Mese: giugno 2010

Roberto Ranieri – poesie

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Roberto Ranieri – poesie – una lettura interessante

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Avrei mille domande

da farti, mille querule

voci da contrapporre al tuo concerto

di mare sempre a tono, sempre aperto,

avrei mille ragioni

per camminare svelto sulle acque

da riva a riva, e tingere il miracolo

di un’eccezione della prospettiva;

l’acqua che si fa terra, e nel decidere

se recitare naufrago o viandante

la parte convenuta, sopravvivere.

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Ho speso per intero la tua rendita

d’eterna posizione sulla retina

nel blu per farmi bello col Nostromo

onnipotente ed imitare il suono

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della partenza, il soffio millenario

che regola l’inizio della rotta

rinviando solo un poco l’inventario

delle spese per chiudere la bocca

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ad infiniti con zero periodico

Circi sempre fameliche di cuori

recitativi d’albe a prezzo modico

per trappole di neuroricettori

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ed è servito a poco; sono in viaggio

dall’alba dei tuoi tempi, mi è rimasto

un kit per monodosi di coraggio

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e qualche buono pasto.

(altro…)

Anche Carver ha scritto poesie | Daniele Gennaro, LietoColle 2009

La capacità che questi versi hanno di evocare l’in truglio misterioso di amore sensuale e punti di vista opposti, con artifici quasi metafisici adatti alle solite domande assillanti, questa capacità ci viene offerta come un dono, come in certi limoni rivieraschi nella cui spessa scorza sta la dolcezza, e la polpa sembra un contorno, o un sup porto adatto al nutrimento ininterrotto. L’amore dunque, e la carne, di cui si sfiorano i teneri sapori, senza contare la gioia dimensionale della fami glia, dimensionale perché queste poesie narrano di eventi, di concretezze certe, in un mondo che ha iniziato a vantarsi della propria incertezza. Non si ha paura d’essere provinciali, d’altronde bisogna anche essere capaci di costruire la propria mitografia, e non solo per conquistare un popolo di aficionados, ma se mai per poter affermare un giorno ai propri figli: “guarda qui, non sono nato a Denver, Colorado, ma tuo padre ha saputo cantare il tuo calcio al pallone o il tuo disegno colorato, e sai cosa ti dico, a qualcuno è piaciuto”. […] Dovremmo essere cosmonauti, per inten derci sulle parole, e d’altronde anche questo è un sogno naufragato. Ma la poesia resta pur sempre la miglior parabola possibile, con la sua azzurra “terrestritàe l’energia di cui è capace rende consistente il volo più ardito: in definitiva è proprio dall’alto che si riescono a vedere i segni determinanti del nostro mondo, le cicatrici più profonde, le vastità stupefacenti della superficie. Un poeta vitale come Daniele Gennaro ha questo di bello, ha i passi traballanti eppure sicuri del proprio cammino, senza alcun timore di sperimentare, prima virtù e segno di buon carattere per chi voglia ancora aver a che fare con la poesia, oggi.

dalla nota introduttiva Storie o non storie, questa è poesia di Elio Grasso

dalla sezione
Non sono, solo storie

Scherzetto in fa maggiore

Zoppico felice nel mio cappotto marrone
raggiungo canticchiando la piazza dove
vedo passare, parando aquiloni,
ricche signore in pelliccia e pavoni
leccati a moritura memoria.
Sollevo il naso, annuso la pioggia,
saluto il soldato che annuisce:
cappello di nuvole il cielo alabastro.
Mi vedo allora in piedi sul tetto
chi passa da sotto mi informa del mondo.
Sorrido e apro, levantino, le braccia
parrebbero ali, azzurre e tremanti.
Parrebbero, non sono, solo storie (stelle)
filanti formaggio da che spingo la fame.
Traveggolo e affabulo al primo che passa,
bruco insalate e cadute di stile.
Sorride Lazzaro da dietro il portone:
era un sosia il cadavere,
un sosia burlone.

