SPACCASANGUE – Iole Toini

Iole Toini, SPACCASANGUE, Le Voci della Luna, 2009

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E una chiave,
una chiave enorme,
che apre qualcosa
(qualche utile uscio)
da qualche parte,
lassù.
– Anne Sexton

Cammino sugli spilli delle loro voci,
un segno sotto l’occhio,
il blu di un chiodo che mi fa paura.

/

Ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto.
Ho cominciato da bambina, senza saperlo.

Era una specie di salvezza,
disubbidire la colpa che mi richiamava all’ordine.

La prima volta avevo sei anni.
Ho visto il sesso fare l’occhiolino
dai pantaloni di un uomo.
Così sono venuta al mondo.
Non ho strillato.
Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.

Ero alta come la sillaba
che non sapevo dire.
Ero un fungo.
I funghi crescono senza paura
di essere divorati dai vermi.
Non sanno di essere nati.
Neanche io lo sapevo.
Mi gonfiavo nelle ossa della casa,
crescevo nel pollaio, in inverno e in estate
dietro i calcagni di mia madre.
Il silenzio definiva la mia statura,
mi scavava nella gola l’altitudine di una bomba.

Con gli occhi agganciati all’aria
solcavo a bracciate le macchie sui muri.
I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra
mappe che inghiottivo vuote di dolcezza.
Il rumore spariva dove un topo danzava la tana senza uscita.

Ero una bambina cattiva, facevo pensieri
lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre
al manicomio, sputare come un uomo.

Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca.
Essere bella e cattiva, Bella e cattiva e fortissima.

Ero aria.
Mi gonfiavo come un palloncino
pieno di odio.

Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la
svestivo, le facevo un sacco di cose.

Fuori la notte mi toccava le spalle, lisce, le curve
dei gomiti, gli occhi dove era il nero.
Rotolavo come un ovulo dentro la tuba;
ero un embrione senza testa.
Un dito gigante mi indicava
come fa il prete alla domenica.
Io allora toccavo più giù
fino al principio del cielo, dove comincia il cuore
sul fondo, tra le gambe.
Lo ascoltavo battere il tamtam della mia festa.

A quel punto arrivava il mostronauta,
mi salpava verso il nessun mondo.
Un gigrobot con gli scarponi. Sistemava fra le lenzuola
crani di bambini nati due volte.
Mi girava in tondo, faceva cerchi perfetti.

Si muoveva lento. Come chi ti vuole bene.
Mi prendeva la mano.
La mettevo sulla sua testa bagnata.
Come un battesimo.
Sibilava il silenzio per farmi più buona.
Mi teneva la mano sulla sua lancia
liquida come una lacrima.

Voleva diventare un uomo.

Anche io volevo diventare un uomo.
Avere le braghe larghe,
il pisello che spara oltre la siepe,
fare la guerra, entrare in una donna.

Allora mi calavo la maschera d’oro.
Un trillio di fata colore del fieno.
In spalla il peso dolce della campagna,
una gerla e le risa che si incollavano alle labbra
come qualcosa di chiaro.
Mi addormentavo.


emma

a volte le cose ti rimbalzano contro senza che ne senti l’odore.

Qui c’è aria malsana che impesta i muri.
Piccoli pesci verdi si accampano nel buio.
La mia amica Emma ha una distrofia dei nervi.
Emma è pane dolce. Emma non si difende mai. Emma ha due figli
maschi che ogni tanto lavorano che escono di notte che tirano di coca
che lasciano le cose sporche da lavare che vogliono la cena pronta
che vogliono bene ad Emma. Emma aveva un marito,
un marito che la picchiava, che la
stuprava di parole. Lei lo amava.
Emma ama tutti.
Lei lo ha lasciato. Ci ha pianto anche. Senza farsi vedere.
Emma è una sgobbona. Emma beve il caffè in piedi. Emma è zoppa.
Chissà se si è mai sentita amare da morire.
La vita ti ama da morire e nemmeno te ne accorgi.

