Gian Piero Stefanoni, Da questo mare – Recensione di Lucianna Argentino

copertina_Stefanoni

Gian Piero Stefanoni mi ha fatto dono del suo libro Da questo mare, edito dalla Gazebo (2014), quando ci incontrammo alla presentazione di La bellezza non si somma di Roberto Maggiani e in quell’occasione qualcuno parlò di “preghiera laica” (a mio avviso un ossimoro senza via d’uscita) a proposito delle poesie di Maggiani e io e Gian Piero ci dicemmo che anche per noi la poesia è una preghiera. Una preghiera per niente “laica”, una preghiera profondamente e spiritualmente umana che ricerca una relazione con l’Altro in noi e in tutto ciò che ci circonda: creature e cose. E dunque nel libro di Gian Piero Stefanoni ritrovo la stessa sostanza del mio fare poetico ossia, in particolare, il non temere di trovarsi faccia a faccia con il divino. Ritrovo anche il coraggio e la forza del suo essere luminosa testimonianza dell’amore divino colto nelle sue molteplici espressioni. Fin dall’inizio, dedicando otto componimenti alle “Crocifissioni” di Manzù, Stefanoni sembra suggerirci che l’arte in tutte le sue forme è la via privilegiata per raggiungerlo, che tutta l’arte è una forma di preghiera che si nutre della dimensione verticale e di quella orizzontale (le stesse della Croce) ma tra queste spicca la parola poetica che forse è l’unica delle arti che ha mantenuto una sua purezza, riconducibile a quando la letteratura «riusciva ad essere portatrice di valori non esclusivamente letterari» (come scriveva Giudici chiedendosi se la poesia abbia ancora senso) e si è sottratta dunque dalle direttive commerciali del mercato editoriale. La poesia così come emerge dalle pagine del libro di Gian Piero Stefanoni ha ancora senso e dà senso alla nostra vita o quanto meno ci offre delle indicazioni che ognuno può far proprie e rielaborare per una sua personale ricerca: «dai al tuo cuore  giusto pensiero, giusta anima e il riflesso in voce del tuo bene.» Quello che il poeta ci offre è una sorta di pellegrinaggio attraverso luoghi che si fanno specchio al suo mondo interiore, specchio e pretesto per una riflessione sull’umana condizione di creature che vivono l’esperienza terrena come un esilio, che sentono che la loro patria non è di questa terra. Credo che tutti, credenti e non credenti, abbiamo, almeno una volta nella vita, sentito un senso di spaesamento e che non è tutto qui oltre alle domande fondamentali che gli esseri umani da sempre si pongono. W.H. Auden ha scritto: «Ogni poesia che tenda a chiarire il significato della vita deve interessarsi a due problemi su cui tutti gli uomini che leggano o non leggano poesia, cercano di essere illuminati: 1)  Chi sono io? […] 2) Cosa dovrei diventare?» Auden mette l’accento sull’autenticità perché la poesia quando è autentica è lavoro dentro l’individuo e con l’individuo, interrogazione, tensione verso il vero. Ed è verso la verità che Gian Piero Stefanoni tende, la verità della Bellezza, del Bene, della Giustizia che tuttavia inevitabilmente si scontra con il male. Il male che colpisce gli innocenti come ci ricorda nella poesia dedicata a Stefano Gay Taché, il bambino di due anni morto nell’attentato alla Sinagoga; il male che colpisce chi cerca di realizzare la propria umanità operando per il bene comune come nella poesia dedicata a Vittorio Arrigoni e il male, diciamo, quotidiano. Gli affanni, le sofferenze, le difficoltà, le preoccupazioni di tutti i giorni che affaticano il cuore umano, lo provano. Ma su tutto ciò splende la luce della consapevolezza dell’amore divino che è una fonte a cui noi dobbiamo attingere per trovare la forza per operare nel bene e per il bene senza attenderci interventi dall’alto, ma sentendoci e rendendoci responsabili in prima persona perché in ognuno di noi risuona ancora la domanda: «Dov’è tuo fratello?» Andare a Lui, nutrirci del Suo amore e poi renderlo concreto attraverso l’opera delle nostre mani, del nostro cuore. «Non darti nome ma appartieni / al mistero che anche di te sarà terra / e specchio imparando il sentire», scrive Gian Piero Stefanoni nei bei versi iniziali della poesia Lungaretta. Il mistero che circonda la vita umana e non solo, è avvertito non come un muro impenetrabile ma, al contrario, come un possibile varco per aprirsi a un tempo altro, a un tempo di speranza. «Il male urla forte ma la speranza urla ancora più forte» afferma il poeta nella poesia Navicelle. La speranza, dunque, che salvaguarda dallo scoraggiamento e non è una passiva attesa ma anzi pretende da ciascuno una vitale azione, una attiva partecipazione all’opera creativa di Dio. Ed è significativo che il titolo di questo libro sia quello di un poemetto  messo a conclusione del libro in cui è narrata la storia di uno dei tanti naufraghi venuti a morire tra le onde del nostro mediterraneo a sottolineare lo stato di precarietà della vita umana. Tutti su un barcone che ondeggia sul mare dell’esistenza. Gian Piero Stefanoni pertanto attraverso la sua poesia cerca di interpretare i “segni del tempo” perché, come dice Mario Luzi,  la poesia «lavora a strappare alle immagini del tempo la loro temporalità» e dunque a dire «l’essenzialità oltre l’individuo» (O. Elitis). Percorrendo e lasciandoci percorrere e attraversare dalla parola poetica di Gian Piero Stefanoni percorriamo e attraversiamo la storia umana e la “storicità” di Dio che non rimane relegato nell’alto dei cieli ma decide di incamminarsi per le strade polverose dello spazio terreno assumendo il volto di ciascuno di noi e in particolare dei più umili e dei più disgraziati. Con la sua poesia e direi pure con la sua fede Stefanoni sente e vede e ci fa vedere e sentire l’abbraccio del tempo con l’eternità e per farlo bisogna avere uno sguardo che sappia vedere oltre l’esteriorità del tempo umano per cogliervi l’attimo dell’eterno divino.

