Luigi Socci – freddo da palco

Capita di andare ad Ancona, di entrare alla Feltrinelli, trovare il libro di Socci (di fianco a Ginsberg, secondo un ordine alfabetico a me sconosciuto), comprarlo caricando punti sulla tessera che scalerai a Milano. Capita di leggere il libro due/tre volte in treno (l’aria condizionata molto più fredda di qualsiasi palco). Avere la certezza che qui non si scherza, fra queste pagine si fa poesia sul serio. Pensare di scrivere una piccola recensione al libro naturalmente con la tempistica partenopea che mi è consona. Ed eccomi qui, qualche mese dopo, di nuovo con “freddo da palco” fra le mani.  Luigi Socci mi insegna qualcosa ogni volta che lo leggo. Mi insegna che la poesia ha bisogno di un certo riguardo,  di una cura senza la quale la parola non è. Non serve.

Della poesia di Luigi amo lo sforzo di non stare sulla superficie delle cose, amo lo sguardo attento che ti fa notare qualcosa che non avevi visto. La nuova prospettiva. Se c’è una tenda a far da filtro fra noi e le cose, fra noi e la gente, Socci la sposta e ti porta a vedere.

E’ una lettura intensa mai banale che consiglio a chi ama la poesia e non solo. La consiglio a chi leggendo ambisce a qualcosa di più.

*

Siamo preda del freddo
da palcoscenico dell’aria
che viene dal sipario

serrati in prime file riservate

è un tipo di teatro
che va oltre il suo orario
un tipo di teatro che è vietato
perdersi le puntate.

*

Si può perdere il senso andando a tempo
può spezzarsi l’incanto
se vibra senza suono da una tasca
qualcosa di non spento.

Sarò il tuo specchio per guardarti dentro
culturista dell’occhio
agonista del muscolo
che goccia a goccia tira indietro il pianto.

*

Il tritone accasciato in Piazza Barberini
mollemente su gambe
di pesce ha torso umano.
Le proporzioni sono iperreali.
L’età  della pietra portata bene.
Le tre api papali
nella posa perenne e non per sete.

Così questo sarebbe
il “tritone canoro” perché suona
(una sinestesia zampilla dalla buccina)
e l’acqua è simbolo di fertilità .

Ma quando manca l’acqua
rimane come rimangono le fontane senz’acqua:
anfibio alla ricerca di un bicchiere
dal suo strumento a fiato impara a bere.

*

Ultima prima al “Na Dubrovka”*

Il teatro russo degli anni ottanta
mi stanca.
Il teatro russo degli anni novanta
invece incanta.
Ma il teatro russo degli anni zero
è vero.

La realtà si realizza il passo è corto
tra la vita e il teatro prende corpo.

La scena dilagava in sala e a casa
veniva a chiamarci per la catarsi
per renderci partécipi (spettatori carnefici)
dell’irripetibile evento.
Imparavo a memoria la mia vita
come una vittima di talento.

Quella sera era meglio se non ero
in abito nero per l’occasione
come a una prima i capelli in un velo
la vita ristretta da un cinturone.

Io quella sera
proprio io non c’ero
e se c’ero dormivo e morivo
già cascavo dal sonno e mi gasavano
(posto 12 fila C)
la testa mi andava giù.

Epidemie di tosse
rumore di giunture che disturba
la già pessima acustica, asfissiando
è difficile farsi sentire.
L’emissione vocale del morire
non arriva alle ultime file.

Nel personaggio a cui davo la vita
mi identificavo alla perfezione :
il mio cadavere in carne e ossa
in attesa di identificazione.

Centinaia di comparse disperse
rivolevano i soldi del biglietto
perché il passo che separa la vita
ora era fatto.

Una cappa di fumo scendeva dal soffitto
come un effetto speciale reale
la mano si poteva allungare
per vedere se tutto accade.

Mi confondo nei ruoli.
Mi confondono i ruoli.
Mi credo e mi capisco.
Dico l’ultima poi mi finiscono.

*Il 23 ottobre del 2002 un gruppo di terroristi ceceni prese in ostaggio un’intera platea di spettatori all’interno del teatro moscovita “Na Dubrovka” con i tragici esiti che tutti conosciamo. Nelle mie intenzioni questo testo dovrebbe svolgere la funzione di lunga didascalia in versi all’immagine della giovane terrorista addormentata-morta in poltronissima.

Luigi Socci

@ Luigi Socci – freddo da palco – collana i misiotis – ed. d’IF

@recensione di gianni montieri

4 commenti su “Luigi Socci – freddo da palco

  1. è una meraviglia…
    prendo nota.
    prendo nota di tutte le emozioni che mi corrono addosso…lungo la spina dorsale della parola

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