Si ristampi #2: Jim Harrison, Lupo (di Maurizio Ceccarani)

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Il primo romanzo di Jim Harrison è comparso in Italia grazie ai tipi della Baldini&Castoldi ora confluita, dopo varie vicende, nella Dalai editore. Stiamo parlando del 1996. Il romanzo, che in realtà risale al 1971, ha per titolo Woolf – A False Memoir che nella traduzione di Fenisia Giannini è diventato semplicemente Lupo. Si tratta del flusso di ricordi di Swanson, un inquieto scrittore, non integrato nella cerchia del Greenwich Village, che sente il bisogno di immergersi nella natura selvaggia dell’Upper Peninsula del Michigan per ritrovare una qualche forma di vita autentica, lontano dai disastri che è riuscito a procurare e a procurarsi con la sua insolenza, con le sue avventure erotiche e alcoliche. Questa sua fuga dal mondo abitato ha anche un altro scopo: avvistare un lupo. Sentivo che se fossi riuscito ad avvistarne uno, il mio destino sarebbe cambiato. Forse l’avrei seguito finché, fermatosi, mi avrebbe salutato, ci saremmo abbracciati, e io sarei diventato lupo. Harrison è della generazione immediatamente successiva a quella di Kerouac e sarebbe facile assimilarlo all’autore di On the Road. In realtà di quella generazione Harrison fa un quadro abbastanza dissacratorio, rivelando radici più profonde che vanno a toccare i nuclei fondanti della cultura americana.
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Nota critica su “Traviso” di Alberto Cellotto

di Roberto Batisti

Traviso

Con questa raccolta, la sua quinta in dieci anni da Vicine scadenze del 2004, Alberto Cellotto inaugura come meglio non si potrebbe la collana ‘hence le joie’ di Prufrock spa (e all’editore vada un plauso per la cura adoprata nel confezionare un oggetto libro elegante e azzeccato sul piano grafico, materico, oltre che per il coraggio e la coerenza di visione con cui sta costruendo il suo catalogo). In linea con l’indirizzo programmatico della nuova collana («libri che in massimo venticinque poesie svilupperanno un immaginario profondo e autosufficiente»), l’autore inanella ventuno brevi liriche, di sette versi ciascuna (si confronti la misura media ben più distesa del precedente Pertiche del 2012, che addirittura si chiudeva con un lungo poemetto), scandite da una misteriosa numerazione che per salti discontinui arriva fino a 72; e le arma di una coerenza interna, di una densità linguistica micidiale. A tutti i livelli.
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Alessandro Raveggi: David Foster Wallace

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Alessando Raveggi: David Foster Wallace – Doppiozero – ebook € 3,49

 

Ho cominciato la lettura del saggio di Alessandro Raveggi con molta curiosità. Chi mi conosce bene sa quanto io ami David Foster Wallace e la sua scrittura, e sa che non si tratta di amore cieco, o meglio che non si tratta più di quel tipo d’amore. Dopo aver letto tutto o quasi tutto: racconti, romanzi, saggi (sì, ho letto pure quello sulla matematica), le interviste, discorsi agli studenti, ho capito un paio di cose. La prima è che Foster Wallace è uno scrittore formidabile e rimarrà uno dei miei preferiti, la seconda è che gli si può voler bene senza aver paura di criticarlo ogni tanto. Forse non ho più l’età per venerare qualcuno e mi pare che nemmeno l’autore del saggio ce l’abbia più.

Dico subito che il libro che ha scritto Raveggi è bello ed è molto interessante. Uscito in ebook per Doppiozero (collana di libri elettronici che consiglio di seguire con attenzione) pochi mesi fa, è, come dichiara l’autore all’inizio, «Un commiato sofferto di un suo lettore italiano». Quindi non un saggio canonico e neppure una specie di guida introduttiva alla lettura dell’opera di David Foster Wallace: è un percorso dentro le opere e, in parte, nella vita dello scrittore statunitense (quando si parla di DFW i due aspetti non potranno essere tenuti troppo distanti). Un’analisi che non segue un ordine preciso, Raveggi non la compie cronologicamente, è un  commiato, come abbiamo visto, e il sentiero che si segue è quello più opportuno per giungere al distacco.