© Lucianna Argentino

 

CAIROLI
                                                             

Ma il mondo sale in piedi
tra le braccia delle sue donne,
in questo ripiano di luce,
nel pane quotidiano, dove anche oggi
passi
.          e ci guardi
prima di andare; dove Ti spingi, a largo
segnalando il limite delle Americhe, dal Tevere,
dall’isola,
.                 chiamando
alla barca del nuovo mondo la terra.

(altro…)

28 febbraio 2015: dieci anni dopo. Per Mario Luzi

Devo averlo già detto, e quindi temo di ripetermi, ma non è facile condensare in poche righe la bellezza delle poesie di Mario Luzi. Potrebbe farlo solo un critico come Franco Fortini, ossia uno capace di ritrarre l’immensità con pochi cenni, lasciando percepire e riconoscere tutto il resto non accennato.
Perciò, per ricordare Mario Luzi a dieci anni dalla morte, lascerò che sia la sua parola (sì! parola, al singolare) a parlare. Le occasioni per parlare di lui e della sua poesia non mancheranno; anzi, son così prossime che questo ricordo potrà sembrare eccessivo tra qualche giorno.
Privilegio ultimamente, da lettore, la sua intonazione civile; quell’intonazione che qualcuno voleva fosse una sorta di querula voce da vecchio poeta inutile, ma che in verità data molto lontano: da quando, abbandonate le avvenenti sinuosità della poesia tardo-simbolista (più duratura della fase meramente ermetica), si fece avanti in lui una coscienza del ruolo del poeta e della sua funzione; una presa di coscienza non dissimile da quella di Fortini, seppur di segno opposto. [fm]

.

Il pensiero fluttuante della felicità

[dal terzo movimento]

I morti male, coloro che cadono
quando non ci sono più lacrime
se non i lucciconi del piccolo,
dopo Hiroshima, dopo Mauthausen…

Ah vorrei almeno intravederlo
il dio accecante che avanza
da crimine a crimine, e penetra
l’umano di una chiarità d’empireo.

Lui che prende luce dalle sue vittime
e cresce, canto fermo da cicala
a cicala dell’estate, nella maturità dei tempi,
nella pienezza della storia, dicono,

o l’altro, non importa, fermo nell’unità del mondo,
che parla a chi ne è degno, certo, più di me,
minatore votato a morte nella miniera,
poeta che non sta al gioco dell’arte.

Mi conosci questi pensieri,
non di meno mi parli di felicità, e io ascolto.

. (altro…)

Rileggere Antonio Delfini

Antonio Delfini - Toccafondo

© Gianluigi Toccafondo

PRIMA DELLA FINE DEL MONDO
da Poesie giovanili

Non ho volontà

Potessi un giorno
camminare da solo
ma solo solo
non come vado adesso
solo
ma solo solo
senza me stesso

*

È bene scrivere sempre
così si dice,
ma è tanto bello dormire
così mi pare

29 gennaio 1935.

