Poesie sono anche doni. Doni per le creature attente. Doni carichi di destino. – Francesco Marotta (post di natàlia castaldi)

Anselm Kiefer - Resurrexit

Anselm Kiefer – Resurrexit

*

come chi vive

per lasciare impronte, un

solco per la morte che

ci segue, che ci precede

in forma di stagioni”

fm

λέγω – λόγος – ποιέω – ποιήτης

Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito.

“varcare la soglia di una domanda / rasente all’ombra che a fatica / recupera i suoi codici eccede gli argini / imponendosi torsioni di lingua / per esempio la trama discorde / che dai margini offre un sentiero / al silenzio” – (da “Esilio di voce”, 2009)

 E difatti, il poeta è “custode” della bellezza, del dolore, dell’angoscia, del vero, di cui si nutre per restituirlo in forma di dono da condividere (“il dolore / mi dice continua / la corsa, riempi le mani / imbratta di sillabe” – da “Impronte sull’acqua”); egli sa che la sua parola è nulla/silenzio e non pretende verità che non sia la propria soggettiva essenza questionante di dubbio, la propria intima elaborazione degli spazi di luce ed ombra del tempo (“l’inchiostro che / vaga tra silenzio / e silenzio – “Impronte sull’acqua); conscio del fatto che il suo dire non potrà mai prescindere dai fatti, dalle parole, dal pensiero in arte nella storia, non chiuderà mai la propria esperienza in un castello di specchi, ma aprirà le finestre al pensiero ed allo scambio, cercherà sempre nuove forme, osserverà ed amerà la pluralità delle voci, fondendo il proprio essere in un’armonia di contrasti, da cui stillare il senso precipuo dell’esistenza.

“Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete
per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce”
.

(Per soglie d’increato , Edizioni Il crocicchio, 2006)

Lo scorrere liquido del pensiero in parole nella creazione poetica non è altro che fluir/si in offerta nuda agli occhi, alle orecchie, alle labbra di un reale o presunto interlocutore. Niente di più carnale, umorale, intimo ed oggettivamente soggettivo della poesia può costituire il mistero irrisolto dell’esistenza e della “necessità” della tradizione/traduzione del pensiero in scrittura. Segni grafici che costituiscono suoni catalogati in ordine di organi e lembi vivi di carne che ne implicano la pronunzia: labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali …. sono le vocali e le consonanti, praticamente le note, di una composizione di suoni codificati in parole che costituiranno il pensiero – dentro di noi – o il dia-logo – quando il pensiero sia espresso per trans-itare da noi ad altri.

La liquidità densa della parola, nei versi di Francesco Marotta, si consuma nella sua stessa carne, nel suo stesso analizzare il dolore. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso con profonda consapevolezza nella gestione del verso – sia pure libero – che apparirà rilegato e ricucito ad arte in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il dis/ordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.

Forma e parola si fanno quindi tessuto, tessuto vivo, sanguigno, denso di fluidi: acqua/sangue/sudore/umori che cambiano, che si rincorrono dalla fonte alla loro stessa foce: inchiostro nero come il cielo che fa da sfondo all’umana aspirazione al bello d’una illusoria luna o, ancora, inchiostro nero come sangue, che quando si rapprende perdendo la sua intima vitalità si stimmatizza in segno grafico che permanga, macchiando di sé la pietra, la carta, come il sangue innocente che -irrimediabilmente- scrisse la storia.

La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra.

Marotta è parola che si fa grido, carezza, richiamo, messaggio di un’umanità in cui spera nonostante la disillusione, nonostante le atrocità della storia, le urla murate negli occhi di innocenti, gli olocausti del passato e quelli cui assistiamo inermi, passivamente, inconsapevolemte bendati dal fuorviante buonismo del nostro tempo, che tutto edulcora e trascolora, mascherando anche il sangue sugli altari cerimoniosi della scarsa memoria; poesia come *resistenza*, fuga e ritorno alla vita, con un’aderenza che cuce l’anima al derma per essersi testimonianza ed interezza di vita.

Una traccia, che non scolora.

