Intervista a Maurizio Cucchi

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Foto da Ilnuovonline.it

Maurizio Cucchi, uno dei poeti contemporanei più significativi, parla della sua poesia con Francesco Filia

  1. La sua poesia appare come una ricognizione inesausta del reale, come se fosse guidata da un principio euristico, ma, tale ricerca, più che trovare conferme alimenta i dubbi che l’hanno mossa. È così? In che misura nella sua opera poesia e conoscenza si legano tra loro?

Credo di sì. Il dubbio si amplia, si apre totalmente, ma questo produce nuove risorse, nuova vitalità, nuova possibilità di conoscenza mai esausta, anche se le domande chiave, le domande fondamentali che tutti ci poniamo, rimarranno senza risposta. Ed è una vera beffa che subiamo. La poesia si muove all’interno di questa spinta, che cerca di portare ai limiti estremi. (altro…)

Sotto il vetrino nero – “NEBBIA ROSSA”

 

cover originale

 

L’edizione italiana di Red Mist è Mondadori 2012, traduzione di A. Biavasco, V. Guani, R. Valla.
PER SUA NATURA, IL SAGGIO CHE SEGUE CONTIENE SPOILER

  1. Il cielo salvi certe cose, tra cui lei.

Il cielo salvi la letteratura d’evasione quando è dotata di tecnica e di intelligenza. Non parlo di libri che vengono, sconsideratamente, considerati tali (penso a saghe come Harry Potter) solo perché best seller in termini di diffusione, libri che gridano al classico dal primo rigo per chiunque abbia le orecchie sgombre dalle fanfare del caso editoriale. Parlo, più banalmente, di mero intrattenimento intelligente, meccanismo perfetto, gioia di correre da un libro come a un aperitivo tra amici.
Best seller, letteratura d’intrattenimento, letteratura d’evasione, fast book, letteratura di consumo sono parole scivolose, che toccano meri dati commerciali quanto fattori intrinseci al libro. Sono concetti di qualità e quantità, e per niente al sicuro da derive blasé. Nel linguaggio che userò d’ora in avanti, chiariamo subito, intenderò nient’altro che quello che Stephen King definì «quella cosa che ti fa dimenticare di avere l’acqua sul fuoco». Nulla toglie che Proust abbia lo stesso effetto, ma la differenza è che è raro che qualcuno afferri Proust dopo aver messo l’acqua sul fuoco. E un libro d’evasione dotato di tecnica e intelligenza, cioè quello a cui mi rivolgo quando sono stufa di togliere l’acqua dal fuoco al momento giusto, deve avere grazia, pulizia di scrittura, ma anche la discrezione necessaria a non chiedermi più attenzione di quanto sia necessario al resto della mia giornata. Come scegliere di guardare Grey’s Anatomy quando potrei mettere su un Buñuel, dando per scontato che non vedrei clip di bambini che cadono dalle altalene con risate preregistrate in sottofondo. (altro…)

Cristina Bove, Metà del silenzio

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Cristina Bove, Metà del silenzio, Pibuk 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Una mano sulla spalla, proprio là dove il dolore sordo e continuo accompagna i giorni, il tocco lieve e fermo: questo è per me l’incontro, che si rinnova con la raccolta Metà del silenzio, con la poesia di Cristina Bove. Quella mano potrebbe scrollare – ne ha tutta la forza e l’autorevolezza-  ma non lo fa; al contrario, quel tocco è l’invito alla sosta, alla riflessione, a un volteggio perfino, a condividere una danza, a percorrere un tratto di strada insieme. Quella mano e il suo tocco non possono essere disgiunti dagli occhi che la guidano, e quegli occhi guardano oltre, verso una dimensione altra. Attenzione, tuttavia: non ci troviamo dinanzi a una poesia che sfugge, spaurita e dimentica, il reale; semplicemente, lo attraversa, cogliendone orrori tanto palesi quanto palesemente ignorati dai più e, insieme, bellezze che si sottraggono alla superficialità e che non tutti, quindi, sono in grado di percepire. Viene spontaneo, dunque, l’accostamento a una raccolta precedente di Cristina Bove, Attraversamenti verticali, ma anche qui, come ogni volta mi accade, penso al superamento, che dell’attraversamento è compagno e affine e che ne costituisce una prosecuzione allo stesso tempo naturale e dettata da una volontà inconsueta. (altro…)

