Poesie di Tommaso Di Dio

Poesie di Tommaso Di Dio

 

 

 

[Con Tommaso Di Dio prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo e Francesco Terzago. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]


 

Restare visibili. Non lasciare mai
le linee del volto confondersi fino a che
catrame sia questo grigio per le strade.
Non meno morte mi apri tu, se dici
il fulcro della doratura se la bocca
di notte apri tu. C’è un albero qui, davanti
alla mia finestra; qualcosa che da su
oggi piove. Non lasciare mai
questa tua carne minima; proteggila, resta
visibile fino a che dura
il mio giorno. Io voglio che tu veda
crescere questo albero.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
procariota. Cellula minima
clonabile da sé. Dopo tanto poté solo
aggregarsi in strati, stromatoliti
calcari biocostruiti niente più che
rocce viventi.

*

La luce vibrata, in alto
fra i cantieri, i bidoni. L’impalcatura
rossa si leva
nella notte delle gru; non nasconde
pullula, non vela
il volto che si riposa ora
della cinese migrante sul tram
delle sette di sera. Se la fisso, lei
chiude gli occhi e s’apre
del sonno la sua voragine. Nella curva
nel sobbalzo del motore mobile
che tutti inerzialmente ci ribatte
verso case, luoghi bui e chiari
luoghi di silenzi familiari, lei
adesso, riapre
gli occhi per un attimo e specchia
il volto suo nuovamente
nella città dei chilometri. M’appare
la miseria; questa comune
stanchezza delle carni, il nostro
corpo che insieme scolora
riflesso e non sa
trattenere forma, l’umana
espressione abrasa
dal ronzio del motore. Cadono
le foglie e gli alberi; tramontano
i mari d’industrie e d’amianti; crollano
i paesi, i volti, gli argini, braccia
che furono ghiere luminescenti ora
si sfanno; e la paura
bestia maledetta; la paura del non essere
scorre nel vano corpo di questo tram
e ci deruba la veglia, spacca
gli occhi e tramuta noi
vuoto spazio cavo senza
esser più. E tu ti separi
ti alzi. Ti stacchi per scendere giù.
Ti allontani nella strada e te ne vai. E questo tuo
andare via, mi lascia
la voglia di un abbraccio infinita.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
eucariota. Cellula minima
clonabile non da sé. Dopo tanto poté solo
comprendersi in forme
complesse, cercare il proprio nucleo
fuori dal sé.

*

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.

 

 

*Nota biobibliografica

Tommaso Di Dio, nato nel 1982, vive e lavora a Milano. É autore di un libro di poesia, Favole, Transeuropa, 2009, prefato da Mario Benedetti. Nello stesso anno, ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte (www.esiba.it); all’interno della quale ha avuto possibilità di sperimentare diversi linguaggi: teatrale (Cianciana, 2009, Anamorfosis, 2010, per la regia di Milena Viscardi), video (Nessuno è solo, 2008, in collaborazione con Sebastiano Di Guardo). Dal 2006, insieme con il fotografo Salvatore Ferrara e i musicisti Anouchka Trocker e Seby Ciurcina, partecipa con propri testi al progetto Mshumaa(www.flickr.com/photos/salvatoreferrara/).

 

 

13 comments

  1. Ogni volta che leggo Tommaso – e davvero a volte non farei altro – resto così, senza parole, felice che il niente per un poco mi abbandoni.

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  2. Non siamo in pochi noi, quasi-trentenni, a sentire profondamente tutto lo slancio di bellezza che Tommaso ci dona. Questa è la vera “catena regale degli abbracci”: ci sorprende una forma di fede nella parola proprio quando pensavamo ormai estinta ogni sorta di fratellanza interiore. Ognuno di questi versi (che ai quarantenni dai tristi sperimentalismi falliti parranno ingenui o troppo semplici) si propone come lotta senza quartiere contro il nichilismo di chi sinora ci ha mostrato esclusivamente la parola fatta feticcio di privazione. Nel fondo di questa notte è giunta l’ora di riprendere a pronunciare lo splendore del mondo: neanche la miseria si mostra misera se un ritmo esaltato la sostiene difendendoci dalle fosse.
    E come poi non piangere di gioia al pensiero che questo potrebbe avere forma di un programma, uno spartito da tenerci stretto nel verso dei giorni nostri:

    “Non lasciare mai
    questa tua carne minima; proteggila, resta
    visibile fino a che dura
    il mio giorno. Io voglio che tu veda
    crescere questo albero.”