Esilio_di_voce

Esilio di voce (2009, inedito)

scrivi strappando chiarori di pronome

dalla voce la luce malata

che s’innerva

al rantolo di un verbo scrivi

con lo stilo di ruggine che inchioda l’ala

nel migrare anche la morte

che sul foglio appare dal margine

di sillabe di neve s’arrende alla caccia

al sacrificio necessario

dell’ultima lettera superstite

*

ci accomuna la conta differita dei morti

la mano adusa a separare codici e correnti

dal gorgo dove si adunano le ore

indicibile chiusa

di apocrifi in sembianti di volti

di giorni in forme declinanti

di parole

*

come questa luce di specchio

quando raccoglierla è già spreco

di fulgidi rosa un chiedere al sonno

gli spazi

intagli per minimi azzurri

l’abuso di crescere che sia privo del prima

mutilata la mano da una lama

d’inchiostro

che trema sul foglio

*

guarisci il dubbio trafitto

dall’ansia di essere riparo malattia

a cadenze autunnali guarda gli sterpi

che ti battono un’altra luce

sui fianchi e nell’ombra che sale

gioca il sogno di un confine

sospeso la tua pelle si stacca aggiunge

ore ai tuoi segni al graffio che resta

dove togli parole

ai tuoi occhi

*

assenza che sia illuminata erosione

un luogo che i sensi coincide

a un poi di riflessi se colma l’immagine

di grandine di minerali celesti e trascina

a ogni singola mano sangue di fuga

all’occhio l’identico accordo l’energia

perversa di un dono l’attrito

di maschera e volto

impaziente del balzo

*

è un abbaglio la morte la polvere

sbrina il suo vento sull’acqua un abisso

d’aria e correnti

che l’arte della pietra modella

per l’oblio materno dell’alba

*

in equilibrio di colore e distrazione

conserva segni in un forse di miscugli

sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi

di immagini dove presente e senso

versano lacrime agli occhi così

ritorna alla scienza diseguale del volo

l’angelo che spiuma

desideri di carne di danza

il presagio

di un nevaio che brilla dolore

sul confine tra cielo e memoria

ad altezza remota di lingua

*

paesaggi che alle palpebre tendono ombre

e distanze a volte un passo che irrompe

nel viluppo a sfrondare la norma

la linea di bianco imposta

dall’ennesimo inverno eppure

si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche

docili ogni senso al destino e svanire

al suono che la preda sbalza dal sonno

verso una morte in punta di rima

*

varcare la soglia di una domanda

rasente all’ombra che a fatica

recupera i suoi codici eccede gli argini

imponendosi torsioni di lingua

per esempio la trama discorde

che dai margini offre un sentiero

al silenzio

*

dove macerano tracce e l’abisso

è radice di ore lo scarto svelato

tra il crepuscolo e un’assenza

disattesa di voci dove scopri

sgraziato e distratto

tutto il credito di una piccola morte

l’orizzonte che regge la scia

di astri vanescenti e la tua mano

che ne traghetta il lutto

verso il largo

*

avanzi verso un mare inaccessibile

e la sera ti impiglia nello sguardo un diluvio

di sillabe l’onda franata sotto i passi

e quel tempo di amare che ha l’ombra

quando ne invochi il morso vivo

dove trovare riparo

*

febbri e vene a passo d’erosione

il farmaco in affondo da scomporre

in linee inquiete notte dopo notte

inaugurando verbi di declino

il lontano di un’offerta in forme d’acqua

la replica ardente che passa sugli occhi

e depone il franto

pulviscolo

di un nome alla deriva

*

così è la grazia delle immagini

rovesciate nel palmo venute via dall’ombra

che ora ricordi accampata da sempre

alla tua soglia ma

si trattava di attese esercizi

privi di simboli come adornare sbrinati

specchi col battito salino

di una pupilla naufragata

*

è un percorso che si rivela in squarci

e argini disparenti al primo soffio

un affluente da riconoscere dall’alto

dalle torri del giorno se

nel lontano vigila un dissestato

teatro di corpi e alla chiusa

le sillabe raccogli che la mano nasconde

prima di cedere sotto la sferza

di un lampo

alla cecità di dare ancora un nome

*

nudità di deserto e alla cintura

una sacca d’aria rarefatta per talismano

e balsamo tu la trascini

abbandonando respiri a folate alla luna

seguendo a palpebre sbarrate

nell’esilio di voce

la lampada elementare che risale

fino alla sommità delle labbra

la selva di due desideri intrecciati

*

alla curva del vento

slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo

e labbra a distesa dall’altra parte

dell’acqua si pensa un paesaggio

grande quanto una mano lungo

fino a sfiorare i capelli con la dolcezza

verde della sabbia si pensa la terra

divisa in pagine leggere e uno sguardo

luminoso di bambina

piantato tra le zolle come una spina

come una sillaba

come un’attesa

*

dal largo

sopraggiunta da un chiarore incurabile

svapora memorie come umori d’erba

accesa dai roghi dell’inverno

nuota verso la parete la mano

legge l’aspro sapore di fumo

di una foto ingiallita quell’unico dolore

di avere ancora suoni

per l’orecchio murato dei morti

*

Esilio di voce, 2009

(terza parte di inediti)