Donato Cutolo, “19 dicembre ’43”

Mi piacerebbe recensire, in una giornata così pertinente, l’ultimo romanzo di Donato Cutolo, 19 dicembre ’43. La data del titolo sfiora quella della battaglia di Montelungo (16 dicembre), che vide il ripiegamento tedesco sotto l’avanzata italiana e degli alleati. Clima di guerra mondiale, dunque, sfasatura di appena tre giorni, popolati, nel romanzo di Cutolo (la cui topografia è appena mutata ma perfettamente riconoscibile) da frammenti di ricordi, ricerche di superstiti, bandoli di rappresaglie, ferite.
Mi piacerebbe recensire questo romanzo, dicevo, ma temo di non poterlo fare senza due operazioni preliminari.

Innanzitutto il legame con quelle che sono le due opere precedenti di Donato Cutolo, entrambe edite, come 19 dicembre ’43, per ZONA: Carillon (2009) e Vimini (2012). C’è ben poco ad accomunare i tre libri per quanto riguarda le storie (la prima, una vicenda d’amore in un mondo che si colora in base all’umore dei personaggi; romanzo di formazione di un adolescente dopo la morte della nonna la seconda), ma tutto nella loro volontà di percorrere, per servire la narrazione, ogni possibile forma espressiva.

Violet - Nicola Ruoppolo

Violet – Nicola Ruoppolo

Donato Cutolo è un compositore (perfino le indicazioni di capitolo o altre ‘flashback’ o ‘flash-forward’ diventano ‘play’, ‘rewind’, ‘fast-forward’), e si avvale a sua volta di collaborazioni con musicisti del calibro di Fabio Tommasone (Carillon), Fausto Mesolella (Vimini, 19 dicembre ’43), Daniele Sepe (19 dicembre ’43). Paolo Rossi presta la voce, in una traccia audio, al primo capitolo di 19 dicembre ’43, con una lettura rasposa, sconsolata, paratattica, tanto simile alla prosa del libro. Non è possibile separare, e questo vale per l’intera trilogia di Cutolo, ciò che è scritto da ciò che è ascoltabile (i cd riportano tracce audio che, da accenni di milonga a brevi linee melodiche, si prestano a perfetta colonna sonora), così come non era possibile separare i toni del mondo dall’umore individuale in Carilllon o i colori dell’arcobaleno dalle personalità dei personaggi in Vimini. Cui l’artista napoletano Nicola Ruoppolo ha, ad esempio, dedicato un’illustrazione, a testimonianza di come la natura dei testi di Cutolo siano l’apertura verso varie forme d’espressione.

La seconda remora che mi impedisce di recensire 19 dicembre ’43 come romanzo su una storia privata all’intero della Resistenza (storia di amicizia messa in pericolo dalla guerra, di terrore, di bombardamento, di vita d’amore ostacolata dalla continua paura che lui-lei vengano passati al filo del nemico) è che 19 dicembre ’43 non è un romanzo, checché ne dica l’occhiello in copertina. Sotto qualsiasi analisi si voglia fare (dalla lingua alla struttura ai personaggi) 19 dicembre ’43 è una fiaba.

copertina

Il luogo è ben preciso, certo: un Paese asserragliato dalla guerra, dove più che il dramma della storia viene messa in luce l’impossibilità di qualsiasi intimità, nel male («tutto in frantumi. piccoli soprammobili, bicchieri, mobili, sedie, stoviglie, ogni oggetto è imbrattato e trasfigurato, violentato, fatto a pezzi e sparso ovunque») come nel bene («Filarono di orto, di casa in casa, i contadini non ostacolavano la corsa, li facevano passare dalle cucine, dalle stanze da letto, dalle finestre.»)
Una situazione di perdita dell’intimità che va oltre la guerra, che diventa perdita dell’identità stessa. Questo il brano di un momento in cui Ettore, il protagonista, si specchia in un lago per lavarsi non sapendo che i tedeschi sono in arrivo:

Sbaglio o sto invecchiando, Giorgio?
Si girò verso l’amico che però non fece una piega, rattrappito com’era dal freddo, ma quando volse di nuovo lo sguardo verso l’acqua trasalì: vide la sua faccia macchiarsi poco a poco di chiazze scure,  e in pochi attimi diventare completamente nera. Sfigurata.