Stamattina le ho detto “perché non tagli i capelli come li avevi a settembre?”
“Cosa vuoi che tagli i capelli. E’ già tanto che vivo.”
Sandra mi ha chiamato fuori e me lo ha detto.
Emma ha continuato a lavorare. Lei lavora e non pensa. Ha sempre fatto così.
Emma sta ridendo. Emma ha un maglione azzurro.
Io non ho altro da scrivere oggi.


la casa sul fiume

Nella casa gialla alla fine del paese
la valle si stringe in una gola di sete.
Qui sale il rumore del bosco
cantato dalle rocce che frangono il fiume.

Il rombo tocca porte, inferriate.
Le pareti si aprono al respiro dell’acqua.

Ferma sulle pietre, la mia sete, il vento.

L’amore è questo
sentire che accade qualcosa
già avvenuto dentro la vita di un uomo,
la compassione per un dolore dove l’infanzia
sconfina il perdono di umane finitudini.

Sui mobili, profili di volti come arche in cima all’Ararat.
Dalle mani che seguono i resti della polvere,
impariamo le loro voci, come l’amore che ci sveglia
in questo suono di acque
rotte dal pianto di un altro ritorno a casa.


tina e le altre

a Tina Modotti

amo le donne che hanno questo modo
di restare andando via
con la trasparenza dentro la bocca
il cuore sperticato, col profilo nei fianchi

vorrei finirci contro
sentire che mi somigliano

sono le donne che si sporgono dai balconi
le piume fra i capelli, i seni puntati
dritti agli occhi

non portano le calze
fanno la rivoluzione con la pancia nel cuore

sono quelle della fame abusata
nei sogni che ti porti in mezzo alle gambe
quelle che sconfinano
nel dopo
sotto ai porticati
la bandiera inchiodata alla lingua

di queste donne
vorrei avere la curva che fa il cuore
quando picchia forte dentro le cose
e si lasciano dominare senza recidersi mai
dal proprio mare, dal mestruo
dell’oceano


il verme in bocca

Le quattro del mattino, in ciabatte e vestaglietta.
Sciatta superlativa come l’O di un palloncino, sciaboli
lungo i muri, le unghie ficcate nel collo.
De Chirico approverebbe l’oceano che porti dentro la testa.

Gli zoccoli battono il tempo in caduta
mentre cerchi la presa, voli freccia nell’occhio.

In cucina si svolge: il lavabo coi piatti ammucchiati, resti
di pane sul tavolo; in un angolo l’ombrello dell’infermiera.
La gente si accalca per vedere.
Il disappunto ha proprietà curative contro la calvizie.

Dai vetri spunta il mare, bancarelle di conchiglie.
Cantieri ferrosi cigolano sul dorso della spiaggia.
Il vento sfila schiuma dalle rocce.

Lei ti guarda dall’altra parte del mondo. Ti inchioda
alle travi, morta per mano tua.
Tu insisti, nera affermativa
e risali, risali. Quante volte ancora?

I vermi frignano sottochiave, stanotte.
Il drago cincischia sotto la campana.
Sulla fronte il paesaggio è opaco, gas le ombre
bollenti del tuo sole.

A vent’anni ti hanno stesa su un lettino, ricucita mano a mano.
Fatta nuova, minima interferenza.

I bambini dormono.
Una mosca rallenta nell’occhio di una gazza.
Giri la testa verso il muro, dove vanno a impiccarsi i sogni
insieme al poco che si vede, al troppo che si immagina.

Iole Toini, Spaccasangue, Le Voci della Luna, 2009

Altri testi e commenti qui:
blanc de ta nuque
la dimora del tempo sospeso

I versi di Iole non concedono tregua, chiedono molto. Hanno la bellezza del coraggio. Spaccasangue ha una forza dirompente, risucchia, coinvolge. Quasi si toccano gli spettri raccontati nelle “Sfavole”: evocati e fatti a pezzi, sputati nel recinto dei ricordi, dei dolori. Raccontare per esorcizzare, dire per allontanare, finalmente. Il perdono è crudele come la memoria, una ferita che non sanguina più, ma rimane più che mai viva, esposta.