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Frammento di un discorso su Giovanni Raboni

Giovanni Raboni

Giovanni Raboni affrontava la realtà in modo indiretto, eppure non mancava di centrare il segno malgrado filtrasse ogni cosa con uno schermo. Del resto è il poeta italiano che più di tutti ha fatta sua la lezione straniante di Ezra Pound; e ha forzato a tal punto la lezione poundiana da fare dell’ellissi la propria figura di riferimento da A tanto caro sangue in poi, dove tra tagli e rimaneggiamenti l’intera sua poesia ha finito per acquistare nuova linfa.
Se guardiamo alla sola produzione in versi, da Gesta Romanorum a Ultimi versi, noteremo subito tutta quella serie di costanti sia tematiche sia stilistiche che rendono davvero ragione di una coerenza del poeta Raboni portata avanti fino alla fine. Non stupisce quindi ora, come non stupì allora, la comparsa di forme chiuse (soprattutto del sonetto) perché è in realtà la naturale conseguenza di una ricerca iniziata subito; una ricerca del respiro poetico che si fondava sull’alternanza di versi canonici della lirica italiana (endecasillabi e settenari in prevalenza, ma anche quinari e trisillabi), variamente (s)composti, ma facilmente riconoscibili, con versi sia ipermetri capaci di superare le trenta sillabe, sia ipometri (rari), il tutto attuato per avvicinare la lingua della poesia a quella della prosa e più ancora a quella reale.
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Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni - foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni non se ne è mai veramente andato. Non lo dico io, l’ha detto lui e mi ha convinto.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte www.giovanniraboni.it)

Io non sono una persona di fede, non ho alcun pilastro su cui fondarla, semplicemente non credo. Eppure le poche volte in cui mi sono sentito vicino a una certa idea di fede sono state quelle in cui ho letto le poesie di Giovanni Raboni. Le volte in cui mi sono sentito più vicino al mistico. Le volte, soprattutto, in cui ho capito come la morte non sia una cosa staccata dalla vita, ma soltanto una parte, una parte che giustifica il resto, che spiega – in alcuni casi – il resto. E penso, come Raboni, da dopo Raboni, che i morti ci siano, che rimangano con noi, nei nostri paraggi attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Quindi Raboni è qui, che io lo rilegga (e succede molto spesso) o che passeggi per Milano (e succede molto spesso). Mi domando, a volte, se Milano sarebbe stata la stessa città per me se non l’avessi attraversata e vissuta con i testi di Raboni (ma anche di Pagliarani o di Sereni), se me ne fossi comunque innamorato già dalle prime camminate, quelle che facevo con il Garzanti sotto il braccio, una mano sulle poesie e una mano sui muri dei palazzi. Milano doveva diventare la mia città, e doveva farlo in fretta, e chi se non il poeta che aveva saputo raccontarla così bene, tanto viva, che l’aveva messa in poesia com’era prima che io nascessi, avrebbe potuto insegnarmela e, poi, regalarmela. Badate, non sto esagerando: Milano non è una faccenda che si possa scindere da Raboni. Se esiste una Milano senza di lui, quella non è la mia Milano, è un’altra cosa, meno viva e molto meno interessante.

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Bioy Casares a cento anni dalla nascita

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Cento anni fa nasceva a Buenos Aires Adolfo Bioy Casares, che il pubblico italiano conosce soprattutto per le opere scritte con Jorge Luis Borges (tra queste, Sei problemi per Don Isidro Parodi, Il libro del cielo e dell’inferno). Il suo romanzo del 1940 L’invenzione di Morel, particolarmente apprezzato da Borges e da Octavio Paz, ebbe anche in Italia, nel 1974, una trasposizione cinematografica,  con Emidio Greco, in quell’occasione, al  primo film come regista.  Nel centenario della nascita di Bioy Casares – in questo anno 2014 ricorre anche il quindicesimo anniversario della morte –  proponiamo l’incipit di Progetti per una fuga al Carmelo, una delle sue Historias Desaforadas, raccolte in Italia nel volume L’orologiaio di Faust, dal titolo di uno dei racconti.