si inciampa in un grido
che si dissangua in luce
ogni volta che cerchiamo le stelle
nessuna soglia ci separa dall’assenza
nessuna parola così profonda
da poterla tacere

fossero simili a foglie
che si combinano in fuochi
di caduta le vigili inudibili parole
cresciute tra labbra e desiderio
oppure grida che colmano
tutta la distanza di un ricordo
e poi acqua che fascia il viso
dei morti quando fa buio
anche la pelle e l’occhio
soffoca di essere visione
solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

*

cammina pensando una deriva
la corrente paziente delle ombre
il suono che trascorre
inascoltato
alle tue spalle immagina
con quale lingua il deserto
racconta la piaga dove premeva
la lama della luce il varco
dove precipita il respiro
di una terra libera dal dolore
del nome

*

trascini per inerzia
il tuo peso che agghiaccia l’orma
con l’esattezza di un’assenza
dimentichi i volti uditi nel sonno
e ricuci tempo ai giorni la lingua
a un vuoto di parole eppure
basta un’eco una reliquia di voce
affiorata all’insaputa delle labbra
e il confine è la tua mano
che prova ad accendere decisioni
di neve s’inventa geografie
di segni rende chiaro il cammino
come il sale che brilla la pupilla
esplosa di un fiore

*

sulla pagina svuotata di segni
la notte incide formule e gesti
poi tenta gli occhi la pelle un idillio
di voci sgranate quando dici
il mio corpo ancora mi svela
quando reggi spenti equinozi
che sarebbe cera bruciata
per chi ha nuotato a ritroso
intera la superficie di una fiamma
per chi ancora respira della luce
deposta solo l’ora che imbianca
in mezzo al guado la sua ombra
che parla con lingua di sete
da un labirinto di acque murate

*

si origina dal tuo sguardo il volo
dai tuoi occhi che arrancano l’aria
mentre vegli mani d’infanzia
al riparo degli anni un battere
d’ali a pochi istanti dal lume
che precede un grido la bocca
trattenuta a spilli
dove vasto di vento il ricordo
dimora s’apprende alla grazia
frugata tra colori di neve
dissolti

*

un tempo concluso dai lampi
registro di fragili danze
al cospetto del buio
eredità di mondi
racchiusi tra pagine e brina
presagi che hai voluto sfogliare
offrendo alla veglia
suoni al fondo dell’acqua
e poi altra acqua
le stagioni respirate a fatica
la vocazione di un salice
che sfronda al cielo distante

*

al ritmo del fuoco
riprende i suoi accordi raccoglie
una nota dismessa
e la concede alla mano
operosa nel bianco
risolve un assedio di febbri
la notte indecisa
sorpresa dal passo di chi ritorna
da una crepa del vivere
apre le porte alla lingua
le pupille dilata in un lampo
sepolte di voci

*

al cospetto della polvere
anche il ricordo si scioglie
in macchie impazienti
una pozza di esaudite meraviglie
tiene dietro a reticoli d’alba
e cemento un sepolcro d’acque
disabitate e rari colpi di vento
a reggere l’onda che cresce
il profilo di un volto riemerso
per caso una florescenza un respiro
che al deserto s’impone
a un trascorso errore di luce

*

s’appoggia al notturno che migra
il pensiero d’un silenzioso distacco
uno spazio arredato da precipizi
di voce si enumera in sghembi
movimenti di pagine arabeschi
d’inchiostro che accelerano fughe
e disagi chiamando a raccolta
le ultime tracce di volo
ora che sulle labbra senti una fitta
e il tuo nome è il confine
dove palpita l’urlo d’una sfinge
morente

*

uno sguardo arenato
nello specchio più fondo
la mano che preme e marchia la carta
di ricami di muschio ammassati
a tempesta anche questo trasuda
la lingua a chi mastica cielo
membrane di sogno scomposte
là in fondo alla gola anche
questo disordine la fibra animale
che annega nel guado
di un diverso tramonto

