Alla cortese attenzione di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Chagall, "La città di N." (dal ciclo "Le anime morte"), 1927.

Chagall, “La città di N.” (dal ciclo “Le anime morte”), 1927.

Egregio Nikolaj Vasil’evič Gogol’,
negli anni tra il 1845 e il 1852, nel corso di una vostra febbre spirituale che incontra il mio rispetto anche nelle sue forme più brutali, voi avete fatto e reiterato due cose di cui la storia letteraria a venire avrebbe sofferto non poco: rifiutare come fossero state forme di idolatria gli incontri con quelle nuove generazioni di scrittori che si riunivano per leggere le vostre opere, e dare alle fiamme, due volte, quanto avevate scritto in anni di lavoro della vostra opera maggiore, Le anime morte. Ma, davvero, ciascuno deve guardare bene cosa intende per “soffire”: e sarebbe vigliacco, da parte nostra, paragonare il dolore che vi portò a bruciare parti di voi con quello che proviamo sentendoci privare di un vostro dono. Voi avete, lo ripeto, il mio rispetto. Ma rispetto chiedo a voi se in questa mia generazione vi scrivo, da un supporto che non avreste potuto immaginare, e uso questo mio scrivervi come stupido pretesto (già visto, già sentito) per commemorare (è questa la parola) quel vostro poema incompiuto che non arrivò mai a delinearsi nei suoi Purgatorio e Paradiso ma di cui ci resta un incredibile, beffardo Inferno tuttora perla rara della letteratura russa e universale. Spero voi abbiate fatto pace, Nikolaj Vasil’evič, con tutto questo.
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Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte

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Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte, Marco Saya edizioni 2015

Hanno il sapore di una veglia prolungata, dilatata dal rapido scorrere di chilometri dal sud al nord della penisola; hanno l’impronta (che, sì, fa pensare Mario Rigoni Stern di Amore di confine) della familiarità con la montagna, suggellata dalla consuetudine che si dipana giorno dopo giorno, ascesa dopo ascesa; hanno la novalisiana conoscenza rivoluzionaria dell’oscurità − rivoluzionaria perché rovescia i consueti rapporti di valore, novalisiana perché una delle tappe fondamentali di tale conoscenza è costituita dagli Inni alla notte di Novalis − le Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini. Hanno, più di ogni altra cosa, la voce inconfondibile dell’autore, queste sue Istruzioni che vengono pubblicate a distanza di alcuni mesi dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, editore, “costruttore di pace“. Si tratta di un’opera di altissimo valore, all’effetto profondo e incisivo della quale concorrono tutte le qualità e le caratteristiche della scrittura di Lucini: l’intreccio-fusione di ruvidezza e spiritualità delle Sapienziali, la critica argomentata − e sempre diretta, ché il poeta guarda in faccia gli avversari, di volta in volta nominati e identificati −  del tempo, che ha ispirato le sue numerose iniziative ‘corali’ − L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cronache da Rapa Nui, Keffiyeh. Intelligenze per la pace, per menzionarne solo alcune −, il gesto poetico nato dall’indignazione di Vilipendio. Conoscere le tenebre, praticare l’ascesa, rendere più acuta la vista, tendere l’orecchio, essere sempre pronti per il viaggio, trovare argomenti che vincano «con pazienza/ogni resistenza»: questo è l’impegno, questo è il percorso, questa la proposta per la quale ogni verso rende testimonianza, si popola di vissute “istruzioni”. «Ci vuole un aiuto anche alla metafora / dell’ascesa»: questo aiuto ci giunge, meditato e colmo di risorse, da Gianmario Lucini con le sue Istruzioni per la notte. (Anna Maria Curci)

Domenica 29 marzo, alle ore 17:00, Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini sarà presentato all’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic. Relatori: Luca Benassi, Manuel Cohen, Marco Saya. Annamaria Giannini leggerà la prefazione che Giovanna Iorio ha scritto al volume. Per informazioni qui.

