Piccole poesie per l’autunno. |Daniele Gennaro (inediti 2010)

Voliere.

semplicemente per dire che sei

dentro di me tutto il giorno

anche quando non sei dentro

allora c’è sempre un fuori che ricalca

il contorno del tuo viso.

c’è un sorriso di parallasse che è

sempre un sorriso

non  un errore di posizionamento

è la prospettiva che crea

illusioni vere.

questa notte il mio tavolo

è anche un letto dove riposano

felici le mie braccia

le dita intrecciano separazioni silenzi

voliere celesti vuote d’uccelli.

*

 

 

 

where have all the squirrels gone?

Con la loro coda argentata,

dove saranno andati tutti

gli scoiattolini?

Consegno alla bassa luna

la domanda di prima, levo dal

tavolo l’ incerta prosecuzione

del giorno in sera notte:

oh, che sollievo!

Finalmente respiro e cammino

nella nebbia nascondo cartoni

per farci una casa, casomai

decidessero di ritornare.

Sotto il noce li aspetto, sotto

la precoce insistente pioggia

piccola e bruna attendo un passaggio

di scivolose zampette ambrate.

Ricordo quand’ero bambino

l’edera rossa che rampicava pensosa

contorta colorava d’attesa la

fiamma, il cerino bruciava le dita,

il mio babbo masticava una gomma

guardavo le sue scarpe

erano grandi e marrone-caffè.

Guardo ancora bollire il latte

stando attento di spegnere il fuoco

prima che travalichi il bordo,

che sia ben caldo, che sia morbido

e che faccia piacere alla gola.

Mi siedo con pensieri legnosi

intravedo un’ombra nell’erba

la metà della vita è passata

pesci nuvola gialli nel cielo.

Un ticchettio all’incontrario

batte il tempo, batte piano,

butta tremulo le ore pensate

alle vacanze del giorno.

***

dove sono finiti gli scoiattolini

che danzavano il mattino arrampicandosi

fin dove l’edera rossa scompare nel prato?

nessuno sotto il noce ne’ sul sentiero dell’acqua

la pioggia nemmeno li ha visti scompare nei fossi

tristi  tremenda è l’attesa del cane che fa slalom

nell’erba pur di svanire in un sogno di caccia alla volpe;

sorrido pensando alle mie scarpe marroni al primo

caffè profumato il mattino – sequoia la vita che origlia –

dal presente ostinato rivoglio pennute sequenze di

perfezione veloci pensieri bagnate occasioni.

posso ora tranquillo cominciare la poesia che volevo

scrivere e che non ho ancora pensato.

*

Nero e luna.

ora il paese dorme il mondo è scuro

nero di notte inchiostrate parole

anche la stanza è scura.

un lattiginoso blu occupa

tutto lo spazio fino a che lo spazio

recupera tutto il tempo che nero rimane.

il respiro avrebbe potuto prendere il

posto delle parole come spesso ho sentito

(silenzio e respiro)

pochi suoni di gola trattenuta poesia

di schiena meglio pensare al tremore

unito al saccheggio di ogni pulsante minuto

ogni tempo che cresce angola e inclina

le spalle intuite nel grigio.

conosce a memoria pur avendo frequentato

con ozio le scuole ogni piccolo dettaglio del

suo corpo azzurro -immaginato con il buio

degli occhi – da ogni parte si inizi con umiltà

e tenerezza damascate carezze disegnano

nell’aria la sagoma ritagliano le poche ore

di sonno rimaste quando l’alba tracagnotta

dispettosa scardina tutto il nero e espolde

con il giorno accoccolato sul primo gradino

dell’ombra.

allora è un posto senza lacrime il mondo?

è un posto dove attendere una qualche

vera diramazione di bellezza?

è l’incantevole tremolante stella del mattino?

c’è ancora un po’ di luna la vedo qui

diafana  ( presente però )

aspetta il prossimo treno

la prossima avventura nel nero.

*

Un piccolo spazio per le poesie.