Il respiro è trattenuto, ma ci sono momenti, bellissimi, in cui si riprende fiato, quando Iole ci conduce nella terra dove lo sguardo si allunga sugli altri, dove c’è “apertura” e una natura compassionevole ci accoglie e ci consola, in pace (L’amore mi attraversa come l’erba / quando dentro passa l’aria).

Spaccasangue ha tanti volti, tanti corpi, tanti cuori. E una grande anima.

(stefania crozzoletti)


22 comments

  1. Seguo da tempo e silenziosamente Iole sul suo blog.
    Nonostante non sia esattamente il “tipo” di poesia che prediligo, non ho potuto e non posso evitare di apprezzare, spesso rimanendone sconvolto, l’incredibile potere evocativo dei suoi versi e portato avanti, rigo dopo rigo, attraverso un perfetto e complicato equilibrio tra prosa e poesia, grazie al quale si facilita l’ingresso in un mondo dal quale è comlicatissimo uscire. Perlomeno, uscirne illesi.

    Luigi

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  2. Mi sono occupato del bel libro di Iole già qualche tempo fa, superando il pregiudizio o giudizio (etico) che mi ha fatto e mi fa storcere il naso ad ogni prefazione di Davide Rondoni (che come sappiamo ne ha scritte centinaia di prefazioni, non solo a Bondi). Ma andando oltre la prefazione…facendo finta di niente, riporto le mie impressioni come le avevo espresse in una nota di lettura.

    Spaccasangue è un libro violento. Della violenza di un macellaio che ti insegue con un coltello, per intendersi. E il peggio è che quel macellaio potrebbe essere tuo padre. Oppure potresti essere tu, il tuo doppio, una tua metà.

    C’è certo un recupero di vaghe istanze parricide, tipicamente novecentesche (“odia il padre che è il principio e la fine”, “ti rinnego, padre minuscolo, perché ti amo”, “ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto” e così via). Non si parla soltanto di conflitti generazionali che con la forza del rimosso si ripresentano a distanza di decenni sotto attenta metafora (“il giorno che si ammazzano i conigli”), non è una ricerca di libertà ma una vera e propria affermazione della negazione continuamente e tragicamente esibita (“Ero una bambina cattiva, facevo pensieri/lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre/al manicomio, sputare come un uomo”) in una impossibile variante del complesso edipico, in un “equivoco vanitoso” di chi si vorrebbe onnipotente (“Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca./Essere bella e cattiva. Bella e cattiva e fortissima”).
    Non mancano le incursioni nel pop (“un gigrobot con gli scarponi”) quanto nel metafisico (“De Chirico approverebbe l’oceano che porti dentro la testa”), tra presenze inquitetanti sotto il letto o dentro l‘armadio (“l’occhio-pesce”, “il mostronauta”, un “uomo nero”) e silenzi morbidi solo rotti qua e là da uno sparo (“tum, tum”, “bum”) di futurista memoria.
    E poi c’è dentro quel gran film di Kubrick, “le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven”, come è stato storicamente definito nella tagline. E ripetuto per tre volte come la parola magica d’un moderno rituale voodoo: “Arancia meccanica/Arancia meccanica/Arancia meccanica”. Gli uomini, lo sappiamo, a volte si comportano come animali azionati da meccanismi ad orologeria.
    E questa è una poesia feroce che mette a nudo le miserie e le cattiverie umane, in bilico tra compiacimento splatter e riscatto visionario (“affonda le mani fino al polso, le riemerge colme del/fegato che sbatte le ali come un uccello”). Una punta di follia – più o meno consapevole – rende certe atmosfere sempre più attraenti sebbene estremamente disturbanti (“Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la/svestivo, le facevo un sacco di cose”), complici le illustrazioni di Orodè. In questa sorta di diarismo noir, le parole si prospettano come soluzione, una soluzione irrequieta, disordinata, inevitabilmente inadeguata agli standard sociali (“Anche io volevo diventare un uomo./Avere le braghe larghe,/il pisello che spara oltre la siepe,/fare la guerra, entrare in una donna”).

