Il fantasma di una gioia selvaggia ammicca sul bordo della follia – Poesie di Daìta Martinez

(ma poi è domenica)

.

è nato spiaggia
l’avorio che asciuga i piedi
nel sussurro che contiene
 
foulard
il sonetto privato
 
: solo all’alba
 
e la carne rimasta nel sangue
tra l’imprudenza e il salmo
selvaggia successione degli orari
 
: lingua
 
come masticano le parole delle donne
dallo scialle inclinato e gli occhi insorti
 
: placenta
 
così è istante
quel luogo che non principi
 
: doglia
 
(ma poi è domenica)
 
e non di sillaba
la piena scorza
del solfeggio
 
ed è sultana la pelle
stelo di una distrazione corporale
 
come un pentagramma musicale
il mare
 
: nella sera
 
assenza alloggia
quasi velario di versioni
tra i tendini accennati delle onde.

 .

.

(quattordici a novembre)

.

infila logica
corrente degli spilli
filato il cancello
 
: recondito ritaglio :
 
quando non vestirono
uterina prosodia
l’improvviso squarcio
 
sulle dita
 
(quattordici a novembre)
 
come veduta
di fragori spenti
i rintocchi nel cassetto
 
: liturgica mossa del papavero :
 
quel fiorire silenzio
nella scheggia che ci fodera
indugiando accenti
 
o forse ombra.

 .

.

(adesso)

.

no.
non ora.
non qui
 
questa cerniera
interna parentesi frana
sotto vertigine di cotone
lo scatto che infilza domani la pelle.
 
     perché l’odore si chiude
     dove precipita lo specchio in quel
     punto sulla credenza.
 
no.
non ora.
non qui
 
questo polso
allentata grafia cede
sopra gli indici nutriti
fotogramma di ieri la schiena.
 
     perché la parola si apre
     dove brucia l’incenso in quel
     piatto che al margine cade
 
(adesso)
 
la sedia: incauta flessione del contorno.

 .

( alla finestra)

.

è una scossa
la marmitta nel pendolo
zigano contrafforte
quella corda
di schiena.
 
è un tono
 
la pelle nel boccale
sua confidata spiga
quel canto
di spezie
 
(alla finestra)
 
infula | aderente | impronta
 
     e il succo
     uncino
     per la caccia
     del tempo
 
crudo | istinto | nudo
 
io
 
di unghia sequela
precipito
tuo arco violato
diaframma del seme.
 
     e le guance
     arrostite
     : di ni-ente
 
piagano specchio
che della donna non dice
quel moto dell’acqua
 
– con flesso prelievo solitario. –

 .

.

(la bottega di via alloro)

.

salsedine
era questo l’odore.
 
rolla la pagina:
 
– manica
imprevista parentesi delle alghe
 
| graffe
 
vermiglie mani.
 
non ho pelle
fino all’arrivo del rigo
sopra i capelli
guardo
 
       (la bottega di via alloro).
 
un titolo
era questo il passo.
 
abbozza il davanzale:
 
– bus
puntellato squarcio del disturbo
 
| strappato
 
angolo mancino.
 
non ho ombra
fino all’interno della sedia
sopra i seni
sospendo.

(c’era il lenzuolo)
insidia
 
: ginocchio :
 
la collisione della gonna.
 
come il pendolo che annuncia l’intento
il respiro fascia l’accento degli incisi
 
– sigaretta d’acqua rossa
quella statua scolpita
appena sotto –
 
dentro
 
: contorno :
 
il pasto cerato della lingua.
 
e
(c’era il lenzuolo).
 

   

 

7 comments

  1. Si, belle ed originali.Non si rifugia nella prosa la poesia di Daìta.Si esprime con urgenza, con quelli che tu hai chiamato giustamente flash emotivi, senza eccedere in bizzarrie e virtuosismi, nonostante la particolare impaginazione dei testi. Lei è così ” in sintesi “, quella a me molto cara.

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  2. Mi sono piaciute molto. (tranne i passaggi “non ora non qui, perchè mi ricordano altro assai impresso nella memoria).

    Non ci sono sconti e ciò me le rende assolutamente interessanti.
    Grazie Vncenzo, a Daìta complimenti.
    clelia

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