[racconti inediti] – Andate a vedere cos’è un ciclista – di Andrea Pomella

Sironi - "ciclista"
Il giorno di San Valentino. Una mattina d’inverno. Sto seduto, o per meglio dire, mezzo seduto alla fine del divano. È una stanza di 28 metri quadrati, mobili rivestiti di formica color verde tenue; 55 euro a notte. Dietro all’ingresso c’è una scaletta che porta a un soppalco con un letto matrimoniale. Io però non ci ho mai dormito su quel letto. Ho passato gli ultimi quattro giorni sul divano. Ho perfino spostato la televisione davanti alla porta per poterla vedere da sdraiato. Sento freddo. Sempre freddo. Fuori dalla finestra il mondo è avvolto dalla foschia. Sembra che esca dalla bocca di un dio grande e robusto in un respiro grigio e gelato. Le onde morbide dell’Adriatico lambiscono la sabbia piatta e dura, dorata, ma ovunque giri lo sguardo alberi, e automobili parcheggiate, e giovani donne lungo i marciapiedi, e supermercati, e vecchi davanti ai chioschi dei giornali. E poi le strade. Strade come trappole, strade come corde tirate da precipizio a precipizio, come righe tracciate a lettere minute di un’unica disordinata storia.

Io le ho percorse tutte le strade del mondo.

Questi ultimi anni, sapete, sono stati anni duri. Non certo un periodo beato e veloce, no. Capite cosa intendo? Parlo di tempo, di tempo da spendere non si sa bene come, senza inghiottire ogni giorno un altro po’ di strada, senza respirare l’odore della canfora, e fiondarsi dritto in una vallata, nella foce di un fiume, in un arrivo che coincide quasi sempre con la partenza del giorno dopo. I giorni, la vita stessa, sono più o meno così: si riparte sempre da dove si è arrivati la volta prima, magari ammazzandosi di fatica, magari pensando di non avere più un grammo di forza per fare un altro passo avanti, di spingere per un altro giro di ruota. Oggi riparto dalle omelette prosciutto e formaggio che ho mangiato ieri sera per cena. Non è proprio come ripartire dalla cima Coppi, dalla vetta del Terminillo (1800 metri di altitudine), o dai tornanti dell’Alpe d’Huez. Ma questi sono nomi che ho sentito pronunciare in un’altra vita, con un suono che adesso mi pare così strano, come un battito di ali veloce sulla mia testa.

Ho aperto gli occhi poco per volta. Qualcosa, quella sorta di speranza che un tempo si era radicata nel mio cuore, è scomparsa. Mi riesce difficile ricordare, cercare i dettagli. Tutto si perde nell’impossibile groviglio che mi riempie la testa: asfalto e pozze fangose, visi arrossati e mani tese, aria di collina e alberi tremanti. Mi perdo per ore a cercare di ricordare, con tutta la lentezza che ho a disposizione, con tutta l’angosciante pazienza.

I residence della riviera in inverno sono tristi e vuoti. Non fanno che ricordarti di estati lontane vissute intensamente. Di solito chi viene qui lo fa per commettere qualche peccato, non per costruirsi intorno un piccolo rifugio a tre stelle in cui abdicare. Quando sono entrato la prima volta dalla porta verde con la targa D5, qualche giorno fa, ho pensato che avrei potuto ritagliare immagini dalle riviste e appenderle alle pareti. Ogni volta che entro in una stanza d’albergo faccio lo stesso pensiero. Sarà perché non sopporto l’idea di abitare in una camera già occupata da centinaia, da migliaia di vite prima di me. Non sopporto l’idea di ripassare sui tappeti battuti, sulle lenzuola usate, sui telefoni toccati, sui piatti doccia calpestati, sulle tazze dei cessi adoperate dalle creature più infime e schifose della terra: gli esseri umani. Oh, povera la mia testa che vola avanti e indietro, come facevo da bambino sull’altalena, figura bianca e candida, corpo leggero, piccolino. Delicati sono anche certi specchi che uno si domanda che effetto farà vedersi in faccia la mattina. La roba esposta, i mobili vuoti, decine di oggetti con nomi che non conosco. E se li guardo allo specchio non li riconosco più. Di mio ho poco e niente. Un piccolo bagaglio, buono per un paio di giorni, qualche scatola di Control, di Surmontil, di Flunox, un biglietto del treno usato per venire da Milano.

Ecco qua. Ci aggiungo il mio sorriso timido. Ed è tutto.

