Giovanni Catalano – La nave di Teseo

Non uscirai dalla mia vita.

Deve essere una mania
come i trenini elettrici
e i pesci tropicali
se per finire questo libro
non avrò bisogno di te.

Lo sai, il più delle volte
scrivevo la sera
ed era come versare la birra
nei bicchieri
inclinati, senza schiuma.
Non è la stessa cosa.

Se non altro, adesso,
con la stessa pazienza
di chi colloca i pezzi
sulla scacchiera
rimetto a posto i piatti.
E penso al lavoro
che abbiamo scelto.
Penso a domani.

Chi lavora
deve sempre sperare
che ci sia un giorno di ferie
per finire un libro
perché non può finire così
in pausa pranzo
o la notte

quando ti rimetti a letto
o ti alzi.

E un nuovo nodo
sembra un discorso da calzolai,
di stringhe, di mani sporche
di colla e piccoli chiodi
sotto le suole.

Deve essere un disordine,
una compulsione,
come oscillare nervosamente
un piede, tamburellare
con la punta delle dita.

Un’ossessione
questa di scendere e salire,
controllare di continuo
d’aver chiuso a chiave,
la certezza di aprire e chiudere
di nuovo.

O lavarsi sempre le mani,
conservare tutto e di tutto
fare sempre una copia:
delle lettere mai spedite,
dei certificati, i fax di inizio
malattia, le ricevute del taxi.

E a maggior ragione
se ognuno di noi è un voto,
una causa, un giuramento.

Ci sono scrittori
che per tutta la vita
hanno scritto un solo libro
sugli storioni del Po
o del fiume Oreto.

Credevano
in ciò che scrivono e questo
li rende meno pericolosi.
Io personalmente preferisco
stare con un piede dentro
e uno fuori.

Leggere a mente.

Non c’entra la voce,
potrei leggere anche solo
con le dita
se i nomi avessero
un rilievo come sulle cassette
postali o sulle targhe
automobilistiche.

Perchè vai ai reading, allora?
Uno scrittore non dovrebbe
interpretare, è il regista
non l’attore.

Ma a forza di guardare
ognuno vede nelle nuvole
ciò che vorrebbe vedere,
sente ciò che vuole
sentirsi dire.

Anche se il segno
che lasciamo è arbitrario
il n’y a pas de hors-texte
mi dici – non c’è lettura
che non produca scrittura e viceversa
io lo dico a te
come se fosse la prima volta
che leggi i Lunch Poems
di Frank O’Hara.

Io leggo perché scrivo
ma tu? What are you reading
for?
Deve essere un’ossessione
com’era per i collezionisti
di francobolli
ma ha anche a che fare
con il futuro, con la capacità
di ascoltare.

Come nella danza moderna
l’importante è andare a tempo.
Come nel nuoto
sincronizziamo respiro e bracciata,
fino ad entrare in risonanza.
C’è un momento in cui
i guadagni compensano le perdite.

Ma è solo un modo
per nascondersi.

Lo sai, si dà a certa poesia
un peso e uno spessore
che altrimenti non avrebbe
e in questo c’è
deve esserci – credo
una contraddizione
continua.

Non è poesia contemporanea,
né può essere attuale
al massimo precede la realtà,
la rende impraticabile.

Prima si immagina
una ragazza
e poi si incontra
sul serio
con quel taglio,
al mare in quel giorno
di luglio, lo stesso
nome che le avevamo dato
anni prima di conoscerla,
di nascosto.

O ti dimentichi di qualcuno
come nelle lettere dei suicidi,
dimentichi qualcosa e tutto cambia.
Come quando gli eserciti
rompono il passo
quando attraversano i ponti
o i pellegrini
in cima alla scalinata
smettono all’improvviso di pregare.
Cosa chiedevano, cosa hanno
ottenuto?

Non c’è vento.

Gli amici chiamano
per dirti che stasera non escono.

Non esce nessuno.

Inedito, da “L’amico di Wigner”.

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