Planes para una fuga al Carmelo

Al professor lo irritaba la gente que se lebantaba tarde, pero no quería despertar a Valeria, porque a ella le gustaba dormir. «Pone mucha aplicación» pensó, mientras contemplaba el delicado perfil y la efusión roja del pelo de la chica sobre la almohada blanca.
El profesor se llamaba Félix Hernández. Parecía joven, como tantas personas de su edad en aquella época (veinte años antes, hubieran sido viejos). Era famoso, aun fuera del mundo universitario, y muy querido por los alumnos. Se consideraba afortunado porque vivía con Valeria, una estudiante.
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Tu se sai dire dillo: 18-20 settembre a Milano

Tu se sai dire dillo

terza edizione

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18-19-20 settembre

Galleria Ostrakon
Via Pastrengo 15, Milano

La Galleria Ostrakon ospita, tra il 18 e il 20 settembre 2014, la terza edizione della rassegna Tu se sai dire dillo, dedicata alla memoria del poeta Giuliano Mesa (1957-2011) e ideata da Biagio Cepollaro. Anche quest’anno l’attenzione è rivolta a poeti importanti e radicali del ‘900 ancora poco conosciuti come Gianni Toti (1924-2007), tra l’altro pioniere della video poesia in Italia di cui viene presentata per la prima volta l’intera opera in versi curata da Daniele Poletti; Emilio Villa (1914-2003), precursore delle neoavanguardie,in nome del quale si sono svolte nel corso dell’anno molte iniziative promosse da Enzo Campi, a partire proprio dalla galleria Ostrakon, e Paola Febbraro (1956-2008), poetessa prematuramente scomparsa intorno alla cui opera parleranno Anna Maria FarabbiViola Amarelli e Giusi Drago. Ad arricchire il programma ci sarà la presentazione dell’ambizioso progetto Phonodia, curato da Alessandro Mistrorigo dell’Università “Ca’ Foscari” Venezia, relativo ad un archivio di voci di poeti di tutto il mondo. Infine sulla questione della critica letteraria oggi verterà una conversazione tra Luigi Bosco e Lorenzo Mari, redattori del blog In realtà, la poesia, e Luciano Mazziotta.

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Ben Nuttall-Smith – Poesie inedite

Ben Nuttall-Smith foto by surreymuse.wordpress

Ben Nuttall-Smith foto by surreymuse.wordpress

A Moment in Eternity

Ben Nuttall-Smith[1]

THE BOMB

where were you
when the bomb dropped
when feet and fingers flew
when torsos and limbs
lay in carnage
where were you?

it seems so very long ago
yet just the other night,
and every night
the glazed eyes stare
to scream into his sleep
and drown his tears upon tears
upon tears

where were you?

*

LA BOMBA

Dove eri tu
quando la bomba cadde
quando piedi e dita volarono
quando toraci e arti
giacevano in carnai
dove eri tu?

sembra tanto tempo fa
pure proprio l’altra notte,
e ogni notte,
nel sonno occhi vitrei
sgranati in urlo
annegano le lacrime, fiumi
e fiumi di lacrime

tu dove eri?

[1] Sezione War and Violence (pagine 65-72)

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #2

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Roberto Saporito – Mi ricorda gli anni Ottanta #2  

(leggi anche la prima puntata)

Mi ricordo un altro video divertente: quello della canzone “One Step Beyond” dei Madness…

Mi ricordo che volevo diventare uno scrittore (e poi, con calma, con moltissima calma, ci sono riuscito)…

Mi ricordo il pop elettronico degli Orchestral Manoeuvres in the Dark…mi ricordo la loro bellissima “Enola Gay”…

Mi ricordo il video dove quattro giovanissimi e scanzonati Depeche Mode cantano l’irresistibile “Just can’t get enough”…

Mi ricordo un libro molto bello: “Scimmie” di Susan Minot…mi ricordo che il minimalismo letterario americano mi è sembrato una corrente letteraria finalmente “mia”…

Mi ricordo il video “patinato” ma suggestivo di “Save a prayer” dei Duran Duran:   una canzone altrettanto “patinata” ma suggestiva…

Mi ricordo un carnevale di Venezia dedicato a Corto Maltese…mi ricordo di essere andato a Venezia vestito da Corto Maltese (con tanto di basette vere fatte crescere per l’occasione) in treno (da Torino)…mi ricordo di essere stato vestito da Corto Maltese per due giorni interi (e relative notti)…due giorni interi di viaggi in treno e “peregrinazioni” per le strade di Venezia…mi ricordo che ero in compagnia di altri due miei amici, ma non mi ricordo assolutamente com’erano vestiti loro…

Mi ricordo un’altra canzone da “brividi”: “Bamboo Houses” di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto…un’altra canzone che “staziona” nella parte alta delle mie canzoni più belle di tutti i tempi…