*
(altro…)

Poeti a scuola #1: intervista a Elio Pecora e Franco Buffoni

Questa che segue è la prima di due interviste doppie in cui quattro poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui vi capita, nei vostri incontri con le scuole, di rapportarvi più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Elio Pecora

Elio Pecora

Elio Pecora: Da trent’anni vado nelle scuole. Ho cominciato dai licei  e sono stato poi chiamato in molte scuole elementari e medie. In tutta Italia, da Sondrio a Catania. In tutte ho trovato e trovo attenzione, ragazzi e ragazze particolarmente dotati, insegnanti a volte increduli ma presto entusiasti. Dai primi anni Ottanta, prima come consigliere poi come presidente dell’Unione Lettori, che peraltro gestiva un premio annuale di poesia, sono andato nelle scuole a parlare di poesia contemporanea e dei poeti che annualmente proponevo alla lettura e alla votazione di cinquanta fra istituti superiori ed elementari. Non ho visto né usato differenze di tono o di metodo. Con i giovani e giovanissimi è sufficiente uscire dagli schemi scolastici e avvicinarsi ai testi come a organismi vivi e prossimi.

Franco Buffoni: La mia ultima esperienza è stata con una classe terza, la III I del Virgilio; ero convinto sarebbe stata una classe di maturità, e invece si trattava di giovanissimi sedicenni. Io, che ho insegnato per trent’anni all’università, ho dovuto complicare e semplificare, sentirmi un nonno che viene a trovare e parla di Coleridge, Wilde, Cardarelli, Montale, e di ritmologia, del confine in poesia tra la musica e la prosa. Nell’ultimo incontro abbiamo letto Jucci, e lì è stato gratificante: si è vista la presa di un libro che è quasi un romanzo sul cuore di un sedicenne.

Se io avessi avuto l’opportunità di passare un’ora in classe con un poeta, mi sarei accorta con le giuste tempistiche che il poeta non è creatura di lauro ma carne e ossa. Si è mai avvertito questo momento di sorpresa?

E.P. Presentandomi, come da sempre mi presento in carne e ossa, ovvero privo di maschere e di atteggiamenti, ma certo di quel che do, non ho avvertito sorpresa, piuttosto un’ammirazione impastata di affetto e di vero interesse. Non andavo e non vado coronato di alloro, pure è accaduto in più di una scuola che uno e più alunni riferissero all’insegnante, o addirittura mi scrivessero, di avermi visto circondato da una luce. Tuttora sorrido di simili dichiarazioni, ma rimane che i più giovani, privi come sono di pregiudizi e di stretture mentali, riconoscono la poesia quando  e dove si palesa.

F.B. Si è avvertito molto. Una ragazza, ad esempio, ha commentato: “È entrato imponente come Farinata degli Uberti, all-black-dressed“. E poi Farinata nero è diventato un nonno.

Avete una modalità preferita per far incontrare i ragazzi con la poesia? Ad esempio la lettura di testi propri o altrui, la conversazione, o altre?

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

E.P. Non ho modalità. Per lo più parlo per un poco della poesia come educazione ai sentimenti, come parola esatta, distillata, destinata a durare, e come possa la poesia, e la memoria della poesia, giovare alla conoscenza di noi stessi e del mondo. Rispondo in tutte le scuole, minori e maggiori, a molte domande tutte vive e vitali, chiarisco come una poesia va letta rispettandone i versi e il ritmo, chiamo gli studenti a leggere. Niente di più.

F.B. Ci sono vari modi, dipende dai tipi di scuola e dal bagaglio culturale dei ragazzi. Ma a volte meno bagaglio vuol dire anche essere più naïf, e qui si può arrivare più direttamente al sentimento. Bisogna tornare a un linguaggio comune in base alla scuola di appartenenza, quindi ai programmi, e all’età. 

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola: cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Vi viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

E.P. Ripeto anche qui quello che vale per ogni arte e anzitutto per la poesia e per la musica. La poesia non va capita, va sentita. Per questo viene ritenuta difficile da chi pretende di spiegarla e di interpretarla. Ho assistito a molti esiti felici di questa mia visione della poesia. In molti casi sono stati gli studenti, anche i più piccoli, a dimostrare quanto un verso e un’immagine potessero dare di emozione e di percezione. Il poeta, se è tale, non è mai incapace. Troppo spesso l’incapace è chi legge e non possiede gusto ed è stretto nelle sue stretture.