    È significativo come – cercando di seguire il filo degli eserghi o delle citazioni intertestuali – si incontri la Sexton (e poco dopo anche la Plath), sempre “bella e dannata, sexy e infantile”. Il pensiero corre presto alle “Transformations” a cui la prima sezione “Sfavole” è forse debitrice, pur nella sua originalità come “continuità di un’altra forma.” Ma sarebbe superficiale e riduttivo limitarsi a rintracciare le possibili fonti di quello che a tratti potrebbe essere definito sbrigativamente come un confessionalismo decadente. Più urgente sottolineare la forza carnale, nuda e cruda, di versi come questi:

    “Ho visto il sesso fare l’occhiolino
    dai pantaloni di un uomo
    Così sono venuta al mondo.
    Non ho strillato.
    Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.”

    La religione (“I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra”), la legge (“Mia madre è al lavoro./Mio padre fa paura”), il senso di colpa (“Un dito gigante mi indicava/come fa il prete alla domenica), la vergogna (“Sono un topo”) che ne deriva. Tutto rimanda ai grandi interrogativi dostoevskiani (non è un caso che il libro si apra con la citazione di un dialogo di Kolia Krasotkin).
    Del resto, già a partire da “La catena del freddo”, l’inquadratura si allarga: la dura vita di cantiere (“Il corpo mi abbandona: le braccia si staccano,/le ossa diventano il martello, la testa uno sciame di vespe”), la distrofia di Emma (“La vita ti ama da morire e nemmeno te ne accorgi”), il giardiniere (“mentre toccava la terra come toccasse/la sua donna, come non avesse fame, né sete,/e fosse lui stesso la fame, la sete”), la romena strangolata in un night club (“Credeva che l’altra parte del mondo è dove l’amore fa pane”) e una galleria di altri personaggi dell’orrore, commoventi e terribili nella loro normalità.
    Ma è con “Il corpo atletico”, forse la sezione più rigorosa, che le tendenze autolesioniste vengono in qualche modo incanalate, diluite e filtrate – nel bene e nel male – da una più fitta rete di simboli (“Parola dentro la parola, la pietà mi accerchia/fino alla percezione della grazia”) per esplodere ancora una volta, come per “incontinenza”, nelle ultime sezioni, “Sola parola” e “Il verme in bocca”. Fino alla prosa di “Un bosco”, in cui ritorna – e senza mai cadere nel patetico – quell’affollamento emozionale “che riduce il sogno a una claustrophobia”.

    Saluti,
    Giovanni

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  3. qui, in questi testi, si è fatta durezza tutta la fragilità del genere umano, si è fossilizzata nel granito, si è fatta osso e zanna ,dente artiglio parola e in sé ha i batteri di una infezione virulenta. Se questa voce è la voce della femmina allora preferisco essere erba falciata, preferisco a questa durezza elevata ad altare il silenzio, preferisco rigurgitare ogni vocabolo e deglutire un bolo d’aria, non dire più, niente, preferisco non lasciare traccia.Ogni segno è una medaglia alla ferocia.f

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  4. trovo sia ferocia quella praticata ad/da ogni donna a se stessa per essere ciò che il mercato vuole che sia:bella e scema, con grossi seni e labbra porcine,lucida la pelle e liscio ogni pensiero, incapace di esprimere se stessa se non attraverso un feudo da esporre alla conquista. Dentro ci crescono per forza i vermi.

