Pop Art – un messaggio di isterico vuoto (post di natàlia castaldi)

Rauchenberg - Daylaby 1962
(Rauschenberg – Daylaby 1962)
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Nel 1955, Leslie Fiedler e Reyner Banham coniarono il termine “Popular Art” che racchiudeva in sé l’insieme delle manifestazioni mediatiche in tutte le loro forme visive, che abbracciava il cartellone pubblicitario, il cinema, la musica fino ad arrivare alla studiata ed “ammiccante” cofezione dei prodotti e beni di consumo.
Il critico d’arte Alloway, nel 1960, adottò tale espressione nella forma contratta di “Pop Art” per definire il movimento d’avanguardia che, pur ritenendosi “intellettalmente colto”, andava ad esplorare le mediazioni e gli effetti visivi e mediatici delle produzioni dei mass-media, così come avevano già previsto ed intuito Fiedler e Banham.

Era l’era della Pop Art… della sperimentazione del “vuoto a perdere”, della descarnificazione del contenuto nell’iconizzazione formale del tempo in “expiring date”, l’ “Arte commerciale” che si trasforma in “Arte degli affari”, per dirla alla Warhol.

“… Quello che è bello di questo paese è che i consumatori più ricchi comprano praticamente le stesse cose dei meno abbienti. […] Una Coca-cola è una Coca-cola e non ci sono soldi che valgano a farti avere una Coca-cola migliore di quella che si beve il barbone all’angolo”.

“L’arte degli affari sta un gradino più sopra dell’Arte. Ho iniziato da artista commerciale e voglio finire da artista degli affari. Dopo aver fatto quella cosa che si chiama ‘ arte ‘ o con qualunque altro nome la si voglia indicare, mi do all’arte degli affari. …. Essere bravo negli affari è la forma d’arte più affascinante”

Andy Warhol – “Tutto e nulla. La mia vita e mia filosofia” – da “Il gergo inquieto. Impressionismo americano”, Bonini ed., 1981

L’uomo ha sempre aspirato ad una crescita sociale, a migliorare il proprio status vivendi e – dunque – il suo status sociale, ed é proprio in virtù di questa – anche legittima – aspirazione, che negli Stati Uniti tra gli anni ’50 e gli anni ‘60 – è del ’59 il best seller “the status seekers” di Vance Packard – si iniziò a parlare di “status symbol”, ovvero di tutti quei generi e beni di consumo il cui possesso denotava l’appartenenza di un individuo ad una classe sociale piuttosto che ad un’altra.

Status symbol una bevanda dolciastra e frizzante dal costo “contenuto”? E’ qui che si annida l’imbroglio illusionista …

La Coca-cola, innocua bevanda effervescente … diventa specchietto per le allodole, il grande sogno capitalista americano che liquidamente corrode lo stomaco del ricco e del povero, illudendo il consumatore dell’abbattimento delle differenze/gradini sociali in base alla sua stessa corsa al consumo che – nell’atto stesso del possesso di un dato oggetto – metterebbe sullo stesso piano imprenditore ed operaio o, addirittura, barbone (come ipocritamente/furbamente affermato da Warhol nel pezzo sopra riportato).

E’ dunque arte commerciale, perchè sul “commerciale” si basa e da esso prende spunto ed origine. La stessa bottiglia in vetro della Coca-cola è – a suo modo e tempo – “arte”, studiata per entrare nell’immaginario collettivo, carpendone l’attenzione e solleticando intermittenze cerebrali impensate, apparentemente impensate … tutto si basa su sinuosità e proporzioni “femminili”. Dall’elaborazione di questi continui messaggi ed imput che provengono dal mondo della pubblicità e dei media, nasce questa forma d’arte che va proprio a collegare cause ed effetti, denudandoli nella loro più cruda realtà formale.

All’interno della Pop Art confluirono diverse correnti d’avanguardia, il “New Dada” (Rauschenberg, autore del quadro oggetto del post, ne è uno dei massimi rappresentanti) che faceva ricorso a tecniche di collage ed assemblamento, utilizzando anche materiali di scarto che confluivano nella costruzione ironica e dissacrante di una “poetica del non-senso” al fine di mettere in scena un flusso continuo e fagocitante che fosse ricognizione vaneggiante del quotidiano. Questa corrente, ad esempio, in Europa venne definita “Nouveau Réalisme”, artisti come César, operavano veri e propri assemblaggi, “accumulazioni”, di oggetti in disuso o raccattati presso discariche, oppure “décollages”, come nel caso dei “manifesti strappati” dell’italiano Mimmo Rotella. Il passaggio vero e proprio da queste diverse correnti d’avanguardia e di radice neo-dadaistica – che, in sintesi, incentravano la loro attenzione sull’oggetto e le possibili implicazioni-applicazioni artistiche dello stesso all’interno di un assemblaggio di tecniche, forme e colori – alla Pop Art, puramente intesa, avvenne quando una serie di artisti focalizzarono la loro attenzione più che sull’oggetto in sé, sulla sua riformulazione pittorica, sull’immagine “tridimensionalmente piatta”, così come già otticamente percepita e filtrata dal mondo dei mass-media.

