Una frase lunga un libro #14 – Carson McCullers: La ballata del caffè triste

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Una frase lunga un libro #14 – Carson McCullers: La ballata del caffè triste – Einaudi, 2013 – traduzione di Franca Cancogni. € 13,00, ebook 6,99

Quasi tutti vogliono amare.

La ballata del caffè triste è un libro di racconti ed è da questo che si deve partire per scriverne: si farebbe un torto all’autrice parlando solo di quello che dà il titolo al libro, il più noto. C’è una musica che lega tutte le storie qui raccolte, e la piccola frase che ho scelto per introdurlo. Frase che ogni personaggio della McCullers potrebbe dire, da un momento all’altro. Una musica, quindi, reale, suonata (il pianoforte sarà uno dei protagonisti ricorrenti) e un’altra musica che passa da un personaggio all’altro, vitalissima.
Ritroviamo la magnifica narratrice de Il cuore è un cacciatore solitario, uomini e donne sapientemente tratteggiati, sconfitti ma in piedi. Un piccolo paese, una filanda e una donna che tutto controlla e comanda sono gli elementi fondativi della prima storia. Una donna forte e, apparentemente, insensibile, verrà scossa e trasformata dalla comparsa di uno strano cugino, bugiardo e affabulatore, che la spingerà ad aprire un caffè, felicità breve, interrotta dal ritorno dell’ex marito, appena uscito dal carcere. Sarà il nuovo legame tra questi due strani uomini a sconvolgere gli equilibri. Si prova una tenerezza infinita per questa donna che si chiuderà nel silenzio ma che non cederà al rimpianto, piuttosto alla nostalgia.
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“Fenomenologia del NunTeMove”, di Gianluca Wayne Palazzo

from Stanley Kubrick - 2001 A Space Odyssey

from Stanley Kubrick – 2001 A Space Odyssey

La domanda è se ci manca il coraggio come specie, o se siamo così bravi e scrupolosi da aver battuto tutte le piste e averle trovate senza uscita.
È la questione della hybris, che evidentemente è impiantata in noi a profondità tanto insondabili da non poter essere estirpata.
Io non credo di aver mai letto o visto fantascienza, distopie, ipotesi di futuro, fantasie quali si voglia, insomma, nelle quali si ponga rimedio a una delle grandi doglianze dell’umanità, senza che questo provochi guai assai peggiori, tanto da preferire quelli cui s’era messa una toppa. Alludo in particolare alla morte, alla perdita, ma vanno bene anche le guerre, gli omicidi e qualsiasi male affligga la razza umana. Il prezzo per ogni soluzione è sempre troppo alto da pagare, e alla fine stavamo meglio quando stavamo peggio.
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Raymond Carver a San Martino (buon compleanno, Ray)

raymond-carver from poetryfoundation.org

raymond-carver from poetryfoundation.org

Raymond Carver a San Martino

Scattare una fotografia da quassù
con i capelli di Tess nell’inquadratura
l’obliquo perpetuo dove crollano
le mura. Una chiave, un foglio, un incipit

con la parola mare e un altro di rinuncia
per commozione, per sottrazione, trovare,
intanto che accavalli le gambe sul muretto,
l’aggettivo unico, il tempo e la ragione

poi passa un cane uscito da un ricordo
scoppia un tramonto irreversibile
fermo come il rosso di certi nostri laghi
o il mio orologio dall’agosto dell’ottantotto.

 

©Gianni Montieri

 

*

nota: questa poesia è inclusa in Turisti americani, una serie di 10 poesie incluse in La Disarmata – cinque napolitudini – AA.VV. (CFR, 2014)

 

Poesie di Todd Portnowitz

di Todd Portnowitz

traduzione di Simone Burratti

Suonatore di liuto

Caravaggio, 1596 ca., olio su tela, Ermitage, San Pietroburgo

 

 

An Offering

Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880

Black horse wound around no purpose
but to fling yourself forward,
man thrown from your back,
one foot stuck in a stirrup,
—–his face smearing out on the cobbles—
black lip of wave who flicks
cruise ships onto tenement roofs,
who sucks the shoreline out to sea
and shames the breeding weeds—
—–I pray to you in rain boots, O god of rain!
—–On your altar of rubble I stack pebbles.



———Un’offerta

———Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880


———Cavallo nero avvolto al solo scopo
———di lanciarti in avanti,
———l’uomo scosso via dalla tua schiena
———un piede ancora inceppato nella staffa,
————–la faccia che va spalmandosi sui ciottoli –
———labbro nero dell’onda che con un colpetto
———lancia crociere sui tetti delle case popolari,
———che risucchia la linea di costa a mare aperto
———e svergogna le alghe che lì si riproducono –
————–In stivali di gomma mi inchino a te, dio della pioggia!
———Ammucchio sassi sul tuo altare di macerie.



Aula Magna


The lights go off and we’re down south in the imagination,
in a city like white rock on a green mountain,
heresy, a black word on the white sky,
hopping from prison to prison, from castle to castle,
and I want out, or up, to shake the hand of Galileo.