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Dalla sezione Istruzioni per la notte 

 

VII – Routine

Quando rientro da lunghi viaggi
è sempre fonda la notte. L’Italia
stuprata dalle luci elettriche mi scorre
veloce a lato,  mi trova e mi lascia
col volto duro del barista all’Autogrill
a pisciatoi orrendi e straniti che declamano
due millenni di cultura col puzzo di latrina
numeri di cellulare scritti col lapis
da disperati sulle ceramiche dei cessi – gli specchi
più fedele del nostro progresso –

e quando dopo il lago appare la mia valle
–  chiara di luna la mia valle e cime innevate –
io non mi sento rincasare ma soltanto
precario sostare alla periferia d’una notte
provvisoria
in un luogo improbabile dove un fiume scorre
a metà strada fra l’inferno e il paradiso;

e mi pare di tornare dagli inferi
per dire tutto ma non so qual cosa dire
con la terra che mi balla sotto i piedi e il corpo
che in balìa di se stesso barcolla
nella notte
anch’esso provvisorio.

(p. 17) (altro…)

Nuova poesia latinoamericana. #1: Mario Bojórquez

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 Mario Bojórquez

Mario Bojórquez 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez 

 

Mario Bojórquez (Messico, 1968). È autore di libri di poesia, saggi e traduzioni. La sua opera ha ottenuto diversi riconoscimenti, come il Premio Statale di Letteratura della Baja California (1991), il Premio Nazionale di Poesia Clemencia Isaura (1995), il Premio Nazionale de Poesia Enriqueta Ochoa (1996), il Premio di Poesia Abigael Bohórquez (1996), il Premio Nazionale di Poesia Aguascalientes (2007), e il Premio Bellas Artes de Ensayo Literario José Revueltas (2010). Recentemente ha ricevuto il Premio Alhambra di Poesia Americana (2012), concesso dal Patronato de la Alhambra y Generalife e il Festival Internazionale di Poesia di Granada, Spagna, e la Distinzione Príncipe Tecayehuatzin de Huexotzinco. Tra i suoi libri vale la pena menzionare: Pájaros sueltos (1991), Contradanza de pie y de barro (1996), Diván de Mouraria (1999), El deseo postergado (2007) e El rayo y la memoria (2012). 

 

 

CASIDA DEL ODIO

 

I

Todos tenemos una partícula de odio
un leve filamento dorando azul el día
en un oscuro lecho de magnolias

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II

Todos
tenemos una partícula de odio macerando sus jugos
enmarcando su alegre floración
su fruta lánguida.

¿Pero qué mares
ay, qué mares, qué abismos tempestuosos golpean
contra el pecho y en lugar de sonrisas abren garras
colmillos?

Levanta el mar su enagua florecida, abajo de su piel va
creciendo otra ola dispersada en su vacua intrepidez elástica.
Levanta el mar su odio y el estruendo se agita contra los
muros célibes del agua y atrás y más atrás viene otra ola,
otro fermento, otra forma secreta que el mar le da a su odio,
se expande sábana de espuma, se alza torre tachonada de
urgencias; es monumento en agua de la furia sin freno.

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Simone Ghelli – Metallurgico

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Simone Ghelli – Metallurgico

 

Ore 5.00: suono meccanico che affonda nelle orecchie, inchiodato al giaciglio, ossa scavate di freddo, brividi sulla pelle. Improvviso, il sogno è svanito. Dieci minuti ancora: testa che si abbassa sotto acqua gelata, nervi addormentati solleticati, esce dalla placenta l’essere urlante e pretende di ritornare al niente. E poi: aroma di caffè e latte bollente, una sacca riempita di fretta con pensieri di resa, il ricordo di occhi spenti dietro a rincorse di parole.
Ore 6.00: odore di bruciato che sale verso stelle incolori, totem di acciaio su profilo costiero. Gli automi in fila recano loro in dono il proprio corpo consunto. Lingue di fuoco colorano l’alba mentre prenoto un biglietto per l’inferno. Cari compagni: è giunta l’ora, stringo i pugni per sentirmi vivo. Una corsa che occupa l’arco di un gesto perché ritorni il medesimo. Producendo vapore per la locomotiva abbiamo deragliato dai binari della catena di montaggio, adagiati a rimorchio non appena il rischio moltiplica la scelta.
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Una frase lunga un libro #5: Joyce Carol Oates – Sulla Boxe