F. B. Vexata quaestio: il testo è autosufficiente o per conoscere è necessario sapere la biografia dell’autore o addirittura una spiegazione della poesia? Tutti questi atteggiamenti possono essere condivisibili se non portati all’estremo. Che il testo sia dogmaticamente autosufficiente è un’illusione. Per contro, dovrebbe essere autonomo. Ma è necessaria, specie a una certa età, una mediazione.

Chi avreste voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

E.P. Negli anni del mio liceo non usava invitare a scuola autori di nessun genere. Comunque erano numerosi i poeti che avevo conosciuto e amato nei libri e che leggevo anche fuori dei programmi scolastici. Allora poi, oltre che  da Leopardi, ero preso- e dura ancora- dai poeti greci e latini: e quelli mi visitavano  di continuo nel silenzio della mia stanza ogni volta che tornavo ai loro testi.

F.B. Pasolini, che ho conosciuto più tardi, negli anni ’70. A scuola ci avevano portato a vedere il suo Vangelo secondo Matteo. Ma anche Sereni, e la Rosselli.


Elio Pecora (Sant’Arsenio, 1936) è poeta, saggista, traduttore e autore di testi teatrali, racconti, romanzi e letteratura per l’infanzia. Ha collaborato con diversi quotidiani, riviste e programmi Rai. Tra le sue ultime raccolte figurano Tutto da ridere? (Empiria 2010), Nel tempo della madre (La vita felice 2011), In margine, congedi ed altro (Oedipus 2011), Dodici poesie d’amore (Frullini edizioni 2012). Sue anche numerose curatele ai poeti Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza (quest’ultima per Poesie 1971-1996, Mondadori 2002). Dirige la rivista internazionale Poeti e poesia.

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) è saggista (L’ipotesi di Malin, Marcos y Marcos 2007), traduttore (Poeti romantici inglesi, Mondadori 2005), narratore e poeta. Presentato su Paragone nel 1978 da Giovanni Raboni, tra i suoi ultimi lavori figurano Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014). Ha insegnato per trent’anni letteratura inglese e letterature comparate. Nel 1989 ha fondato e dirige Testo a fronte. Il suo lavoro è stato raccolto in Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012).

Poesia latinoamericana #7: Gonzalo Rojas

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il settimo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicata a Gonzalo Rojas, poeta cileno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Gonzalo Rojas

GONZALO ROJAS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

Gonzalo Rojas (Cile, 1917 ‑ 2011). È uno dei grandi punti di riferimento della poesia cilena del Novecento. Tra le sue opere si segnalano: La miseria del hombre (1948), Contra la muerte (1964), Oscuro (1977), Del relámpago (1981), El alumbrado (1986), Antología de aire (1991), Río turbio (1996) e Metamorfosis de lo mismo (2000). A partire dal 1958 ha organizzato i famosi Congressi di Scrittori a Concepción, dove si riunivano, come lui amava affermare, i suoi compaesani di Latinoamericana. Per la sua opera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali vale la pena menzionare il Premio Reina Sofía in Spagna, il Premio Octavio Paz in Messico, il José Hernández in Argentina, il Premio Nazionale di Letteratura e il Premio Cervantes.

.

AL SILENCIO

Oh voz, única voz: todo el hueco del mar,
todo el hueco del mar no bastaría,
todo el hueco del cielo,
toda la cavidad de la hermosura
no bastaría para contenerte,
y aunque el hombre callara y este mundo se hundiera
oh majestad, tú nunca,
tú nunca cesarías de estar en todas partes,
porque te sobra el tiempo y el ser, única voz,
porque estás y no estás, y casi eres mi Dios,
y casi eres mi padre cuando estoy más oscuro.

.

AL SILENZIO

Oh voce, unica voce: tutto il vuoto del mare
tutto il vuoto del mare non basterebbe,
tutto il vuoto del cielo,
tutta la cavità della bellezza
non basterebbe per contenerti,
e anche se l’uomo tacesse e questo mondo affondasse
oh maestà, tu mai,
tu mai cesseresti di essere ovunque,
perché ti avanza il tempo e l’essere, unica voce,
perché ci sei e non ci sei, e sei quasi il mio Dio,
e sei quasi mio padre quando mi sento più oscuro.

(altro…)

“In questa Valle di Lacrime” di Francesco Zanolla. Inedito

Oggi ospitiamo un secondo racconto inedito di Francesco Zanolla; il primo, Divinazione, potete leggerlo qui.