Un altro termine che caratterizza una fiaba è l’inverosimiglianza dei personaggi, intesa come loro essere superficie di contenuto simbolico. Delle creature di Cutolo noi conosciamo, per suo volere, appena la linea che dal vissuto va al pensiero e quindi all’azione, e questo rende i loro comportamenti tanto credibili quanto ipoteticamente universali. Ecco allora i due amici, Ettore e Giorgio, il loro legame che risale ai primi della guerra, Ada, detta la fata per la sua bellezza e per la generosità con cui cuce per chi è più povero; ecco l’orco, il tedesco, che le fa scendere una mano sui capezzoli; e Aldo, figura quasi muta, gestore di una biblioteca che sembra cattedrale in mezzo al nulla, uomo che sa senza bisogno di sapere; ecco l’oggetto magico più che transizionale (il suo fazzoletto azzurro, che Ettore preme sulla ferita per fermare il sangue e non sentire dolore). E la prosa, che è paratattica e tesa alla ridondanza, alla ripetizione.

Chi si aspetta un semplice racconto di resistenza si armi, insomma, alla fiaba. La vicenda di Cutolo tra i giovani protagonisti e il lupo tedesco si scioglie non con la vittoria di questa o dell’altra parte, ma grazie a dinamiche che hanno a che fare con la rimozione e la memoria, il lutto come processo che è quasi incantesimo. Il finale verrà, ovviamente, taciuto; ma è il finale di una fiaba, esattamente, non di più.

© Giovanna Amato

Fabio Visintin – L’isola

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FABIO VISINTIN

L’ISOLA
Liberamente ispirato a
La tempesta di William Shakespeare

Round Midnight Edizioni, 2014

62 pagine, brossurato, bianco e nero – 15,00 €

ISBN 978-88-98749-01-0

 

 

Lo sporco nell’ombra scompare e sporcarsi nell’ombra è lecito
(pag. 30)

 

La prima cosa che si può dire guardando L’Isola, il nuovo lavoro di Fabio Visintin -illustratore e cartoonist che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni-, è che ci si trova davanti a un libro che parte da La tempesta di William Shakespeare e arriva altrove, attraversando il mare dei pensieri, quello delle citazioni e quello delle emozioni.

L’introduzione di Laura Scarpa definisce già la soglia che si sta per oltrepassare: “siamo isole, ma ci muoviamo in eterni labirinti, come topi di laboratorio, formiche che corrono in cunicoli, o penne che tracciano linee e racconti: lasciamo le nostre ombre”.

L’Isola, infatti, non è un semplice graphic novel; assomiglia più a un collage che sfrutta un bianco e nero (o meglio, un bianco e grigio) dal sapore anni cinquanta, con un tratto deciso e scuro, quasi notturno, e un intreccio di stili letterari che, all’apparenza, sembrano non avere nulla in comune.

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È una lotta tra luce e ombra nella quale Visintin, proprio come Prospero, il protagonista de La tempesta, interpreta la storia (la sua, la nostra) attraverso i suoi amati libri.

Il testo che accompagna le illustrazioni di questo volume non esemplifica mai il disegno ma ne rappresenta una chiave di lettura; il collegamento e il senso della storia sono a carico del lettore, un po’ come accade durante la lettura di una poesia.

È così che la difficoltà di vivere, la sconfitta dei sogni e il tradimento vengono rappresentati con l’aiuto di spettri e di ombre; i primi a rappresentare i bambini e l’infanzia (“piccole tartarughe mai arrivate al mare”) e le seconde le anime buie, l’altra parte dell’essere umano, quella violenta e distruttrice (“quel mare è troppo profondo e scuro e pieno di essere mostruosi, affamati e primordiali, ciechi e violenti, furiosi e sciocchi”).

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Visintin non è nuovo a questo tipo di lavoro, a questo assemblare storie apparentemente diverse in un unico volume; era già successo con Vita, amori, avventure veneziane di messer Gatto con gli stivali, ispirato a Puss in boots di Angela Carter, dove il Gatto con gli stivali diventa un personaggio teatrale che si muove tra Venezia e i radiodrammi della stessa Carter.

