[Sequenze di testo] – Gherardo Bortolotti – senza paragone 16 (post di Natàlia Castaldi)

Godfrey Frankel

01. come la polvere sui tuoi scaffali, le vicende che ne hanno accompagnato il deposito su paesaggi di superfici laccate, in una geologia di interni, fatta per ere di pochi, lunghissimi minuti, in cui si accumulano gli eventi nanometrici, si consumano gli ordini delle loro vicende mentre, da fuori, entra la luce del sole e tu ti attardi a bere in cucina

02. diversi dalle somiglianze tra cose lontane, dalle relazioni di affinità in cui disfare gli oggetti, i gesti, i particolari di arredi e di visi guardando, e consumando i sensi del mondo, sfibrando il tuo repertorio di paragoni imprecisi, gli archivi che ti abitano di momenti passati, non diversi, quasi uguali, i cui particolari sono persi da anni

03. simile al muro, ai suoi distretti verticali in cui si perde lo sguardo seguendo le imperfezioni, gli spessori della vernice, le sgorbiature di collisioni anonime e lontane, le crepe minuscole, oltrepassate dalle luci radenti del mattino, in un alba ortogonale che spunta dallo spigolo, il confine del mondo

04. distinti dalla pioggia, dalle fitte, singole traiettorie verticali delle gocce, che precipitano in parallelo, ad ogni istante a diversi livelli dal suolo, prima che lo schianto ne infranga la tensione superficiale e, al contatto con la granularità dell’asfalto, l’inerzia della piccola massa d’acqua ne richieda prima la deformazione e, poi, l’esplosione, la dispersione, la vaporizzazione in minuscoli giochi d’acqua, che coinvolgono la patina umida del marciapiede in un complesso ed esteso sistema di maree e contromaree microscopiche, su cui si disegna il tuo passo, la tua falcata insensata nel corso del giorno autunnale, volto ad uno scopo che, come tutti

05. impari al mondo, alla sua cava, luminosa catastrofe

06. come le chiacchiere degli sconosciuti sul treno, accanto a cui raggiungi milano, il peso quadridimensionale delle parole che scambiano, dei loro continui discorsi arbitrari, che deformano l’interno del vagone in pozzi semantici, lungo cui affondi, scendendo verso le stelle densissime di ciò che hanno in corso, delle vicende che li consumano, che li processano nel futuro imminente, lasciando a qualcuno, che succede ai tempi del tuo presente

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Gherardo Bortolotti, bresciano classe 1972

pubblicazioni:

Canopo – e-book (Cepollaro e-dizioni, 2005);

Soluzioni binarie (La Camera Verde, 2007);

Tecniche di basso livello (Lavieri, 2009);

Prosa in prosa, A.A.V.V. (Fuori formato – Le Lettere, 2009)

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Blog: http://bgmole.wordpress.com/

9 comments

  1. L’impressione che mi viene dalla lettura dei testi di Gherardo, è quella dell’assemblaggio di impressioni ed appunti cronologicamente slegati tra loro, che successivamente vanno a confluire in un “rincorrersi” continuo e “cinematografico”; per cui immagini, oggetti, odori, suoni e relative impressioni si rilegano successivamente in un’unica grande opera di collage; in cui il “come” fa da collante costituendo il termine chiave di paragone per più vissuti.

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  2. premesso che adoro questo “in progress” di Bortolotti – del quale altra sequenza è uscita sul numero 80 di “bina” – e il mio giudizio può risultare dunque parziale, vorrei legargli, per la noia di tutti, una notarella più generale, in quanto sviluppata anche a partire dal suo lavoro.

    negli ultimi anni si è molto discusso (e becerato) attorno al supposto dualismo “scrittura-realtà”. in pochi, e Bortolotti è fra questi, sembrano essere disposti ad accogliere il fatto testuale come “realtà semantica” tout court e dunque strutturazione di livelli di realtà, processualità gnoseologica in atto, e in atto “in” e “attraverso” una materia precisa e concreta: il linguaggio. più spesso invece, il nesso suddetto apparirà variamente formulato in dittico, secondo i vari gradi di divaricazione della forbice dualistica, sino alla rottura stessa della forbice nella consueta frontalità “a specchio” delle due lame. donde una pratica di scrittura sbilanciata su un realismo (appunto) deleterio che poi è ancora quello che si fregia di topoi e connotazioni risaputissime – tutto il repertorio di kepsakes predatori del/predati dal romanzesco – quello che fondamentalmente fa del dejà vu l’episteme delle proprie, appunto topiche, tranches de vie. un realismo che ha buon gioco nel farci dimenticare un fondamentale postulato benjaminiano, tutt’ora utilissimo per liberarsi di certe sirti disastrate delle patrie lettere: la lama, cioè, per restare nella mia metafora, è una soltanto, e se si è in cerca di una validità sociale e politica del fatto testuale, di quel preciso livello di realtà semantica, bisognerà tendere all’analisi di come esso si ponga non “rispetto” ma proprio “dentro” alle dette connessioni e trame sociali, meccanismi di produzione, e di produzione del senso, inclusi. un “come” che può forse risolversi, lontani dalla problematica culturale e politica qual’era quella che Benjamin particolarmente affrontava, spostando l’interrrogazione e l’analisi testuale (anche) su di un piano pragmatico: cosa il testo vuole fare? cosa vuole farmi? e soprattutto: cosa vuole farmi fare?

    naturalmente, qui, entra in gioco la disponibilità del lettore, ma credo di essermi ora fin troppo dilungato.

    un grazie a Natalia per la proposta, un saluto a tutti.

    f.t.