Il portiere del residence è riuscito in qualche modo a ricordare chi fossi. O meglio sarebbe dire chi sono stato. Mi ha detto di farmi forza, mi ha ripetuto con una certa insistenza che sono il più grande. Ha continuato per un minuto buono a riempirmi di parole allegre. Da qualche parte ho letto o sentito che alla gente non importa niente dei reduci di guerra, quantomeno di quelli che la guerra l’hanno persa. Ma ancora meno gli interessa di quello che hanno sofferto. Si dice, per esempio, che i reduci del Vietnam abbiano avuto traumi simili alle vittime di un abuso sessuale protratto. Quelli che si sono suicidati (60 mila) sono stati più dei morti in battaglia (50 mila). Nessuno scienziato ha ancora inventato la pillola contro i brutti ricordi.

Gli ispettori sanitari chiuderebbero la mia questione in due secondi.

Sono anch’io un reduce di guerra. Sono anch’io vittima di un abuso.

La gente chiede un prestito perché aspetta un figlio, per andare in vacanza, per ristrutturare casa, per comprarsi la macchina, i mobili, per pagare un debito, l’ospedale, il funerale. La gente cosiddetta normale fa quello che non è in potere di fare. Il fatto che uno debba poi passare le ore della sua vita a cercare il modo per ripagare chi gli ha concesso fiducia non è la cosa più importante di questo mondo. A me la fiducia l’hanno negata. Non le banche, non gli assistenti sociali, non i professori di economia, i fisioterapisti, i consulenti finanziari. La fiducia me l’ha negata la storia. Il mio mondo. Quelli che dicevano che ero più forte di ogni sorte avversa.

C’è rimasto solo il portiere di questo residence, appunto. Con la sua piccola onesta fiducia. E poi chissà se lo pensa davvero che sono il più grande.

La cameriera invece no. Non lo pensa e non lo può pensare. Lei è ucraina e non sa niente di me. O perlomeno ne sa quanto ne saprebbe di un qualsiasi frequentatore del residence “Le Rose”. Per lei sono uno qualunque. Mi ha detto di chiamarsi Larissa. Ha quarant’anni, i capelli corti biondi, e due figlie che l’aspettano a casa.

Il primo giorno (era martedì) ha bussato alla porta. Lo ha fatto senza grazia, con un certo modo di fare superficiale e sbrigativo. Mi ha detto che doveva rifare la stanza. L’ho fatta entrare. Poi mi sono seduto sul divano e l’ho guardata in silenzio. Le ho chiesto di non toccare il letto; non ce n’era bisogno. Le ho detto di pulire solamente il bagno. Quando mi ha chiesto perché insistessi tanto a guardarla le ho risposto: «Perché sei troppo precisa».

Avrà pensato che fosse un complimento. Ma in realtà non lo era.

«C’è caldo qui. La temperatura è al massimo. Le conviene tenere un po’ le finestre aperte» si è raccomandata.

«Sto bene così» le ho detto di rimando. «Fai in fretta, per favore. E poi esci».

Da quando sono arrivato qui è stato tutto un susseguirsi di ore, di notti alternate ai giorni. Non ho niente da leggere, nessun libro, nessuna rivista. Ma in compenso scrivo. Scrivo sul taccuino del residence. Scrivo per ore e ore di cose che mi passano per la testa. Non so come faccia certa gente a lavorare in questi posti giorno dopo giorno, anno dopo anno. Io che continuo a guardare l’orologio e certe volte mi viene voglia di alzarmi e andarmene verso il mare. Qui sembra che ci sia un odore putrido, un’aria viziata che sa di me. Si può sentire, annusare, percepire. È un odore che contiene un’infinità di informazioni, che mi ricorda un mucchio di sensazioni orribili che mi svolazzano nella testa. Un tempo era solo il sanguigno moto della vita, i muscoli che si piegavano docili alla mia volontà, il cuore che pulsava con la cadenza perfetta di un metronomo. Ora è tutto in un mucchio di macerie, tutto da un’altra parte, chissà dove. Ora penso a me come a un ubriaco abbracciato alla sua bottiglia che striscia per terra come un cane mutilato. E intorno tizi che si sporgono da automobili in fuga, più spietati dei giudici di gara, meno prodighi di chi ti vuole passare una borraccia. Sono una specie di preda che si dimena, torcendosi, allungandosi e sbattendo sui bordi di una gabbia.