Mi ricordo, ancora, i Joy Division con una canzone che già allora ti prendeva alla gola e al contempo ti arpionava il cuore: “Love will tear us apart”…

Mi ricordo “Someone, Somewhere in Summertime” dei Simple Minds…mi ricordo che era il 1982…mi ricordo che “finalmente” potevo ballare…

Mi ricordo un concerto “rumorosissimo” dei Sonic Youth al Big Club di Torino…mi ricordo che alla fine del concerto ero sicuro di essere diventato sordo…mi ricordo che per una settimana questa convinzione rimase…

Mi ricordo di aver comprato al mercatino delle pulci di Parigi il disco “Drums and wires” degli XTC…mi ricordo sempre con piacere i dischi comprati in giro per il mondo…

Mi ricordo le Brigate Rosse…

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Cartoline persiane#14

medusa

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Caro Rhédi,

oggi ho visto come muore una medusa. In realtà non si è trattato di morte naturale, dei ragazzini l’hanno catturata col secchiello per poi lasciarla sullo scoglio a sciogliersi, e ridevano stuzzicandola con i bastoni. Chi crede ancora all’innocenza dell’infanzia non ha mai guardato i bambini con attenzione. Hanno sempre le mani nelle mutande, peggio che gli adulti sulle metro, e diventano violenti per nulla, per gioco, se potessero ti staccherebbero i denti. La crudeltà dei bambini di solito si attenua crescendo. I grandi dittatori della storia erano bambini irrisolti.

Dicevo le meduse, le avrai viste come tutti, conoscerai la loro bellezza un po’ inquietante, magari qualche volta te ne sei beccata pure una. Bene che vada ti irrita come l’ortica, ma se trovi quella giusta l’immagine visiva del dolore sarà di esserti appoggiato su una piastra elettrica; solo in un caso, mai più ripetuto, pietrificava. Si accumulano vicino alla riva nei giorni di vento, e dall’alto puoi vederne di tanti colori, bianche rosa marroni viola, sembrano fiori, fazzoletti, occhi, sott’acqua paiono più grandi, ondeggiano senza fare rumore ma se ne facessero sarebbe un sibilo. Se sei ancora lontano puoi intuire la presenza delle meduse in due situazioni. Quando fa molto caldo e non c’è nessuno a mollo ma tutti guardano l’acqua dagli scogli con aria preoccupata, confusa, impacciata. Oppure se stai seguendo il movimento armonioso e rettilineo di un nuotatore e all’improvviso quello sbanda di lato, fa quasi un saltino, a momenti urla. Spesso si parla dell’arrivo delle meduse come di una grave minaccia, come di un improvviso e immenso avvelenarsi del mare. Se la sera tira vento, e agita i tetti e gli alberi e i costumi stesi, puoi sentire la gente che dice: “domani sarà pieno”, parlando del mare, con un brivido di superstizione. Perché in fondo lo sappiamo bene che esistono ben altre minacce, e vorremmo che se ne andassero sempre via insieme alle meduse, con il vento successivo.

(Ecco, c’è da dire anche questo, la medusa si sposta in virtù della corrente e di piccole e grandi contrazioni della cappella, esattamente come gli uomini. Puoi tu non crederla sorella?)

Quando i bambini se ne sono andati mi sono avvicinato al rimasuglio della medusa, a quello che restava della sua trasparenza. Non ho provato pena per lei, ma per noi. Ho pensato alle nostre decomposizioni, alle nostre combustioni. E invece, morire come una medusa, sciogliendoci lentamente al sole, lasciando di noi soltanto l’ombra di una sagoma. Senza nemmeno il ricordo del veleno che avevamo dentro.

@Andrea Accardi

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Marco Scarpa: inediti da “La colpa, il guscio”

Jānis Kreicbergs, 1972

Jānis Kreicbergs, 1972

di Marco Scarpa

Dalla raccolta inedita “La colpa, il guscio”

 

Gridavi ai quattro venti “Della vita

nulla mi importa, sono polvere

che rotola, sprazzo pulviscolare,

andirivieni di respiri, zigomi

e labbra e battesimi a perdere

dell’aldilà l’incanto. Che la vita

venga mangiata come i bruchi

fanno con la mela, che rimanga

scarno il nocciolo, rimanga l’osso

e noi sazi della polpa.