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Una frase lunga un libro #5 – Joyce Carol Oates – Sulla Boxe – 66thand2nd, 2015 – traduzione di Leonardo Marcello Pignataro – € 17,00, ebook € 7,99

“Allo stesso modo non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. Chi come me ha cominciato ad appassionarsi di boxe da bambino – ho seguito la passione di mio padre – è improbabile che la consideri il simbolo di qualcosa che la trascende, come se la sua particolarità stesse nell’essere sintesi o immagine di altro. Posso però valutare l’idea che la vita sia una metafora della boxe – di uno di quegli incontri che si protraggono all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, corpi avvinghiati, un niente di fatto, di nuovo il gong, e poi di nuovo, e tu e il tuo avversario così simili che è impossibile non accorgersi che il tuo avversario sei tu: e perché questa lotta su un palco rialzato, delimitato da corde come un recinto, sotto luci infuocate, crude, spietate, davanti a una folla scalpitante? -, il genere di metafora letteraria dell’inferno. La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe.  Perché se uno ha visto cinquecento incontri di boxe ha visto cinquecento incontri di boxe, e non è il loro comune denominatore, che di certo esiste, la cosa che gli interessa di più. «Se l’ostia è solo un simbolo,» rimarcò una volta la scrittrice cattolica Flannery O’Connor «allora che vada al diavolo!».”

Tutte le volte che penso a un incontro di boxe lo penso in bianco e nero, penso a qualcosa di più vecchio, a qualcosa che ha molto a che fare col ricordo e poco col presente; questo aspetto non riguarda il fatto che io non guardi più un incontro di boxe da molti anni, riguarda l’immaginario personale, l’idea di qualcosa che mi è sempre parsa vicina alla letteratura, un film montato di sequenza in sequenza, in bianco e nero, al rallenty e in un altro tempo. Sono state, sempre e soltanto, sensazioni, non avevo un’idea, avevo un’intuizione, doveva arrivare qualcuno a spiegarmela, doveva arrivare Joyce Carol Oates. Sulla boxe è una raccolta di articoli e saggi, scritti nell’arco di molti anni, da un’appassionata ed esperta di boxe, ma questo non basterebbe a rendere il libro meraviglioso se la Oates non fosse la splendida scrittrice che è. E veniamo alla frase che ho scelto per parlare del libro, intanto la scelta è stata molto difficile, le frasi, le pagine, belle e significative sono moltissime, ma questa mezza pagina è molto interessante per due motivi: il primo ci mostra la qualità di scrittura della Oates e una sua particolare caratteristica quella di portarti parola dopo parola, virgola dopo virgola, facendo salire la tensione e la metafora, al punto, passo per passo, ma durante quei passi non ti nasconde nulla, ti dice dove ti sta portando, lo straordinario sta nel come ci riesce. Il secondo motivo ricorrerà in tutto il libro e ha per titolo: La boxe è una metafora al contrario. Come vedete, il paragrafo della Oates sottolinea di frase in frase come la vita somigli alla boxe, non il contrario, sarebbe facile pensarlo leggendo le frasi, slegandole dal ragionamento di fondo, ma non è così: La boxe però è soltanto come la boxe.