Assenzio

Ribolle il tuo ridere bello di sole
mi sbellico anch’io e arieggio la stanza
dal pensiero del lupo cattivo che viene
miscelo ingredienti che profumano d’acqua
assenzio, cardamone, anice giallo
di turca azzurra speranza dipingo
sensazionale intensità dolcezza e tremore
mi aliti addosso la tua neve di maggio
evapora spenta in una clessidra di indaco smalto
scrivo, declino e mi sbaglio
sintatticamente ti amo poesia di natura
sei un dono, e applaudo all’aurora
che volteggia nel pallido mantello di ghiaia
che schiarisce, da grigio stellato al rosa brunoamaranto
magnifico appare al mio sguardo lucente
un mercoledì qualunque di un giorno cosacco
scorre la vita dall’occhio sinistro al mio naso
uno starnuto a chiudere il quadro
un bacio, sillabo arcuato
al piccolo secondo rubato.

(altro…)

è tempo di libri

Enzo Campi

IPOTESI CORPO

 

Edizioni Smasher – Messina

 

Per acquistare il libro

qui

 

http://www.edizionismasher.it/campi/enzocampi.html

 

 

Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

 

 

 

AAVV

 

POETARUM SILVA

 

Edizioni Samiszdat – Parma

 

Antologia di prosa e poesia a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri,Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

Per acquistare il libro

qui

http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Silvia Rosa

 

DI SOLE VOCI

 

Edizioni LietoColle – Como

 

Per acquistare il libro

qui

http://www.lietocolle.info/it/rosa_silvia_di_sole_voci.html 

 

Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima/ e cambia di significato e di sostanza/ nello spazio del discorso/ si appunta come un segno nero/ a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso. 

(dalla prefazione di Alessandra Pigliaru) 

appartenenza

immagine di Antonia Dettori

 

Afose   le   giornate,  si presentano opache come d’ambra in penombra.   

Spoglia dell’abito pesante giro in fondo – o proprio affondo? – in un lento   

torpore di cotonina leggera, marcata dal sole che ora staziona storto sui   

fianchi di una lucertola. La coda del mio occhio non   

sarà mai variopinta come   

il sonno  che si leva  dalle scaglie minuscole. Ho lo sguardo coperto da   

panno scuro, la bocca asciutta e i piedi che battono, come su legno   

di portone antico. 

 Un lato di ferro e metallo, l’altro di petalo e fibra.   

Nel mezzo, giusto una fessura.

Di ieri e di oggi, che poi è lo stesso – Appunti improvvisati – poesie e prose di Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

Le rose precipitate – foto di Pier Maria Galli

 

[appunto improvvisato ora, perché non si ascolta se lo leggi]

da quale vento, e prima che l’aria possedesse un qualsiasi
movimento o squarcio tenue dove entrarvi, potremmo essere piegati
o anche soltanto scivolati nell’attimo successivo, quell’attimo
che è sempre più recente di noi che stiamo sempre quei pochi passi indietro
rispetto al punto più sensibile dell’assoluto da dove giungono sempre quei venti
che non hanno mai avuto inizio né cielo e quell’ora stabilita che meriteremmo
che è poi quell’aria che è un tempo che respiriamo, che è adesso

(ora, da mattina)

*

[gesto n. 8 (forse nel 2005, forse ora, forse mai)]


prima i tuoi seni smontati sul comodino.
poi le singole parti di una caffettiera
questa mattina alle 6.45.
come una trama a parte,
occorrerebbe ricostruire pezzo per pezzo
in cima ai tuoi capelli il viso e
la distanza esatta tra il mio letto e la cucina,
e l’occorrente per fare
la tua molteplice bocca.

