me i vari raffronti sono anche sembrati divertenti, alla resa dei conti), ma l’impostazione critica, scientifica che hai voluto dare all’articolo. Ed il mio era un rilievo di “metodo”, perché finivi, e lo puoi constatare da solo, rileggendo obiettivamente l’articolazione della tesi che hai esposto, per condurre qualsiasi “analisi” a un ben preciso assunto (quello che ti ho sottolineato, ironicamente, con i punti esclamativi tra parentesi). E lì, se permetti, di “critico” e di “scientifico” c’è ben poco. Nient’altro che questo.

    Sul post scriptum.

    Vedi, Riccardo, quando ho letto quei puntuti “saccenti” e “sgarbati” non volevo nemmeno prendermi la briga di risponderti: io ho criticato l’impianto di un articolo – brutto – cercando di motivare il mio giudizio negativo: un giudizio, sempre e comunque, riguardante l’articolo, non la “persona” che l’ha scritto. Tu, invece, mi dài del “saccente” e dello “sgarbato” – e capisci bene che di “punti saccenti e sgarbati” non ne esistono, tali sono soltanto le persone. Uno scritto sgarbato non mi turba affatto; una persona sgarbata, e per di più saccente, può anche darmi fastidio: non credi? Forse riflettere sui termini che si usano, in generale, può anche essere un buon espediente di (auto)controllo critico.

    Ma glissons anche su questo – a patto che sia chiaro che ti sto rispondendo solo per rispetto nei confronti della persona che ci ospita.

    Il punto uno (1) non aveva altra pretesa che suggerirti una maggiore vigilanza, un modo per evitare di proporre testi trascurati e buttati lì, in fretta e furia, incurante del “rispetto” che si deve a chi legge – e senza il quale, ne converrai, i nostri bei blogghettini potremmo anche chiuderli. Lo so che lo fanno in tanti, quasi tutti, ma perchè imitarli? Una volta l’ho fatto notare in uno dei più famosi blog della rete, con il risultato di essere insultato e l’invito a non fare il “maestrino”. Ma se ti leggo, quale che sia il mio giudizio su ciò che scrivi, non ti sto regalando tempo della mia vita, non ti sto portando rispetto? Perché dovresti ricambiarmi con una serie di strafalcioni e trascuratezze, come se non meritassi altro? Il secondo comma del punto ne era, quindi, un logico corollario, esattamente in questi precisi termini. E infatti il testo abbonda di refusi, il che significa che è stato pubblicato senza nemmeno rileggerlo. E questo è quanto.

    Il punto due (2) era un ulteriore richiamo di ordine metodologico (e forse – e ribadisco: forse – in questo campo ne so qualcosa più di te): quando si presenta una tesi, quale che sia, che vi sia assenso o dissenso in chi poi legge, quelle espressioni che hai usato cinque o sei volte sono delle ricorrenze da evitare come la peste, inficiano alla radice anche le argomentazioni più fondate e valide. Nessuno studioso, nessun relatore, indipendentemente dal medium espressivo che usa, dice mai: “qui non posso spiegare, non posso approfondire”. E no: è proprio “qui” che bisogna spiegare, approfondire. In caso contrario, di cosa si sta parlando?

    E questo è proprio tutto.

    Ciao, buona notte.

    fm

    p.s.

    Caro Riccardo, i serpenti veri sono altri, guardati da quelli, fanno male davvero. Una critica “bonariamente sarcastica” o “sarcasticamente bonaria” a una pagina (e “solo” a quella) che abbiamo scritto, al massimo può provocare il solletico. Ma è questione di pochi secondi, e passa anche quello.

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    1. grazie Francesco, io questa risposta me la stampo e la incollo sul muro accanto alla mia scrivania, come ne fossi io stessa la destinataria, perché è così, è per chiunque creda e voglia credere in questo “lavoro”, o meglio, dono. grazie.

