Nota di lettura a Il senso della possibilità e Come un solfeggio di Antonio Spagnuolo

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Qual è il senso della possibilità? È se la possibilità è il senso dell’esistenza qual è il senso dell’esistenza? E  la poesia che ruolo può svolgere nella ricerca di tale senso? Queste domande sembrano emergere dalle ultime raccolte di Antonio Spagnuolo, poeta e scrittore di lunga e importante militanza, la breve silloge Come un solfeggio, Kairós edizioni, 2012 e la più corposa raccolta Il senso della possibilità, Kairós edizioni 2013. Ma si può dire che l’intera opera poetica di Spagnuolo si presenta come un’incessante ricerca dello spiraglio di luce che getti un bagliore nel buio, e qui si può cogliere la dimensione squisitamente lirica della cifra poetica di Spagnuolo. La domanda di fondo sembra essere come illuminare quella che comunemente chiamiamo anima con le sue zone d’ombra che raramente emergono ma che condizionano il nostro essere? Qual è la fonte di luce che ne rischiara i tormenti e dà un perché alle gioie e ai dolori? La poesia in tal senso ha un ruolo fondamentale, essa è un vero e proprio farmaco, un rimedio che nell’atto stesso della scrittura si propone, se non di sanare, almeno di lenire il dolore insito nella vita (Lo specchio più nulla ha da recitare:/ per poterti vedere devo ripetere ancora,/ com’eri una volta, le illusioni dimenticate). Vita che nei versi di questi libri appare, paradigmaticamente, in continua tensione tra due poli opposti, che poi sono i due poli che attraggono di volta in volta la psiche, l’Eros e il Thanatos. In questa contesa possono cogliersi le radici della scrittura di Spagnuolo, da un lato la classicità che oltre ad aver eco nelle tematiche è presente nello stile, che rifugge gli eccessi delle sperimentazioni moderne e si affida, invece, ad una sobria limpidezza del dettato, che nella ricercatezza della parola cerca l’esattezza del dire per poter esprimere le sfumature più recondite delle emozioni; dall’altro la dimensione psicanalitica, la poesia ha il punto focale nel subconscio e ne è sua la messa in scena per allontanare i fantasmi del nulla che ci aspetta dopo la morte (Senza alcun dubbio, forse non vivrei!/ Fra le arrugginite serrature c’è ancora una ferita). Quindi l’opera di Spagnuolo si mostra come un’elegia moderna, una riflessione intrisa di malinconia, di afflato religioso (le immagini evangeliche sono un altro punto di riferimento importante) sull’anima, sull’amore, sulla vita, che utilizza trasfigurandole le strutture della poesia antica per svelare, invece, le inquietudini dell’uomo contemporaneo, il suo essere scisso da se stesso, tra il sé e la sua ombra (Maledette tenebre dell’Ade/ per avermi venduto alle febbri/  per avermi svuotato il ventre carico di lamenti). E proprio il tema dell’ombra, immagine che accompagna la poesia dalle sue origini, sembra riunire in un’unica cifra stilistica e tematica la poesia di Spagnuolo (Oggi ritorna la tua voce nel grigio della/ nebbia). Il colloquio con la nostra ombra e con le ombre degli altri, di chi non c’è più ( si veda la toccante ultima sezione In memoria de Il senso della possibilità)che ci visitano e chiedono una ragione, una parola, prima del silenzio, prima del buio, prima di svanire per sempre (Tutto è finito, ed il sorriso/ non riesce a comporre gli ornamenti/ civettuoli del tuo andare).

©Francesco Filia

Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità – post di Anna Maria Curci 26/12/2013

“andare a settanta su questa statale” (Inedito)