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  3. ringrazio Domenico, di avermi segnalato questo post…. a lui dico che non ne farei una questione generazionale, ma – semmai – di scelta di orizzonti, di modalità, di linguaggi e, in sostanza, di cose di sè da trasmettere. Sulla storia (o favoletta, non certo una categoria critica) dei poeti nati nei più svariati anni (ormai possiamo partire dai primi anni ’90) sono state costruite alcune antologie e qualche fortuna critica. Non posso che condividere la speranza (e anche l’ottimismo) di Domenico di restituire alla parola poetica una sua “dicibilità”, in altre parole “disamorarsene”, senza però farne una mistica.
    In quanto alle poesie di Di Dio, mi limito a dire che sono felice di averle lette, le trovo interessanti, molto bella l’ultima e anche il quadro narrativo de “la luce vibrata, in alto”, che mi ha vagamente ricordato Pasolini.
    un caro saluto
    G:)
    p.s. colgo l’occasione per segnalare, riguardo al “cappello” del post, che per quanto concerne Catalano forse il riferimento web un pò più articolato è il seguente:
    http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/374-Giovanni-Catalano,-losservatore-scientifico-Nota-su-Immaginate-la-ragazza.html

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  4. Caro Giacomo, i tuoi spunti di riflessione sono sempre molto utili per sviluppare discorsi che altrove tardano a prendere forma in modo pacato e leve. Sinceramente credo che l’orizzonte generazionale vada preso per quello che è, uno spazio di esperienze potenzialmente comuni, dove poi si incontrano sensibilità e e sguardi di diversa matrice. Il mio è un discorso fenomenologico-esperienziale, di cui le teorie critiche troppo spesso tengono conto in modo sbilanciato, riducendolo a griglia interpretativa uniformata alla forma oppure slancio biografistico imbottito di tautologie e induzioni. Nella generazione ci sono persone vive che si parlano e si toccano, e riconoscono una forma di temporalità nel loro atto di scrittura, misurato con un passato ritagliabile secondo diverse stratificazioni e con un presente percorribile in diversi sensi. Non so poi a quale categoria critica tu stessi pensando in forma contrapposta a questa riflessione sul “quasi” lo stesso tempo. Credo sia utile continuare a discutere intorno a questioni del genere.
    Per quanto riguarda la mistica, davvero non riesco a seguirti. Cosa vuoi dire esattamente con “senza farne una mistica”. Qui ritorno al discorso della generazione, noto in gran parte dei miei coetanei una fortissima esigenza metafisica depurata da categorie filosofiche e legata piuttosto alle vere presenze cui tende ogni forma di comunicazione estetica. Chi viene un po’ prima di noi spesso confonde questo discorso con il clericalismo o con la paccottiglia new-age: ancora una volta esperienze diverse alle spalle mostrano quanto diversi possano essere gli afflati con cui cogliere i numerosi piani del Novecento che ci lasciamo alle spalle. C’è un modo di perseguire il sacro in cui etica ed estetica si toccano senza chiamare in causa né la mistica né le religioni rivelate. Quella “dicibilità” di cui parli non riguarda tanto la parola poetica (in quanto esigenza che, personalmente, riscontro), ma la parola del cuore. La stessa parola, dicibile o indicibile che sia, può ospitare diversi gradi di intensità e fede. Zanzotto e Sanguineti sono spesso parola difficilmente dicibile, ripetibile dissolubile in aria da respirare. Eppure in uno io vedo la vita e nell’altro colgo solo morte e pestilenza. Il vuoto, il nulla, il terribile, il non-senso, il mortifero, il brutto, sono tutte cose che possono e devono esser dette anche con partecipazione attiva e compromesso torbido. Ma quando si comincia a pronunciare la negazione con la negazione stessa, ebbene, è davvero l’inizio della fine e si conforma perfettamente all’ideologia che quella stessa parola 30 o 40 anni fa si proponeva di sfaldare. E qui l’intellettualismo di sinistra coincide pericolosamente con l’appiattimento consumistico borghese, la morte del senso. Da lì in poi meglio una vita dissoluta, ma silenziosa.
    Un abbraccio e un saluto!
    Grazie per il link alle poesie di Giovanni, è un piacere leggerlo, rileggerlo e scoprire nuovi percorsi. Ne approfitto per stimolare ulteriormente le occasioni di rilettura e proporre ancora una volta i testi di Carmen Gallo, nei quali molti nodi dei nostri discorsi emergono e toccano punti difficilmente pronunciabili in altra forma:

    https://poetarumsilva.wordpress.com/2010/12/13/poesie-di-carmen-gallo/

    Domenico Ingenito

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  5. Caro Domenico, scusa ma a volte tendo ad essere sintetico. Non ce l’ho con i giovani ma con quelli che, quasi acriticamente, si ritagliano uno spazio editoriale (non parlo di blog come questo) concepito sulla “leva” (la leva dei ’70, quella degli ’80 ecc.). Sulla questione giovani non mi dilungherei, proprio per le ragioni che tu dici: che essi si misurano “con un passato ritagliabile secondo diverse stratificazioni e con un presente percorribile in diversi sensi”. Quindi, direi, non resta che attenerci ai testi e vedere quello che ciascuno di loro scrive, prendendo atto, ad esempio, che ci sono tra loro differenze sostanziali, che però sarebbe doveroso rilevare, anche qui. Poi, se da questa lettura trasversale esce anche una poetica condivisibile, una “linea”, tanto meglio. Sulla “mistica” mi spiego meglio: non intendevo una mistica tout court, con tutto quello che comporta di sacro, new age e compagnia cantante (di cui non mi potrebbe importare di meno). Ma una mistica della parola, la tentazione di una parola “innamorata” (mi riferisco a una nota antologia anni ’70), cioè spostata sul significante, sul “suono” ecc. Un esempio, proprio tratto da Di Dio? “Non meno morte mi apri tu, se dici / il fulcro della doratura se la bocca /di notte apri tu”, che ammetterai si staccano parecchio dal resto dei versi qui presenti e che, ti assicuro, avrebbero potuto essere scritti qualche decennio fa. Per quello parlo di “disamorarsene”, puntando appunto su una “dicibilità” della parola poetica, cioè sulle cose da dire (che se non le dite voi giovani, chi potra?). Poi di categorie critiche o filosofiche, ideologie, intellettualismi, consumismi, griglie interpretative e compagnia bella, con tutta la loro carica negativa che a ragione gli attribuisci, onestamente non mi interessa. In quanto alla esigenza metafisica, non la rivendicherei a una generazione, essendo essa una delle definizioni possibili della poesia.
    un abbraccio
    G:)

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    1. sono dei ’70 e mi considero una ciofane poeta, ciofane quanto al mio approccio alla poesia, e ciofane in quanto probabilmente mai vecchia, mai “fatta” in questo campo. quello che a me interessa è dare una risposta al “noi abbiamo fatto, loro cosa fanno?!”, e tracciare una mappatura di stili e voci, tutte contemporanee, tutte specchio del presente.
      Quello che da sempre detesto del mondo della poesia è “la posa poetica” degli arrivati, che mi somiglia alle cravatte dal nodo grosso dei colletti inamidati.
      un caro saluto, Giacomo.
      nc

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  6. Prendo la parola qui, nuovamente, perché vorrei ringraziare tutti i commenti che finora hanno accompagnato i miei testi; commenti che hanno sottolineato davvero alcune delle tematiche che sento più vicine al mio modo di intendere la scrittura.

    Mi ha profondamente colpito la discussione sulla “dicibilità”; essa, partecipando della chiarezza e della perspicuità sintattico-semantica, è – per me – il punto di massima tensione che la parola poetica possa raggiungere. Salvo non assumerla come ideologia letteraria e sacrificare a tutto campo ad essa ogni altra componente: la “dicibilità” (affinché si espleti il senso etico che la fonda) mi pare debba emergere come lavoro, come fatica, piuttosto che come semplice leggibilità di un messaggio: il rischio è di scrivere poesie con “delle cose da dire”, cronache interessanti, ma prive di ogni tensione metrico-estetica (ed è, mi sembra, insieme allo sperimentalismo estetizzante e alla canzonetta facile, magari pop, parte dell’arcadia contemporanea). E quante cose scritte si cancellano e si vorrebbero dimenticare per queste ragioni, ognuno di noi lo sa bene…

    Un saluto, un abbraccio
    Tommaso Di Dio

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  7. …”la “dicibilità” (affinché si espleti il senso etico che la fonda) mi pare debba emergere come lavoro, come fatica, piuttosto che come semplice leggibilità di un messaggio”….
    lo davo per implicito :)
    un abbraccio a tutti
    g:)

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