Poesie di Domenico Ingenito

Poesie di Domenico Ingenito*

 

 

[Con Domenico Ingenito si inaugura ufficialmente la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. Benché non sia stata formalizzata prima, sostanzialmente è il prosieguo di pubblicazioni su Poetarum Silva di nomi già abbastanza significativi nel panorama della poesia italiana contemporanea. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi e Chiara Daino. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: La dimora del tempo sospeso per Mazziotta e La poesia e lo spirito per Catalano. ]

 

Dalla raccolta inedita “Il Basilisco”:
  
 
Pervenire alla visione in milioni d’anni,
una sola notte basta
per staccare i piedi dal suolo
perdere la grazia
di una qualche consacrazione.
 
 

 
 
 
Poveri uccelli schiavi del pane bagnato,
vogliamo mani per nutrirci,
vogliamo pane, vogliamo acqua.
Voliamo alti con le mani.
 
 
 

 
 
Dicono di zampe e di balene,
si schiaccia al suolo nel suo peso.
Lentamente l’acqua
invade il legno.
E il ferro non sostiene.
 
 
….
 
Non ho braccia larghe abbastanza
per sorreggere le armi che mi porgi.
Dovrò farmi strada
col silenzio di chi assassino guarda.
 
 
 

 
Mi sento scalfito dall’ala che si
fa strada tra la scapola e la spina.
Le prime piume,
roventi, scarlatte, pungenti,
con i piedi ancora nel fango.
 
 

 
 
Ci basta un’arida lingua di terra:
saremo noi gli arbusti
consumati dal sale,
genuflessi dal vento.
 

 
 
E negli anni per lui
la poesia diventò
l’atterrito esercizio
di un coraggio senza fine.
Nemmeno gli alberi ormai
parlavano più
la sua lingua.
Si fece vergogna minerale
ancestrale pudore,
crepa nel terreno
quando il ghiaccio lo spezza.
 
 
Dalla raccolta inedita “Delle occasioni amorose”:
 
Radice
 
L’abbiamo chiuso troppo presto,   
                                                  amore
il libro dei giorni, le pagine vere delle stagioni
e delle mille cose che adesso    
–  raggianti di maggio –  aprono al cielo.
Ho una foglia per dentro       che mi trema
nell’aria di sentire un po’ di mare,
dove invece nella fossa tua
il sangue fermenta per spingere a vita 
la ragione dei campi.
Là dov’era la fede di stringerti la bocca
e sperare che       mai più       si aprisse
nell’addio alla mia stanza (tua figlia
miele negli occhi,
                             piangeva e non vedeva)
sei rimasta in silenzio.        E a volte ritorni
come rosa d’inverno
a spianarmi la strada in quelle mille
e mille altre forme che solo adesso
mi cominciano addosso, e dalle tue ossa
una polvere amara che non tiene
perfora la terra, e ci racconta di quel delta
dove solo il tempo della notte accarezza
la vita felice delle radici.
 

 
A lei che forte ha il cuore
 
La scienza nera delle stelle,
la carta bianca degli incontri,    
o forse solo le dita tremanti
e la voce di noi che non ci siamo.
 
Ti ho vista come Nina, volare via
dove la corda si spezza,            
dove il mondo non tiene la vita non resiste
il cuore crolla in alto,
e la strada ti concede piccoli fiori esangui.
Tra un palpito e l’altro si fa giorno
e si spacca la notte
nel fiato di chi intende.
 
E con misura allora ti fai tutta profilo
                                                     tutta sguardo
                    tutta memoria a destinarsi,
           canzone di un respiro
il soffio al petto, la grazia ineffabile
                              di chi sa
come e quando          e con che rigore
guardarti ed elevarti        fin su nel profondo.
         Ma lenta resisti,
il piede affonda là dove l’anima riposa,
e dello spirito sappiamo che ancora un poco     
e saremo maestri
                   d’ispirazioni,
                              e sentimenti,
                                          teorie per i millenni.
 
Metafora o simbolo non importa,
tra un ponte e l’altro
sottili le tue mani come fiumi in tumulto
e leggère le gambe tra le luci.
 
Sensazione prima del mattino,
con un po’ di nero ti copri le spalle
e gli occhi, per il troppo fuoco
che ti sfiora.
 
 
 

Hai fatto presto
 
Hai fatto presto ad andartene,
prima che del buio prendesse l’odore
il fiore delle tue mani,
e faccio presto a ricordare
come avevo lasciato le cose
                                 quel mattino
che di corsa da qui son partito.
E solo adesso ritorno nella casa abbandonata
dalla memoria, dove anche l’aria
è andata via con te,
e quel profumo nero di chi presto
                                   nel sonno scompare.
Raccolgo le tazze,
il fondo del tè dopo una settimana
                            addolorata,
                                 la frutta morta che piange
e si disfa nella stanza del cuore,
                                    i bicchieri di una festa finita
troppo in fretta.
         Respira,
                   respira ancora ti dicevo,
                           pregandoti di non parlare,
implorando che non una parola ancora
uscisse da quelle labbra che tanto
mangiarono la terra che un po’ uomo m’ha fatto.
Respira,            dònati ancora tutta l’aria
che un piccolo spazio nel tuo petto
può accogliere. Io no,
non ho mai visto il tuo sangue,
solo allora ci pensavo, mentre sotto la mia mano
il calore tuo crollava verso lo zero
di chi all’ossigeno rinuncia
per accogliere in un’altra costa
il fiato del silenzio.
La chiamano pace questa forma del corpo
che si offre al pianto, e all’appassire dei fiori sul letto,
è del sangue tuo invece la pace
che nella notte si è raccolto
d’un sol fiato mentre sei scivolata
aggraziata e distratta.
Con forza ho potuto metterti
una pietra sulla fronte, ma non posso
adesso sapere come afferrare
la pietra da ripormi  sul cuore.
 