*

è acqua che si acquieta
quando smette memorie di sorgente
al richiamo di un varco veloce
sopra mappe di sete è lingua
che si oscura votata nel segreto
a spiragli di luce
un astro che perde peso
risvegliando sensi agli amanti
è questo corpo che insiste
e nell’urto nebbioso dei giorni
libera sangue dagli argini
dalle dita qualche piuma invernale
il sigillo infranto di un nido

*

raccogli le foglie purpuree
che la sera conclude le foglie
sospinte nel vuoto lunare
scomposte esibite esplose
da un vincolo d’ombre ecco il tempo
che ci respira nei trascorsi
di un albero nel parto nel nome
nelle voci alla fonda negli occhi
nella traccia di vento
del nostro svanire all’approdo

*

resti di qualche luce
custodita per un cielo mai vissuto
salsedine che rischiara derive
s’incolla alle mani con la tenacia
vischiosa del naufragio
e alla bocca regala parole
senza suono frange in bave di tempo
alfabeti scomposti in oceani
di nuvole ombre di una comune sera
per la pupilla che risale le dita
fino agli orli franati del ricordo
fino a un volto ferito d’infanzia

*

prova a trattenere il crepuscolo
prima che l’estremo sbiadire
dei colori trovi requie sul tuo volto
ascolta la squilla sul filo delle pietre
il varco sonoro dove sabbia e radici
restituiscono il duro lavoro del giorno
qui non un gesto che dica il prossimo
squarcio il morso del fuoco
che indurisce cristalli nel palmo
neanche il buio che preme e squama
le impronte degli occhi solo il ritmo
fraterno delle cose immaginate
in piena luce materia vivente
visibile appena il tempo di passare

*

suoni a memoria
in luogo di sillabe e accenti
un più di polvere che maschera
segmenti di notte una materia
verticale di brividi
che continua una pagina
inesistente
sul rovescio del cielo
il calco di un mattinale
dissolversi
d’ombre

*

inizia dove la voce è spazio
di una ferita uguale una metafora
imbandita da giorni minori quelli
che annaspano nella traversata
in prospettive d’isole
inalberando indici di esilio
o coprono paesaggi di neve
per interposta assenza di vento
con una rosa
una parvenza di luce
un inciso

*

visitazioni di parole nel tempo
immaginando cosa nascondono
di gesti incompiuti le mani
pietrificate senza lume
quanta l’incuria in calce ai suoni
ripetuti in forme di abbandono
fino a scoprire il labbro
dove ripara un grido
scampato alle carte della sera
una dimora d’ombre e fortuna
in cui si recitano pensieri
a una corolla il sillabario delle api
udito alla foce del respiro

*

macerie in bilico e nello scollo della frana
tutto il candore
dei germogli agghiacciati
in passaggi di stagioni
materia di canto orfano dei silenzi del ramo
teso come un arco
aereo sulla superficie del pensiero
tra le grate del ciglio semplice traccia
levigata reliquia del vento

*

passioni inudibili fiutando la cera
la lampada erbosa che inscena il distacco
o trama in punta di pelle
un vuoto chiazzato ai bordi del buio
uno stilo una bolla un flauto in disuso
che pende affrescato alla bocca
regala silenzi di neve al tuo passo
materia d’esilio all’azzurro

*

il dolore mormora la vita più lontano
irrompe per dire la smania l’ansiosa
caduta in principio di volo ma
si parla di giorni nemmeno compiuti
e sostanze intraviste per caso
per esempio un muschio un lievito
metamorfosi d’aria di pollini
della terra che rimane nel palmo
custode di ogni richiamo
sorgente acerba dell’ala

*

rimani di guardia all’alba
vivente parentesi
nell’ocra bruciato delle ore ombre
d’alberi al dito e il capo
tenuto in disparte
da un pudore di anni di solchi
s’appartiene a parole mai dette
secrezione che regge un bisogno
fiorire
appassire
al modo inconsapevole degli astri
in obbedienza cieca alla spina

*

nessuna necessità
nessuna figura a ombreggiare
luci di radura
nel verso che realizza un disegno
il bilancio di un tempo
non ancora scaduto quando
la lingua aspira angoli di notte
alfabeti inattingibili
alla voce tutto un cielo
che sgrava coralli verbali
orazioni dall’iride diaccia
di stelle appassite di specchi
increspati lascivi di vita