(quasi spiegarsi a gesti
per farsi capire
dalla parola amore)
*
(un film sulle acque emerse)

c’è un’ora che è mattina
dove il film esita e
ogni grammo della pellicola
finisce lì.
ci sono due attori che si amano.
è in una certa ora della mattina
che precipitano lì
dove le mani e le labbra
hanno peso.
il paesaggio di canneti dà su una finestra
che è il pretesto degli amanti.
lui e lei dialogano di parole che cadono
verso la parte più bassa della pagina,
anch’esse. come loro che parlano.
come la finestra che li contiene.
scrivono i loro corpi
interamente e inseparabilmente. lì.
in quel punto della mattina
dove nessuno osserva gli amanti.
e l’acqua non ha più parole.
lasciando i due attori che si amano e
come per davvero
in una statura di cose non dette
che è estremamente più alta di loro.
dunque
una linea ascensionale di pioggia
li spinge a metà di quel film
che si epiloga così come procedesse dopo
sulla luce bagnata di un lago
dove in un’ora che è l’intera mattina
si appoggiano sul fondo senz’aria
delle loro bocche e senza annegare

(giugno 2005)

*

(altro…)

L’attesa (inediti 2010)

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Farsi a meno per un po’

promettersi ritorni a breve

importa quando si è una pelle?

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Ti aspetto di notte a luci basse

come si aspetta l’aria

a volte, come ieri, leggo Raboni a voce alta

altre mi preparo un tè che bevo lentamente

prenoto il treno giorni prima per accorciare

le distanze, le mancanze

.

non mi chiedo, non ti domando

mi limito a sentire:

qualcosa è esploso

senza avvisarci, senza bussare.



@gianni montieri (inediti 2010)

Foglie e limiti

Il bosco - Monet

La feuille di Antoine-Vincent Arnault

« De ta tige détachée,
Pauvre feuille desséchée,
Où vas-tu ? – Je n’en sais rien.
L’orage a brisé le chêne
Qui seul était mon soutien.
De son inconstante haleine
Le zéphyr ou l’aquilon
Depuis ce jour me promène
De la forêt à la plaine,
De la montagne au vallon.
Je vais où le vent me mène,
Sans me plaindre ou m’effrayer:
Je vais où va toute chose,
Où va la feuille de rose
Et la feuille de laurier. »

Canto XXXV – IMITAZIONE Giacomo Leopardi

« Lungi dal proprio ramo,
povera foglia frale,
dove vai tu? – Dal faggio
là dov’io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando a volo
dal bosco alla campagna
dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
dove naturalmente
va la foglia di rosa,
e la foglia d’alloro. »

Limitazione di Antonella Pizzo

Dall’albero strappata
povera appassita foglia
dove vai ?
Dalla natia quercia
(mio unico sostegno, mio limite)
il vento mi staccò
con discontinuo soffio
di zefiro o ponente
mi sollevò nell’aria.
Ora cammino e vado
dalla foresta al piano
dalla montagna a valle
dove mi porta il vento
che nulla più mi tange e nulla può
sfiorarmi e nulla può ammaliarmi
non limitatamente vado
vado così, così come tutte le cose vanno
come l’alloro va, così la rosa.

Andrea Cati – eppure io mi innamoro – edizioni akkuaira – 2010

 

Andrea Cati - Eppure io mi innamoro
Difendimi

 

