Un sogno di balene e di parole in bocca alla notte

Riprendo un post su Filosofi per dare attenzione ad una Grandissima Donna, cha ammiro ed amo profondamente.

Hanife Ana è un sogno di balene in decomposizione, un viaggio, un ricordo, una liturgia.
Hanife Ana era una nave turca, incagliata sulla costa di Ostuni in Puglia.
L’abbiamo vista in occasione di un viaggio di pochi giorni, ancora non eravamo una compagnia.
Eravamo una scrittrice, un musicista, un futuro teatrante.
Insomma gente instabile, ma sensibile. Gente poco leggera, purtroppo.
Ana ci è parsa come una grossa balena morta. Come per ogni morte la reazione istintiva è stata di inavvicinabilità.
Lei, femminea, mostrava resti di tette e uccelli già pronti a nidificare nelle cavità morte degli occhi.
In quei pochi giorni l’esigenza di stare accanto ad Ana era intoccabile. Noi stessi, forse attratti, dalla morte in vista.
Ogni giorno di fronte ad Ana a provare ad esorcizzare terrori, a distanza, e muti ad elaborare
interrogativi di noi creature umane dinanzi alla morte del mostro.
Ora è anche una compagnia di musici, teatranti e sognatori perduti, nata nei primi mesi del 2007
dalla fusione di esperienze musicali e teatrali differenti ma complementari.
Il nucleo centrale e fondativo è costituito da
Savina Dolores Massa, Alessandro Melis e Gianfranco Fedele: una scrittrice, un teatrante, un musicista,
sensibili all’interazione tra il linguaggio musicale e quello propriamente verbale.
Il progetto nasce dalla interazione, inscindibile e a volte provocatoriamente divergente,
fra un approccio musicale jazzistico privo di preclusioni di genere e uno sguardo stremato ma lucido
su ogni partorita creatura letteraria.

Parlo di Savina Dolores Massa

Da alcuni anni scrittrice a tempo pieno, finalista con la silloge di racconti Isolamatamara al premio letterario A. Gramsci ed. 2006,
è giunta nella rosa dei finalisti al Premio Letterario Calvino 2007 con il romanzo Undici, pubblicato dalla casa editrice Il Maestrale.
Scrive poesie, racconti, romanzi, teatro, canzoni. Finalista o vincitrice di numerosi premi letterari. Il suo lavoro sulla voce nasce
dall’incontro con i registi Marco Parodi e Mario Faticoni, dei quali è stata allieva negli anni 2004, 2005, 2008.

E’ amica ancor prima d’esser poeta.
Crea l’emozione come una mareggiata.
Dipinge i fondali dell’anima.
Di colori, poesia, unghie, occhi di gatto e cuore.
Meravigliosa.
A lei il mio è un amore incondizionato.

Marigosa

Severa la casa zittisce lo spettro di Grazietta in gioco
schizza di polvere il carnevalesco lampadario
mura le finestre sulle carneficine in Congo
sul maestrale inferocito di lische e baci scarnificati
di murene accasate nelle migrate orbite affondate

tace dei passi fuori sconosciuti
meravigliati per il freddo
di un inverno come un altro
no
se il mavì dei tuoi occhi non ha più ribellione
che sia silenzio che sia silenzio
la mia gatta muore

il cuore ha nicchie solo per le api stasera
e non sarà cibo reale il dono
ma la vergogna di un dolore da non dire
per quei pochi chili che tu sei
e unghie e sonno ogni imbrunire

a chi può importare
la tua acqua con petali di rosa che scompare
neanche a me dovrà importare:
io seppellisco le mie bestie di anno in anno
fino a quando

se i giudizi lo vorranno
il becchino comunale scaverà una fossa alla mia vita
nessun danno
al girare perpetuo del pianeta
nessun danno per le prossime comete
che verranno per millenni
sopra lo stupore di chi
non avrà nulla in vena del mio sangue

l’ho sempre saputo al centro del cervello
là dove regnano farfalle e barbagianni
che mi sarei conclusa roteando su me stessa
neonata ogni sera o cadavere di risate al cardo
illusionista con conigli malinconica sul mare
fertile solo per partorire appassiti malumori
e qualche uovo guasto da schiacciare
 
è sempre così nei fine d’anno
le bilance si autoflagellano di pesi
di dubbi per ogni ripassato sbaglio
di dalie purpuree estinte molto prima
della festa dei miei primi venti anni
degli insulti più crudeli
scampati dall’essere gettati oltre la schiena come un sale

e questo dire e dire scontroso
a me stessa appare offesa agli affamati di Bogotà
al bambino rom assente nel presepe del vulcano
ai miei piccoli stivali rossi amati come gigli quel Natale
se tanto sacrificio fu comprarli

mentre Marigosa smagrisce
m’affanno tra zolfi di formule e di filtri:
domani io sarò imbalsamatrice

(Marigosa nella mia lingua significa “amara”)

Cecità

Adesso crollerai il volto alla parola appena intravista
pregna d’acqua una seppia? non sapevi come dirlo
quell’affogare delle cose una seppia? tra le ciglia ottantenni
come tua madre d’azzurro liquefatto
non strillerai pianto ma straccerai madonne di ristrette vedute
scambiando i vapori di una pentola per conigli dell’infanzia
e mai più avrai fame del cibo se non troverà la bocca
le mani che avresti preferito compatirti nelle macchie
e nell’anello che ti fece onorata pur senza il velo
ignara che il difetto era lo sposo consapevolmente bello
la memoria scaltra agiterà grano nelle orecchie
un sapore di gatto cucinato in rosmarino
ché non fosse troppo affamata l’illusione promessa
da subito no almeno non da subito.