*

un sintomo bianco
nel gioco del sole un balzo
d’insetti nella calma del rovo
malattia che tutto muove
e trascina a un dettato febbrile
di sensi rappresi
aggrumati per somiglianza
in soprassalti di mare
domani un letargo
memoria senza risveglio
dove riposano polvere e lampo
indecidibili sequenze del sempre

*

impressioni di sabbia nell’annuncio
labiale arrecato dal vento
s’inclina disperso per legge d’isole
e cielo un vapore dettato da tante storie
sfigura a brani il percorso dell’occhio
più spesso il corpo di una parola
porosa che esplode
sanguinante nella mano

*

sera che dubita la pupilla arresa
il soccorso per rampe
definite dalla fissità della luce
carte a grappoli che scivolano sul viso
a dettare inudibili immaginarie grida
sapienti di sangue e memoria
sera di un’ultima carezza sulla pelle
un fuoco che nell’inguine s’accende
come il faro di guardia
a un mare deserto

*

la tua ombra è un crocevia
di mondi in transito neve
e rose sognate
usando un respiro che arde
tra le spine del ricordo
dove la tua figura s’indovina
quando gli occhi sostano
tra luce e fiume
madre che dall’acqua
porgi la tua mano un gesto
la misericordia di un chiarore
per essere ancora fuoco
sotto il foglio che regge il giorno

*

dissacra la pupilla del mondo
il castigo deciso dalla luce un fiotto
di sangue lo svela
che risale le labbra come pane
raffermo dilata la bocca in lente
forme d’incendio e dalla mano
percorre il tuo nome
da masticare lettera dopo lettera
senza gli umori della voce lontano
qualcuno scrive sull’acqua
il profilo di un’orma imperfetta
nell’oblio di sorgente qualcuno
che veglia l’ombra recisa
dei tuoi fogli offerti in pasto
alla sera

*

all’inizio è una forma d’onda
una cresta aerea che si offre
alla spartizione del moto poi
il caso che si libera tra ipotesi
ed evento forse la lettera finale
di un ricordo una vela che si oscura
negli specchi franati di ieri
in cambio di un accordo muto
di una lenta consunzione
senza cenere

*

Francesco Marotta <!– –>

_______________________________________________

Quando lessi per la prima volta “Esilio di voce”, mi si palesò un’immagine *ResurrExit* – Kiefer. Una lettura per immagini la mia, che mi consegna la poesia di Francesco quale eredità di parola, verbo, sillaba, ostinatamente urlata sin dentro la luttuosa cecità delle *orecchie murate*, in sfida agli inganni, ai dubbi, alle norme ed ai codici da violare per oltre-passare – traghettare – in un naufragio privo di argini, fin dentro la visionarietà di angeli spiumati, capaci di verità di carne oltre ogni inverno, oltre l’inferno di presagi e bilanci tra presente e memorie, in una sferzata *paleontologica* e sfacciatamente evocativa di riordinata lingua.

n.c.

*

da QUI l’intero articolo è scaricabile in pdf

*

Dal quaderno originale de “L’arte dimenticata di morire” (QUI i pdf delle sue raccolte, tra cui -appunto- L’arte dimenticata di morire) sono stati espunti otto testi poi confluiti nella silloge “Hairesis”, pubblicata in E-book da Biagio Cepollaro nel 2007 ( http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/MarotHaiTes.pdf ); tra questi otto testi vi é una poesia in particolare di Francesco che per me è carezza, guida, anima, la poesia che dà senso al mio scrivere ed al mio resistere, quindi l’ho letta, a modo mio.

Clicca sulle note per scaricare il file mp3

*
Fino all’ultima sillaba dei giorni
.
scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
.
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
.
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)
.

Francesco Marotta

17 comments


  1. 97 Da quella parte onde non ha riparo
    a picciola vallea, era una biscia,
    forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

    Tra l’erba e’ fior venìa la mala striscia,
    volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso
    leccando come bestia che si liscia.