Alessandra Trevisan

paradise-discoteque-madrugada

IN QUESTA VALLE DI LACRIME

These are the tracks we lay to take us from fire
These are the scars made by our chains
(The Black Heart Procession)

……………..Robin Tunney è un’attrice americana. Classe 1972.
……………..Interpreta l’agente del California Bureau of Investigation Teresa Lisbon nella serie “The Mentalist”. Magari qualcuno la ricorda anche in “Supernova”, mediocre pellicola fantascientifica del 2000, dove si esibiva nuda in un fugace amplesso a gravità 0 prima di venir tolta dalle spese dal cattivo di turno.
……………..Ora è proprio la Robin Tunney di “Supernova”, gli stessi profondi occhi verdi, gli stessi capelli corti e corvini, quella che mi sta tamponando un taglio sopra il sopracciglio destro.
……………..Non siamo nello spazio profondo, però. Siamo nel vano posteriore di un’ambulanza ferma a bordo strada, appena fuori dal parcheggio del Parentesi. E lei non è nuda, ma indossa una tuta della Croce Rossa.
……………..L’altro paramedico sta assistendo il dottore, intento a controllare le pupille di un tizio seduto sul predellino. Si sente stonato, dice. Gli gira tutto. Non ha preso nulla. Un paio di Havana Cola. Non di più.
……………..“Dicono tutti così” mi spiega Robin, mentre con una garza di cotone imbevuta di tintura di iodio inizia a disinfettarmi la ferita. Lo dice in italiano. E l’accento non è proprio californiano. Piuttosto, direi del Centro. Marche o Umbria.
……………..“E lei invece, che ha combinato?”, mi chiede.
……………..“Qualcuno ha aperto una porta del bagno. Con un po’ troppa energia” mento.
……………..“Cose che capitano” dice, ma non credo l’abbia bevuta.
……………..Il buttafuori all’entrata del Parentesi il primo colpo lo aveva tirato allo sterno. Qualcosa di poco definito. Più di una manata. Meno di un pugno. Ma faceva male comunque. Ero andato indietro barcollando.
……………..“Tutto qui?” avevo urlato dopo essermi stabilizzato sulle gambe. Allora era arrivato il gancio al sopracciglio. Quello sì, tirato con sentimento.
……………..A quel punto qualcuno si era messo in mezzo. In due o tre avevano bloccato il bestione.
……………..Qualcun altro mi aveva messo un braccio attorno alle spalle, allontanandomi dalle transenne. “Lascia perdere. Non è serata” mi aveva grugnito nell’orecchio prima di lasciarmi andare con una leggera spinta verso il parcheggio.
……………..Mi ero passato una mano sulla faccia e sulla fronte. Scosse di elettricità sopra l’occhio destro. E sangue sui polpastrelli. Avevo controllato gli occhi. Le palpebre. Asciutte come fiumare in agosto. Eppure faceva male. Sì che faceva male.
……………..Avevo raggiunto l’ambulanza, ferma come ogni sabato notte appena fuori del parcheggio di uno dei locali più frequentati della zona, per fornire assistenza ai reduci della movida.
……………..“È un taglio sottile ma profondo. Però niente punti ” dice Robin, gettando la garza. “Adesso copriamo.”
……………..Si avvicina per mettermi un cerotto. Fiuto tracce di deodorante evaporato.
……………..“Ecco fatto” dice. Mi aiuta a venir giù dalla lettiga.
……………..Un odore familiare. Fino a sei mesi fa mi capitava di annusarlo spesso. Dalla stessa distanza, a volte anche più da vicino.
……………..“Grazie”
……………..C’è qualcos’altro che vorrei dirle? Non mi pare. E poi non mi viene in mente niente.
……………..Quando torno alla macchina, sono le tre e venti del mattino.
……………..Cerco di respirare piano. Lo sterno mi fa ancora male.
……………..Per fortuna mi fa ancora male.

(altro…)

Dario Bertini – Prove di nuoto nella birra scura

bertini_edt

Dario Bertini – Prove di nuoto nella birra scura – Edizioni del foglio clandestino, 2014 – € 8,00

 

“Una buona soluzione è continuare a respirare”. Questo è il verso d’apertura di Prove di nuoto nella birra scura di Dario Bertini. E quel respirare preceduto dal continuare è, secondo me, il senso profondo di questa raccolta di poesie. Il respiro che manca, il respiro che torna. Il fiato che si trattiene quando si nuota, ad esempio, o che si risparmia mentre si beve. Il fiato che viene a mancare quando manca la luce, quando qualcuno se ne va, quando non viene una parola. Ma continuare a respirare è, anche, continuare a raccontare, mettere parole su carta anche quando questa finisce e l’autore sceglie la carta igienica, che quelle parole scendano nello scarico e da lì si perdano e si disperdano, per diventare di tutti. Bertini sa giocare e sa che un gioco non è, vuole che quelle parole diventino degli altri e, per far sì che questo accada, usa le parole di tutti. Sono versi che dicono malinconia, che dicono nostalgia. Sono, a volte, struggenti ballate, che fanno pensare a certi posti dell’America, a certi suoi poeti. Sono poesie che dicono di molte solitudini e che mai cercano di cercare compagnia. Sono un viaggio.

