Enzo Campi legge “Reflejos” di Natàlia Castaldi

REFLEJOS

Ti fossi stata notte
avrei abitato i sogni
in tango di stelle e luna

Nel riflesso del lago argentato
avrei intessuto caviglie e polpacci
in geometrie d’archi tra nuca e schiena

Ti fossi notte ancora
leverei cime di giunchi a scimitarra
per silenziare il ronzare delle ore

mentre la danza
s’increspa sulla pelle
alla deriva

(Natàlia Castaldi)

L’approccio critico a una poesia non dovrebbe mai essere univoco. Quantomeno dovrebbe prendere in considerazione vari aspetti. Non è sicuramente questo il luogo per analizzarli (travisarli) tutti, per cui concedetemi uno sguardo, per così dire, approssimato e obliquo.

Cos’è lo sguardo obliquo?
Tutto ciò che non si accontenta del semplice fluire sulle linee orizzontali rientra nella categoria dell’obliquità.

Partiamo dal titolo: “Reflejos”.
Consideriamone almeno tre accezioni: riflesso, riflessione, riflessività.
Non a caso la poesia si apre con una proposizione riflessiva: “ti fossi stata notte”.
Sembrerebbe una semplice asserzione, ma in realtà dice molto più di quanto non sembri a prima vista. Intanto, poco più avanti, si ripete differenziandosi in apertura della terza strofa.
Basterebbe solo questo a renderla il vero leit motiv della lirica.

Come sempre accade (o dovrebbe accadere) non è tanto importante dare risposte quanto continuare a proporre domande.
Accadimenti?
Cosa accade qui?
Molto semplicemente (si fa per dire) ci si dà attraverso una delocazione che permette il connubio tra due particelle pronominali: il “mi” del nome proprio e il “ti” della disappropriazione.
Il “ti” – ponendosi a favore del nome – è qui sostantivato, non solo grammaticalmente ma anche semanticamente.
Il “ti” rappresenta, a tutti gli effetti, la delocazione del soggetto.
Qual è il soggetto?
Molto semplicemente l’io. Un “io” che non si accontenta della sua condizione “al singolare” e che pretende la coabitazione con l’ “altro”.
Ma prendiamoci il tempo di arrivarci per gradi.
Una semplice particella pronominale apre le danze e fomenta il “transito” della parola.
Parole penetranti (“ti” fossi notte) e che avrebbero potuto penetrare (“ti” fossi stata notte).
La variazione del tempo verbale è già sinonimo di una variazione di genere.
Mi viene da usare un termine squisitamente derridiano: trans/partizione.
Quante volte appare il “ti”?
È presto detto: 2 volte.
Il “ti” si deloca, si rialloca due volte attraversando e attraversando-si nella pluralità dei suoi stati d’animo.
Variazione dello stato d’animo come variazione di genere (e di enunciato , – non a caso ho parlato di particella semantica)?
Un’ipotesi nemmeno tanto azzardata; basti pensare che il passaggio (trapasso, trans-passo, trans-partizione dei passi) ri-partisce i vari momenti allocandoli in uno spazio che è anche temporale (semanticamente: “il ronzare delle ore”; grammaticalmente: il passaggio dall’imperfetto al trapasato), non disdegnando inoltre di provvedere anche alla spartizione (spaziamento) delle parti di sé, alla ridistribuzione spazio-temporale delle “particelle” che compongono il suo nome e che mettono in scena il “récit” della disappropriazione.
In poche parole: il “ti fossi stata notte” enuncia un rimpianto e il “ti fossi notte ancora” enuncia un desiderio. In entrambi i casi si afferma una “mancanza”. C’è qualcuno o qualcosa (non importa chi o cosa) che non c’è e a cui ci si rivolge per riflesso, per riflessione e per riflessività.