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Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie

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Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio, 2015

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Leggere le poesie di Anna Maria Curci significa, tra le altre cose, accettare numerosi inviti. Significa giocare su più tavoli, con più giocatori. Quando si leggono i versi di Anna Maria Curci, si sta dentro il nostro tempo, molto caro alla scrittrice e traduttrice romana, ma, contemporaneamente, si è invitati a confrontarci con la storia. Quello che è accaduto prima di noi, delle nostre vite e in quelle degli altri, segna il nostro presente e, che ci piaccia o meno, il nostro futuro. La storia entra nelle parole, ci entrano le guerre, i bombardamenti, ci entrano i ricordi, i racconti dei vecchi. Conta la memoria. Il bianco e nero vale quanto una fotografia a colori. L’altro invito che riceviamo è quello del confronto con la letteratura. Anna Maria Curci convoca in queste pagine tutte le sue letture, i suoi studi. I libri e gli autori che ha amato o che l’hanno influenzata. Gli scrittori, quasi sempre europei, sono o citati indirettamente, o menzionati, o, comunque, fonte d’ispirazione. A farla da padrona è la letteratura tedesca, di cui la Curci è ottima e inesauribile traduttrice. Si sente la Bachmann, si sente Trakl, e poi Pastior, e molti altri, ma anche il nostro Scotellaro. Sono lì presenti e irrinunciabili.
Per questi motivi leggere le poesie qui raccolte vuol dire leggere anche molte altre cose, vuol dire mettersi in un’ellisse dentro la quale spostarsi di rimando in rimando, di pronuncia in pronuncia. Significa, in sostanza, prendere appunti e andare poi a cercare qualche libro, qualche passaggio. Traendo ispirazione dalla letteratura che ama, Curci fa un regalo a noi, non ci resta che accettarlo.
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Poesie da “Cotone” di Martina Campi

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Tutte le persone
oggi avevano caldo
e scarpe aperte

dalla maglietta e dallo zaino
residui del giovedì.

Aria, un profumo
ch’è ricordo;

si parte da qui
che c’è la luce giusta.

Mah. Dipende da come
si alza il sole, mi hanno detto.

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Le parole lasciate davanti alle stufe
i nodi a scaldare
non finite che parole non avevano
amore.

Nelle macchine chiusi,
a respirare
avvolti nei cappotti.

Altezza dei cieli domenicali che ritornano
che spigoli sobbalzano,
le sedie con le giacche
le stufe accese
stanchezze intorpidite agli occhi
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la tua presenza, qui.
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(In fuga dai freddi)

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Nella Foresta tacita

Inizia con questo articolo la nostra collaborazione, come media partner, con la “Biblioteca dei Libri Perduti” (www.libriperduti.it), interessante e doverosa iniziativa editoriale, sviluppo materico dell’archivio critico e storico virtuale gestito proprio da Libri Perduti. La proposta di collaborazione non poteva non trovare una sponda nella nostra redazione che porta avanti già da tempo, con la rubrica “Si ristampi”, una ricerca su un patrimonio letterario scomparso o dimenticato nell’ambito del circuito editoriale.

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forestaLa collana “Multipli” viene inaugurata con il volume Foresta Tacita di Pino d’Alfonso, poeta e artista scomparso nel 2013.

Pino D’Alfonso, calabrese di nascita, cresciuto in Lombardia; militante nella sinistra extraparlamentare e attivo come artista tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso, ha generato e offerto una scrittura fortemente legata all’epoca in cui scrive e performa; nel volume proposto vengono presentati diversi inediti, elaborazioni, riviste e corrette nel corso degli anni, delle  sue prime sperimentazioni futuriste; il volume rimane, nella disposizione a scala della composizione così come nella costruzione figurativa, quasi uno spartito che guida forzatamente verso una lettura ritmica della sua scrittura, la cui scansione si sviluppa come una serie di pattern, concentrati e definiti su visioni, diapositive, scatti fugaci ma ben delimitati di elementi paesaggistici, punti focali di un diario di viaggio che, attraverso la compattezza di una descrizione percettiva, si sviluppa come mappa tridimensionale, che arricchisce di multi-percezioni la ricerca sonora e materica dell’autore (D’Alfonso era anche artista e le sue opere si sviluppavano come realizzazione performativa dei suoi testi).
Il volume raccoglie quindi una serie di inediti a cui D’Alfonso ha lavorato fino alla morte e, in appendice, una serie di riproduzioni delle sue opere.