“Ci sono viaggi che non conducono /  in nessun luogo: / allora questa non è una strada / è uno spazzino stanco, / questo non è un lampione / è una ragazza dimenticata, / non è neppure un autobus / è un transatlantico, una balena / un pianeta al centro del cosmo […]”

(altro…)

Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa

ocampo_flaneri-395x600

 

Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa – La Nuova Frontiera, 2013 (trad. di Francesca Lazzarato)

 

Alina Cerunda era bella, nonostante i suoi settant’anni. Chi dice che non lo fosse, mente. I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti e questo li rovina. So da buona fonte che non faceva mai il bagno. Impeccabilmente pettinata, con i capelli cotonati anche quando dormiva, sembrava pulita. Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro.

Chi è Alina Cerunda? Non sappiamo nulla di lei, eppure ci pare, subito, di conoscerla. Anzi, ci pare di ricordarla, così come la sta ricordando la protagonista de La promessa di Silvina Ocampo. Qual è l’idea che abbiamo dei vecchi? Intanto, qual è l’età giusta per dire vecchio? Non certo, non più, quella dei settant’anni di cui scrive la Ocampo. Il vecchio per noi è, forse, un’età più avanzata, ma noi vediamo perfettamente Alina, e la vediamo vecchia, vecchia di quel tempo, nel tempo per lei pensato dalla scrittrice argentina. Vecchio che ci appare magico e, addirittura, logico. La Ocampo fa, molto spesso, in tutta la sua opera, il gioco di mettere e togliere, di verità e finzione, caro a lei e al suo grande amico ed estimatore Borges. Ci dice che Alina è vecchia e bella, ma sottintende che qualcuno sostiene il contrario, mentendo. Nega, un momento dopo, la bellezza, I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti. La loro rovina. Sono i volti o sono gli abiti? La protagonista sta ricordando: con che occhi ricorda? Quelli da bambina o da adulta? Dove finisce il ricordo e dove comincia l’immaginazione? La Ocampo prosegue, un’altra voce (è un pettegolezzo?) sostiene che Alina non facesse mai il bagno, e un attimo dopo ritorna il ricordo che è l’opposto: Impeccabilmente pettinata… anche quando dormiva, sembrava pulita. E chiude con ciò che chiarisce o confonde del tutto: Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro. La Cerunda non è più soltanto una persona, ma un’immagine dipinta in un quadro, e in quel quadro, in quello spazio, tutto è vero. Possono coesistere il non lavarsi e il sembrare pulita. Il verbo sembrare potrebbe dirsi il preferito da molti scrittori sudamericani. La bellezza e la rovina del travestimento.
(altro…)

Virgole di poesia: la quarta stagione dal 25 febbraio

virgole profilo facebook nero

VIRGOLE DI POESIA riparte domani, 25 febbraio su Radio Ca’ Foscari

a cura di Anna Toscano e Alessandra Trevisan

tutti i mercoledì alle ore 22.00

su Radio Ca’ Foscari

www.radiocafoscari.it

alessandra_anna_radio

Domani, mercoledì 25 febbraio alle ore 22 ritorna onair il programma di cultura poetica: Virgole di poesia. Il programma radiofonico, ideato e condotto dalle cafoscarine Anna Toscano e Alessandra Trevisan, giunto alla sua quarta stagione, proseguirà anche quest’anno la sua programmazione tutti i mercoledì alle 22.00 sul sito www.radiocafoscari.it, arricchendo la programmazione della web radio dell’Ateneo veneziano.

Virgole di Poesia con circa sessanta puntate all’attivo tra il 2011 e il 2013 ha ospitato le voci di Poeti del Novecento e del Duemila, diventando ormai una trasmissione di culto nel web.

In questa stagione radiofonica prosegue il proprio percorso nella lirica italiana contemporanea ospitando le parole e i versi di poeti contemporanei: in studio verranno letti alcuni autori e altri verranno a leggere se stessi.

Virgole sfrutta un mezzo di comunicazione congeniale come la radio che, facendo perno sulla voce e sull’ascolto, parla all’immaginazione, al cuore e alla mente, ed è perfetta per la diffusione della poesia.

