Mese: giugno 2010

senza titolo, di Antonio Porta, a nome Leo Paolazzi, in “Documenti d’arte d’oggi”, Mac, 1958, pag. 84 – INEDITA IN VOLUME

Una parola vuol dire la cosa,
e il modo di vivere
radendo i ciuffi e le foreste intense
(per l’estate acquistai
il piccolo biposto 36 cavalli)
le ali delle zebre fuggono fino al limite
del pianoro giallo, si spezza il capo alle giraffe:
qui piantammo le tende, c’è un vento che fora la camicia
sulle gambe s’arrampica, alto dall’erba.

Vano è cercare i cacciatori di teste
(altro inseguimmo ubbriacati)
il Martin H. volava e fu abbattuto
(da un’incolta guida)
e il canto, diapason, il mare spinge fino a noi.
Ma l’avventura finì con l’oblio del protagonista.

Un regalo di Rosemary Liedl

words | II quartetto, secondo movimento. Daniele Gennaro (inedito, 2010)

Oggi il cielo è solo latte breve interludio pallido
Cirri vele sollevate da fumo freddo alzano cose
Diventano occhi piangono occhiali cerchiati d’oro
Mimina moralia il gioco perduto fra intervalli
Di cinemascope l’onda s’infrange lontana elude
Questo lembo secco di terra verticale alla fronda
Ombre ancora suggellano l’amato felice incontro
Pazienza amara porta foglie sassi sterpi incastri
Merita attenzione tutto ciò che sospetta l’idea
Di un beccare insistente silloge nuova rimata idea.
Chiameremo i medici allora non aspettiamo tempo
Non chiediamo tempo al tempo every time i say
Goodbye i die a little: muoio per te ogni volta che
Lasci la porta aperta sulle mie spalle grigie.

All’uscita di scena del primo masticare dubbioso
Incontro delusioni e verità allo stesso tempo
Pezzi unici delivery asportano cingalesi dall’
Oceano indiano a strade marroni di nebbia urbana
Come denunciano brevi intervalli di pioggia
Su Parigi e poco rimane di una Francia flessibile
Quasi Italia svestita di una Versailles di poesia
Pura gioia allora l’incontro durante la lettura
All’aperto i parchi si riempiono di luce smeraldo
Le parole raggiungono il promontorio condensano
Nuvole verdi (aquile attorno lasciano il segno
Del loro volo allineato preciso radente) disegnano
Specchi sonori rifrangono rime rotaie di verbi
Vallesi accenti e bretoni in cambio di un’altra
Parola che suoni come sfinge enigmatica pura
Colorano l’aria attorno a vivaci farfalle falene
Sciamano ubriache di notte attorno ai lampioni
Sotterrano frasi scavano escono superano modi
Affermano fame funi di seta lacerano condotti
Rodono esplosioni burroni baratri filo di lama
Del sentimento dell’estrazione carnale si fanno
Ardite e incidono chirurgiche exeresi vomitano
Gli scarti lavano via ogni purezza di sguardo
Cesellano forse tristi omelie denotano odori
Vomito urina fango feci attaccate alle suole
Sono crotali uccidono avvelenando il rispetto
La piena bellezza del suono parole perdono
Destrieri di latta dalle culture scomparse ai loro
Occhi riaperti per un po’ su un mosaico di stelle
Nuvole nuvole ragni vestiti a festa sono allora
I pensieri come grano maturo sorseggiano bourbon
Strimpellano blues solidi arpeggi con unghie
Di ferro simmetrie riportate in rima nella fine
E’ il loro inizio.

E ADESSO COME SI BATTE…l’asta?Triangolazioni ai vertici

VENDERANNO LE DOLOMITI?

Siccome non si può più spremere chi è alla crosta, e siccome non si può fare meglio in poco tempo si ri-forma la proprietà e si specula, rispecchiando gli stessi criteri di chi ci ha tenuto per secoli sotto-messi. Se questa non è pro(i)stituzione cos’è? (altro…)

Ivano Mugnaini – poesie (post di natàlia castaldi)

 

Ivano Mugnaini

[…]

Lasciamo che il verso trovi

per sé e per noi la sua strada, il suo senso.

Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,

e la sua assenza di sostanza è pietà,

misericordia nella tortura che ci consuma,

il “foco che ci affina”. […]

 

                  poesie di  Ivano Mugnaini

 

         Un sole ritrovato

Il tempo, tarlo ilare, ti lascia spossato, sereno

quasi, a chiederti come, per chi, per cosa si possa

ancora resistere. Nel trionfo di ombre ricurve,

sorrisi acquistati in negozi blu metilene,

nel riemergere di relitti adulanti, vedi

riflesso un cielo senza tempo umano, liturgia

becera e ostinata del nulla interrotto soltanto

da auto, caffè, creme antirughe, deodoranti

dai taumaturgici poteri. Ma nell’atto del cedere,

nel riso spento, vano di resa, ti squarcia, ti salva

rabbia densa, lava, coscienza, molecola, un bosco,

una fuga, il gelo, il fuoco, paura e fame

di respirare. C’eri anche tu, ci sei

nei boschi, nelle macchie, nelle vie esposte

agli occhi d’acciaio delle finestre, è tuo il sangue,

il tremore,  non è dispersa la lama di un sole

ritrovato. Oggi è ancora fitto il buio, urla

grida soffocate di iena, di faina, avanza

astuta la minaccia camuffata, veli di tulle e organza.

Non resta che guardarci in faccia, risalire

zaino in spalla antiche mulattiere della mente,

offrire al piombo e al vento il petto e un riso

d’alta quota, canto assurdo, che sa di futuro:

dire ancora con avida gioia un sì e un no, l’orrore,

la speranza di un eterno divenire, la certezza,

volo di farfalla che smuove il cosmo, il tonfo, la rincorsa,

quasi dolce, quasi lieve, del ricominciare.

***

Inetto a raccontare

Inetto a raccontare la propria verità,

finì per non credere, neppure lui,

il naufrago, al sale dell’onda

che gli bruciava le labbra

e gli chiudeva la gola.

Soltanto una visione, gli restava,

una sola: l’attimo, fulmineo,

della caduta. La testa lieve, quasi

dolce il sangue, il corpo che si adagia,

inerte, ad una specie di riso

che ti prende, mortale.

Le braccia distese, sconfitte, a cercare

l’abisso. Ma neppure questo era concesso

in dono. L’onda, dura come marmo,

si fece soffice, per accoglierlo,

soffocandolo di lentezza infinita.

Nel dondolio incessante, irridente,

riesplose nella testa la domanda

di sempre; speranza, forse, di trovare

una ragione. C’era solamente l’urlo

del sole ad ascoltare.

Dopo giorni lunghi come anni

gli sembrò una beffa il saluto della nave

mercantile passata per caso nel suo tratto

di mare, pronta a raccoglierlo, a salvarlo,

quando, quasi, era riuscito a dimenticare.

***

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Alessia Fava – PANCIA DI CARTA

 