Con questo articolo noi di Poetarum Silva approfittiamo per invitarvi oggi, lunedì 23 marzo 2015, all’inaugurazione della mostra delle opere di D’Alfonso alle ore 17.30 presso la biblioteca civica di Busto Arsizio; seguirà alle 18 la presentazione del libro presso la libreria Boragno, con le letture di Dome Bulfaro (autore di una nota del testo).

coverpino© Iacopo Ninni

Anna Maria Carpi e il sentimento del tempo

 

Anna Maria Carpi. da qui

Anna Maria Carpi. da qui

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Dove sei Magnificat di Bach,
pura bellezza, fede illimitata
che in te l’umano o qualche umano è salvo?
Anna Maria Carpi

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Si fa parole e musica il pensiero, nella produzione lirica così come nella narrativa di Anna Maria Carpi, guarda in faccia il tempo, bimbo sfrontato che pasticcia e sguscia. La voce non demorde, mentre lo sguardo si china sulla mano che scalfisce il muro e obietta, con forza e decisione, doti unite alla capacità di guardare indietro e oltre, senza dimenticare, sì, ma senza cadere preda di alcuna ‘trasfigurazione’ fallace del ricordo. Mi piace sottolineare oggi, nel giorno del compleanno di Anna Maria Carpi, questo sentimento del tempo, proponendo alla (ri)lettura una poesia dalla raccolta Quando avrò tempo e l’incipit del romanzo di formazione Il principe scarlatto. (A.M. Curci)

QUANDO AVRÒ TEMPO dico
e so che non l’avrò:
mai l’afferro o lo fermo,
non mi sta in mano il tempo,
palpita stride becca vola via.
E io che intanto
ingombro questa casa come un bimbo
che sparge intorno i giochi
e di far ordine non è mai il momento
e nemmeno è capace, se non viene sua madre.

da: Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo. Poesie 2010-2012, Transeuropa edizioni 2013

 

«È da un pezzo ormai che neppure tra amici si parla più di se stessi, di come si è o del proprio destino. Ne manca il tempo, e a parte questo ormai si sa che un io semplice e fisso non c’è, è solo un’apparenza, un assemblaggio di parole o peggio ancora una malattia. Peccato. Anche se è ben vero che quasi tutto ciò che sono l’ho preso da fuori, e molto da mio padre e da mia madre, tanto che a volte mi pare di essere nata anch’io nel loro secolo – che è ormai due secoli fa, perché quando mi hanno messa al mondo si avvicinavano entrambi ai cinquanta. E forse che ho un equilibrio, ho deciso qualcosa, so da che parte andare, se mettermi una volta per tutte in proprio o correre dietro agli altri? No. Che cos’ho di mio? Niente. La mia è soltanto una storia d’obbedienza. A che? A chi? Non lo so. Io lo chiamo il principe scarlatto».

da: Anna Maria Carpi, Il principe scarlatto, Baldini Tartaruga, Milano 2002, p. 7