Questo monolocale è più stretto di una bicicletta. Ma ogni uomo può ricostruire il proprio mondo anche solo nel buco di una serratura. Da qui sono uscito poche volte. Mi hanno visto in pochi, scendere al mattino nella piccola hall, prendere il caffè e risalire. E poi pranzo e cena, le pizzette nella vetrina del bar. Una volta ho anche fatto un giro per strada. Sono arrivato al ristorante all’angolo. Ho guadagnato ancora un pezzetto di mondo vivendo così, come un’anguilla arrotolata che finge di dormire, pronta a scattare in ogni momento.

L’isolamento del ciclista è la solitudine di chi attacca, di chi sfreccia in strade disabitate, di chi traccia temerario le curve sostenuto dai fantasmi della propria mente, dal battito cardiaco accelerato, dalla certezza che nessuno potrà mai mettere piede in quel giardino segreto costruito da orizzonte a orizzonte. L’isolamento del ciclista è la fatica come regola, l’introspezione come disciplina, il cervello che lavora sempre. L’isolamento del ciclista è questa vita da nomade che un bel giorno ti porta a piantare le radici, e tu la prendi come una provocazione, come un insulto, e rimani così, in silenzio, a fissarti allo specchio per vedere tutti quei chilometri quanto ti hanno cambiato.

E sì che ti hanno cambiato. Perché il ciclista è di quella razza di atleti che quando scendono di sella perdono ogni grazia e quel corpo che faceva un tutt’uno col telaio della bicicletta, trasformandosi ora in un airone ora in un’aquila reale, all’improvviso diventa impossibile, le gambe troppo lunghe, la faccia da morto di fame, un animale mutilato, tutto gobbo e che cammina male perché nella vita ha imparato solo a pedalare.

Ecco, io sono di questa razza qua. Sarà per questo che ho disimparato a stare al mondo. Il mondo ha un altro passo. Diverso dal mio.

Perciò abito qui da cinque giorni. Da cinque giorni faccio le stesse cose, ripeto gli stessi gesti. Ho ricostruito le mie abitudini. Per qualcuno potrebbe essere interessante sentirmi conversare spontaneamente con un altro me stesso. Sto lentamente, ansiosamente, pilotando la mia anima verso qualcosa che non conosco. Dove sei stato? Che fai? Andiamo tutti a visitare qualcuno presto o tardi nella nostra vita. E gli facciamo queste domande banali. E non è detto che sia necessario farlo con qualcuno che ha tenuto i propri fantasmi lontano finché ha pedalato intorno a curve afose e accecanti, sole, caligine, in una giornata di autostop, magari col sole a picco e un carico pesante di fatica sulle gambe. Ho fatto appena quattro telefonate in serie a quattro diversi numeri, giusto un paio d’ore dopo essere arrivato. Ma si è trattato di conversazioni brevissime, appena il necessario per dirsi ciao. E questo è successo lunedì. Dopotutto nessuno di quelli che mi conoscono sa che sono venuto qui. E non ho portato neppure il cellulare. Il sistema migliore per affrontare una discesa è lasciare libere le braccia e le gambe e cadere mentre avanzi, e il terreno ti sosterrà per il resto. Quindi nessuno può chiedermi: «Dove sei stato? Che fai?». E tutto sommato io non saprei nemmeno come rispondergli. Non sono stato da nessuna parte; non faccio niente. Niente. Oppure, «mi informerò; te lo farò sapere». Perché sì, da qualche parte sono stato, e qualche cosa ho pure fatto. Ma non ricordo niente. Non so più niente.

Mercoledì Larissa è tornata come se niente fosse. Tutto è successo rapidamente. Ha bussato alla porta. Le ho aperto. Non si è meravigliata se le ho fatto un sorriso, magari a lei piace fare amicizia con i clienti. Si è ravviata i capelli, si è toccata le labbra. Gesti coscienti o comportamenti automatici? Ha messo la mano sinistra in grembo, ha sorriso in modo estraneo e distante. Ha passato il piumino sui mobili, poi si è guardata intorno di sfuggita. Ma stavolta sembrava avere più fretta del giorno prima. Brava Larissa, ho pensato fra me e me, sei una donna a cui non bisogna ripetere due volte le stesse cose. Nel corridoio c’era qualche voce, passi. Rumori che mi disturbavano. Sarà per questo che ho chiuso la porta. Ma la cosa non deve esserle piaciuta. Mi ha trafitto con lo sguardo. Ah Larissa, se mi avessi portato un po’ di caffellatte. E quando l’ho vista un po’ tremante, poverina, non ho potuto evitarlo; l’ho guardata con serietà, le ho posato una mano sul braccio dopo averla seguita un po’ senza dire niente e alla fine le ho detto: «Hai paura di me? Mi trovi strano?».