di Luciano Mazziotta 

emilia

andare a settanta su questa statale
è come quell’incubo che ti insegue una bestia
e non riesci ad urlare e c’ho sonno
il caffè non mi sveglia e c’ho sonno
gliel’ho detto così tante volte
alla cinese che il caffè che fa lei non mi sveglia
che prima o poi mi dirà
qui non si serve caffè
ma il problema non è la miscela
le ho detto il problema è nell’atto
se mette prima il piattino sopra il bancone
poi posa la tazza e solo alla fine
il cucchiaino il caffè non mi sveglia
le ho detto che prima dovrebbe
disporre il piattino e sopra il piattino
il cucchiaino e solo alla fine
la tazza con il caffè ché a me
non è che mi svegli il caffè di per sé
a me sveglia il ting del cucchiaino
sopra il piattino quel ting solo quel ting
mi riesce a svegliare così
è come se da quando sto qui
non mi fossi mai alzato dal letto
le ho detto e c’ho troppo sonno
per andarmene a scuola
come quand’ero studente
e dicevo a mia madre non voglio
oggi non voglio c’ho un mal di pancia
ma ora si deve e ci vado
anche se ho sonno e quella paura
di addormentarmi non voglio mi scoccia
andare a spiegare la punteggiatura
la punteggiatura ma dai
seduti in piedi seduti ché a volte
mi sembra di essere in chiesa
e su questa statale a settanta
è un incubo fino allo slargo
che si può accelerare
ma quando si può accelerare
un camion si piazza davanti
un tir un mezzo pesante
ché bene! ora si deve andare a cinquanta
ché penso che vita deve essere un camion
un tir un mezzo pesante che tutti
quando ti vedono dicono cazzo c’è un tir
o dicono esci prima di casa
se un tir si piazza davanti è la fine
e allora che vita di merda essere un tir
essere un camion che tutti ti evitano
ti guardano male non vedono l’ora
di superarti in corsia di sorpasso
altro che discriminazioni e olocausto
essere un camion deve essere
proprio terribile fino allo slargo
quando sorpasso con compassione
e c’ho sonno continuo ad averlo
in mezzo alla nebbia ché forse
dopo la nebbia chissà cosa c’è
un incidente uno stop
il paradiso dei camion e accelero
per trapassare la nebbia e ficcarmi
con l’auto in mezzo a quel mondo
magari così riesco a svegliarmi
invece dopo la nebbia non c’è
niente di nuovo neppure un posto di blocco
un khamikaze o male che vada una bomba
dopo la nebbia c’è un’altra rotonda
e rallento:

accelero freno freno e ora rallento
non è che non voglia chiamarla vita sta cosa
è solo che su questa statale a settanta
io mi sa che io prima o poi mi addormento.

La Disarmata – cinque napolitudini

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Roberto Bolaño a Piazza Garibaldi

 

I treni che vanno e vengono sono uguali
qui o a Santiago, a Parigi come in Spagna
le stazioni, no le persone ancora meno
i binari sono già letteratura, credo

che avrei rubato libri come in Cile
se fossi nato qua, avrei rubato comunque
mi sarei arrangiato, avrei perso
avrei dimenticato ma non tutto

questa è una frontiera in diagonale
ogni vicolo, ogni incrocio è una linea
e tutto marca una differenza, un’assenza
avrei tenuto a mente il tufo, l’ignoto.

(Gianni Montieri, da Turisti americani)

 

*

nostri figli

 

Si annuvolavano conigli
sotto pelo, palpitanti,
cibo pasto alimento
dna  in transito, un guizzo di
vibrisse, pesci terragni,
immaginando improbabili salvezze nei balzi a scarse miglia,
dannatamente simili ai
nostri padri, ai nostri figli.

 

(Viola Amarelli, da Rettoriche)

 

*

Via Cavalleggeri d’Aosta

 

Ci troveranno abbracciati in questo
sottopasso allagato, in una periferia
di particolato, fazzolettini
e lattice, di acque
e carcasse, senza poterci
distinguere tra il cruscotto
e i sediolini posteriori, ognuno
con la mano sul sesso dell’altro,
tra alito e gemiti impressi sui finestrini
e i tuoi capelli che galleggiano
sciolti nell’abitacolo.
Forse per allora i tuoi seni saranno
scomparsi amore mio — e il mio sguardo
sarà quello attonito e senza pace
di un morto — ma non certo
quello che ci ha resi vivi,
i nostri cenni d’intesa, l’ultimo
spasmo impresso in un gesto,
la gioia feroce
di un amore appena abbozzato.

(Francesco Filia, da Stradario)

 

*

La casa

 

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere, certo,
strabuzzando gli occhi
ome facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio:
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guarda il cielo
(l’altro l’inferno).
In questo sei un mitico busto,
con i vestiti di tua madre tutto intorno,
la macchina da cucire
che fissa i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso, che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso, riflesso nel vetro:
“I vestiti che indosso
li darò in pasto agli zingari del centro”.