Eccomi a meditare un po’ sulla strada del bosco,

uno scheletro o un minuscolo cristallo mi stanno

davanti: il cristallo riflette la luce ( perchè è giorno),

lo scheletro ricorda strati di rocce e terra.

Potrei semplificare al massimo -credo- con  parole crude.

Ho ancora il tuo viso tagliato dal giallo, qui,

a pochi centimetri, sfoglio il tuo coriandolato pensiero,

carbonizzo il minuto prigioniero del buio.

Vorrei distrarmi da questo commento, badare al sodo,

scivolare leggero leggero per odori mai visti, scaffali

profumati di librerie -adorabile severa mi guardi- con

poco riguardo per la forma direi, vorrei perdere il metrò

tutte le volte possibili.

Sfollare da un bombardamento sarebbe riempire uno spazio

dove le poesie potrebbero garantirsi un posto sicuro,

farebbero a pugni per la poltrona migliore, per il bicchiere

più buono, il sigaro vecchio, la finestra sul fiume.

Per lo più non baderebbero a noi, non credo proprio

che gliene importerebbe nulla del fatto che stiamo là sotto.

La notte arriverebbe addobbata di demoni, paradisi e viole.

Mi mancherebbe quel viso denso e probabile, mi mancherebbero

le mie piccole fortunate poesie sole. Sul velluto asciutto del

sedile posteriore ci stringiamo per ridere un po’ e mi tieni la mano.

E’ un’isola la nostra memoria e, sfinge distratta, recupera

l’iimmobilità di un tempo.

*

Tempo e serrature.

Ho snellito quanto di troppo la serratura

lasciava filtrare, un troppo di luce, fumo,

erba appassita.

Ho regalato un piccolo aereo di carta

al mio breve sogno svampito, con quello

prendo svogliatamente a cambiare le ore

in minuti.

Perchè  sono stanchezza, ozio, fame, perdono.

La chiazza di vita che abbozzo (solitaria vita),

ha il colore della fragola.

Un’orchestra di labbra, spumeggiante ouverture

di mezza stagione, sussurra in pose di gatto

la perfetta, astrale, chiusura del tempo presente.

Tempo e serrature, sposto i contrasti.

Dentro e fuori,

smonto le indecisioni, i dubbi e le apprensioni.

Più o meno.

*

Riserve

Ho personali riserve per quanto riguarda l’amare,

nel senso che  ho quantità d’amore nascoste.

Rifletto discretamente appagato dal tuo dire solo

se c’è un posto nel mondo dove poterti incontrare.

Non ho bisogno di traversate montane con scale

picozze , ramponi e tutto il resto, no. Bastano

scarpe buone, ne ho di nuove sai?

Ho personali , ricche, disposizioni proteiformi

dell’anima. Non continuare a chiedermi dove, quando,

oppure in che maniera soccorrere l’ombrosa quiete.

Sarà con sorriso d’alpe che avvicinerà

il pomeriggio, fra il faggio e il lillà ,in un maestrale

piovoso di parole che bloccherà la poesia in un

ovale di labbra.

Ho personali dimore, restrizioni, passaggi segreti

dove perdersi è possibile , traffico a scorrimento lento.

Non indirizzare lettere in posti consueti,

non ne varrà proprio la pena sai? Quando alzerai

gli occhi dall’abbraccio – così a lungo desiderato –

accarezzerai  il legno del tavolo dove si è posata

la mano e il calore sentito sarà quello che resta.

*

5 commenti su “Piccole poesie per l’autunno. |Daniele Gennaro (inediti 2010)

  1. Queste poesie scaldano nella giusta misura giorni in cui io, trasparente ogni volta, mi annullo ascoltando l’autunno. Riconosco il legno, il bosco e un tavolo che mi sia punto fermo d’arrivo e partenza.

    Grazie
    c.

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  2. I tuoi versi e ciò che li muove sanno di riparo per l’inverno, di strada e occhi.
    Di un bell’andare. Grazie.

    fra

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