La ‘Round Midnight Edizioni si assicura una rilettura particolare della penultima opera di William Shakespeare, dove l’illustratore veneziano riesce a far convivere Konrad Lorenz con Carlo Collodi, Omero con Ray Bradbury, Euripide con Kurt Vonnegut, nella ricerca di una verità che esiste solo dentro l’isola che c’è in ognuno di noi.

Anche se in fondo, parafrasando Prospero, potremmo dire che tutto quello che Visintin ha disegnato è solo finzione e, come dice l’autore stesso, non sposta nulla nella realtà. Oppure no?

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per tre foto di Eugene Richards

2. natural-gas-flare-reflection- 3. eugene_richards_wind-window 1. Eugene-Richardss-snow-bed© E. Richards, The blue room, Phaidon, 2008

Prima lontana nella mente, così assente, così viva si accende la fiamma, segno che c’è stato e ritorna sul campo lo sguardo di Annie che un attimo di passato aveva spento. Fiamma, lontana allora e ora vicina: i suoi riflessi sulle macchine abbandonate toccano il vuoto.
Entrare nel vuoto, guardare da quello: il parabrezza è una finestra, la fiamma è di fronte.
Cerco vuoto su vuoto, quindi ne cerco un altro, altrettanto potente. Entro così nella casa. Due famiglie, pare, l’abitarono: nel 19** venne a viverci la famiglia Fogerty, lasciando Billings. Poi, dicono, motivi di lavoro li spinsero nel North Dakota. O forse altre sono state le ragioni, ma di più e meglio non è dato sapere. Si sa soltanto che seguirono anni senza proprietà, finché gli Smith l’acquistarono: davvero una bella casa, grande, con la soffitta. Annie, la loro piccola, giocava con le bambole rintanata nella sua stanza. Ma venne presto un vento di malattia, una malattia rara, incurabile, che incurante la portò via. Se ne andarono subito, gli Smith. Dal 19** la casa non risponde a voce d’uomo.
Nel giro di poco lì intorno se ne andarono tutti. Abbandonando tutto, come di fretta.
Due famiglie e due stagioni mi attraversano la mente. E il vento, gentile a volte, a volte no. Che entra da destra e porta luce dalla finestra; o da sinistra, invece, che rompe il vetro e getta neve sul letto dove Annie giocava e dorme ancora. O è là fuori, che s’infiamma in mezzo al campo.

Lì che dormono secoli di appunti,
sotto la neve… Quel campo fu nostro.
C’è nessuno? In fondo al vento
solo frammenti, qualcosa che spunta,
affanni di un passato.
Di chi? Chi era? C’è stata e c’è una casa.
Fuori e non più dentro trema una fiamma
e al centro una vita resistita nel suo darsi.
Per vocazione preme in una voce,
dice: vedrai e rivedrai, è occulto il fine.
Era questo, vedere. Giusto una virgola dopo, messa
al mondo, fatti eterni gli occhi e noi.

 

Cristiano Poletti

Babbo Bastardo (un Babbo Natale politicamente scorretto) di NIcolò Barison

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“Cosa farai quest’anno?”
“Niente fino a marzo, poi il coniglietto di Pasqua.”

 

Presentato Fuori Concorso al Festival di Cannes 2004, prodotto dai fratelli Coen e diretto dal talentuoso regista indie Terry Zwigoff (già autore della bella commedia Ghost World con Thora Birch), Babbo Bastardo (in  originale Bad Santa), è la storia di Willie (Billy Bob Thornton), che sbarca il lunario mascherandosi da Babbo Natale nei grandi magazzini durante le festività, dove, come direbbe lo stesso Willie, è costretto ad ascoltare i desideri di una sfilza di marmocchi mocciosi e petulanti. Il suo partner si chiama Marcus (Tony Cox), ed è un nano di colore che si traveste da folletto, in arte “piccolo aiutante di Babbo Natale”. I due, in realtà, sono dei truffatori e usano questo escamotage per derubare i luoghi in cui lavorano.