Bisognerebbe qui considerare tutto il ventaglio delle particelle pronominali: il “si” del render-si (anche accentato e raddoppiato, alla Derrida: sì, sì ; che qui viaggia in un regime di simbiosi parentale con “vieni”, “vieni-mi”, “venir-ti”), il “ci” dell’esser-ci, il “mi” dell’eterno ritorno a sé, il “ti” del desiderio, il “vi” del dono, ecc.
Basti considerare (indagare, riflettere, disaminare, ponderare… tutti sinonimi di riflessione ) che esse vengono generalmente usate come complemento di termine al posto di “a me – a te – a sé – a noi – a voi”.
C’è quindi un qualcosa che parte da… e arriva a…
Un percorso (i passi da compiere… meglio se “danzati”) che presuppone un “dono”.
Pensate come una semplice (e sottovalutata) particella pronominale possa instaurare il seme della differenza e aprire la porta all’alea (in letteratura bisognerebbe sempre rischiare) delle accezioni, alla trans/partizione delle possibilità. Il “ti”, in tal senso, diventa possibilista, inaugura cioè il palinsesto dei “supplementi”. Il “ti” lascia sperare in un “a venire”, ovvero: sia al compimento del desiderio che al consolidamento della mancanza.
In nome di chi o di cosa?
In nome del soggetto che si deloca (che muove i propri passi, che provvede alla propria trans/partizione, anche disappropriandosi) e in nome di quella cosa che si chiama desiderio.
In nome = a favore del nome = pro-nome.
Cos’è il pronome?
Una micro-parola che sostituisce il nome, o meglio: che agisce per conto di un nome, o meglio ancora: in nome di un nome.
Ma anche pro-nome come porsi a favore del nome.
Non un nome assoluto. Non l’io preso nella sua unicità, né tanto meno l’io che basta a se stesso.
Il nome è qui pluralizzato, vive in funzione di un presunto connubio.
L’io (si) auspica il contatto con l’altro, e l’altro serve da tramite per permettere all’io di dir-si, di dar-si o quantomeno di sperare che ciò avvenga.
In quest’ottica il “ti”, la particella pronominale nomina un nome doppio.
Avviene così un raddoppiamento del destinatario: non solo l’io, non solo l’altro, ma l’io e l’altro insieme fusi e confusi (con-fusi).
Il “ti” (si) risuona, si offre all’ascolto (“ci” offre l’ascolto di sé), si consegna al pasto cannibalistico della fruizione (il “si consegna” in questo caso andrebbe permutato in “mi consegno”).
Ne converrete, qui non ci sono particelle univoche e singolarizzate.
Ogni parte di sé dicendo X presuppone l’esistenza di Y.
Ogni particella viaggia all’unisono con un’altra o con tutte le altre.
Cos’è il “con”?
Prossimità (render-si prossimi)?
Coabitazione (con-divisione delle distanze: “avrei abitato i sogni / in tango di stelle e luna”)?
Fusione?
Cos’è la fusione?
Un ripiegar-si l’uno nell’altro (quelle caviglie e quei polpacci disegnati in geometrie d’archi non sono forse flessioni e ripiegamenti?)
Cos’è la confusione?
Il carattere imprescindibile dell’amore e dell’eros?
Non stiamo forse parlando di amore e di desiderio?
No?

(Enzo Campi)

36 comments

  1. E’ un piacere leggere questa “Bella” poesia di Nat attraverso i sensi acuti ed allenati di Enzo(esperto e sensibile critico).Un’ ottima scansione ed una precisa analisi.Buona serata ragazzi

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  2. Benissimo!
    La poesia di Natàlia in pixel, uno per uno letto e percepito da Enzo con attenzione certosina.
    Vivisezione apportatrice di altra vita, incredibilmente a risaltare!
    Dico bravissimi a entrambi, rischiando di essere banale, lo so.

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  3. Grazie di questo DONO che MI SI offre… che giunge con PASSI DANZATI al mio ASCOLTO, al mio SGUARDO OBLIQUO e alla mia RIFLESSIONE…
    La poesia e l’analisi… un connubio magico.
    Grazie davvero!

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  4. quando scrivi una poesia, non ti poni il problema della tua “nudità”, perché poni inchiostro sulla carta come fosse il tuo sangue che irrora la pelle.
    a volte scrivi con estrema naturalezza e forse un po’ troppa ingenuità, una poesia semplice, basata su due pronomi e non le dài molto valore, non la includi nelle tue raccolte, la dimentichi
    poi arriva Enzo, la viviseziona, e ne scopri la “nudità” e allora è come scoprissi il tuo corpo nudo in uno specchio e, improvvisamente, ti vergogni.

    “mi rimangio la parola” Enzo, la tua.

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      1. grande, la Silvia (ma non ci sarebbe bisogno di rimarcarlo…)
        che in un solo sguardo -attraverso la corrispondenza con le cime levate- è riuscita a cogliere l’ambivalenza semantica dell’ “ancora”

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  5. bello il testo e nitida la lettura fatta da Enzo
    penso che attraverso l’analisi di un testo l’autore possa “scoprirsi” e infine “riscoprirsi”
    può nascere magari un secondo testo, un nuovo sentire in chi lo ha scritto

    grazie, elina

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    1. sì Elina.
      magari non è questo il caso, ma capita che gli altri vedano in noi cose latenti e inespresse. e intrufolarsi tra le pieghe e tra le righe non è sempre pratica nefasta.
      grazie!

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    1. autore primo e autore secondo. il primo crea e il secondo s’illude di plasmare e levigare.
      il senso della scrittura?
      grazie Roberto!