Ha battuto sull’incudine tuo padre
per trasformare l’erba in oro di cappelli da nozze
inutilmente denudò il cortile ma tremava muscoli alle dita
e trinciato da due soldi goduti all’imbrunire.

Non aggiungerai bastoni per costringerti il passo
se il sole ci sarà in perpetua notte
lo saprai dalla tua pelle albume
frustata dal posarsi di una mosca
che lascia lividi d’ali blu manesche

su ogni tuo piede basito pioverà il talco
il sabato delle abluzioni
nell’assoluto silenzio dei tuoi punti di vista.

Quando non si poteva contare fino a cento novanta quattro

La casa clandestina era in palazzo
salimmo scale, obbligate a non leggere
cognomi veri ai campanelli
a non vedere
fiocchi rosa o azzurri sulle porte
a non sentire alcun suono
di parole verseggiate per insulto

Ognuna, dei mobili in salotto, e delle altre
non ne notò la forma, ma intatto
resterà a vita quel ricordo, di come
si cercassero tra loro
le punte
irrigidite di ogni scarpa

Ognuna, entrò sola nella cucina
il tavolo puzzava di cipolle
triturate per un sugo, raffinate
con la carne e le sue spezie
il giorno prima

Ognuna, su quel tavolo
si spogliò solo le gambe

Il lutto era rosso nella vasca
embrioni da lavare a candeggina
o polvere abrasiva
acqua calda per un prossimo turno
atteso a testa bassa
taciturno

Scendemmo scale
obbligandoci a non leggere
cognomi veri ai campanelli
a non rubare
fiocchi rosa o azzurri dalle porte
a non sentire alcun suono
di parole verseggiate per insulto

Il bacio di Jung

Si scoprì gravida dopo un sonno di cavalle in improponibile strada
gonfia nelle ossa delle mani pronte all’espulsione
acqua e primo sangue dipinsero di unghiate il muro
perché quando la notte acceca la paura del non risvegliarsi
c’è sempre almeno una spalla di calcina a reggere il bolo della morte

non si accontentò di castrare le creature
dopo che Jung baciò loro la fronte
per distrarle malamente dal ratto dell’amore impuro
ma si dice che lei sbarrò le loro fughe con l’incestuosa proposta
di svenargli il membro se non con un coltello almeno con la bocca

tanta delicatezza fu studiata elaborata processata
la cosidetta madre priva d’avvocato alla difesa
fu impalmata in una piazza
improponibile
tra schiamazzi di cavalle e l’assenza buia dell’almeno la spalla di calcina

non gridò la sua innocenza e neppure la nitrì come sarebbe stato opportuno
per la folla accorsa a ballarsi la serata
lei tra le anche si godette soltanto la durezza di quel palo
finché un qualsiasi ignoto osò assegnarglielo per figlio
solo a vederglielo gattonare per la figa

le sorti sono sempre all’oscuro delle delicatezze
ritornano cocciute a rimestare il mosto nascituro
che vino non lo vuole diventare nonostante i vetri di bottiglia
in attesa allineati e etichettati

moribonda sussurrò all’attesa sadica di resa,
Lasciatemi morire così come uno dei miei cuori ha scelto:
non adatta alla clonazione di me stessa.

La Pizia

La notte abbandona il suo trespolo d’antro
con mammelle pietraie cangianti passeggia
nelle strade a lampioni sorniona scivola
per abbaini dell’estate bacia
ogni membro disperso maritato all’accidia
di giornate di decadenza obesa di non chiesti
e pretesti per nuca contro nuca
incubo contro incubo stasi
consola a spatolate di lingua attardandosi
sul precipitato rialzarsi dell’invecchiato

la si invoca poi in voci sonnambule
impalmando l’ombra di respiro accanto
abbandona gratitudini o volti lascia
la sorte imbambolante a coprire l’accadente

non per bontà ha oracolato in alcova
il proprio gusto ferino soddisfatto
l’accompagna nell’aggirarsi incompiuta
esposta ad armi e insulti
per compensi parlanti e occhiuti
vanvera disorientata
felice di deludere aspettative
di futuri capolavori.

3 comments

  1. una delle più belle menti, poesia dal ventre e dalla vita, che abbia mai incontrato nella mia strada.
    un bacio a Savinedda e un grande grazie! a Morfea che l’ha portata in queste pagine! :)
    ciao, api.

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  2. Mi onoro dell’amicizia di Savina, roba da mettere nel curriculum affettivo di una vita. Una grande scrittrice, una grande donna che ha fatto della propria vita poesia. E il dolore che questa scelta comporta…

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