(Vincenzo Frungillo, da Zona est)

 

*

poesia: the napoli heading

 

I chitemmuort
You chitemmuort
He She it lota
We chivestramuort
You piglioncu’
They anna passa’ nu guaio

(Immo, da ‘ci stanno un napoletano un napoletano e un napoletano, ovvero: 8 poesie ma 9 pagine (come higuain) sul significante NAPOL’)

Nulla al ver detraendo. In difesa del Leopardi di Martone

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.
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Class enemy

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Si può chiedere, a una ragazza di sedici anni che confessa tra le lacrime di voler lasciare la scuola, di cercare la parola “fallito” nel vocabolario e di leggerla ad alta voce? Si possono fare, con lei che si dichiara incapace di capire perché vive, raffronti con Mozart, che sapeva bene cosa desiderava per sé dall’età di cinque anni? Mi sembra di no, e questo è il torto, oggettivo, del professor Zupan, se proprio si vuole cercare in questo episodio uno dei misteriosi mattoncini che spingeranno di lì a poco una ragazza depressa al suicidio. Non importa che la ricerca nel vocabolario serva da base alla frase “non è questo che vuoi per te”; non importa che il paragone con Mozart occorra a ricordarle le sue grandi doti di pianista; l’adolescenza ha un codice retorico e oltrepassarlo è un rischio che bisogna essere pronti ad assumersi.
Il professor Zupan, supplente di tedesco arrivato in una classe slovena a sostituire l’adorata docente in maternità, rivoluziona da subito didattica e approccio con quella che ritiene una classe lasciata a sé. Saluto in piedi, perché il rito distingue l’uomo dall’animale; lezioni in lingua; ogni gesto scelta didattica, agli occhi di un pubblico adulto, e immediatamente frainteso dai ragazzi nel solco di quella ferita che si chiama (e che loro attribuiranno al professore dall’inizio alla fine del film) “nazismo”. Quando Sabine muore, Zupan, già malvisto, si muove con gelida delicatezza (“forse preferireste andare al bar”, è invece la reazione molto più apprezzata di un collega): fa, e nel fare sbaglia, ciò che ha fatto fin dall’inizio, trattando da uomini che il lutto può rendere uomini migliori dei semplici ragazzi, doloranti e aggressivi; pone il confine tra la tragedia e la disgrazia; alla retorica buonista sostituisce la grazia severa degli epigrammi di Mann.
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Progetto Santiago – Comunicato Stampa (e non solo)

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Comunicato stampa

NASCE PROGETTO SANTIAGO, LA PRIMA REALTÀ EDITORIALE GESTITA AL 100% DAGLI SCRITTORI

Oltre 20 professionisti tra scrittori, editor e artisti, si uniscono per dare vita a un nuovo soggetto editoriale con uno scopo ben preciso: «Decidiamo noi cosa pubblicare, non il mercato». Subito online l’invito aperto ai lettori: tutti possono aderire al progetto cliccando su http://www.progettosantiago.it

Genova, 22 ottobre 2014 – Tutti fuori dall’editoria aziendale, per fare spazio ai lettori e agli autori. Sono queste le basi del nuovo progetto culturale ideato da Antonio Paolacci, scrittore ed editor di lungo corso, e forte di un collettivo di oltre 20 scrittori affermati, pronti a far rivivere in chiave contemporanea la figura dell’editore puro, a caccia di talenti piuttosto che di boom commerciali. Pensando prima di tutto ai lettori, chiamati a riprendersi il loro ruolo di protagonisti.

Costituita come associazione culturale, Santiago è un progetto open source, finanziato dagli autori stessi e aperto al sostegno di tutte le forme espressive di scrittura, anche multimediale. Avanti chi legge! è il manifesto di Progetto Santiago, che da oggi si mette alla ricerca di storie e percorsi artistici da raccontare. Libri da divorare, insomma, senza tanti fronzoli ma col gusto unico e inconfondibile del talento letterario.

«Come al falegname si chiede una sedia – spiega Antonio Paolacci nel raccontare l’idea – così all’editore si chiede un libro, non una strategia commerciale. Se i falegnami sacrificano la qualità della sedia per motivi legati al mercato, la gente non ha più un buon oggetto su cui sedersi. Lo stesso vale per gli editori. Oggi l’editoria ha perso di vista l’obiettivo primario: soddisfare i lettori. Sacrificati in nome dei profitti, si trovano in affanno. Occorre trovare un modo per tornare a offrire buoni libri. Chiedere agli scrittori è il modo più logico».

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Le cronache della Leda #27 – Primi segnali d’inverno, l’Adriana e Louise Glück

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Le cronache della Leda #27 – Primi segnali d’inverno, l’Adriana e Louise Glück

 

Per raccontare la mia America alle ragazze leggo loro delle cose, cose che mi sono portata via da lì, oggi ho letto questa poesia.