Nel presentare quest’opera io partirei dalla dedica: “Alle mie radici e ai rami estesi”. Come a dire: da un lato una sorta di rivendicazione e dall’altro lato un percorso. Se è vero che in ogni percorso è insita un’idea di crescita si potrebbe dire che in questa pancia di carta la parola transiti nel fitto reticolato delle radici sotterranee coagulandosi con la madre terra (“Nelle crepe lacerate / di solitudini affrante, / è madre suprema: / accoglie nel volo leggiadro / figli piegati di ossa e carne / sul sentiero del domani”) e che solo in seconda istanza decida di tentare un’effrazione per portarsi alla luce. Ed è da questo punto in poi che comincia la messa in opera di una sorta di caduta. I dettati poetici cominciano a disseminarsi in varie direzioni e sembra che amplifichino proprio un procedere dall’alto verso il basso. Quasi a significare che quei rami estesi, pur rappresentando una prosecuzione, cerchino una sorta di ritorno al tronco che li ha generati. Difatti l’autrice, per la regola della riconciliazione dei contrari, nel propagare il suo verbo, non dimentica la sua provenienza: quella madre terra che non esitiamo a correlare proprio con la pancia (“Ha braccia calde la mia terra, / di campanili stanchi di pietre / e vicoli ciechi in fiamme, / nel vocìo di ieri fa roseti / di cenere acre, e bende/ al crepuscolo”). Siamo in presenza quindi di un doppio movimento. Un primo movimento, essenzialmente intestino, volto a trovare o ritrovare l’altro da-sé-in-sé (la pancia), e un secondo movimento in cui l’autrice tende ad incontrarsi e scontrarsi con l’altro che viene da fuori, al fine di creare come un regime di “contiguità” (“Dita contro dita. / sentirti stringere / frammenti d’aria rossa / tatuata su di me”). Non sempre quest’incontro si risolve in una fusione ma anche le disillusioni fanno parte dell’ordine e del disordine delle cose della vita (“Di stalattiti friabili / ha ricamato il soffitto / e, con raffiche di solitudine, / ha assediato la mia stanza chiusa”). In realtà l’autrice sembra proprio propendere per la mancanza (“Rotolare sugli spilli / è restarti lontana, / saperti altrove, chissà in quale stanza, / ogni volta che il mio pensiero / ti prende per mano”), quasi come se fosse più gratificante desiderare piuttosto che possedere (“Potessi saziarti di sorpassi / e sanguinanti assenze, / sfiorarti le labbra con gli occhi, / sfumarne i contorni. // E non saper distinguere / il tuo corpo: / dove finisci tu, comincio io”). Le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio (“Vorrei toccarti / per accorgermi che esisti davvero, / che non sei più lontano, / che non sei solo un riflesso”) e per citarle tutte si rischierebbe di trascrivere buona parte dell’opera. Ma quello che qui conta non sono tanto le ricorrenze tematiche e concettuali quanto l’idea aprioristica che lega il titolo dell’opera a una predisposizione essenzialmente femminile. Scrivere con la pancia o scrivere di pancia è una prerogativa che si conferisce solitamente alle donne, anche perché il ventre femminile è il tramite che permette la continuazione della specie, è il ricettacolo nel quale la vita, per così dire, compie il suo apprendistato prima di portarsi verso l’esterno. Solo la donna può scrivere di pancia, solo la donna può scrivere sull’essenza e sulla natura della pancia. Ed è proprio la sua natura femminile che le permette di scrivere: “Eccomi vetro – frantumato al sole, / fonte di ignari riflessi accecanti – / contagio clandestino disegna metafore, / sinuosi desideri oltre la carne. // Fili d’erba i miei capelli sul tuo ventre, / muschio che accanisce pulsazioni. / La paura è che il cielo si ripeta, / che il soffitto si squarci e raggeli la scena”.

 

Nota d’acciaio

 

 Nota d’acciaio, stridente

sull’erba degli anni, sei risacca

metallica dalle ciglia bendate.

Figlia di notte afona, sparsa

alle rive di carne, nel saccheggio

di lacrime il costato a lacerare

i gomiti tesi lungo i fianchi,

non più inarcati in ovali di vene

rotte di vetro da ieri.

Hai voluto piegarmi di sete,

perseguitarmi di stelle

e ora sono disalberato,

sono stelo d’inchiostro,

genuflesso, stracciato di spine,

aperto all’incurante lama del tempo

ghignante. Nota d’acciaio,

ago confitto nelle pieghe

del cuore, violento sentire

che incedi con passi d’acqua

al cielo nerissimo, dolente

nella dolce pioggia ti spegni

in cenere e mi fai metallo,

senza rumore, stonato di me.

 

 

Fotogrammi

 

 Dilato la memoria,

la strappo, la ricucio

lentamente di calore,

in movenze

traslucide nell’acqua,

flessibili nel silente

spazio conico di un sì.

A dissetarsi,

in fotogrammi

di acqua rossa scolpita,

dilato la memoria.

Ti chiudo in un pugno,

raggio migrante,

ti chiudo in questa storia:

dall’incavo liquido del ricordo

la tua sembianza non è più remota.

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PENSIERI IN ROSSO

Sono in prima fila, il sottofondo musicale è una lenta melopea di motori sedati: il semaforo è rosso.
Un tabellone luminoso m’informa che 31 gradi centigradi mi stanno inumidendo la faccia e la schiena. La mia macchina non è dotata di impianto per l’aria condizionata ed è lurida dentro e fuori. In compenso vanta un’elegante ammaccatura sul lato sinistro, regalo di un autobus dell’azienda municipale che se la svignò alla chetichella dopo il fattaccio. Augurai al conducente una psoriasi violenta. Il ricordo sanguina ancora, torniamo al semaforo.
Dal finestrino aperto, preceduto da sgradevoli miasmi di sudore e idrocarburi combusti, il sorriso di un africano pretende di convincermi ad acquistare il solito pacco di scadenti fazzoletti di carta.

– DAI CAPO, PRENDI! DÀ QUELLO CHE VUÒ.