Pop Art è esasperante esasperazione delle caratteristiche più sfacciate e minacciose del mondo e della cultura commericiale dei consumi, é rappresentazione delle cose che più odiamo e di cui siamo sempre più schiavi, quali oggetto di costante e più o meno subliminale bersagliamento psicologico, tanto da doverle necessariamente ritenere indispensabili nella loro ovvia superfluità.

Non un’arte bella da vedere di per sé, ma un’arte che lancia un messaggio isterico di “vuoto”.

natàlia castaldi

4 commenti su “Pop Art – un messaggio di isterico vuoto (post di natàlia castaldi)

  1. Amo tutt’ora moltissimo Rauschenberg, che forse si eleva sugli altri esponenti della Pop Art in quanto alcune sue opere presentano davvero elementi riconoscibili di reale critica dell’esistente. Non si può dire lo stesso di altri artisti incasellati nella definizione di Pop Art, che intendevano elevare ad “arte” i simboli mediatici del quotidiano senza evidenziarne il carattere manipolatorio e pervasivo, ma come puro catalogo fenomenologico di segni nuovi per un nuovo alfabeto contemporaneo di arte popolare.
    Ottima sintesi, Natalia, al solito.
    :-)

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  2. Molta della “Pop Art” contemporanea rappresenta mio a avviso la sconfitta degli artisti (non dell’arte) inflitta dal reale sul piano meta-artistico.

    Quando Duchamp mise un cesso sotto una teca e poi lo espose al museo, inizio quel concetto d’arte ready-made il cui oggetto artistico non è più il prodotto dell’artista, ma la scelta di quest’ultimo. Il discorso si sposta evidentemente sul piano meta-artistico, con un atteggiamento critico ed inquisitivo ma mai denigratorio da parte dell’arte nei confronti di se stessa. Processo conclusosi con l’Etant donné, in cui la questione si risolve in una commistione di reale ed immaginato; fantastico e quotidiano; un luogo in cui l’esteriore si fonde all’interiore rendendoli difficilmente indistinguibili l’uno dall’altro. Cosa che accade allo stesso Io donné al mondo (o viceversa).

    Tutto questo si è risolto in un nulla di fatto per una questione di misunderstanding degli scopi del ready-made, quando alcuni artisti hanno iniziato ad appiccicare tra loro lattine vuote di coca-cola e panni stracci e si sono accorti che la cosa era cool (ma affatto estetica, per rispondere a Giovanni).

    Così, l’esperimento meta-artistico dell’arte di Duchamp col tempo si è trasformato in un concetto sociologico meglio conosciuto come “effetto museo”, il quale afferma che il giudizio sulla qualità di un opera d’arte è fortemente influenzato (spesso troñppo) dal luogo in cui si trova. Pensate ad un quadro di Mirò accanto ad un cassonetto: chi di voi darebbe la vita per salvarlo e preservarlo come bene dell’umanità? Oppure: avete mai provato a leggere una poesia senza sapere chi l’ha scritta e poi dare un parere, un giudizio estetico?

    Se a ciò si aggiunge l’arte di fare affari di Warhol molto ben recepita ed assorbita e dagli artisti e dal mercato, si capisce come non bisognerebbe sorprendersi né di certe forme d’arte né della loro presenza nei musei.

    Luigi

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  3. Chiedo scusa in fase di pubblicazione era saltato un pezzo al mio pezzo , che ho aggiunto or ora.

    lo incollo anche qui tra i commenti, perché in buona sostanza riprende il concetto di “arte degli affari” menzionata da Luigi e spiega la mia “visione” in merito:

    L’uomo ha sempre aspirato ad una crescita sociale, a migliorare il proprio status vivendi e – dunque – il suo status sociale, ed é proprio in virtù di questa – anche legittima – aspirazione, che negli Stati Uniti tra gli anni ’50 e gli anni ‘60 – è del ’59 il best seller “the status seekers” di Vance Packard – si iniziò a parlare di “status symbol”, ovvero di tutti quei generi e beni di consumo il cui possesso denotava l’appartenenza di un individuo ad una classe sociale piuttosto che ad un’altra.

    Status symbol una bevanda dolciastra e frizzante dal costo “contenuto”? E’ qui che si annida l’imbroglio illusionista …

    La Coca-cola, innocua bevanda effervescente … diventa specchietto per le allodole, il grande sogno capitalista americano che liquidamente corrode lo stomaco del ricco e del povero, illudendo il consumatore dell’abbattimento delle differenze/gradini sociali in base alla sua stessa corsa al consumo che – nell’atto stesso del possesso di un dato oggetto – metterebbe sullo stesso piano imprenditore ed operaio o, addirittura, barbone (come ipocritamente/furbamente affermato da Warhol nel pezzo sopra riportato).

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