The light has changed;
middle C is tuned darker now.
And the songs of morning sound over-rehearsed. –

This is the light of autumn, not the light of spring.
The light of autumn: you will not be spared.

The songs have changed; the unspeakable
has entered them.

This is the light of autumn, not the light that says
I am reborn.

Not the spring dawn: I strained, I suffered, I was delivered.
This is the present, an allegory of waste.

So much has changed. And still, you are fortunate:
the ideal burns in you like a fever.
Or not like a fever, like a second heart.

The songs have changed, but really they are still quite beautiful.
They have been concentrated in a smaller space, the space of the mind.
They are dark, now, with desolation and anguish.

And yet the notes recur. They hover oddly
in anticipation of silence.
The ear gets used to them.
The eye gets used to disappearances.

You will not be spared, nor will what you love be spared.

A wind has come and gone, taking apart the mind;
it has left in its wake a strange lucidity.

How priviledged you are, to be passionately
clinging to what you love;
the forfeit of hope has not destroyed you.

Maestro, doloroso:

This is the light of autumn; it has turned on us.
Surely it is a privilege to approach the end
still believing in something.

La poesia è di Louise Glück, una delle autrici preferite da mio figlio e ora anche da me, anche una delle preferite di David Foster Wallace, questo libro che ha per titolo il nome di un posto italiano non è ancora tradotto da noi. Ho dovuto tirare fuori i vecchi dizionari di inglese, ma quando si leggono le poesie a volte contano i suoni e contano i silenzi e così anche chi non conosce la lingua può entrare nelle parole. Ieri pomeriggio sembrava quasi estate, faceva caldo, ma la luce è già quella dell’autunno. Quando ho finito di leggere, la Wanda mi ha chiesto la traduzione, la Luisa ha versato un altro po’ di tè nella sua tazza, l’Adriana si è alzata in piedi e ha detto: «Mi hai fatto ricordare una storia.»

Si è messa alla finestra, dandoci le spalle e ha cominciato a raccontare.

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Poesie inedite di Roberto Batisti

da Legni achei

legni achei

prose immani, prore grame
vocativo alla gola della Troade:
salpa un ossame lieve
stupendamente.
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con in bocca le blatte, nere flotte
masticate dal crotalo del sonno
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accalcano la luce come mosche,
sgorgheranno in pasto al vuoto.
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ronzio tossico di dèi
l’Egeo cigola e cricchia, s’incifra.
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appoggia scafi sulla schiuma
al rombo delle prime ossa.
-
attende un maggese di sillabe
la consegna del decesso.
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progetta un canto cavo, la rubrica
atroce:
-
ma lui è il supplemento della notte
la buttata della morte.
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morsi ciechi delle chiglie
sulla sagoma amara della costa.
-
schioccano i rostri. vettori gonfi
di fiamma puntano l’interno
e solcano il dicibile,
ne sventano la trama.
-
il sangue sale ad allacciare i popliti,
a dirimere, allibrare i caduchi.
-
allora un duro mosto ruota nelle tazze.