Addestrato dalla consuetudine a difendermi da questi assalti all’arma bianca, reagisco prontamente con una collaudata resa incondizionata. Funziona sempre, se compri poi ti lasciano in pace – tutta questione di acume tattico. Gli dò un euro.
Dallo specchietto lo osservo proseguire la sua tournée tra le auto in coda. Il suo abbigliamento si limita allo stretto indispensabile: canottiera rossa, jeans moderatamente sporco, scarpe sportive di marca, certamente contraffatte. L’afa e la noia m’inducono oziose riflessioni.
Sarà un clandestino? Probabile. Clandestino, cioè irregolare, abusivo, illegittimo, non autorizzato.
Mi chiedo come questa qualità possa essere seriamente applicata ad un essere umano per il solo fatto di esistere e di aver scelto di risiedere in un qualsiasi posto di questo pianeta.

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giunchi

Difficile crederci ma i giunchi si sono spezzati.

 Implacabile il vento  ha modificato la trama, le pieghe, la capacità di opporsi alle folate improvvise, quando  lasciava un segno curvo su di loro, per poco, che rialzavano subito il fusto, eretto, frizzante all’aria ed al contorno immaginifico che li accoglie.

Giunco di palude, di stagno, di mare.

Ogni loro filamento modificato, al centro del fusto.

 Fusto che ora si dibatte tra terra e cielo, capo chino, curva vegetale confusa tra radici e pretese di voli.

 Nessuno  ha consapevolezza…nell’immenso fluttuare del verde sfuma, nel silenzio, l’errore della linfa perduta.

-giusto per un saluto, senza pretese. non so quando potrò tornare. un abbraccio, api-

Silenzio Rosso – Alessandro Ghignoli, Via del Vento 2003

 
Silenzio RossoAlessandro Ghignoli2003 pag. 31

volumetto n. 29

Via del Vento (collana Ocra Gialla)

«Ci sono giorni come rettili, lisce carezze d’acqua, rovine in cerca del luogo dove oramai non sono». Inizia così Silenzio Rosso, il viaggio nel tempo di Alessandro Ghignoli. Un tempo diverso, che va al di là del mero autobiografismo, facendosi spazio in cui la parola accolta sgonfia la tridimensionalità del reale distribuendola su «piani temporali» che, indistinguibili, «si sovrappongono».

Dalla breve plaquette di Ghignoli emerge tutta la fiducia che il poeta ripone nella parola («le parole attendono sempre una risposta») di cui è padrone, anche se si scorge una volontà di abbandono, di lasciarsi guidare dalla voce della lingua. Un abbandono che supera di gran lunga lo sforzo del farsi comprendere, inibendo – fin quasi ad annullarlo – il desiderio di suggerire le proprie visioni, che sfumano in «un singhiozzo che dà aria al respiro».

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defrag

 

 

 

 

 

 

 

quale pioggia ha fatto di te

un torrente e quanto tempo è passato

dal brivido alla piena?

 

non ho trattenuto la spinta

il taglio è partito dal cuore

nella curva stretta della discesa

ho intuito il senso delle rocce, la direzione

con forza mi sono opposta alla diga

alle mani che facevano muro

ed è stato un dilagare di cocci, le pareti

la casa, l’intera foresta dei dubbi

strappata alle furia, rigenerata

dentro ogni grido

 ho tentato una difesa

armato le spalle ma ora che importa

se

scomposta e felice

s’incammina la vita

illesa

“ma di tempi e di luoghi farmi corteccia” – poesie – di Sebastiano A. Patané (post di natàlia castaldi)

“ma di tempi e di luoghi farmi corteccia”, ho voluto usare un mio verso e la bellissima foto di Elio Copetti, nell’introdurre questa breve raccolta di poesie di Sebastiano A. Patané, per il comune sentire “le cose” fino a farsene voce di pelle e ossa, sì da tentare l’azzardo di coniugarsi con il proprio stare al mondo.Vi invito a leggerle, solo questo.ncCorteccia

Se ti fossi…

Se ti fossi cielo, se ti stessi accanto clamore e silenzio

certo di registrare ogni sorriso ai bordi del cammino

nello scarso senso della corteccia rotta…

.