Ma lei dev’essere una donna pratica, incosciente della propria vita, che non si fa spaventare da nessuno. Perciò non valeva la pena chiederle se avesse paura di me. Tutto sommato credo che l’abbia infastidita il tocco della mia mano. Le parole quelle no; è probabile che non le abbia nemmeno capite fino in fondo.

«No. Perché dovrei?» ha risposto.

Ha aperto mezza finestra per arieggiare la camera. Questo non lo capisce. Non capisce che fa freddo. Non capisce che l’aria è gelata. Non appena si è dedicata alla pulizia del bagno io ho richiuso la finestra. Poi mi sono fermato sulla soglia della porta del bagno a spiarla mentre cambiava gli asciugamani. In quel momento mi sono ricordato che nel mondo normale si usa dare la mancia al personale di servizio. Loro ci contano. Ho frugato nelle mie tasche ma non ho trovato niente. C’è sempre il giorno dopo, ho pensato. E il giorno dopo ancora.

Il resto del tempo lo abbiamo passato in silenzio. È andata via, alla fine, dicendo «buongiorno», come devono averle insegnato la mattina che ha preso servizio.

Poi di nuovo silenzio, tanto silenzio. La spia del televisore accesa. Immagini senza volume. Telegiornali, cartoni animati, talk show, televendite, videoclip, si ammucchiano tutti sui ventuno pollici. Compaiono e si dileguano alla velocità della luce. Abbaiano tutti come cani arrabbiati, ti danno il senso della vita che scorre, del mondo che cammina avanti ignaro della tua condizione. Mi metto a fissare le immagini per una, due, tre ore. Gli occhi fanno la spola da una faccia all’altra. Uomini chic in completo grigio, ragazze con facce rosse come pomodori, immagini di guerra, bombardieri super tecnologici, facce di bambini cinesi, documentari dall’altro mondo, attrezzi per il fitness, predicatori e alchimisti, mille lingue diverse, mille società; sono una minuta cellula guasta e inservibile per una parte di un corpo umano più vasto e sterminato, magari occupo lo spazio di una malattia. Questo perfetto, eterno, incessante spettacolo lo vedrò continuare, malgrado tutto, per l’eternità dei secoli, fino al terrore supremo dell’estinzione. Comincio a vedere le cose nella prospettiva, come una macchia microscopica sulla lente di un microscopio gigante. Non c’è verso di riposare. Il mondo non si riposa mai. E la televisione è sempre accesa anche quando noi non la vogliamo vedere. Un lago sempre mosso di brillanti sfere di luce. Ma c’è un’immensa grotta buia in cui nascondersi, decidere di dare un’occhiata dal buco della serratura, e vedere con gli occhi miei cosa succede. Questa è la logica. Questo è ciò che vedo. Un mondo in cui tutti stanno a lavorare, ad abitare, a passare, una continua germinazione di eventi ininterrotti dalla notte al giorno, dall’ieri al domani.

C’è stato un tempo in cui anch’io ne facevo parte. Avevo la pancia vuota e lo sguardo pazzo negli occhi, la paura del peggio che mi portava avanti. Sono stato un campione, come dicono gli uomini sempre in cerca di un titolo con cui osannarsi. Ma dopo l’essere stati campioni tutto diventa mostruoso, innaturale, un veleno che inquina il mondo. Tutto ciò che è creato oltre i limiti della sofferenza umana è un veleno che inquina il mondo. Gli affari sono affari. E non c’è niente che sia più ambito di quel veleno. Eppure, se mi avessero promesso la luna, pur sapendo che era fuori discussione, io avrei cercato di dare alla loro promessa un briciolo di fede. Ma no! È come quelle immagini dentro al televisore, finisce un programma, ne inizia un altro, cambi canale, fai avanti e indietro senza una programmazione, e nella testa ti rimane solo una gran confusione, e gli occhi gonfi e arrossati. Non ti ricordi più niente di quello che hai visto. Perché forse non hai visto proprio niente. E perciò ti ritrovi col telecomando in mano, la bocca mezza aperta, la faccia assente. E magari ti ritrovi dentro un residence il giorno di san Valentino, festa degli innamorati, senza amore, senza famiglia, senza lavoro, senza niente da mangiare, senza forze, senza nome.

Così, senza fine.