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    1. Ferni, questi testi sono duri, fanno male, sono morsi alla carne. Ma non li trovo “feroci”, non nel senso che dici tu….
      La ferocia è gratuita. Non è questo il caso.

      Qui c’è coraggio (tanto), verità, una grande, grandissima umanità. Almeno, questo è ciò che ho trovato io.

      grazie
      un caro saluto
      stefania

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      1. la ferocia umana non è gratuita è l’estratto di un pensiero, anche malato, deviato, e anche in quel caso netto, lucidamente folle.Non ho letto il libro ed infatti ho specificato che mi riferivo a QUESTI TESTI. Non conosco lo sviluppo della raccolta.Se tutto è una raccolta di sangue, con la passionarietà che c’è in queste, trovo che ci sia quella esaltazione di cui amore e tutti i suoi contrari vivono, ma non so quali si prediligano. C’è così tanta feroce barbarie in questi nostri giorni, un abbrutimento costante, che sembra irreversibile e non credo che l’esposizione fino al microelemento delle sindoni dolorose aiuti a rimarginare i lembi distrutti da tale malvagità. Questa scrittura è certamente potente, ma la vita ha misure ancora più grandi di potenza, e non sono rose e fiori i suoi segni, i suoi disegni. La nostra inadeguatezza a tanta carica vitale,che sempre confina con la morte, ha mosso il lavoro dell’umanità fino ad oggi. Consapevole che tutto quanto diciamo è un gioco di costruzioni per costringerci a non avere sempre presente questa superiorità, consapevole che la causa dei tanti mali contemporanei non è il caso ma l’uomo, preferisco cercare un sostegno a tanto disequilibrio, a tanta imparità di forze.Oggi tutti dicono che siamo in crisi: è risaputo, ma perchè non si lavora, perché si può, visto che il problema l’ha creato il gioco economico dei miserabili poteri umani, affinché si rovesci questa asserzione?Qui mi pare si legga allo stesso modo, ma dov’è l’offerta alternativa? Dov’è la strada da percorrere per trovare un luogo in cui stare, in cui vivere senza spaccarci reciprocamente il sangue?f

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      2. la ferocia ha tante facce, a volte la si esercita senza rendersene conto. ma non è il caso di questi scritti, di queste poesie.
        Qui non si fa l’elogio del sangue, ma la denuncia di una crudeltà, di una crudezza di vita non scelta, ma assorbita e condizionata, veicolata da abuso e silenzio.
        La funzione, se così si può definire, che questi testi hanno è quella di scavare e portare in superficie le cose taciute, i risvolti violenti che nascono dall’oppressione, dall’abuso, dal male subito.
        E non è un canto, ma un grido, una richiesta di aiuto ed al contempo un rifiuto.
        Questi testi non suggeriscono una via d’uscita, ma denudano una realtà che necessita di essere vista e conosciuta e compresa, perché poi ciascuno non aspetti da essa la risposta, ma la cerchi in sé e magari la proponga.
        Chi ha subito violenza sa riconoscerla, anche nel giudizio.
        n.

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  5. Ho letto il libro,l’ho trovato, in certi testi, estremamente crudo, quasi violento, ma sincero – vero.
    Non ho trovato esaltazione in questi testi (che non sono tutto il libro, Iole sa dire con dolcezza e comprensione gli uomini, le loro storie fragili) , solo una poesia diversa che può piacere e non piacere, ma è indiscutibilmente notevole.
    Preciso che preferisco Iole in altre poesie, diverse da alcune di queste, tipo La casa sul fiume e Emma e altre molto belle lette in Spaccasangue.Ma…
    in fondo la vita è feroce, perchè non dirlo?
    ciao!