Stufi dei classici film di Natale per bambini dove tutti sono felici e spensierati, i cattivi diventano buoni e l’importanza dello spirito natalizio vince sempre? Bene, se siete alla ricerca di un qualcosa di natalizio, ma che al tempo stesso ne demolisca l’essenza, allora questa è la pellicola che fa per voi. Acido e senza mezze misure, pieno di alcool, sesso, immoralità e maleducazione, Babbo Bastardo rappresenta un’opera atipica e unica nel suo genere, una riflessione adulta e politicamente scorretta sul Natale, se vogliamo scomoda ai più, dato che l’obiettivo dichiarato è proprio quello di demolire sotto tutti i punti di vista lo spirito natalizio. Grande merito della riuscitissima operazione è dovuto a un Billy Bob Thornton in stato di grazia, supportato in Italia da un convincente doppiaggio del bravo Ennio Coltorti, che interpreta perfettamente il volgare, depresso, sesso dipendente (con una particolare predilezione per le “donne dalle taglie forti”), alcolizzato, bipolare, ladruncolo Willie, che ogni anno, puntualmente, si traveste da Babbo Natale nei grandi magazzini di varie città per poi svaligiarli, essendo un abilissimo scassinatore di casseforti. La figura di Willie, è quanto di più distante da quella di un normale Babbo Natale: invece di essere felice e buono con i bambini, è scocciato e crudele con essi, senza dimenticare che è quasi sempre ubriaco e li insulta pesantemente, chiamandoli con i peggior appellativi. Il suo personaggio, sebbene apparentemente susciti ilarità, cela nel profondo un animo fragile e decadentista. La sua misera esistenza sembra consistere in un profondo letargo fra l’estate e il Natale. Non conosce minimamente, né rispetta la ritualità, per esempio distrugge da ubriaco il calendario dell’Avvento o prende a calci e pugni una renna di Natale. Il fatto di essere in grado di scassinare una cassaforte è l’unico modo per trovare soldi, per poter riuscire a campare e a comprare superalcolici, mentre inganna l’attesa dell’arrivo di un nuovo Natale e di un nuovo centro commerciale da svaligiare.

Il film non perde un colpo e sa intrattenere con brillantezza durante tutti i 93 minuti di visione, e si fa portatore non solo di un’irriverenza mai fine a sé stessa, ma anche di una motivata morale di fondo sul valore dell’amicizia, che non va comunque a minare le tesi pessimistiche di fondo, quale il difficoltoso rapporto fra Willie e un tenero ragazzino obeso, piagnucoloso ed ingenuo, impeccabilmente interpretato dal giovane Brett Kelly. Le turpi gesta di Willie, le cui parole ciniche e al vetriolo producono sketch e situazioni davvero spassosissime, forse potranno far storcere il naso ai più perbenisti, ma sono, a mio modo di vedere, una satira riuscitissima ed intelligente sul Natale, inteso come festa zuccherosa e ricca di buoni sentimenti di facciata.

Babbo Bastardo non potrà mai essere trasmesso dalla Rai in prima serata al posto de “La spada nella roccia” la vigilia di Natale, e tutto ciò probabilmente è anche giusto, in quanto non è propriamente adatto alla visione di un bambino, ma questo film è indubbiamente un’alternativa molto gradita per chi vive questa ricorrenza con cinismo e disillusione, o comunque, ha voglia di decostruirla un po’ con intelligente ironia.

© Nicolò Barison

Le cronache della Leda #35 – Quasi Natale e altre cose

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Le cronache della Leda #35 – Quasi Natale e altre cose

No, non mi sto preparando al Natale. Mi sto preparando all’arrivo dei miei ragazzi dagli Usa. L’avvocato dice che ci invita tutti a cena la sera di Natale. L’avvocato ha sempre queste manie di grandezza, ma ci andremo, in fondo lui fa parte della famiglia. Dopo andremo ad aspettare la mezzanotte dalla Luisa, che mi ha detto che mica pensava di arrivarci a questa mezzanotte qui, poi ha aggiunto che magari un paio di balli (non di più) a Capodanno riesce a farli. Che matta. No, non potrà ballare, ma è viva, e nello spirito è più viva che mai. MI ha chiesto di regalarle dei libri di poesia, l’ho proprio deviata. Dopocena dalla Luisa verranno anche la Wanda e l’Adriana.

