di mens ione

di mens ione

non di men s’io ne dessi grandi versi
o versioni da variati saccenti
di mitiche apollinee discendenti
d’essi diresti forse esser dispersi

da cuti più che non da fondi avversi
in gravi dati d’alteri alteri enti
– disse minati i semi dei sapienti
ora colante uno li controversi

disseminati altrove non d’io aspersi
apostrophi né credendo ai credenti
– se dici sedici dei sedicenti

viandante l’es empio che sei presenti
ti sien passati e futuri conversi
insieme ione a ione i versi che versi

______________

nota della redazione:

Si consiglia di leggere i lavori di Giovanni Campi, recentemente pubblicati su “La dimora del tempo sospeso”, al seguente Link:

http://rebstein.wordpress.com/2010/03/09/speculo-imaginario/

43 commenti su “di mens ione

  1. Questa sì che è bella! Complimenti…ipersonetto studiato e molto convincente: mi suona molto di Gabriele Frasca, nell’ultima raccolta Quevedo, o…dei primi iper o catasonetti di Sanguineti e Zanzotto. Luciano.

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    • son solito definirli ‘sonettaccj’, questi che mi si scribacchiano, ma i riferimenti che fai mi son gradi
      e grati

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    • magari nel carteggio einstein-freud ci potrebbe essere qualche interpretazione dei segni miei

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  2. ..mah, così, a prima vista, mi sembra un testo scritto con rara maestria… tornerò a leggerlo ancora…

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  3. letto alla f(r)onte della parola
    il tuo è già un torrente.
    Le mie sono schegge
    una selce rossa
    sul lato della corsa.

    Ciao Giovanni.ferni

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  4. ma che meraviglia giovanni… fratelli strepitosi i campi, campi di idee feconde e immaginifiche.. ironia? forse ma maledettamente sincera e seria.. ti e vi abbraccio
    roberto
    ps: giovanni ho provato a chiamarti ma non ci riesco, riproverò..

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    • macché! macché meraviglia: soltanto una mera veglia, nel tentativo di non bruttaddormentarmi al sonno della ragione

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  5. Voglio morire: l’ultimo verso è ipermetro. Perché, perché? mi torco nel dolore. Tanto più che il sacrificio ritmico non vale il finalissimo, «versi che versi» essendo gioco abusatissimo. Supplico l’autore di limare radicalmente il verso.

    Devo inoltre correggere il gentile signore che usa il termine “ipersonetto” non a proposito, in quanto un ipersonetto è un insieme di quattordici sonetti.

    Quanto al resto, sonetto grazioso, sebbene il mio gusto vada ormai allontanandosi dalla ludolinguistica pura, i cui vincolanti lacci rischiano di far inciampare la filosofia e di strangolare la poesia.

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    • appena a pena:

      Simpliciter: – Lei non comprende. Lei non mi comprende.
      Complicatibus: – Non c’è comprensione, e questa è forse la comprensione.
      Simpliciter: – Lei non percepisce. Lei non mi percepisce.
      Complicatibus: – Non c’è percezione, e questa è forse la percezione.
      Simpliciter: – Lei non c’è. Lei proprio non c’è.
      Complicatibus: – Non esserci, e questo è.
      Simpliciter: – Questo è? Cosa è questo? Questo non è niente, proprio niente.
      Complicatibus: – Se questo non fosse niente, sarebbe tutto? Questo è tutto, allora? Questo è tutto, allora. Ma se questo fosse in vero tutto, Lei saprebbe cosa è questo, cosa è tutto, cosa è tutto questo. Lei saprebbe dunque cosa significhi ora questo, che è un quanto del tutto. Lei sa dunque cosa significa ora questo. Questo è quanto. Ma quanto è?

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  6. Profondamente e per gioco. Impressionata … ma anche incuriosita dall’espressione intrinseca del volto … e sorriso. Una prova mirabile.

    Doris

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  7. Un giocoliere in grado di manipolare uno o più versi. Come vengon giù, vengon giù più inarrivabili che mai… Giada

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  8. stamane m’è giunta una posta privata, che qui renderò pubblica:

    Grazie Giovanni
    la scienza è arrivata a mettere in discussione i termini stessi sui quali basava la sua essenza: oggettivo soggettivo…come vivessimo in un neobarocco, il senso delle cose, delle parole e del linguaggio in generale, sta di nuovo distruggendo il significato delle stesse. in questo ambito inquadro la tua scrittura (ma ti parlo da profano) il richiamare forme letterarie lontane nel tempo la vedo come un’esigenza provocatoria di recuperare i termini del conflitto senso-significato, là dove si è sviluppato; su tutti penso a Marino e ai Marinisti, alla letteratura italiana secentesca, dove si rispondeva alla profonda lacerazione tra fede e scienza attraverso lo studio della forma e della retorica. In quest’epoca dove una nuova lacerazione tra scienza e chiesa, ma a parti invertite, è in atto ormai da mezzo secolo, trovo che la tua scrittura sia una risposta simile a quella del 600 barocco, ma che parte dalla coscienza di distruzione del logos e dall’ironia che tale coscienza sottende.
    Fabrizio

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