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  6. nessuno nega che la vita sia dura, anche se penso siano gli uomini a produrre la peggior specie di ferocia, anche dove sembra gratuita ha alle spalle mandanti ben delineati, anche se nascosti.
    Ripeto un’ultima volta:ritengo questi testi a loro volta feroci, proprio perchè non si tratta di un romanzo ma di poesia e, secondo me, in questa visuale ci deve essere anche ciò che sta dietro l’orrore, il dolore,la costernazione:poesia ha una radice matrice più profonda di queste passioni, dei vizi umani, tutti i vizi, le devianze.Per questo dico che in essa posso trovare una strada che ovunque posso anche non mettermi a cercare.Altrimenti poesia è semplicemente una descrizione della vita, cosa che non è, e da sempre lo dichiara.f

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    1. ma il dolore c’è, non è profuso, ma intrinseco alla narrazione.
      poi faccio un distinguo letteratura e componimento, la prima – come in questo caso – ha il dovere (tra le altre cose) di esprimere la vita nella sua condizione esatta, il secondo può essere arte dell’estetica, della cura o della risoluzione-evasione, e rientrare nel calderone della letterarietà.
      Credo che queste scritture, che non hanno le velleità della poeticità, e proprio in virtù di questo la embrionano, siano letteratura.
      Ma vedi, Ferni, io non cerco di convincerti, che poi il tuo giudizio è sacro in quanto tuo, del tuo sentire e per questo rispettabilissimo, solo che è vero anche il contrario se io qui percepisco il dolore in modo profondo e lacerante come può essere il flashback di un mio personale ricordo.
      un abbraccio.
      n.

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      1. aggiungo solo che io Iole non la conosco, non frequento il suo blog e parlo essenzialmente in virtù di quanto qui ho letto, quindi senza affettività di mezzo, ma solo per ciò che ho apprezzato qui.
        ciao :)

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    2. Adesso ho capito ciò che intendi per “strada”. Ti avevo frainteso. Se non l’ho fatto di nuovo, allora credo che tu abbia detto le stesse cose che ho pensato io, solo un po’ più “duramente” e incentrandoti molto sulla violenza e crudeltà inespiate attraverso la poesia (cosa, quest’ultima, che personalmente non mi dispiace).

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  7. se noi scriviamo è perchè cerchiamo un oltre a ciò che è chiuso nelle cose-parole.Il dire è un andare e un dare; se offro violenza atraverso la cosa parola e mi fermo a quello allora non sono riuscita ad andare oltre né a dare agli altri il superamento di quel dolore che vivo è in me e la parola, in qualche modo, scarica su chi legge, liberando me, in qualche modo da quel grave,ma precipitando gli altri nel mio buco di buio..

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  8. Riprendo alcuni versi tratti da “la casa sul fiume”, uno dei testi che ho proposto:

    L’amore è questo
    sentire che accade qualcosa
    già avvenuto dentro la vita di un uomo,
    la compassione per un dolore dove l’infanzia
    sconfina il perdono di umane finitudini.

    “la casa sul fiume”, che si trova più o meno a metà raccolta, mi ha lasciata senza parole. Sono tornata indietro, alla sezione più dura (sfavole) e mi ha trascinata in avanti.
    Ogni sezione, in questo libro, regge l’altra, la sostiene, aiuta a comprendere.
    La durezza cede il passo ad uno sguardo che si fa compassionevole, attento ai fragili e alle fragilità. Nella scrittura di Iole, a mio avviso, si va “oltre”: oltre il dolore, per fare pace con se stessi, con il mondo. Ognuno di noi, per “fare pace” sceglie la propria strada.

    Naturalmente questa è la mia lettura (nemmeno io voglio convincerti, Ferni, ci mancherebbe!) e la proposta è necessariamente parziale. Ho trascritto un testo per ogni sezione, e non ho riportato la prosa (un bosco) che chiude la raccolta, (la potete trovare su rebstein, il link è dopo i testi). Un testo che “mette tutto insieme”.

    Ho proposto un libro che mi ha colpita, perché ci ho visto una sorta di redenzione, di catarsi, un desiderio di vita che va oltre gli orrori. E una scrittura che personalmente trovo notevole.