    la striscia,la mala striscia, quella dell’albero, quella dell’ardita conoscenza, quella che ci mise in cammino e bruciò le nostre originali tracce. Non hanno altro che una “scia” i retti-li(g)nei movimenti a forma di onde,in-cidenti sull’erba, un vasto mare in cui perdiamo il nesso,perdiamo l’or(a)ante, cedente il passo alla fiducia su qualcosa che è vuoto, quanto di una parola. Striscia la storia, un fum(m)o, una nuvola spessa quanto un fiato e si alliscia la parola dicendosi,pro-nunciandosi, si spoglia di una natura, il nostro corpo in cui è affogata, per trasi in aria e svuotarsi.Si dà in velina, in velata forma che mai disvela alcuna verità. Striscia il male verso la sua f(r)onte e lì trova vuota la sua scorta dimora, un terreno d’insidie in cui da solo si assedia, con falsi troni impera ciò che per sua natura cade, decade.
    Bellissimo il canto VIII, quello in cui l'(h)ora si fa preghiera e ascolto. Grazie Francesco per questo tuo cammino, ricco, davvero ricco di luoghi che mi è fiorito quanto il giardino, nella valletta,quando ancora tutto è in movimento e tutto è “celeste” navigazione.ferni

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      1. penso che la poesia, nella scrittura di francesco, abbia così tanti ris-volti che il mio è solo un piccolissimo,minuto frammento. Ciao.f

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      2. che la poesia di Francesco ha un’infinità di risvolti, cerco di dirlo da una anno circa, tagliando, aggiungendo, modificando le mie sempre zoppicanti parole ad ogni “incontro” di senso e scoperta, scoperta che nel particolare caso della poesia di Francesco deriva anche dallo studio che via via intraprendo seguendo i suoi sassolini, come Pollicino che cerca il filo che lo conduca fuori dal bosco.
        “Incontrare” la poesia di Celan ed intrecciarla nel mio immaginifico ai volti dei bambini di Terezin, alle loro poesie, ad esempio, è stato determinante per sciogliere alcuni nodi ai miei passi.
        Poi il risultato (mio) resterà sempre un’ombra nell’orma, ma così dev’essere ed è giusto che sia, trovare le chiavi di una poesia, trovarle tutte non è salutare, non serve né al lettore né alla poesia stessa e – in fondo – non è possibile, giacché essa nasce in un momento, da una scintilla così intima e profonda che non la si può smembrare su carta per analizzarla scientificamente; scinderla nel suo “inner” come fosse un atomo, una cosa, un nucleo, sarebbe profana vivisezione, che non porterebbe a nulla, essendo sempre il nostro nucleo, la nostra scintilla implosa a riflettersi nel testo – nostro malgrado.
        Ed è questo – a mio mediocrissimo parere – a rendere alla poesia la sua “aura incantata delle origini”, quella incontaminata-incontaminabile purezza di pensiero ed intuizione che transitando si tramuta come un virus benefico infettando i predisposti all’accoglienza, così com’è accaduto a te che “impollinata” sei “fruttata” con una lettura pregna di un intimo grido di bellezza, stupore e dolore che dalle origini del peccato di natura animale, emotiva eppur razionale cerca senso e riscatto dall’aberrazione attraverso la via della tortuosa e “salata” conoscenza che pur non libera l’animo dai suoi fantasmi e dalle sue domande.

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  2. E se diventassi …gelosa per tanto amore? Per poesia…nessun problema,ma per f….! In fondo abbiamo una sola cifra che ci differenzia no? f. lui, f. anch’io? che strano luogo la parola…un… so…ff(d’)io!
    La tua riflessione una immersione! grazie,f.

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  3. Grazie, Natàlia, per questo ennesimo “dono” e per le acute riflessioni che vi aggiungi. E grazie a Fernanda per la sua condivisione e le sue considerazioni.

    Un abbraccio grande ad entrambe.

    fm

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  4. Che dire…sono senza parole adeguate. Marotta è come sangue e carne,vento e sole,vita e morte. Non mi capitava di leggere tanta bellezza in versi da secoli.
    Grazie a Natalia e grazie a Francesco Marotta per tutto questo.
    Federica

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    1. Grazie Federica e Grazie Carmine, proprio oggi parlando al telefono con Enzo di queste che per noi sono state delle “giornate Marottiane” – ricordo che oltre ai nostri post è uscita una bellissima nota critica su “Esilio di voce” a cura di Stefano Guglielmin su Blanc de ta nuque ( http://golfedombre.blogspot.com/2010/02/francesco-marotta-inediti.html ) – siamo giunti a dire una stessa grande cosa, ovvero che Marotta non è un grande poeta contemporaneo, ma il più grande Poeta contemporaneo.

      a voi il mio grazie ed un abbraccio.

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  5. Grazie Nat per questo post, per la tua stupenda lettura dei testi di fm, per la tua grande generosità.
    E grazie, anche da qui, a Francesco Marotta, con grande stima e affetto.
    stefania

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