100 anni, Mario Luzi e una lettera

lettera LuziIntendeva scusarsi con me, Luzi!
Mario Luzi, il maestro, mi aveva scritto una lettera per scusarsi: sentiva di avermi in parte deluso non venendo più a tenere una lezione al corso di Letteratura contemporanea che frequentavo quell’anno (tema del corso: Vittorio Sereni).
Invece la sua lettera fu un regalo immenso per me, perché, e non tardai a farglielo sapere, in quel periodo, insieme alla (ri)scoperta di Sereni, passavo intere giornate a leggere e rileggere i suoi versi, e poi i suoi saggi, fino alle pièces per il teatro, come Ipazia.
Ciò che non sapevo è che da lì a poco di occasioni per incontrarlo, per parlargli di persona, ce ne sarebbero state altre, e di tutte conservo un ricordo vivo perché ciò che Luzi sapeva trasmettere a chi sapeva ascoltarlo era l’amore per la vita, che in lui coincideva con la poesia, che a sua volta coincideva con la parola da ricercare. Sì! la parola esatta, quella che più di altre sapeva avvicinare l’idea del verso balenatagli improvvisa e fissata sulla carta prima come abbozzo, e poi sviluppata e qualche volta limata fino a raggiungere il punto più prossimo alla perfezione. Ma non era certo la perfezione ciò che interessava a Luzi: la vita e ciò che lo aspettava dopo questa vita, da buon cristiano (critico, molto critico, nei confronti della linea indicata dalla Chiesa Romana).
In poche parole non posso, non so dire chi sia stato Mario Luzi. Il suo cammino poetico ha percorso per intera la seconda metà del Novecento, per insinuarsi quindi nei primi anni Duemila e non con voce stanca (certo!, bisognava saperlo ascoltare con un piccolo sforzo in più).
Mi ha sempre disturbato, e ancora mi disturba, aprire i manuali di letteratura italiana prodotti per la scuola e leggere “esponente dell’ermetismo” quando la sua adesione ha sia una data di inizio sia una che ne indica la fine. E basterebbe, del resto, da parte dei compilatori fare quel piccolo sforzo che permetterebbe loro di riconoscere, nelle tappe indicate dallo stesso poeta, la scansione di un’evoluzione che fino alla fine non ha conosciuto sosta.
Ecco chi è stato Mario Luzi: un poeta che non ha conosciuto la parola “sosta”, ma al massimo quest’altra “attesa”. Con Nel Magma seppe attendere il momento giusto per virare col proprio dettato verso la prosa, abbandonando un terreno aulico che rischiava di imprigionarlo (anche se parte della critica proprio nella prima fase ermetica ha voluto ingabbiarlo). E non solo sopravvisse a ogni sorta di accusa mossagli da chi, in gruppo, non sopravvisse nemmeno alla computazione del proprio nome, ma arrivò, con la successiva fase poematica, là dove la parola si spinge sempre di più a diventare tutt’uno col pensiero (tanto che il legame con Dante si fece pure, per me, pietra di paragone).
Gli inviai pure delle poesie (non finite in nessuna raccolta). Da grande maestro quale è stato non mi disse mai nulla al riguardo.

© Fabio Michieli

Premio Ciampi 2014: Francesco Targhetta e Petr Hruška

PREMIO CIAMPI – VALIGIE ROSSE
2014

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Con la quinta edizione del Premio, la collana Valigie Rosse Poesia abbandona felicemente la stagione della sua «infanzia» e raggiunge l’importante tappa di dieci libri pubblicati.
La sensazione di incipiente maturità, naturalmente, non deriva soltanto da uno sguardo retrospettivo su quanto si è fatto con un entusiasmo ripagato dall’attenzione che i nostri libri hanno suscitato, ma anche dalle prospettive future, dal ritrovarsi già al lavoro per l’allestimento delle future edizioni 2015 e 2016 che, sul versante della poesia straniera, saranno dedicate rispettivamente alla Svizzera e alla Romania.
La «credibilità» del Premio, conquistata passo dopo passo mediante scelte indipendenti e proposte sempre all’insegna del dialogo, aperte con curiosità e passione al diverso da sé, ci sta offrendo la possibilità di collaborazioni sempre più articolate, che danno vita a progetti di sempre più ampio respiro.
La collezione di plaquettes di autori italiani si arricchisce quest’anno della brillante voce di Francesco Targhetta – già autore di Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012), romanzo in versi su un’epoca precaria – che con tagliente leggerezza attraversa le nebbie della provincia settentrionale, in cerca di una lampadina che rischiari almeno lo spazio di una stanza se non proprio un paesaggio. Le fotografie artistiche di lampadari che accompagnano il libro scandiscono proprio questa ricerca, inespressa ma sempre velatamente presente, mentre fruga meticolosa nella sera che filtra «nei conventi, nelle anime, nelle banche». (altro…)

Interviste credibili #15 – Riccardo Falcinelli (Critica portatile al visual design e altro)

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Interviste credibili #15 – Riccardo Falcinelli (Critica portatile al visual design e altro)

Il Libro – Critica portatile al visual design, Einaudi, 2014

Facciamo la fila di fronte alla Gioconda per ammirare l’originale di una copia che abbiamo già conosciuto altrove.. In maniera simile, ogni giorno davanti allo specchio, attuiamo sul nostro volto la copia di un modello che abbiamo imparato a desiderare altrove.

