Verso il punto estremo del conflitto civile e culturale (3)

Oltre la protesta: per una rivolta di tutta la cultura


Può sembrare paradossale e contraddittorio: nonostante il degrado circostante, non ci sentiamo autorizzati a formulare previsioni pessimistiche, né tantomeno a rassegnare la volontà di lotta alla tranquillità del peggio. Stiamo attraversando una fase di transizione che nasce dall’abbattimento di un sistema corrotto e paracriminale (diretto dal caf ed accettato da una parte del paese) e si apre, contro feroci ostilità, allo sviluppo di una rivoluzione pacifica e legale che, iniziata diversi anni or sono – con l’appoggio determinante dei giudici e della società civile – attende ora di essere ripresa e portata a compimento. Perché il moto non si blocchi, la cultura non può trarsi indietro, ma deve inserirsi nelle crepe di questo esatto frangente, per dare tutta la sua opera di intelligenza critica e di stimolo all’azione. Si prospettano i rischi di due tentazioni distinte da cui è preliminarmente doveroso guardarsi. La prima è l’illusione che possa essere in qualche modo utile un atteggiamento di mediazione e di compromesso: in realtà, un regime dell’incultura non è internamente abitabile dalla controparte strategica e l’esclusività dei suoi interessi pecuniari non le concede in partenza, né dentro né fuori di sé, alcuna credibile chance di modificazione e di recupero. La seconda è la spinta ad assumere una posizione di superiorità e di distacco, limitandosi ad una reazione di indignazione e di scandalo: e si andrebbe allora ad uno sbocco pratico che rischierebbe di perdere di vista le reali dimensioni del fenomeno e di cristallizzarsi alla fine in una sorta di indifferenza pragmatica, di per sé inchiodata alla latitanza o al silenzio. Nessuno ha il diritto di chiamarsi fuori, sia che lo faccia per un impulso di saturazione e di disgusto, sia che vi sia spinto dal desiderio di allontanare l’universo dell’arte e della cultura dalle contaminazioni di una realtà tanto offensiva e compromessa. La sua sarebbe comunque una scelta prudente: l’esperienza insegna che il disgusto non “paga” e si risolve in se stesso, mentre il rifiuto di “sporcarsi le mani” in nome di un’improbabile salvezza dell’anima condanna senza scampo ad un comportamento di tipo “aventiniano”, isolando chi è invece tenuto a stare nel cuore della mischia, per difendere – assai più del prestigio o della purezza della cultura le condizione stesse della sua sopravvivenza e della sua libertà.

Al contrario, bisogna cercare di essere contemporaneamente realistici e determinati. Bisogna partire dalla constatazione disincantata dei dati oggettivi per sviluppare un piano d’intervento che miri a rimetterli in gioco e a trasformarli con il concorso di ogni soggetto antagonista. Non c’è nulla di male a denunciare i ritardi, le carenze, i residui di ignoranza e sottosviluppo che lacerano e comprimono buona parte della società italiana. Perché sorprendersi con ingenuità del voto a S. B. e gridare con disperazione alla rovina di ogni speranza? In fondo, da un popolo che per tanto tempo è vissuto di clientelismo e di tangenti, ha tollerato mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, ha sostenuto e votato uomini e partiti della peggiore delinquenza politica, ci si poteva anche aspettare un’opzione maggioritaria a favore di S. B.. Ma al tempo medesimo non si può, non si deve dimenticare che un’altra consistente parte del paese ha espresso un’opinione diametralmente contraria e che con ogni probabilità la sua area – anche a causa della coerente frantumazione del fronte nemico – è sensibilmente destinata a crescere. Il dato lampante che il paese è drammaticamente, ed irrimediabilmente, spaccato in due è una realtà che non serve nascondere, minimizzare o differire: la scissione va affrontata ed attraversata fino alle conseguenze estreme. E non è detto che non possa sortirne, in ultima analisi, un chiarimento traumatico ma salutare. Un’avvertenza, però, non deve essere omessa: gli schieramenti in campo non sono demarcati da una semplice linea di spartizione geometrica, né sono riconoscibili dallo scarto quantitativo di un equilibrato dosaggio elettorale. Quanto essi rappresentano è molto di più: sono due anime contrapposte della storia, della cultura e del costume del nostro paese, sono due risposte del tutto dicotomiche alla prospettiva di civiltà che si schiude davanti. Da una parte, si raccolgono i fautori della reazione (intimamente pervasi dell’appena ripudiata ideologia fascista), a cui si uniscono gli eredi rampanti del vecchio regime, campioni del liberismo selvaggio e dell’ideologia della merce, nemici della cultura e della parola, detrattori della magistratura e delle istituzioni, fieri avversari di ogni solidarietà etnica e sociale (si ricordi che non v’è un solo esponente del partito delle libertà che abbia prestato la sua opera contro il precedente governo del caf, mentre tanti rappresentanti ne sono stati elementi organici o complici o sodali, ricavandone vantaggi e coperture d’ogni genere. E non è un caso che, da questo punto di vista, la defezione della Lega abbia sanzionato la fine dell’unica eccezione che continuava a vivere nel Polo delle libertà, restituendo al “vecchiume”, senza più fornire ulteriori alibi, ciò che al “vecchiume” apparteneva di diritto e di fatto).
Dall’altra parte si collocano, invece, i protagonisti del rinnovamento; i nemici di Craxi, Andreotti e Forlani; gli alleati della magistratura e della Costituzione; i difensori del movimento operaio, degli sfruttati, delle minoranze etniche; i gruppi della società civile impegnati nella lotta alla mafia ed alla corruzione; e naturalmente la stragrande maggioranza degli uomini più importanti ed operosi della nostra cultura.
Se sarà scontro duro, lo sarà ancor più in forza della frontalità oppositiva di queste componenti e della loro rispettiva ispirazione sociale, etica ed ideale.