Su “Aforismi e Anacronismi” di Alfonso Berardinelli

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Non è un catalogo ma una sorta di “piccolo manuale per il presente”, non un manifesto ma un utile repertorio, il volume Aforismi Anacronismi di Alfonso Berardinelli (nottetempo, 2015). È una guida per stimolare e potenziare da un lato l’attenzione attorno all’immediatezza di un genere, l’aforisma, e dall’altro per circoscrivere i limiti di una pratica, l’anacronismo, che attraversano insieme la storia delle arti e della critica non solo contemporanee.
Quella di Berardinelli qui (raccontata anche a Radio3 poco tempo fa) è, tuttavia, in prima battuta una necessità autobiografica: «l’amore per la brevità e […] per la condensazione» gli viene da studente e si lega, in seguito, all’interesse nei confronti della poesia, genere in cui «si esce dai tempi morti della narrativa, [in cui] tutta la materia intermedia salta» e che, come l’aforisma “viene quando vuole”.
Tanti gli autori in campo e, solo per citarne alcuni, si va da Seneca a Auden, da Fedro a Karl Kraus (ma nella lista vi sono pure Saba e Sandro Penna) attraversando i secoli. Ma un’attrattiva seconda che si rende più importante per il critico è, infine, quella rivolta al frammento, ai taccuini, agli appunti di studio che completano – a margine – il senso dell’opera che si sta studiando.
«L’aforisma favorisce la memorabilità; […] mi piacciono gli aforismi perché te li porti in tasca, o in testa.» afferma Berardinelli, che in una collezione commentata e ragionata, ne trascrive solo uno di proprio: «Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.» come a voler ribadire, si può aggiungere, ancora che less is more, citando Mies van der Rohe (e ancora prima il poeta Robert Browning).
Il “tempo”, cruciale in questo discorso, conduce quindi alla sezione dedicata all’anacronismo, in cui si scompagina il “contro-tempo” del critico (vissuto da lui stesso in primis), comune anche a molti filosofi e ad autori che di storia si sono ampiamente occupati. In questo capitolo, l’attenzione si sposta soprattutto su Eliot per il contributo poetico, e poi su Simone Weil (già abbondantemente citata nel capitoletto precedente) e sul Gottfried Benn saggista, questi ultimi riconducibili anche – come non ricordarlo – a Cristina Campo, che ne ha fatto due “imperdonabili maestri”. La Campo esprimeva attraverso loro (e altri) un dissenso per le cose in voga comune anche a Berardinelli, il cui contributo critico – ad esempio – all’Opera di Pasolini si è reso fondamentale per poterlo leggere oggi.
Tutti i percorsi tracciati appaiono validi per affrontare in modo nuovo la sfida dell’uomo-critico alla contemporaneità, annunciata già nella quarta di copertina, ma a chi legge forniscono strumenti altri per concretare la realtà.

© Alessandra Trevisan

Giornata mondiale della poesia 2015: le nostre (ri)proposte

Oggi, 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, proponiamo la (ri)lettura di alcuni nostri articoli dedicati a voci poetiche a noi care.

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Poeti a scuola # 3. Intervista a Daniela Attanasio

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Fotografia di Dino Ignani

Questa che segue è la terza di un ciclo di interviste in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?  

In realtà non ho avuto molte occasioni d’incontro con gli studenti, o meglio, ne ho avute ma non continuative, piuttosto saltuarie. Non è così usuale che i poeti vengano invitati a parlare nelle scuole a meno che non siano proprio loro a cercare e a mantenere rapporti di conoscenza e amicizia con i professori. In ogni caso tutte le volte che sono andata ho trovato un clima mite e turbolento, distintamente segnato da chi è intellettualmente curioso e vivo -e anche ‘attrezzato’ a ‘sentire’ la poesia- e chi invece percepisce questi incontri, proprio perché saltuari e occasionali, come tempo da dedicare al non-studio e al disturbo.
Penso che nella scuola superiore italiana – e lì che mi sono sempre trovata –  gli incontri e i raffronti con artisti, poeti, scrittori, scienziati, filosofi, musicisti ecc, dovrebbero fare parte del programma scolastico e produrre risultati di studio. Un poeta contemporaneo può parlare della sua poesia o di quella di un poeta passato con più passione, maggiore apertura d’indagine e visione d’insieme di un qualsiasi manuale di letteratura, offrendo in più agli studenti l’esperienza, sofferta ma anche esaltante, di chi “si accosta con la propria esistenza alla lingua, ferito di realtà e realtà cercando”.
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