Anche in questa edizione alcuni poeti saranno ospiti negli studio di Radio Ca’ Foscari, come da tradizione. Già son stati ospiti, solo per fare qualche nome, Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, Renzo Favaron, Silvia Bre, Guido Oldani, Elisa Biagini, Andrea Longega, Maria Grazia Calandrone. A chi partecipa è affidata sia la scelta di un itinerario di lettura tra le proprie liriche e la risposta alla domanda “Poesia perché?”, diventata oramai di rito.

Ad altri autori, per lo più ormai trapassati, saranno le ideatrici del programma, Anna Toscano e Alessandra Trevisan, a dare voce.

Ogni mercoledì alle 22.00 su http://www.radiocafoscari.it si potrà ascoltare mezz’ora di reading & musica: ogni nuova puntata andrà in replica il mercoledì successivo la messa in onda e resterà online quindici giorni. Sarà comunque possibile riascoltare il podcast dal sito della Radio alla pagina del programma www.radiocafoscari.it/programmi/virgole-di-poesia/

Invariata resta la sigla che contiene una rarissima lettura di versi in italiano di Chet Baker, dall’album “Chet On Poetry” (Novus, 1988) e ogni puntata di Virgole di poesia avrà come sempre una soundtrack ad hoc, che spazierà dal jazz alla classica, alla musica d’improvvisazione contemporanea. La scelta della musica per ogni puntata – rigorosamente strumentale – risulta diegetica, narrativa; operando in un contesto giovane e sperimentale quale è quello di una web radio universitaria come Radio Ca’ Foscari, la colonna sonora di certo apporta nuova qualità al programma e concede di differenziare ancora di più il format nonché dà valore aggiunto ai testi poetici che si ascolteranno.

Il logo di Virgole di poesia è stato creato da © Marco Fracasso.

da “Soda caustica. Poesie per il centenario del Terremoto del 1915″

di Dimitri Ruggeri Di Nella

dimitri immagine

[Le poesie di Soda caustica celebrano l’anniversario di un evento drammatico tornando a cercare nei versi i lineamenti di alcune delle vite il cui destino vi venne a sfociare. Il linguaggio è percorso da una corrente di passione e di pathos che a volte lo fa impennare in forme auliche e desuete. Ma per lo più segue da vicino con partecipazione i paradossi e le singolarità cui ciascuno fu improvvisamente posto di fronte, raccontando vicende e ricostruendo atteggiamenti con una singolare vitalità. Il taglio corale che risulta dall’intreccio di storie fa sì che il libro si trasformi in monumento, e rappresenti così una particolare declinazione sociale e pubblica della voce di un poeta.
Alessandro Fo]

-

Morto per un asino

Guarda l’occhiale con le montature in oro!
Ha le lenti frantumate come un rosario.
Volevi fuggire in groppa al tuo nobile ronzino?
Peccato! Ti è finita la trave addosso!
Volevi fuggire in groppa all’infaticabile asino del tuo servo?
Peccato!
Non fu casuale la zoccolata
che ti arrivò memorabile sul già fracassato naso.

Morto per il terremoto?
No!
Morto per un asino!

.

Baracche

Baracche risorte tra stracci squassate
su cave e muraglie stanno adunate:
è guazzo mortale!
Il prete s’arrende alle tende ammainate.

S’aspetta chiunque qui possa posare:
vanghette e zappette.
Innanzi, aiutare!

Puntella il geniere
a esplodere in cielo il buio tacere.
Recinge l’adunca dimora il ferroviere.

Un vagone scuoiato a morte risuona
e la neve, non lontana, la morte sorvola.

.

Soda caustica

La soda caustica gorgheggiò
su ogni corpo,
spazzato via come un rifiuto decomposto
che ottura lo scarico della fogna.

Poi l’acqua tornò a muggire
senza trovare impedimenti organici.

Scovò, come ristoro, la soffice neve di gennaio
sui cumuli delle mansuete onde bianche del Cocìto.

Sembrava di stare sulla Luna,
benedetta dall’Angelo stigio,
popolata anch’essa da extraterrestri bianchi
ubriachi della vita e della morte ballante.

.

Donna Marisa

Donna Marisa,
indomita donnaccia di tutti, guaì dal piacere.
Il suo ultimo piacere frutto del dovere.

Dovere di puttana.

Si appallottolava le calze bucate dal verde cotone delle coperte.
E Marcello, col busto dalla fatica di garzone trasparente,
uscì dalla porta incernierata con la sua ultima notte
imprigionata nella pattina rattoppata.