Piegami di venti e piene, di venti e turbini senza più istantanee

con i respiri larghi delle mareggiate, molla e sostegno

della mia incertezza, lato di lati inaccessibili. Se ti fossi stella

se ti fossi panca, su me conteresti i petali mostrandomi la scelta

sotto la piega esatta del delizioso seno               Riempimi di spezie

l’alchemico disagio, prendi e trascina tutte le sentenze, lasciale nei fossi

dai fuoco alle persiane chiuse e sveglia  -che è l’ora- ogni circostanza

.

C’era un rifugio sul colle del mio cuore e se ti fossi mare o se ti fossi cielo

li ti propagherei in successioni d’amoroso estendersi verso l’altra forma

Chiara è la curva della ricorrenza che torna e reclama tutte le distanze

quando al passaggio delle margherite si spezzano i gialli  per dar posto alla Gloria

*

Simmetrie

Guarda come raccolgono la luce le simmetriche geometrie della terra

e come  – vedi –  non soffrono questo nostro tempo…

                                                                        Rincorri quel sogno Marta
                                                     non temere la perfezione delle mosche
                                                     e se ti chiedono, dì che sai volare!

Nelle clamorose rotazioni dei dervisci crescono i venti

che apriranno le nuove curve del silenzio e più in là, verso il caos

un piccolo dardo accenderà la rosa

                                                                         Rimandiamo ogni gesto alla prossima stagione
                                                     notte regina,
(altro…)

SPACCASANGUE – Iole Toini

Iole Toini, SPACCASANGUE, Le Voci della Luna, 2009

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E una chiave,
una chiave enorme,
che apre qualcosa
(qualche utile uscio)
da qualche parte,
lassù.
– Anne Sexton

Cammino sugli spilli delle loro voci,
un segno sotto l’occhio,
il blu di un chiodo che mi fa paura.

/

Ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto.
Ho cominciato da bambina, senza saperlo.

Era una specie di salvezza,
disubbidire la colpa che mi richiamava all’ordine.

La prima volta avevo sei anni.
Ho visto il sesso fare l’occhiolino
dai pantaloni di un uomo.
Così sono venuta al mondo.
Non ho strillato.
Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.

Ero alta come la sillaba
che non sapevo dire.
Ero un fungo.
I funghi crescono senza paura
di essere divorati dai vermi.
Non sanno di essere nati.
Neanche io lo sapevo.
Mi gonfiavo nelle ossa della casa,
crescevo nel pollaio, in inverno e in estate
dietro i calcagni di mia madre.
Il silenzio definiva la mia statura,
mi scavava nella gola l’altitudine di una bomba.

Con gli occhi agganciati all’aria
solcavo a bracciate le macchie sui muri.
I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra
mappe che inghiottivo vuote di dolcezza.
Il rumore spariva dove un topo danzava la tana senza uscita.

Ero una bambina cattiva, facevo pensieri
lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre
al manicomio, sputare come un uomo.

Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca.
Essere bella e cattiva, Bella e cattiva e fortissima.

Ero aria.
Mi gonfiavo come un palloncino
pieno di odio.

Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la
svestivo, le facevo un sacco di cose.

Fuori la notte mi toccava le spalle, lisce, le curve
dei gomiti, gli occhi dove era il nero.
Rotolavo come un ovulo dentro la tuba;
ero un embrione senza testa.
Un dito gigante mi indicava
come fa il prete alla domenica.
Io allora toccavo più giù
fino al principio del cielo, dove comincia il cuore
sul fondo, tra le gambe.
Lo ascoltavo battere il tamtam della mia festa.

A quel punto arrivava il mostronauta,
mi salpava verso il nessun mondo.
Un gigrobot con gli scarponi. Sistemava fra le lenzuola
crani di bambini nati due volte.
Mi girava in tondo, faceva cerchi perfetti.

Si muoveva lento. Come chi ti vuole bene.
Mi prendeva la mano.
La mettevo sulla sua testa bagnata.
Come un battesimo.
Sibilava il silenzio per farmi più buona.
Mi teneva la mano sulla sua lancia
liquida come una lacrima.

Voleva diventare un uomo.

Anche io volevo diventare un uomo.
Avere le braghe larghe,
il pisello che spara oltre la siepe,
fare la guerra, entrare in una donna.

Allora mi calavo la maschera d’oro.
Un trillio di fata colore del fieno.
In spalla il peso dolce della campagna,
una gerla e le risa che si incollavano alle labbra
come qualcosa di chiaro.
Mi addormentavo.

(altro…)