 
 

 
 
Nel Volto del Messia
 
Con cura l’hai lanciata nell’acqua
la rosa di legno
e il regno degli amori terribili
si è tutto aperto a mezzanotte
come improvvise s’aprono al mattino
le tue mani forti.
Lo sai che una salvezza d’altri tempi
ti sta cercando, gialla nella morte
e azzurra se in cammino ti pensi
per l’anello che ti attende.
Scriverò i versi più ferventi
stanotte, al pensiero che non è il Messia
la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,
non è la prima volta che degli infiniti amori
raccogliamo le sottili pietre
e ingoiamo il peso oscuro della luce.
Per te, lo sai, metto questa mano
e questa mano sul fuoco, entrambe accese              
adesso come in qualche modo, in qualche forma
frenavi il sangue che versavo dagli occhi
nel cuore dell’inverno.
Questa vaga intuizione         – sai –
come se non del tutto reali fossero i dolori,
se ancora sappiamo dell’umano essere amici,
o di qualcuno che del vasto campo
ci accoglie a tarda sera.
Ci deve essere 
              – ci diciamo voce su voce –
una forza infinita in te,
una magia 
meravigliosa.
E senza limite. 
 
 

 

 

*Nota Biobibliografica
Domenico Ingenito, (Vico Equense, 1982) poeta, traduttore e fotografo, dottorando in lingua e letteratura persiana presso l’Università “L’Orientale” di Napoli, insegna lingua persiana presso la Harvard Summer School in studi ottomani.Da due anni collabora all’organizzazione della Biennale della Traduzione E.S.T., (Napoli 22 – 29 novembre 2010) ed è redattore della rivista “Il Porto di Toledo – testi e studi intorno alla traduzione”. Ha pubblicato sue poesie su diverse riviste e blog on line, tra cui Poesia, Poeti e Poesia, Imperfetta Ellisse, La dimora del tempo sospeso, Daemon. E’ stato ospite in diversi festival letterari, tra cui la Biennale degli Artisti del Mediterraneo e Silenzi in forma di poesia. E’ stato recentemente selezionato per il premio Miosotìs e alcuni suoi testi sono stati pubblicati nel terzo registro a cura delle edizioni D’If. Vincitore di numerosi premi letterari, traduce da persiano, portoghese, catalano e spagnolo, ha tradotto per Orientexpress “La Strage dei Fiori – Poesie persiane di Forugh Farrokhzad” e ha ideato il progetto “Riscrivere Hafez”, proponendo ai poeti italiani la rivisitazione del massimo poeta persiano di tutti i tempi. Alle traduzioni dal poeta persiano Hafez ha inoltre dedicato uno studio d’impianto ermeneutico pubblicato sulla rivista “Oriente Moderno”. Ha rilasciato interviste di carattere scientifico-divulgativo sulla lirica persiana classica sia alla European School of Translation che alla Radio svizzera. Al momento lavora alla traduzione delle canzoni d’amore della poetessa persiana medievale La Dama del Mondo (Jahan Malek Khatun), considerata la maggiore voce poetica femminile dell’area islamica.
 

 

10 comments

  1. L’attenzione di Poetarum verso i giovani autori è notevole; a tal proposito ricorderei anche l’articlo dello scorso aprile, relativo ai lavori di Riccardo Raimondo, siciliano, classe 1980 e dintorni, da un mesetto parte attiva nella nostra redazione: ciò significa che il nostro sguardo si posa bene e chi merita, qui, trova sempre la porta aperta.

    https://poetarumsilva.wordpress.com/2010/04/29/riccardo-raimondo-lo-sfasciacarrozze-e-5-inediti/

    *

    complimenti a Domenico Ingenito, sto leggendo dei testi davvero belli, curati, calibrati. Tornerò a leggerti per approfondire.

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  2. è davvero un piacere leggere queste poesia di Domenico.
    trasudano, questi versi, tutta la sua passione e anche un certo gusto legato alla sua formazione. riuscite sia le poesie brevi, quasi piccoli acquarelli esposti alla luce e quindi accesi nei propri colori, sia le poesie più lunghe che ripropongono una sorta di rivisitazione della canzone libera e dove è più difficile mantenere la coesione del testo e allo stesso tempo la tensione che rende il testo una poesia.

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  3. Non si finisce mai di scoprire nuova poesia, nuovi autori e nuova voce poetica.
    Questa è in particolare la poesia che mi piace. Quella che definirei “onesta”.
    Molto, molto piaciuti i versi di Domenico, che ringrazio.
    Grazie anche a Luciano per avermi dato medo di leggere.
    c.

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  4. سلام!من شما را می شناسم!شما را در جشنواره فجر شیراز ملاقات کردم!خوشحالم که به زبان ما اینقدرعلاقه مند هستید
    من زبان شما را نمی دانم!ولی این شعر را تقدیم می کنم به شما:
    اینجا هستم!بر تلی از خاکستر…پا برتیغ می کشم و به فریب هر صدای دور،دستمال سرخ دلم را تکان می دهم

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