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  6. Senti Riccardo Raimondo, se avessi letto quanto, purtroppo!, leggo solo ora, prima di scrivere il mio commento e dedicarti due ore del mio tempo, come si fa con le persone che meritano stima e rispetto, ti avrei mandato subito esattamente dove ti mando adesso: a fare in culo, o a cogliere fiori bianchi del Tennessee aspettando i Maya e la fine del mondo insieme a Battiato. Il che fa lo stesso. Sei un giovane imbecille presuntuoso, nient’altro che questo.

    fm

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  7. “Ovviamente in questa sede non ho potuto che dare brevi e laconiche fascinazioni. Ma, se riponete fiducia nelle mie parole, e seguirete il filo rosso che sto tracciando, forse queste fascinazioni saranno fruttuose e faranno da propulsore per ulteriori ricerche.”

    per quanto mi riguarda direi che può bastare, specialmente dopo aver letto il tono delle risposte dell’autore alle critiche – condivisibili – che gli sono state mosse, e tra l’altro, non dal primo pirla che passava.
    saluti.

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  8. individualmente dico che l’articolo non mi piace. Lo trovo eccessivo e a metà della lettura mi veniva voglia di smettere di leggere. La cura di battiato, non è altro che una delle più belle canzoni d’amore mai scritte e, come dicono a milano, non c’è bisogno di andare a Brera per scoprirlo.

    Come membro della redazione, avrei avuto piacere di leggere anche i commenti che sono stati cancellati, e avrei avuto piacere che riccardo si fosse difeso con meno arroganza. La critica che ha mosso francesco marotta (che tra parentesi ma non troppo è anni che si fa il mazzo per la diffusione/condivisione della poesia e non solo) io l’avrei presa come un regalo.

    Ringrazio tutti quelli che hanno commentato, lo spirito con cui è nata questa redazione è proprio quella della libertà di pensiero assoluta, vorrei che tutti lo ricordassero.

    Ora si torna a lavorare sodo come tutti hanno fatto in quest’anno

    gianni montieri

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    1. Caro Gianni,
      non sono stati cancellati commenti. Ti stai sbagliando.
      Forse ti riferisci a un altro accaduto:
      sulla pagina fb degli utenti si sono cancellati da soli dei commenti e dopo si sono anche giustificati. Ma qui non sono stati cancellati commenti e comunque non sono stati cancellati commenti da altri che non fossero gli stessi commentatori, in nessun altro luogo.
      un caro saluto

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  9. Caro Gianni mi fa piacere che tu abbia scritto questa critica, perché hai dato a tutti e anche a me la misura di come dovrebbe/potrebbe essere una critica Pesante, ma intelligente ed equilibrata – diversamente dalle critiche di F.Marotta che sono state a mio avviso totalmente inopportune.
    Vorrei dire che il fatto che Francesco Marotta si batta per la poesia da anni per me non è rilevante e non considero i suoi commenti un regalo, mi dispiace se questo può non sembrare educato.

    Tuttavia sento il bisogno di scusarmi fortemente con Francesco Marotta e con la redazione per la Forma inopportuna e sgarbatissima con cui ho reagito ai commenti di Francesco. Ho reagito mosso soprattutto dalla rabbia. Rabbia scaturita dal fatto che (secondo il mio punto di vista) ho letto nei commenti di Francesco Marotta non un “regalo” o una critica costruttiva, ma anzi un’arringa volutamente distruttiva che secondo me non ha fatto bene né a me, né a lui.

    Per il resto rinnovo i miei saluti e manifesto la mia stima per chiunque abbia la volontà e la passione per animare simili discussioni che, in un modo o nell’altro, rappresentano sempre motivo di grande dialogo/scontro e, quindi, di conoscenza.

    Cordialmente

    Riccardo Raimondo

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  10. Navigando fra le onde del web mi sono piacevolmente incagliato in questo bel blog.

    Scrivo per passione con lo pseudonimo di Josè Pascal (figlio del fù Mattia Pascal e Ederì Buendìa discendente del grande colonnello Aureliano Buendía).

    Ti invito a visitare la mia scatola ed eventualmente collaborare.

