Fabio Michieli – Dire

volevo un libro chiaro per noi due:
una pagina bianca quasi pura

Si apre così Dire di Fabio Michieli. Questi due versi contengono molto del senso che ho trovato nella lettura delle poesie di Fabio. Un senso di purezza. Una purezza che non è quella del bambino, non ingenua. Una purezza che sa di qualcosa di alto. I sentimenti veri, l’amore, quasi sempre lo sono. Ma lo è anche una certa ricercatezza della scrittura, una precisione di stile che rappresenta anche, secondo me, un profondo rispetto per la poesia, per chi ne ha alimentato la grandezza.
Quello che colpisce uno come me, uno che “esce” pazzo per la letteratura contemporanea, americana soprattutto, è come si possa restare secchi davanti a poesie scritte in uno stile totalmente diverso da quello prediletto. Questo vuol dire due cose a mio avviso. La prima, è che sotto lo stile impeccabile di Michieli ci sia tanta sostanza. La vita. La seconda è che la bellezza viene prima di qualunque stile e va oltre il gusto soggettivo. Vi propongo qui alcune poesie tratte dal libro e ve lo consiglio sinceramente.

.

TANGO PER S.

un triste tango chiuso in un casquet –
e i sensi si sciolgono in quell’abbraccio
dove lui comanda se lei seduce –

(stacca il tacco dal fondo e accenna un passo;
ne attacca un altro, mentre i corpi fondono
all’unisono movimenti e musica)

goccia dopo goccia il tempo svapòra

(sbatte il tacco, e il viso schizza il fango)

 

(vestigia terrent)

stringo la maschera mentre le ceneri
già si posano sulle teste tonse
ai falsi pudori quaresimali…

e fosse tutto cielo o tutto mare
l’azzurro che invade il giorno sereno
sarei lieto d’attenderne il declino:

ma le ceneri che ho nere sul capo
le ha posate il vento che ancora sparge
reliquie di chi arse ieri sul rogo,

nell’ultimo scorcio di Carnevale

 

*
quale fuoco non scalda
se simile ad altri non brucia ma vive?

quale voce non grida
se quella che qui passa sordamente non senti?

ma è un riso di sole ciò che accende
il mio volto trasognato in un volo
di sguardi rubati a quest’oscurità

e non so mai quand’è giusto finire

 

*
trovate quella parte che ho lasciata
andare tra le spire del suo vento
portatemela intatta come neve
prima che un piede posi tutto il peso
del corpo scomposto di nuova vita:

e così non mi resta che accettare
l’evidenza schiarita della luce
che rimbalza su questo volto il manto –
e fosse pure calce dura al suolo
l’attesa scongiurerebbe lo schianto?

DIRE di FABIO MICHIELI, L’arcolaio, 2008

@ recensione di gianni montieri

4 comments

  1. dalla sensualità di un tango all’ineluttabilità di uno schianto…

    sai, Gianni, credo che la differenza sia proprio la poesia, se è alta, al di là dello stile preferito da ciascun lettore, incide e si incide. …questa è alta.

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  2. la metrica, certamente, è una tra le più curate che si leggono oggi in Italia; sono certe immagini che non spiegano abbastanza se stesse, come nell’ultimo componimento, che restano oscure, comprensibili solo a tratti. l’immagine deve essere cesellata, misteriosa, accattivante, ma non oscura. non è una critica (non sono nessuno per criticare), è una constatazione. però sono abbastanza buone, come poesie, nel complesso

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