Il suo ultimo piacere era frutto del dovere.
Dovere di puttana, reietta e dimenticata.
Donna Marisa.
O mia puttana!
Io ti amo ancora!
Dove hanno interrato la tua sottana?

.

Noè

Sono tutti morti.
Tutti.
Persino quel passero infreddolito
che dormiva sul tetto e scattava ritto
quando, la mattina, mi stridevano le corde vocali
per i miei gorgheggi canterini.

Neppure quei paffuti piumettini
sono saltati sull’arca di Noè!
Noè ma dove eri tu?
Sei morto anche tu?
Qui non si è salvata neppure l’infima bestia.

.

Il culo della Terra

Non doveva essere niente male quel giorno
(per morire).

Volevi soffocarti con nubi e vapori pestilenziali scampati dall’Ade?

Sul silenzioso Velino, gli anziani braccianti si ritirano per morire.
Sappilo.

Osservavi da lontano la terra che inghiottiva i tuoi cani, i tuoi amici e i tuoi figli.
Che morte facesti!
Nessuno ti pianse.

E invece di addolorarti ridevi per esserti sbarazzato del mondo!
E ti accendevi un sigaro esplosoti in bocca
per semplice inalazione del gas corvino,
nato dal culo della Terra che il tutto vibrava.

-

-

Il libro è interamente scaricabile seguendo questo link: http://goo.gl/m8G7sA

Nota di lettura su “Alessia” di Raffaele Piazza

458284_copertina_frontcover_iconAlessia illuminata, plenilunio/ mistico e sensuale sulle cose di sempre, / la casa, la stanza, la città/ il rosso del telefono. Tutto si ferma./ Tutto accade. Alessia rosa vestita/ per la vita nell’attesa dell’incontro …” La poesia di Raffaele Piazza è attraversata da una tensione erotica inesauribile, che assume le forme di un verso lirico, liquido e sensuale, ma di una sensualità controllata nel dettato e che si trasfigura in immagini d’amore e stupore, precise e, al tempo stesso, delicate come un fiore appena sbocciato o come le altre vite vegetali presenti in molti dei versi del poeta, emblemi di quella meraviglia che da sempre accompagna lo stare al mondo dell’uomo e che il poeta si assume l’onere e il piacere di mostrare. Il poemetto Alessia, Edizioni Rosso Venexiano, prefazione di Antonio Spagnuolo – 2014, come già il precedente Del sognato (2009), porta al suo nucleo originario la fonte d’ispirazione che da anni contraddistingue i testi dell’autore e, questo nucleo, è rappresentato dal desiderio, che è la sorgente e la materia dei sogni, il sognato per l’appunto, di cui Alessia è una nitida manifestazione onirica. La poesia dà parola a quanto di più profondo e inconscio c’è nel cuore di ogni uomo e sotto questo aspetto la poesia di Piazza appare nella sua unicità e bellezza perché attinge al sacro, presente come apertura originaria in ognuno di noi, basandosi su una vocazione squisitamente lirica, nella sua accezione più pura.
(altro…)

Luca Gemma: Blue Songs

Domani martedì 24 febbraio esce Blue Songs, il nuovo disco di Luca Gemma. L’ultima volta che Poetarum Silva l’ha incontrato, nel 2012, era da poco uscito l’album Supernaturale. Dopo aver ascoltato le nove canzoni del nuovo lavoro, incuriositi dalla scelta di incidere un disco in lingua inglese, gli abbiamo fatto qualche domanda.

cover

Rispetto a tre anni fa, mi sembra di capire, sono cambiate diverse cose. Vuoi farci un piccolo riassunto? I conti non tornano più! Per chi fa musica quaggiù! O almeno per me: Lu.

Come e perché nasce l’idea di un disco in inglese? Un disco, oggi, forse dura tre o quattro mesi. Per uno come me che fa musica di nicchia, in un Paese di nicchia del mondo, questo non è bello: dietro un disco c’è almeno un anno di lavoro e lui, poverino, nasce già moribondo. È una cosa da riserva indiana e non ci portano neanche il whisky per stordirci. Questo è il cambiamento in atto nella musica dell’era digitale: si vive alla grande da fruitori di musica, molto meno da musicisti. A questo punto, o passi il tempo a lamentarti o cerchi, nei limiti di quello che sai fare, di cambiare a tua volta, per cercare di allungargli la vita. Con Paolo Iafelice, produttore del disco, abbiamo scelto questa seconda via.

gemma_blue (altro…)