Critica portatile al visual design è stato pubblicato la scorsa primavera, l’ho scoperto sui Social (e poi dicono…). Quando il libro uscì credevo di non conoscere Riccardo Falcinelli, quando l’ho acquistato e poi letto, entusiasta, ho voluto approfondire. Intanto ho scoperto di avere in casa molto del lavoro di Falcinelli, tra le altre cose, sono suoi i progetti grafici di Minimum Fax e Einaudi Stile Libero. Sto un po’ esagerando, perché ricordo perfettamente, in passato, di aver esultato davanti a copertine ideate da Falcinelli e dai suoi collaboratori; non è passato troppo tempo da quando ho affermato che la cover di Dieci Dicembre di George Saunders (Minimum fax, 2013), è molto più bella nella versione italiana che in quella originale. Quello che intendo per approfondire è il voler conoscere meglio chi ha scritto quello che ritengo essere uno dei migliori libri del 2014 e scoprire come lavora.
Il libro fa insieme quello che dovrebbero fare i saggi e le opere letterarie: appassionare, aiutare a immaginare, a capire, a conoscere. Riccardo Falcinelli fa scienza e storia, comunicazione e letteratura. È un libro che stabilisce connessioni, in un certo senso, mette insieme – davanti ai nostri occhi – elementi che sono già dipendenti l’uno dall’altro. Impariamo quindi, ad esempio, come Barbie e il Parmigiano siano legati, o come il Layout sia presente più che mai nelle nostre vite. Tutto (o quasi) è Visual Design. Come c’è scritto in quarta di copertina Molte cose sembrano innocenti, e sono invece visual design. In sintesi ci troviamo davanti a un libro che seduce mentre genera domande ed è per questo che invece di scrivere una recensione classica ho preferito fare una chiacchierata con Riccardo Falcinelli.

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Leonhard Frank, L’uomo è buono

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A 100 anni dallo scoppio della Grande Guerra, in questo anno 2014, oggi, 19 ottobre, in concomitanza con la Marcia per la Pace, dopo aver letto e apprezzato i testi del volume L’uomo è buono di Leonhard Frank, che Del Vecchio Editore ha pubblicato nella traduzione di Paola Del Zoppo, proponiamo un estratto dal racconto Il padre.

La redazione di Poetarum Silva

Leonhard Frank, L’uomo è buono

Un corteo di pace scivola per le strade della Germania dilaniata dalla guerra.

Nel ciclo di cinque novelle L’uomo è buono, Frank mette in scena una lenta e inesorabile presa di coscienza del popolo della necessità della pace. Nel primo racconto, Il padre, un cameriere d’albergo con una avviata carriera si annichilisce nella disperazione per la morte dell’unico amato figlio finché non trova la forza di reagire e di trascinare con sé, a manifestare per strada, donne e vecchi rimasti a casa a vivere la difficoltà della solitudine e dell’abbandono derivanti dalle molte morti sul fronte. Di racconto in racconto – in ognuno una figura centrale che focalizza il dolore e la forza per chiedere la pace – frotte di persone si riversano in strada fino a formare un enorme corteo che comprende idealmente tutti coloro che ritengono di dover gridare a gran voce che la guerra è utile solo a conservare lo stato delle cose e ad aumentare la disperazione.

Da Il padre:

Settecento paia d’occhi di settecento persone cupamente mute fissavano l’oratore. Alle donne, che avevano le pentole vuote, o quelle i cui mariti erano sul campo o già caduti, le guance si erano fatte rosse. La cappa di ferro che da due anni schiacciava tutta l’Europa, evidentemente schiacciava anche questi settecento animali da soma, rattrappiti da dolore e miseria. Un ragazzino aveva preso il piccolo fucile da dietro il pianoforte che stava sul palco, e appoggiandolo alla guancia grigia mirava verso il basso, verso le settecento persone immobili. Tutti guardavano il buco della canna di latta. E fuori, col fucile sulla guancia, stavano milioni di uomini contro milioni di uomini, nella colpa e nel peccato.

Allora Robert spiccò il salto. Fu un salto lento. Si mosse con una sicurezza da sonnambulo verso il ragazzo, gli tolse il giocattolo dalla guancia e avanzò fino al palco. […] – Ecco, questo qui è un fucile. L’ho… l’ho comprato io stesso per il mio unico ragazzo. E con questo ha giocato. Con questo, senza accorgersene, ha estirpato l’amore dal suo cuore. Con questo ha imparato a sparare. Sono io che gli ho insegnato a sparare, che gli ho insegnato a uccidere. Mio figlio è caduto. È morto. Sono io il suo assassino… Orgoglio paterno, brama di gloria, superficialità dei pensieri e abitudine hanno fatto di me un assassino. E però ho solo fatto quello che avete fatto anche voi. Anche tra voi c’è chi ha perso un figlio. (altro…)