Profondità – di Paolo Triulzi – articolo

Lo straniero di Albert Camus. Solaris di Stanislaw Lem. Il processo di Franz Kafka.Questi sono i tre libri di cui consiglio fortemente la lettura e insieme, e altrettanto fortemente, la sconsiglio. Il consiglio e l’avvertimento promanano, in realtà, dallo stesso ordine di motivazioni.

I testi che ho elencato sono tre riconosciuti capolavori della letteratura mondiale, ma non è questa, ovviamente, la ragione che me li fa raccogliere in terna e raccomandare, e sconsigliare. La ragione per la quale compilo un’avvertenza a quei libri, e il fattore che me li fa accomunare, è la profondità psicologica che, in quei testi, gli autori sono riusciti a raggiungere grazie alla narrazione e all’invenzione letteraria. Non è un caso che i tre romanzi siano tutti ambientati in una sorta di extra tempo, in dimensioni non esattamente coincidenti con i contesti vissuti dagli autori. Le vicende narrate esulano, in parte o completamente, dalla quotidianità degli scrittori e trattano di vicende che possono considerarsi delle allegorie esistenziali, delle epopee dello spirito nelle quali ogni spirito, anche in tempi e luoghi differenti, può immedesimarsi.

La profondità, comune alle tre opere, è la caratteristica che fa di questi libri un ponte di collegamento fra la realtà fisica delle pagine coperte di simboli convenzionali e l’interiorità degli esseri umani. Esprime la capacità dell’uomo di ragionare intorno a se stesso e calarsi sempre più nel mistero da lui medesimo rappresentato, il mistero dell’essere umano e della sua, mai completamente sondata, capacità di immergersi nella propria dimensione teorica e astratta: il pensiero. Quando incontrano un lettore predisposto quei libri hanno il potere di sovraeccitarne il sistema nervoso e portarlo a una immedesimazione empatica con le vicende psicologiche dei protagonisti, degli Io narranti. La lettura dei flussi narrativi promananti da Joseph K., da Meursault, da Chris Kelvin, è in grado di scorrere all’interno della coscienza del lettore come una corrente separata ma integrata al flusso coscienziale personale del lettore medesimo. Il lettore si troverà a vibrare dall’interno di una nuova vibrazione, quella prodotta dal libro, senza che però questa venga avvertita come estranea, o indotta, e sarà gettato in stati di prostrazione ingiustificati da accadimenti reali contingenti. Subirà lo sviluppo emozionale dei personaggi. Guarderà, in sovrapposizione alla propria visione del mondo, attraverso la lente costruita dallo scrittore con i propri stessi flussi emozionali. Il pericolo per il lettore è quello della sofferenza, è bene dirlo. Questo è l’avvertimento. La sofferenza speciale di cui si farà esperienza, però, non sarà legata in maniera particolarmente stretta alle vicende oggetto della narrazione, sarà piuttosto una doloranza interiore, un tipo di prostrazione, lo ripeto, oggettivamente ingiustificata. Sarà una manifestazione artificialmente indotta del male di vivere montaliano; sarà la riprova, oserei dire scientifica, che quel male esiste e alberga dentro di noi come il virus sopito di una malattia originaria e cronica, pronto a ogni buona o cattiva occasione a risvegliarsi completamente e a manifestarsi, con tutta la sua carica irrazionale, nuovamente.

@ articolo di Paolo Triulzi 

@post di gianni montieri

6 comments

  1. Come a dire che c’è un’etica del dolore…è il dolore del risveglio dopo l’anestesia, un dolore che peggiora per quell’immediato senso di perdita (per l’asportazione chirurgica delle nostre illusioni, se la lettura in oggetto è di chirurgica “profondità”). La lettura o la rilettura di uno di questi classici riguarda proprio quell’andare e venire del dolore e il convicimento che la conoscenza (o meglio, un’intelligenza della condizione umana) sia in fondo un necessario punto di (ri)partenza. Chiudere il libro riguarda la stessa “pazienza” di una guarigione, la pazienza del trovare la corretta posizione di un braccio o di una gamba…

    Un saluto a Paolo, sempre attento e sensibile…e a Gianni che ha ben postato, come sempre.

    Giovanni

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    1. Dici bene, Giovanni, quando dici rilettura. Ho constatato che quei tre libri si prestano particolarmente a essere riletti, specie lo Straniero. E, devo dire, ogni rilettura, lungi dall’esaurire il potenziale del libro, sortisce effetti sempre più devastanti. Devo ancora finir di capire se stare a questo gioco è puro masochismo o esigenza terapeutica. Forse devo rileggermeli qualche altra volta.

      Un saluto a te.

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  2. Paolo mi ha parlato di questo confronto che stava facendo su questi tre libri, settimana scorsa mentre aspettavamo di entrare al cinema. Mi è parso subito un discorso e punto di vista interessante. Ed eccoci qui. Sono abbastanza d’accordo con quello che dicono sia luigi che giovanni. La profondità cui accenna paolo (e che provocatoriamente sconsiglia) è l’ingrediente necessario. In questo caso quello che distingue questi libri da altri. la differenza (forse) fra romanzo e capolavoro

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