………………..Gridavi e quella rabbia

era fragile, aveva le stimmate,

gli adesivi attenti delle vetrine

nei giorni dei saldi, era la data

di scadenza, il termine ultimo

per addentare dei giorni le membra,

………………………………….il succo.

*

 

Gli occhi puntavano dritti alla scena finale

nell’abaco la misura, nei conti

……………………….la resa, il gioco ed il quesito

nella legge della scommessa “Ce la dovesse

mai fare, mancare il capitombolo, rialzarsi,

sarebbe un nuovo asse, un acuminato

punto di svolta”.

………………………Tra le sinapsi una ferita

aperta, un segno che avevamo visto

e le teorie riposavano ora nella terra

i passi sicuri sopra nuova memoria

e nuovi zeri all’orizzonte da cui ripartire.

*

 

Le più varie sensazioni, dall’ansia

allo stress, alla pigra depressione,

la concentrazione vana, la calcarea

idea di smarrimento.

………Non è il quadro finale, le esequie,

il relitto, è l’inizio, l’ingombro lungo

questi anni nuovi, sintomi estesi

ai ragazzi, le nuove leve, dall’estraneo

impaurite, rinchiuse in casa, molli

nei corpi, con i passi controllati

Rimani nei paraggi, non ti allontanare,

che ti possa vedere e tu sentire la mia voce”.

 

…………..Diverge lo spazio, circoscritto

il luogo della ricerca, le scoperte frenate

dentro i pollici di uno schermo

che abbaglia ed è chiara la rinuncia,

la mancata esplorazione dei sentieri,

della natura, dell’urbano ambiente,

dei dettagli colmi, degli umani reperti.

*

 

Sono i giorni degli sconti, dei prezzi

deformati nelle vette. “Si può avere,

finalmente” proprio alla fine tra le ore

del disuso, nei momenti dell’intaglio,

del necessario raschiato male, piano

la retina si aguzza, slitta la rinuncia

e sghembe le ombre si diradano piccole

tra i traumi del vano possesso, l’unico

traguardo che si inclina al tocco.

 

*

Pubblichiamo oggi due estratti inediti dalla raccolta La colpa, il guscio di Marco Scarpa che ringrazio per averceli concessi. La scorsa settimana abbiamo proposto alcuni testi editi ed inediti dell’autore qui.
La sua è una poesia che definirei non di facile lettura e immediata interpretazione, sotto molti aspetti; è una poesia differentemente dialogica e tenterò di spiegare perché. Dapprima la indicherei come una poesia ‘materica': quest’aggettivo ha molto a che fare con la sua bellezza che, a mio parere, non sta in nulla di ‘corporale’, anche se il corpo c’è, partecipa, e tuttavia risulta essere sempre scorciato e frammentato da punti di vista parziali, irregolari. La bellezza di questi versi risiede in qualcosa di ‘fisico’ che è, di fatto, presentificato dalla ‘parola’ e dall’uso che il poeta ne fa. Scarpa crea un’elencazione a non finire di ‘parole-oggetti’ ossia di sostantivi, aggettivi e verbi (per lo più all’infinito e all’impersonale) che diventano azioni e scandiscono il ritmo di versi, ponendo il lettore come spettatore dell’accadere o del non accadere delle cose, che non è altro che l’accadere delle parole:

Tutto si poteva fare

in maniera semplice e lo si guardava

accadere, a distanza.