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  6. Bella!!!L’ho vissuta sta poesia come una full immersion….
    mi avvolge, coinvolge e stravolge in un modo indicibile….per fortuna che c’è una chiusura, al mio avviso, un po “anoressica”,che in qualche modo ha raffredato i sensazioni in corso, altrimenti……
    cmq..mi spiego meglio….il finale, in se mi piace, e molto anche,ma non lo sento ben amalgamato al tessuto complessivo della poesia….ho quasi, quasi l’impressione che sia cercato e non del tutto spontaneo……x il resto, farei di questa poesia un vero monumento…comprendendo inevitabilmente anche il commento memorabile di Enzo…..perdonami Nat, x questa mia annotazione….ma non ne sarei capace, di fare a meno di esporla, dal momento che è già articolata in me……Edda

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    1. Edda, ti dico – in vero – che io questa poesia non la cito mai, non la includo nelle mie raccolte, la considero un momento, un appunto
      la chiusa con la sua deriva, raffredda perché risveglia, nel senso che è la contrapposizione del reale alla danza onirica ed alla tensione per un qualcosa di concluso o irrisolto.
      e poi … Edda, ma la miseria! che vengano le critiche anche feroci, sono quanto di più stimolante e produttivo ci possa essere.
      un bacione! nat

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  7. l’avevo posata
    sul filo dell’acqua
    quella parola appena nata

    non aveva ancora fatto un respiro
    non aveva ancora avuto un nome
    non aveva ancora avuto un potere

    se ne stava declinata
    tra la riva e l’ amo
    e in quella pesca voleva farsi rosso cuore di corallo

    se ne stava come un legno
    decorato dalle onde
    segnato dai mille pennini in burrasca della storia

    e voleva, voleva tenacemente,
    starsene quaggiù
    o qui dentro

    come un testamento
    una particella di tutti i pronomi personali
    e voleva salire sparire come alito nell’aria.

    Grazie a Enzo e a Natàlia , luci di riflessi e ri-flessioni.f

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      1. se permetti Natàlia mi siedo al tuo fianco sulla riva per ascoltare quello che Fernanda lascia fluire e risuonare

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    1. “levata” come dissoluzione.
      solo un soffio.
      acqua e aria come bordature per l’avvento.
      di ciò che c’è, di ciò che non c’è, di ciò che è venuto, di ciò che non è mai arrivato, di ciò che ci affianca nel “transito”

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  8. Emozioni che scorrono nelle vene e sgorgano come un fiume in piena e si sentono come linfa che corre..
    emozioni traslate in parole e così altamente messe a nudo..
    il timbro del “ti” fosse notte sa regalare una forte scossa.
    Grazie a Natàlia e a Enzo.

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  9. Ciao Natalia e ciao Enzo…
    Complimenti a entrambi. Un testo levigato e sognante e uno scandaglio inarrestabile a misurarne la portata e il -portamento-… portamento ottimo ed elegante. Mi siete piaciuti. L’unica mia riserva che non toglie nulla all’essenzialità del contenuto avviene a causa di questi versi:

    avrei intessuto caviglie e polpacci
    in geometrie d’archi tra nuca e schiena

    È che se riesco ad addentrarmi in una poesia la percorro nei particolari facendola mia e qui in questo punto preciso trovo un -nodo- (per la mia sensibilità, certo, che non ha la pretesa di essere “via” ) che frena in qualche modo la sensazione di equilibrio tra senso-suono-forma.

    Le immagini che mi arrivano si affastellano e si sovrappongono poiché le parole emergono nella loro specificità e la scena così descritta perde di suggestione acquisendo una credibilità che se analizzata, paradossalmente assume un’idea di non corrispondenza al disegno emotivo. Quello visivo lo annulla nell’impossibilità di trovarvi aderenza -fisica-…
    Mi sa che ho una mente contorta e forse non sono nemmeno riuscita a spiegarmi :-)).

    Un piacere per me leggervi entrambi,

    Doris

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    1. grazie Doris.
      era un po’ che non ti si leggeva in giro.
      nb
      magari sta a Natàlia risponderti ma
      non mi sembrava una postura da contorsionista…:-)

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  10. Sì, in effetti sono stata assente… Oh Enzo ma sei una cosa : – )) !! Hai centrato esattamente
    (non avevo dubbi) la mia difficoltà :-))
    Aspetto Natalia che sicuramente sorriderà di questo. Ciao a tutti è bello ritrovarvi.

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    1. ti leggo solo adesso, Doris, non mi ero accorta che c’erano altri commenti e ti chiedo scusa del ritardo.
      invero immaginavo una figura ben precisa del tango, in cui la donna (non so spiegarmi tecnicamente, ma cerco di descrivere la scena) si inarca leggermente all’indietro con la schena e contemporaneamente forma un cerchio quasi congiungendo la nuca al tacco, sorretta dal braccio del compagno che le cinge la schiena all’altezza della vita ritraendola a sé ….
      :-)
      eheheh… mi piace il “tango”.
      un bacio!

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