Larissa ha bussato alla porta giovedì mattina, puntuale. È lei ormai che mi scandisce i giorni. Senza di lei non saprei più nemmeno che ore sono. Sarebbe di certo molto soddisfatta se glielo dicessi. Questa storia della pulizia della camera è il solo legame che mantengo col mondo. Stavolta ha bussato presto, alle nove e mezza. Non che pensasse che stessi ancora dormendo. Lei lo sa che se mi vede saltare giù dal divano intontito, cercando di infilare le braccia in una maglietta per non andare ad aprire la porta nudo, cercando a tentoni la maniglia, non è perché sto ancora dormendo. Qualcosa l’avrà pure vista in giro per la stanza. Qualche avanzo di polvere bianca, qualche confezione di ipnotici, di sedativi, di ansiolitici, di antidepressivi. Non vale la pena di domandarglielo. La camera è sempre gelata per me; sempre bollente per lei. Non si va mai d’accordo su questo.

Giovedì sembrava di buon umore. Una donna di quella specie quando è felice non ha occhi e non ha orecchi, a lei non la possono toccare neanche le occhiatacce. Si accontenta di poco. Magari di un complimento della maestra a sua figlia.

«Buongiorno» ha detto, avanzando per tre passi nel monolocale, come una luce nuova. «Biancheria, asciugamani, lenzuola, coperte. Non ha bisogno di niente».

«No» le ho risposto. «Va bene così».

Continuava a non sapere niente di me. Chissà in quale città gelida sul mar Nero se ne stava quando mi incoronavano re sotto l’Arc de Triomphe. Ha passato il piumino intorno al televisore, forse sentiva che la plastica era ancora calda.

«Non è questo il posto della tivù. L’ha spostata lei?» mi ha chiesto con una piccola fiamma di curiosità negli occhi.

«Sì. L’ho spostata io» le ho risposto.

«Perché?».

«Mi piace guardare la tivù, anche di notte».

Si è guardata intorno con aria disorientata. Non riconosceva più l’ordine delle cose. Sarà stato perché avevo spostato gli arredi. Davanti all’angolo cucina e al divano c’era un tavolo circolare, giovedì mattina Larissa mi ha chiesto il permesso di pulirlo. C’erano delle macchie di caffè. Ne avevo rovesciato un bricco la sera prima, o forse il pomeriggio, non so. Le ho detto che non c’era bisogno. Ha dovuto insistere. Alla fine ha vinto lei.

Poi, prima che scomparisse oltre il corridoio, ho voluto che mi rispondesse a una domanda. Mi sono fermato davanti a lei, con un’aria gelida, uno sguardo perfetto e senza gioia, ma pieno di curiosità. «Mi trovi in forma?» le ho detto. Ci mancava che le mostrassi i muscoli. Ma la sola domanda deve averla turbata. Fatto sta che non ha risposto. È filata via così, nella più totale indifferenza.

È stata l’ultima volta che ho incontrato un essere umano. Poi mi sono messo a buttar giù pensieri nel mio silenzio, a lume di abat-jour. Nessuno si lasci ingannare. «Io sono l’uomo, io ho sofferto, io c’ero» ha scritto un poeta americano. Se avessi quell’abilità, quella completa libertà che hanno i poeti, chissà quante cose potrei scrivere stamattina. Adesso ho la sensazione di essere l’ultimo uomo sulla terra. Uscirò da qui quando sarà tutto finito e avanzerò tranquillo fra le rovine. Avrò tutta la terra per me. E allora scrivo, e scrivo, e una frase più spietata delle altre, una frase più propizia, vola via dalla penna, sul taccuino: “MA ANDATE E VEDERE COS’È UN CICLISTA… e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza…”. È così meraviglioso, così ragionevole. Penso alla cosa più facile, cioè a morire. Sto fermo e aspetto. Come un vecchio, in una strada buia, a sperare di essere aggredito da un sicario.

Sera. E poi notte. E poi ancora giorno. Il giorno di San Valentino. Una mattina d’inverno. La fatica mi porta così lontano. L’uomo davanti al divano, in piedi, con le mani paralizzate e gli occhi pieni di sonno, è piccolo, minuto come un tozzo di pane secco. Ha gli occhi spiritati, e aspetta. Nessuno può parlare con lui. Nessuno conosce ormai la sua lingua. C’è Larissa che prova a fare ancora una volta il suo dovere. Batte con le nocche alla porta. Una, due, tre volte. L’uomo le grida attraverso la porta che deve andarsene. Che non c’è niente da pulire, niente da riordinare. Le sue parole colano dalle pareti. Poi aspetta di sentire i passi della cameriera che sfilano via lontani. Prende una sedia e la sbatte contro il muro. Ne prende un’altra e colpisce il tavolino scheggiandone un bordo. Urla, si dispera. Tanto le altre camere sono tutte vuote. Non è mica estate, non ci sono i tedeschi. Ecco quello che ha fatto, questa messinscena, questa parodia di una distruzione.