Parliamo dei versi: quelli di Scarpa sono per lo più endecasillabi, talvolta settenari ma anche novenari posti in finale di strofa raramente versi più brevi; vi è dunque un’attenzione nei confronti della tradizione che pare rispettata sempre più dalle voci della generazione di Scarpa e dalle generazioni coeve. Questa scelta formale non sposta, comunque, l’attenzione dall’aspetto tematico che si lega anche all’immagine e alla musica scelte in occasione del primo post: con i versi di Scarpa siamo di fronte alla mancanza e alla sottrazione, a qualcosa di franto o che ‘viene a perdere’. Ogni particolare ‘materico’ e ‘materiale’ è ciò che resta di una visione d’insieme che non c’è più, si è rotta. Mostrarci le rovine, ecco quello che fa Scarpa, anche se detto in questi termini parrebbe quasi ‘romantico ed inappropriato’ perché quello che noi viviamo leggendo è uno scenario che ha valicato anche il confine del post-industriale, andando definitivamente ‘oltre’. Tematicamente, l’affinità più prossima trovo sia quella con La divisione della gioia di Italo Testa, di cui Gianni Montieri ha parlato anche qui (e che Testa ha letto per Virgole di poesia, qui); ma l’autore (dal titolo al contenuto) restituisce proprio un’atmosfera urbana com’è quella dei suoi amati Joy Division e quindi legata a tutto un immaginario ben codificato esteticamente, quello del post-punk e della new wave. L'”inquietudine di fondo” di Scarpa, invece, (così è detto quel rumore che rimbomba nel fondo dei versi di Scarpa da Sebastiano Gatto, autore della prefazione della raccolta per Raffaelli) si lega al captare, con la parola, appunto l’accadimento e fissarlo per sempre, come dicevo all’inizio. Le sue poesie ci trascinano in ‘resonant spaces’ o ‘urban soundscapes’ in cui il caos (tematico) è completamente ordinato o rielaborato in una strutture più o meno complesse, che reggono il peso della sostanza grazie alla forma dei versi ma anche ad un controllo più ampio della sintassi. Gli enjambement, infine, sono funzionali allo ‘spaesamento’ (peraltro citato come parola-chiave nei versi) che è di tutta la poetica dell’autore, a mio avviso. L’aggancio musicale qui esposto, tuttavia, funge d’aiuto per riferire almeno altre due cifre della poesia dell’autore: innanzitutto il ‘tu’ di riferimento che non c’è, o se c’è è un altrove, a creare una ulteriore dispersione; altro aspetto cruciale in questi versi è il tempo, anch’esso non definito o definito nell’altrove, spazio/luogo/momento/e tutto-insieme che chiarifica l’accadere della parola.

*

scarpaMarco Scarpa è nato a Treviso nel 1982. Laureato in Ingegneria Biomedica, lavora nel campo medicale. Per quanto concerne la poesia ha collaborato con il teatro Comunale di Vicenza, inserendo sue poesie collegate alla musica, nell’ambito della stagione di musica sinfonica 2011/2012. Ha pubblicato nel 2012 il libro Mac(‘)ero Raffaelli Editore (Rimini). Si dedica inoltre all’organizzazione di incontri di poesia in luoghi spesso inusuali, gravitando tra Treviso e la sua provincia.

Dai margini # 1 – Christine Lavant

Con la rubrica “Dai margini”, che si apre oggi qui con Christine Lavant, Poetarum Silva si propone di diffondere la conoscenza di autori che hanno seguito percorsi inconsueti, ai margini delle correnti più diffuse.

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Dai margini # 1 – Christine Lavant
di Anna Maria Curci

Di lei scrisse Thomas Bernhard: «è la testimonianza semplicissima di una persona che subì la violenza di tutti i buoni spiriti, sotto forma di grande poesia, una poesia che non è ancora conosciuta nel mondo come meriterebbe.» Ho conosciuto Christine Lavant leggendo di lei nel museo che a Klagenfurt custodisce testimonianze di e su scrittori noti della Carinzia, dove le sue tracce si trovano accanto, per essere più espliciti, a due illustri figli di Klagenfurt, Robert Musil e Ingeborg Bachmann. Dapprima mi sono accostata alla prosa di Christine Lavant, leggendo i racconti pubblicati in traduzione italiana da Zandonai nel volume Nell. In quella occasione, tramite il saggio introduttivo «Ho bisogno di un essere umano, finché non avrò Dio». Il linguaggio salvifico di Christine Lavant, è avvenuto anche il mio primo incontro con l’autrice del saggio, Marica Bodrožić, di cui ho letto, subito incuriosita, prosa e poesia. Ho rivolto poi lo sguardo alla  poesia, che ho provato a rendere in italiano, di Christine Lavant. La sua è una scrittura che racchiude gli opposti: quieta e potente, lieve e incisiva, ascetica e concreta, è preghiera umile e ribelle. Alla ricerca del volto di Dio, lo sguardo si sofferma sull’esistente con slancio estatico e acume critico, visionarietà vertiginosa e sinestesie corpose. Sguardo ossimorico, questo, che si conferma nei suoi Appunti da un manicomio.  In una lettera non datata alla poetessa Hilde Domin, che Marica Bodrožić nel saggio menzionato definisce “sua amica fidata”, Lavant scrive: «Nulla cambia nell’esistente: per uno dei molti canali della creatività che si occlude, se ne aprono sempre di nuovi.» (altro…)