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“I grilli parlanti” di Andrea Ferazzoli. Nota di lettura

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Andrea Ferazzoli, I grilli parlanti, Editrice il Torchio, 2014, € 17,00

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È cronaca dei nostri tempi questo romanzo: I grilli parlanti stanno tutt’intorno, quotidianamente. Solo che, come spesso accade, non ce ne accorgiamo. Eppure gli individui spersonalizzati, sulle cui spalle si posano, sono quelli che popolano il nostro chiacchiericcio da bar.
È una strana premessa questa, lo so. Ma non è facile parlare di un romanzo che racconta una storia comune, se non comunissima; una storia che vede i protagonisti prigionieri da subito dei pregiudizi che stanno alla base della nostra società, o più ancora delle piccole comunità nelle quali viviamo.
Si finisce sempre per accettare la “norma del quieto vivere”, quella che ci costringe ad assurdi compromessi perché così han sempre fatto gli altri, e negli altri ci sono sempre i nostri genitori cui dobbiamo, vero, il massimo rispetto – sia mai il contrario! – e dei quali cerchiamo di seguire le orme, pur quando sappiamo che ciò va contro la nostra natura.
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“Palinsesti” di Marco Simonelli: Finzione su realtà

di Luciano Mazziotta

[Ho scritto questa sorta di “recensione” su Palinsesti di Marco Simonelli nel 2009, a due anni, del resto, dall’uscita del libro. So bene che oggi avrei detto qualcosa di diverso, come sono consapevole del fatto che lo stesso Marco avrebbe scritto il suo libro in modo differente: lo testimoniano gli ultimi testi e le ultime raccolte del poeta, nelle quali realtà e ipermoderno, illusione scenico-televisiva e psicosi dell’io si sovrappongono in modo sempre più caotico. Nonostante tutto ho voluto riproporre questo libro, sia perché lo trovo ancora unico nel suo genere, sia perché continuo a considerarlo necessario nell’ambito della poetica del suo autore e delle poetiche che si stanno affacciando nel nuovo secolo. lm ]

palinsesti

“La vita è costosa
oppure è vero che vivere costa?
Si faccia una domanda, si dia una risposta”

Marzulliana, Marco Simonelli

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Palinsesto (dal greco palin e psaw) significa “raschiato di nuovo”. È un termine tecnico della filologia che serve ad indicare i codices rescripti, ovvero quei codici già utilizzati, sui quali veniva passata una spugna inumidita per cancellare la precedente scrittura, ormai ritenuta inutile, e rendere il foglio nuovamente pulito e pronto per accogliere un nuovo testo. Il termine è passato negli ultimi anni ad indicare l’insieme delle trasmissioni televisive programmate da un’emittente per un determinato periodo. Questo passaggio di significati implica un primo raschiamento, una prima riscrittura o meglio una risemantizzazione del termine posto al servizio dei nuovi media che, a partire dagli anni ottanta, hanno influenzato gli atteggiamenti, i comportamenti e, molto più in generale, le vite di tutti noi.
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Anna Maria Carpi – due inediti (con una nota di Gianni Montieri)

milano foto di gianni berengo gardin

milano foto di gianni berengo gardin

 

NON LO SENTI ANCHE TU che non c’è più?
Il tempo non c’è più.
Tu sorridi: in che senso?
non stiamo forse andando…?
Sì, uno a uno,
ma finora il tempo era anche altro,
era anche un padre.
L’avevamo in comune.
Viaggiavamo attraverso i continenti
nel suo carico immane giorno e notte,
e il generoso non perdeva nulla,
teneva strette a sé
le feste le sciagure il come fu e il sarà.

È stato cancellato.
Now life is now. Tu, noi,
gli altri, altri
figli del nulla,
tutti passanti,
e folli come pesci nella rete
e in ogni sguardo in fuga
un “non ho tempo”.

