Turno di guardia

(Agli amici perduti e a quelli rimasti)

Proprio tra i cocci che misi sul tetto

una rondine pigra si venne a posare.

Tra i vetri rotti la vidi una volta

volare: lo dissi agli altri che risero forte.


Giù per il vallo i sassi assolati,

i sacchi bucati, svuotati di guerra,

la sabbia per terra a segnare i passi

dell’andirivieni del turno di guardia.


Diverse misure di scarpe alle orme,

sui muri le ombre ad altezze diverse:

potrei riconoscerle tra mille altre macchie –

ma non di sangue, ma non di sangue.


Io mi ricordo le nostre facce

rosse di vino, di sole o vergogna

con una spugna lavammo le spalle

l’uno dell’altro senza parlare.


Quanto è più lungo ora il turno di guardia,

questo sostare nello stare senza.

Tu fosti il primo a cui chiusero gli occhi.


Ingannammo la notte col sogno e la veglia

Ma non abbastanza, non abbastanza.

8 comments

  1. “turno di guardia”, non di vigilia, ma su un paesaggio di guerra
    nel quale i cocci (qui a protezione e “non aguzzi di bottiglia”, anche se il paesaggio è altrettanto scabro) diventano un rifugio breve, per quella “rondine pigra”, che, così all’incipit, richiama, pure nell’evidente differenza del pigra, quell’altra che “ritornava al suo nido” con la cena (X agosto).

    Un’altra immagine che molto mi colpisce, per la “comunanza” fraterna che rappresenta, è
    “con una spugna lavammo le spalle /l’uno dell’altro senza parlare”
    lavare le spalle, come coprirle, allontanando l’orrore e la morte che spesso non ti guarda in faccia e assalta di schiena, ma anche per ricoprirle di bianco, se non di innocenza, almeno di affetto e di calma.

    La dedica poi, con il distico di chiusa, per questo
    “questo sostare nello stare senza”…come dice stefania.
    anche il mio abbraccio, ciao!

    Mi piace

I commenti sono chiusi.