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O se vivere è appassire
custodisci la fuga del tempo
liberando allo spazio un pigmento
l’arsa condizione della campagna
la primavera che non tarda
il volo, il tratto, la sagoma di un lancio
la caduta di una pietra nello sguardo.
.
Il laccio che ci lega a questa sponda
la marina illuminata e l’onda che non tiene;
a notte solo ricordi, una mano nei capelli
e la riva sui polpacci, il mare che tradisce
riconquista l’epidermide, le fessure
di un torace a cielo aperto: la sede
indimostrabile di un organo.
.
Difendimi dal pianto di una vita
perché sono una casa divisa da stanze
corridoi lungo i perimetri delle stagioni
cucine sfatte di pranzi e visi, odori
come tarli avvitati ai tavoli, muscoli
che esplodono per non appassire
non dimenticarti, quando sono lontano da te.
.
*
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Poesia per Viareggio
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Si può deragliare, è permesso evaporare
in una notte nei gas d’inizio estate
all’estremità del seno d’Italia.
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Ho visto una signora con i capelli
arrugginiti dalla morte, con un paio
di scarpe tra le dita, gridare solo all’alba
la separazione. Era lo stesso identico treno
lo sguardo che aveva una voce esplosa
tra le cantilene del vicinato, tra le melodie
dei suoi due figli.
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Ci restano le prove, i commenti, le accuse
per abbozzare la statura, il foro che trapassa
ed apre quel capezzolo in una cascata
di domande, sotto le nostre labbra
in attesa che si compia il miracolo:
la venuta di una goccia a capovolgere
il dolore in una scia di ricordo, la ferrovia
in una promessa a queste rotaie di lacrime.
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*
Sono stato a sud, tra le fauci del mio passato
a rimodellare i costumi, le parole.
Ho servito tutte le tti per penetrare a fondo:
sono stato martello che spacca la terra
tentativo rabbioso di partorire altro
da questo grembo.
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Eppure io mi innamoro, divento sempre più duro
rivedo il tempo in ogni casello, nel ritirarsi dei colli
tra gli ulivi piegati dalle folate di questo dolore.
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Amico che non sai la forma a cui i panni ubbidiscono
avvicinati ancora a questo terrazzo aperto dal cielo
sali verso i campanili e guarda se un sentimento
simile all’amore potrà scorrere tra gli occhi
del nostro sud ammalato, prima che questo morso
rimanga parentesi, meta di una stagione, folklore
ubriaco a spasso nel nulla.
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*

Non altro
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Vidi questo corpo partorirsi da solo
i medici stupiti per un simile gesto. Era l’alba.
Il momento del pianto fu solo una scusa
il seno era già carico di destino e pendeva
mia madre ed i fiori, il ricordo di quella neve
caduta a gennaio.
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Imparare a camminare fu semplice
imparai a correre
a sollevare gli umori cantando
leggendo la forma degli animali
il primo profumo di donne
entrate in me per caso.
.
Ciò che davvero complicò la vita fu innamorarsi
cedere la propria forza, stordirsi al movimento
delle sue mani mentre suonavano il piano
mentre cadevano come foglie
ad incendiare la mia breve esistenza.
Esplodevano gli ormoni, i peli, la lingua
i piedi ed i capelli, crebbero senza sosta
fino a dire che sono un corpo umano.
Un umano tra tanti. Uno come voi.
Non altro.
.
*

Al parco
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Seduto a masticare il parco
tra zanzare ed alberi carichi come pistole
mi scontro con una donna
e due cani legati al suo cuore:
cerca gli occhi
tra la fragilità delle foglie
nel tentativo innocente di rivedere
qual è la distanza dalla terra.
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POETARUM SILVA – L’ANTOLOGIA

AAVV – Poetarum silva – Ed. Samiszdat – Parma

 

Per acquistare il libro senza carta di credito

http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Poetarum Silva

Antologia di prosa e poesia

a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri, Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

 

Cristina Bove

 

Allora ti avvicini con la bocca

alle cose sentite dire altrove

che non sono le tue

raccogli cenci

spolveri le travi 

– i ragni li farai infelici –

e se pronunci ancora altre parole

otterrai sei monete e due lustrini

di fandonie sgargianti
 

tu non conosci decerebrazione

l’essere solo corpo

– il pesce anfiosso –

il suono delle cellule che cade

transitorio

giù per accenti tonici

emerge da cunicoli

deflagrando crisalidi

– l’atropa sfinge –

separata ristagna e si nasconde

sotto lemmi e cifrari

l’anima mia

per un destino d’ali.

Giovanni Catalano

 

Quando dei volti amati

si perderanno i tratti e resteranno

le stanze senza musica

o nella cenere delle mansarde

le borse di pelle

piene di carte di giornale

accartocciate,

i due cappelli di lana,

un vecchio abete artificiale.

Nemmeno noi

che di questa vita

abbiamo amato gli angoli

e nella notte gli altri

poco prima di svegliarsi.

Persino noi,

la stessa distanza.

Piegati in due

a far combaciare i lembi

tra l’indice e il pollice

e un passo contro l’altro,

in due, in quattro, in otto.

(altro…)