Ecco gli scrittori, i poeti, i musicisti, gli artisti visivi, gli uomini del teatro e del cinema – e tutti coloro che nel campo della creatività, resistendo da sempre alle lusinghe del mercato e del potere, contribuiscono ogni giorno a far grande la qualità ed il prestigio della cultura italiana – possono entrare nel vivo della frattura esistente e giocare in essa un ruolo prezioso. Non insoliti ad imprese del genere, già partecipi di mobilitazioni essenziali sui temi della pace, della solidarietà tra i popoli e della lotta alla mafia, autori anche di un vasto appello Per una cultura dalle mani pulite, essi sono ora chiamati a produrre un atto ulteriore e decisivo della loro milizia, trasformando il gesto simbolico della protesta in un’iniziativa allegorica di prassi sociale. Avvalendosi della loro parola critica e del loro segno inventivo, offrendo un forte impulso all’attività del dialogo, della riflessione e della persuasione, conducendo il loro intervento in ogni settore della società e della cultura (dall’editoria alla scuola, alle istituzioni del sapere, ai giornali, ai mass media, alla stessa quotidiana esperienza del “conversar cittadino”), essi potranno rimarcare e far vivere le ragioni profonde del conflitto, dare consistenza ai veri contenuti della posta in palio, sollecitare il pensiero ed i sensi a percepire le implicazioni ed i futuri sbocchi di una scelta epocale. In una parola, potranno realizzare il significato di una vera rivolta culturale contro l’incombente sciagura di un predominio ideologico e politico della merce e del denaro facendosi portatori di una controproposta di civiltà del pensiero e della vita, di progresso umano e sociale di tutti, per tutti.

4 comments

  1. Ecco gli scrittori, i poeti, i musicisti, gli artisti visivi, gli uomini del teatro e del cinema – e tutti coloro che nel campo della creatività, resistendo da sempre alle lusinghe del mercato e del potere,…
    ma ci credi davvero? Ci sono mercati e mercanzie anche in quel settore dove l’arte vende al grammo ciò che nemmeno a chili dovrebbe vendersi, a cmq come un appartamento…L’arte di artigliarsi alle vene, ancora una volta, della gente ridotta alla deficienza, all’afasia, al rigetto di cultura, come una cosa di gente che non sa la fame, la miseria, il pane ogni giorno, l’affitto di una casa che crolla,le bollette, il marito in carcere, un figlio che si buca….
    C’è miseria ormai, c’è fame. La gente non ha un posto di lavoro dove farsi sfruttare per pagare, nuovamente da schiavo, ciò che produce con fatica, pagando tasse per stare dove sta, ancora per poco, pagando il futuro con l’ignoranza di ciò che viene opportunamente nascosto e travisato.
    Nietzsche ha fatto scendere Zarathustra dalla montagna, e parlò per tutti, ma nessuno capì. Oggi vale la stessa osservazione. Non so se, a differenza del passato, la gente, così fondamentalmente sradicata da ogni appartenenza, sentirà che deve reagire e opporsi.Non so proprio se accadrà, pare che tutto scorra e tutto abbia solo un nome di cose, cose morte. ferni

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  2. vorrei andare in Portogallo, al nord, dove le vecchie case hanno la storia che le mangia eppure stanno in piedi, davanti alla gola dell’oceno, che sputa loro addosso la furia del vento. Vorrei andarci a vivere, quel poco tempo che mi resta, perchè la casa è il luogo dove stai con te stessa vicino ad ogni altra cosa e la senti viva anche quando non ha voce.
    ferni

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  3. Ho letto le tre parti. Alcune frettolose cose: credo sia il caso di considerare non l’insipienza della sinistra come mancato freno alla deriva fascista, ma la sua sostanziale complicità; la questione non è “morale”, non riguarda l’onestà delle persone che ricoprono determinati ruoli, ma di “sistema”. Se il sistema è il capitalismo (profitto e società divisa in classi) non esiste moralità o etica che tenga; l’abbandono delle tanto vituperate “ideologie” – demonizzazione partita dalla destra, seguita a ruota dalla sinistra corrotta – ha partorito l’abbandono di principi di giustizia ed uguaglianza che hanno comportato la funesta adesione a temi di destra di cui tanto bene parli; un’intera generazione di giudizi “onesti” mai potrà spazzare il marcio presente nella politica e nell’economia, se marcio è il sistema. La questione non è morale. Ed è mondiale, anche se noi siamo vicini al fondo del barile del mondo occidentale; Trovo giusto il richiamo alla militanza degli intellettuali, ma bisogna che agiscano al di fuori dei circuiti del potere, altrimenti si cadrà nelle contraddizioni che paventa Fernirosso nel suo commento; il potere di questa opposizione di sinistra è complice, e gli intellettuali devono guardare altrove. BISOGNA RECUPERARE GLI IDEALI, infischiandosene dei timori di un nuovo settarismo, e muoversi tra coloro che l’ingiustizia la pagano sulla propria pelle. Se si considera “vecchiume” la lotta di classe si è già perso, e questo lo dico proprio agli intellettuali, che invito a scrivere in maniera complessa ma chiara ed accessibile a tutti, A TUTTI, perchè la prima dote di un intellettuale militante di sinistra è la chiarezza.
    Ciao e grazie mille per i tuoi articoli.

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