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Musica “messa a fuoco”: un’intervista a Paolo Brusò

Focus on the Breath

Focus on the Breath

Oggi ospitiamo su Poetarum Silva Paolo Brusò, chitarra, voce, compositore; artista che affronta con grande elasticità e intelligenza tre progetti musicali molto diversi fra loro di cui andiamo a parlare: Margareth, Schrödinger’s Cat e Focus on the Breath.
Com’è già avvenuto qualche tempo fa, facendo 4 chiacchiere con Thomas Zane dei Kleinkief e con Marco Iacampo (a cura di Marco Annicchiarico), speriamo di incuriosire i lettori nello scoprire musicisti che ci piacciono. Facciamo parlare loro e la loro musica.
In un momento di sfrenato revival alla Jack Frusciante è uscito dal gruppo voglio ricordare il primo concerto dei Margareth cui ho assistito: credo fosse il 2007 e, uno dei miei miglior amici (amico a sua volta di Paul e compagni) mi trascinò al pub poco distante da casa. Guadagnai qualche birra e i loro primi EP. Quella musica, prima, dal vivo, mi aveva trascinata fuori da me e poi di nuovo in me, come accade (quasi soltanto) a vent’anni. Mi folgorò. Mi ricordò del mio amore per John Lennon, e quello che stavo ascoltando era una forma d’amore e rispetto simile a quella da lui professata nei confronti della musica. Una consapevolezza genuina del passato, con un orecchio rivolto al futuro. Non mi è sembrato, quella sera, di essere in una città di provincia in Italia, ma in altro luogo, in cui quei testi (in inglese) trovavano una sede diversa, non più consona, semplicemente diversa, e vera. Sette anni e sette o più vite dopo, eccoci di nuovo qui. Ringrazio Paul per aver accettato di rispondere alle mie domande e curiosità: ho grande stima del suo talento e della grande umiltà artistica con cui porta avanti il percorso che sta facendo. In coda all’intervista, qualche video. Buona lettura e buon ascolto!

© Alessandra Trevisan

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1) Iniziamo dal progetto collettivo più longevo, la band Margareth [con Alessandro Benvegnù, Alessandro Fabbro e Niccolò Romanin]. Si leggono molte recensioni sul web o altrove che parlano, negli anni, della vostra evoluzione dal folk-rock e rock di ispirazione beatlesiana al rock più elettronico dei Radiohead (riduco a due termini solo per orientare la lettura), ma vorrei chiedere a te, ora che son passati due anni dall’uscita dell’ultimo disco Fractals (Macaco Records, 2012), raccontaci quale pensi sia stata la vostra storia e quale direzione sta prendendo ultimamente il gruppo, musicale-stilistica-utopica che sia, vista anche l’uscita dell’EP Flowers nel 2013. Musicalmente è più sofisticato di Fractals, a mio avviso, è qualche passo in salita, stratificato per l’utilizzo maggiore di strumenti acustici, per l’utilizzo più ampio dell’elettronica e per il polistrumentismo che mettete in atto nel ‘live’.

Ciao Alessandra e ciao a tutti i lettori. È la prima intervista ‘individuale’ della mia vita, wow! Grazie per avermi contattato, e per aver condiviso i tuoi pensieri su quel tuo primo concerto dei (giovani) Margareth. All’epoca eravamo un’altra band: suonavamo canzoni in punta di dita, frutto di momenti emotivamente delicati; puntavamo a rilassare l’ascoltatore, a farlo sedere assieme a noi. Venivamo da esperienze diverse, e da buoni ventitreenni avevamo già avuto i nostri gruppi rock, punk, reggae, ska, hardcore. Avevamo appena scoperto che si poteva suonare anche senza fare ‘casino’, e ci piaceva. Era bello, era come innamorarsi. Poi il tempo scorre, si ascolta sempre più musica, e parte di questa diventa te, il tuo modo di pensare, di esprimerti. Crescendo, abbiamo voluto inglobare sempre più elementi e giocare con le forme e le strutture, per divertirci, per non ripeterci, per essere il più possibile noi stessi. È stato naturale. White Lines, Fractals e l’EP Flowers raccontano di questa crescita, del nostro modo di amare la musica, di tributarle il rispetto che merita. Oggi la direzione che sta prendendo la band è orientata verso una scrittura maggiormente partecipativa, assieme a una riflessione sull’interazione tra scrivere musica e farla scrivere dalle macchine, dai sintetizzatori, dai sequencers, strumenti che stiamo imparando a usare e a conoscere più da vicino. Per quanto a volte sia difficile, per quanto possa portare spesso a periodi più astratti che concreti, la nostra costante voglia di cambiare è una fase che spero non finirà mai.

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