    Se un giorno vorrai una lettera mi invierai a inparolesemplici@gmail.com

    buona vita e a presto spero

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  11. Stiamo, ahimé, assistendo a una dura e feroce continuazione d’una lotta contro la Parola – come ho scritto nell’articolo.
    Ci sono poeti e scrittori che – in questo frangente – sono come agenti del caos, sono come portatori di tenebre. E la maggior parte dei poeti in voga abbracciano le volontà di queste schiere, in modo più o meno consapevole, per ragioni più o meno motivate, profonde… estetiche.
    Mi pronuncerò ancora su questi temi. Vi lascio con una inquietante fascinazione:
    #
    cito da [rebstein.wordpress.com]
    #
    C’è un buio che si va addensando,
    fosco, occulto, muto,
    pieno di nulla, come la vita.
    (Bianca Madeccia, Variazioni sul buio, prefazione di Maria Grazia Calandrone)
    #
    Io ho risposto e risponderò sempre con fermezza a versi di questo genere
    (che siano di Montale, di Madeccia o di Calandrone poco m’importa):

    La lampada […] quella che irraggia una cuna / – la barca / che, alzando il fanal di fortuna, / nel mare dell’essere varca […] (G. Pascoli, La Poesia)

    Oltre la linea

    Io qui
    oltre il crepuscolo degli idoli
    sono la lanterna.

    Il mio compito è portare
    questa luce fraterna
    oltre la notte.
    Navigare fino all’alba.

    (rr)

    e v’invito a leggere su fb
    “Chiederci la parola”:
    http://www.facebook.com/note.php?note_id=133347250038413

    che è il mio manifesto poetico e che può dare molte più risposte di quelle che potrei dare io, ora, qui, sul tema della Parola, che mi è stato tanto criticato.

    un abbraccio a tutti

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  12. Capitando qua per caso
    come da una qualsiasi porta sul retro
    come la rete
    a far ci ha ormai insegnato
    spero non vi dispiaccia
    se aggiungo un commento
    anche se è trascorso tanto tempo
    a questa bellissima paginaccia
    piaccia o non piaccia
    anche il “paginaccia” :)

    Concordo con entrambi:
    ognuno ha dipinto dei bei punti
    e ringrazio cmq.doverosamente
    l’autore di qst.rilettura d’altro autore
    già stella, già bagliore…
    Illuminante?
    Non so, certo intricante
    Cmq.non infondata
    cmq.forse fondante
    Perchè è cmq.doveroso ringraziare
    chi dissemina input nuovi
    “stranamente” cmq.sempre pochi
    in questo buio
    sempre più buio mare

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  13. Forse l’autore dovrebbe studiarsi un poco Guénon. A parte questo s’arrampica sui muri parlando di questa “realtà” come l’unica possibile e con questo di esoterismo è chiaro che non sa nulla, la fede da sola non porta da nessuna parte se non al confessionale ed alla speranza di un mondo migliore nell’al di là. Tra se e Sé esistono abissi di consapevolezza, che semplici parole non possono applicare alla Parola. Concludo che se lo scopo della nostra “esistenza” è lo stare qui in questa “realtà” sarebbe infinatemente meglio non essere mai nati, se invece lo scopo è quello di liberarci da qualsiasi forma di “esistenza” e di “realtà” il senso reale del nostro “esistere” trova il suo fine.
    Da buon cabalista concordo su Shabbatai Zevi, su Franck, su molte delle affermazioni che porta che sono ben documentate, è l’impianto che appare debole, perché chi scrive vive per l’appunto qui e adesso, ma senza alcuna coscienza del Qui e Adesso, e poi commette un irrimediabile errore, cede alle critiche, si offende, sbraita e si agita senza mantenere la normale impassibilità che il suo impianto prevede. Se parla di vere Realtà e se afferma con tanta forza che questa è l’unica (addio alla Quantistica) perché non sorride alle critiche e lascia che si scatenino a piacimento, avendo ottenuto, e questo è un merito, l’attenzione di tante persone, che finalmente leggono qualcosa di interessante e che crea lo spunto per altre letture ed altre aperture verso stati di coscienza un po meno claustrofici di quelli che viviamo normalmente in questa splendida realtà virtuale, quanto mai immateriale e illusoria quanto lo sia mai stata e tanto vicina alla dissoluzione … Il suo lavoro è degno di nota perchè applica metodo e sforzo, li applichi alla Conoscenza è otterrà tantissimo.

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