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    1. Grazie a te, Fabio, per questa nota che per nulla annoia, ma al contrario aiuta a riflettere.
      Un “work in progress”, sì… non a caso ho inteso sintetizzarne il senso con il titolo tra parentesi di “sequenze di testo”.
      Quando parli di “realtà semantica” mi pare di capire che leghi (o sarebbe più corretto dire Sleghi) la realtà al suo linguaggio ed al suo procedere, distaccandola dalla mera descrizione di fatti e luoghi, dandole diversamente ragione di esistenza nell’atto della creazione stessa, nell’accostamento e nel procedere delle parole su base fonica e – appunto – semantica.
      Insomma quello che tu indichi mi pare sia la volontà di destrutturare il concetto di scrittore/descrittore del reale in virtù dell’affermazione dell’atto scrittura su di essa, dando luogo ad un livello di “metarealtà”, mi verrebbe da dire, dettato dalla parola stessa. (dimmi se sbaglio, ti prego, sto cercando di capire ragionandoci sopra)

      [p.s.: mi farebbe altrettanto piacere proporre qualcosa di tuo. fammi sapere. la mia mail è nella scheda autore]
      n.

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  3. Direi, Natalia, che la questione teorica snocciolata sopra è per me tutt’altro che risolta – ma, essenzialmente, per ora riconducibile a questi termini: intendo il testo come un’azione (termine che preferisco rispetto al paradigma creazionista) e processo conoscitivo che si realizza e installa in diversi concreti livelli di realtà, da quello generalmente linguistico a quello della “serie letteraria” a quello storico-sociale. dalla dialettica intrapresa “in” questi livelli, da quello che il testo fa in essi, provo a misurarne la qualità e il valore.

    sicuramente, come dici, questa idea comporta una pratica scrittoria che non è quella frontale e rispecchiante e solo mimetica del descrittore-narratore del reale, perché lo scrittore, come il testo, come chiunque, per come la vedo, è dentro il reale, nei suoi livelli, e qui operererà – posso allora richiamarmi a Benjamin – non dico per forza “strategicamente”, ma comunque lavorando a delle scelte, anche tecniche, alla sua opzione, che in quella ideale critica pragmatica sù accennata è passibile di una validità sociale e politica anche al di là del dato strettamente referenziale e tematico.

    ho di nuovo sbrodolato, me ne scuso. peraltro forse allontanandomi troppo da questi testi di Gherardo. Sarebbe interessante a questo punto una sua tranciante parola a riguardo.

    grazie per la chiacchierata (ti scrivo per il resto appena posso – inghippi del trasloco perpetuo – e ti ringrazio intanto per la proposta a scatola chiusa)

    hail!

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    1. ben vengano “sbrodolamenti” di questo tipo! sei stato chiarissimo, non posso che ringraziarti.

      [quanto al resto, sappi che non “compro” mai a scatola chiusa… ho già avuto modo di leggerti, quindi è una richiesta per consapevole volontà di approfondimento]
      ciao.

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  4. prima di tutto, grazie a natalia per l’ospitalità. dopodiché caldeggio anch’io una pubblicazione di fabio!

    di parole trancianti, mi sa che sono un po’ sprovvisto, soprattutto in questa chiusura d’agosto lavorativo. mi limito a dire che in effetti la lettura di fabio è calzante, nella misura in cui il tentativo che faccio con i miei testi è quello di operare un ordine sul/nel mondo piuttosto di descriverne o scoprirne uno. e questo certo a partire dall’idea che il linguaggio è mondo e che la scrittura non ha una sede separata.

    e con questo, per quel che riguarda la predicazione di poetiche fumose, direi che sono a posto ;-)

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    1. Caro Gherardo, grazie di essere qui nonostante l’afa fineagostana.
      dici il linguaggio è mondo e che la scrittura non ha una sede separata e mi pare inconfutabile.
      Ognuno di noi, a modo suo, cerca di attuare e dare ordine quantomeno al proprio mondo, ed in questo senso quella che tu definisci “predicazione di poetiche fumose”, al contrario, incontra il mio interesse e la mia personale ricerca. in questo senso seguo te, Raos, Inglese e qualche altro, anche se poi i percorsi – come è bene che sia – scelgono e si indirizzano verso risultati a volte anche opposti.
      spero di rileggerti presto … e grazie per la spintarella a Fabio. ;)
      n.

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  5. Natalia, touché per la “scatola chiusa”, (smile), e grazie a Gherardo, più che per la spintarella, per non aver massacrato il doppio sbrodolo di sopra. fumosamente vostro,

    f.

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