La stanza non me la sono scelta. Lunedì, quando sono arrivato, ne ho chiesta una qualunque. C’è poco e niente da distruggere ancora. Alzo la cornetta del telefono e chiamo la reception. «Lasciatemi in pace!» urlo. O sussurro, non so. Poi lascio la cornetta sollevata. Mi sfilo la maglietta di dosso e resto a torso nudo. Con il cuore fermo come una spiaggia. La vita, la vita se ne va da me nello stesso modo in cui era arrivata. Oggi non resterà nulla. Sarà stato tutto un episodio dell’immaginazione, un mistero, una cosa di nessuna importanza. Ho vissuto in un’epoca nella quale la maggior parte degli uomini crede alle ingenuità della televisione. Una società confusa nelle sue basi culturali. Uomini e donne senza la solidità del passato. Incapaci di pedalare in salita. Sarà per questo che li battevo tutti quando arrivavano le montagne. A modo mio, da grimpeur, senza sonno né riposo, ho dormito questa vita di corsa, trattenuto sull’asfalto dalla forza di gravità, perché sennò avrei potuto volare; con un colpo di pedale più forte degli altri, avrei potuto volare. Strano ragazzo questo che aveva paura, così paura, di tutto, diranno. O è semplicemente annegato nell’ingegnosa trappola inventata da qualcuno che non lo poteva più soffrire. Lasciate che cominci la sua nuova morte qua, seduto sul pavimento di questa stanza dove non arrivano più rumori, come un drogato, come un vagabondo qualsiasi, come un angelo che sorride ricordando il vino e gli scherzi, veloce corridore, brillante, conquistatore di passi di montagna, rapido come il vento che batte le strade, tutte le strade, lanciatore di lunghe volate, tornado, furia sincera.

Una volta mi chiesero: «Perché vai così forte in salita?».

Io risposi: «Per abbreviare la mia agonia».

Ecco cos’è un ciclista!

11 commenti su “[racconti inediti] – Andate a vedere cos’è un ciclista – di Andrea Pomella

  1. Io invece non mi trovo d’accordo con voi. Vado in direzione ostinata e contraria.

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    • tu vai in direzione ostinata e contraria perché sei pulito e sai scrivere ed hai da scrivere.
      altre direzioni non ne vedo, non per te.
      sei necessario, Andrea Pomella.

      [quante tappe in volata si perdono per le furbizie a cronometro dei gregari?
      ma, ricorda Andrea, alla fine il giro lo conduce lo scalatore.]

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      • Questa me la porto via e me la conservo in quel cassetto traboccante di cose e di rifiuti, eh?

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  2. Come Faber…sai leggere questo racconto con tutta la sua malinconia mi riporta inevitabilmente a quel ciclista “corsaro” e solo ,morto solo tra pareti fredde e forse in compagnia di polvere assassina,si legge d’un fiato ma rimane la fredda sensazione di quando una storia dovrebbe continuare ed invece bruscamente si interrompe come la sua vita.Ed era il giorno degli innamorati.

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    • Già, era il giorno degli innamorati. Questo è il particolare che mi ha fatto pensare di scriverci sopra qualcosa, non so, questa storia del san valentino aveva il sapore distorto di una canzone di Tom Waits.

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      • …lei mi manda valentini tristi
        per ricordarmi il mio peccato principale
        non potrò mai pulirmi della colpa
        o le macchie di sangue sulle mie mani
        e ci vuole un sacco di wisky per cacciare
        questi incubi di notte
        mi ferisco il cuore a pezzi
        a ogni S.Valentino muoio un poco di più
        ricordo di averti promesso
        di scrivere
        questi tristi valentini…

        “Blue Valentines”-Tom Waits

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  3. …andrea è bravo.è quel colpo di pedale più forte.è quella voglia di fermare l’emozione.di sporcarla. risporcarla. per poi pulirla e ripulirla.è quell’andate via che qui non c’è niente da pulire e niente da riordinare.ci ha pensato lui.su questa nuova salita…bello andrea bello sul serio…

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