Hernandez (fotografie d’umana quotidianità)

 

HERNANDEZ (racconto)

Sarà stata la pioggia primaverile, venuta dopo i primi giorni tiepidi di quell’anno. Sarà stata la ripresa del freddo o l’odore dell’erba bagnata, dell’asfalto bagnato. Sarà stata la serata agitata del giorno prima e la nottata faticosa. Qualunque cosa fosse stata, se davvero importava cosa, aveva indotto Hernandez a dormire di più quella mattina.

Alla prima apertura degli occhi, verso le sei: una pioggia sottile ed eterea che si muoveva come nebbia, rimestata da occasionali e blandi colpi di vento; una frescura pungente ma facilmente addomesticabile con una semplice risistemata delle coperte, con uno sfregamento dei piedi fra loro. Con una mano passata sul corpo si potevano appianare le pieghe, esasperate dai movimenti del sonno, e il contatto con la coperta tornava a essere pacifico, amichevole. Ristabilito l’ordine nel giaciglio, Hernandez sperimentò un moto interno di abbandono e rilassamento, che lo spinse immediatamente indietro nel sonno.

Poi, poco a poco, qualche automobile, il vociare di qualche garzone. Neanche quei primi, isolati, rumori fecero effetto sul sistema nervoso di Hernandez, ancora ben protetto da una sordità ritrovata. Forse cambiò appena posizione, Hernandez, al risveglio dello stormo di uccelletti negli alberi del giardino vicino, ma la cambiò con il piacere profondo e fugace tipico di quelle brevissime emersioni, nel dormiveglia, seguite da immediate re-immersioni verticali e rapide quanto quelle dei grandi cetacei.

Infine furono i passeggini, le loro rotelle gommate ma immancabilmente cigolanti e, soprattutto, il loro carico di piccoli umani. Piccoli e canterini, chiacchieranti, sottoposti fin dalla tenera età alle frustrazioni dei doveri imposti dall’alto: la sveglia, la scuola. E poi le biciclette degli impiegati, altro meccanismo rotante generatore di mille sussulti metallici, scricchiolii, stridori. La rumorosità cittadina aveva ormai raggiunto l’intensità che non permette di riposare impunemente alla faccia delle altrui attività.

Hernandez rotolò sulla schiena, scostò le sue coperte, divaricò un poco le gambe e spalancò le braccia. Si produsse in uno sbadiglio combinato a un potente stiramento. Strizzò gli occhi e inarcò la schiena. Com’era dolce il risveglio! Intorno a lui l’ambiente era ancora immerso nella penombra e gli consentiva di adattare poco a poco gli occhi alla luminosità esterna.

Nel languore di quei minuti, seguenti alla sveglia, Hernandez tendeva l’udito quanto più lontano gli riuscisse. Udì un rombo deciso e pieno, doveva essere un grosso autocarro, forse un camion. Alle sue narici iniziava anche ad arrivare quel sentore di tubo di scappamento così tipico delle grandi città. A torto o a ragione, nel bene o nel male, l’odore dei gas delle auto gli fece ripensare intensamente alla sua città natale, situata su di un altopiano a circa duemila metri in mezzo all’America centrale. “Una delle città più inquinate al mondo”, ricordò con nostalgia.

Come avrebbe fatto colazione volentieri, Hernandez, con un plato combinado. Dentro ci avrebbe voluto arroz, huevos revueltos e frijoles. Ci avrebbe mandato dietro una tazza di caffè o magari, e perché no?, una birretta fresca. Da questa parte del mondo, però, era impossibile trovare questo genere di colazioni… Eh… pensò Hernandez e inspirò ancora un poco di smog. Quello della mattina, specie con un po’ di umidità nell’aria, era speciale.

In definitiva aveva fatto tardi, quel giorno. Era ancora sdraiato, pensava alle cose da fare prima di potersi muovere e si faceva ancora più tardi. Chissà cosa l’aveva trattenuto nel sonno quella mattina? Sarà stata la pioggerella, o la serata precedente, faticosa e che l’aveva stancato, o forse solo quella strisciante malinconia che lo appesantiva nel petto. Chisas? Pensò Hernandez, intrecciando le mani e girando i palmi all’infuori, stirando le braccia verso l’alto.

Poi, una bicicletta passò, in velocità, a poche spanne dalla sua testa. Sopra ci stava un ragazzo con due grosse cuffie per la musica sulle orecchie, pedalava e cantava in inglese. Hernandez si tirò su a sedere, cabron de un yankee, pensò. Chissà se quel tizio l’aveva visto, almeno. Non aveva importanza. Hernandez saltò in piedi e cominciò ad arrotolare le coperte, a riunire i vari fogli di cartone sui quali aveva dormito.

Bisognava muoversi, di lì a un quarto d’ora sarebbero venuti gli spazzini a lavare il sottopassaggio.

@racconto di Paolo Triulzi

post di gianni montieri

5 comments

      1. ben munito, Paolo!
        hai descritto il risveglio magistralmente, ne ho ri-vissuto ogni istante, tendendo i sensi ed i muscoli fino alla presa di coscienza ed alla delicata denuncia finale, come una scoperta che sotto una coperta racchiudeva un mondo intero, un’umanità vasta e dimenticata dagli ingranaggi sociali.

        grazie Paolo, spero di rileggerti qui ancora e grazie a Gianni per averti portato qui.
        n.

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