    Un saluto a tutti. Grazie in particolare a Giovanni, per aver condiviso la sua nota di lettura :)

    stefania

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    1. Non c’è alcun dubbio sul fatto che la scrittura di Iole sia notevole (la prima cosa che ho detto in proposito è stata proprio questa!).

      Riguardo a ciò che dice Ferni: credo di aver maleinterpretato nuovamente. Tu, ferni, parli di Oltre; io parlo di Altro. Per quanto mi riguarda, la poesia non necessariamente DEVE andare oltre o offrire un oltre. Il superamento di un dolore (come di una gioia o della noia (vedi Nat)) non necessariamente sconfina oltre il dolore. Può però sconfinare in un dolore altro, qualcosa di diverso che però non è necessariamente oltre. La poesia non è salvezza (almeno secondo me): è toccare il fondo (non necessariamente con accezione negativa) delle cose e poi cominciare a scavare, offrendo i resti di ciò che si è trovato.

      Ciò che secondo me è il limite di questo tipo si scrittura (che non è solo di Iole ma appartiene a moltissimi poeti) è la sua troppa vicinanza all’elemento di realtà che mi rende difficile il passaggio all’altro. In compenso, il potere evocativo dei suoi versi è ipressionante e ripaga.
      Ovviamente è un parere personalissimo.

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      1. Oltre non significa il paradiso, non significa il nirvana, non significa altro che un luogo che consapevolmente, ma senza saperlo come mi convinco, ci convinciamo di sapere la realtà, mi costruisco, con grande fatica, con scavo che supera la barriera della reale percezione (che io ritengo illusione di percezione) ed è un luogo che ognuno può fare per sè. La realtà non è condivisibile, è la sensazione di realtà, soprattutto la percezione dolorosa della realtà che ci accomuna. Anche quando siamo felici, noi non sappiamo la radice della felicità, la possiamo vivere e basta e nel frattempo lei vive noi o di noi.
        Ecco questo, semmai è cercare l’oltre e non l’altro. L’altro lo trovo in ogni me stesso, altrimenti non ci sarebbe possibilità di (ri)conoscimento. Non ricordo più ora chi fosse a sostenere che il dolore non dura, ciò che sta oltre la misura della persistenza del dolore è la ricerca della felicità ,di cui non sappiamo niente ma di cui abbiamo memoria.
        Leggendo questi testi mi è sembrato di leggere la cronaca nera: la stessa feroce aderenza al fatto, e la sua presa di terreno nell’emotività. Ho detto che la scrittura che usa ha potenza, ma i testi qui riportati,da cui, dal sangue spaccato si apre la rosa di pane e questo corpo si può mangiare senza essere cannibali, mi pare siano pochi.

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  9. Ho letto il libro di Iole tempo fa e me ne occupai, fu un’esperienza bellissima lei e la sua scrittura. Scrissi dei suoi versi come in preda ad una specie di ipnosi che partiva dalle viscere fino asd arrivare all’occhio. Abbiamo però una sorta di telepatia con Poetarum … volevo dirvelo …perchè ho riletto Iole da poco, mi sonop tornati in mente proprio quei primi versi che trovo di una straordinaria capacità di ri-mettersi al mondo, di nascersi una volta per tutte autenticamente.
    Ho il piacere di conoscere Iole e di seguirla da tempo su Alveare e dico che il suo bisturi è pari solo alla sua levità – che ha ali fragili e forti di donna che vede attraverso.
    A Iole un abbraccio e a tutti voi per le belle proposte e le stimolanti discussioni; grazie per il vostro lavoro prezioso.

    Alessandra*

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  10. Ciao a tutti.
    Mi scuso del grande ritardo con cui arrivo a ringraziare Stefania e tutti gli intervenuti.

    I confronti sono sempre necessari, utili soprattutto nelle critiche che ci offrono modo di guardare-guardarci, metterci in discussione.

    Grazie a tutti!
    Iole

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