It could be we’re on an island, Sri Lanka or Java,
you can’t be sure—though referencing Tommaso Porcacchi’s
1527, “The Most Famous Islands of the World,”
you can assume Sri Lanka. The natives
are big-eared and bad mannered,
big elephants and gold abundant.

At the imagination’s center, at the center
of seven inclining circles, a mile wide
—so subtle is the gradation,
you feel nothing climbing up—
the Temple of the Sun pulls on our bodies.

So it is, after all that effortlessness,
we flick the light,
and nature’s just a box on a chalkboard
where God manifests himself in slashes.

———Aula Magna
———
———
———Si spengono le luci e siamo giù, nel sud dell’immaginazione,
———in una città come di roccia bianca su una montagna verde,
———eresia, una parola nera su un cielo bianco,
———e stiamo saltando di prigione in prigione, di castello in castello,
———e me ne voglio andare via, o più su, a stringere la mano a Galileo.
———

———Potremmo essere su un’isola, Sri Lanka o Giava,
———non si può dire; ma riferendosi a Tommaso Porcacchi,
——–al suo volume del 1527, “L’Isole più famose del mondo,
———”si può dedurre Sri Lanka. Gli indigeni
———hanno delle grandi orecchie e poca educazione,
———oro e grandi elefanti vi si trovano in abbondanza.
———

———Al centro dell’immaginazione, al centro
———di sette gironi a spirale, larghi due chilometri
———– la gradazione è così sottile
———che salendo non si sente niente –
———il Tempio del Sole ci tira dentro.
———
———È così che, dopo tutta questa disinvoltura,
———riaccendiamo la luce
———e la Natura è un quadrato sulla lavagna
———in cui Dio si manifesta con barre diagonali.

Self-Portrait Trapped in a Measure of Liszt


—————–after Vallée d’Obermann


The window in my cell is high and grated.
Sunlight, just more bars above my head.

Supine on the stone floor, I recompose
an ex-lover on top of me. I sit up, stand, run to the door

and bang four times with my fist; I’ve never wanted a mirror
so badly in my life—to see myself! That’s it.

I fall back to my knees, tracing the line
of my mother’s face in my memory down to her chin,

but I cannot pass the curve of her chin.
I trace and retrace it, and she smiles

just as the sun bends the window’s iron and throws
one luminous stave onto the wall, and I am certain:

if that were the reel of my mind projected
and the turnkey were to see—

most voiceless thought, sheathe it as a sword.



———Auto-ritratto imprigionato in una misura di Liszt
———
——–
———La finestra della mia cella è alta e con l’inferriata.
———Sopra la mia testa la luce del sole tra le sbarre.
———
———Supino sul pavimento di pietra, ricompongo
———un’ex-amante sopra di me. Mi siedo, mi alzo, corro alla porta,
———
———la batto quattro volte. In vita mia non ho mai avuto
———così tanta voglia di uno specchio. Di vedermi. Nient’altro.
———
———Ricado in ginocchio, tracciando la linea
———del viso di mia madre nella memoria, fino al mento,
———
———ma non so andare oltre la curva del mento.
———La traccio ancora e ancora, e lei sorride
———
———appena il sole piega il ferro della finestra e getta
———un’unica spranga luminosa sulla parete, e io ne sono sicuro:
———
———se quella fosse la bobina della mia mente proiettata
———e il secondino fosse lì a vedere…
———
———un pensiero mutissimo, rinfoderato come una spada.
———
———
———
Landscape with Chekhov Character

———I. Exterior
A lake scene, mountains like sand dunes;
oaks to the right, their trunks scaled with fungus;
on the near side of the water, two women,
cameras around their necks, splitting off
to snap the lake from every angle; on the far side,
my father, seated, still watching the set sun,
his face blitzed in the maroon light; my mother
back home pouring water into scotch.
Behind me and my easel, a second landscape:
flowering rye, an avenue of lindens,
a house with a terrace, and just beyond the porch:
the schoolmistress, Lydia, holding a whip.
———
———
———II. Interior
———
Four empty chairs, four empty stools, a two-step ladder,
a glass cake tray with a single muffin,
and on the wall behind the register, a pencil drawing
recalling Dürer’s Melencolia though less symbolic;
fourteen cases of books organized by genre,
and in them, evenings, meadows, blackbirds calling,
a gunshot, biting cold, the bitter Student
clapped between the pages, trapped in the rut at the binding,
miserable—and deeper in the starch, an older book,
a darker garden, and still more evenings, longer, drearier,
denial, flames and weeping, and resolution.

 

———Paesaggio con un personaggio di Checov

 I. Esterno

———
———Vista con lago, montagne come dune di sabbia;
———querce sulla destra, coi tronchi squamati di funghi;
———in primo piano, sulla riva, due donne,
———le fotocamere appese al collo, scattano e catturano
———il lago da ogni angolo; laggiù, sull’altra sponda,
———mio padre, seduto, ancora a guardare il sole tramontato,
———la sua faccia colpita dalla luce arancione; mia madre
———dentro casa, aggiungendo acqua allo scotch.
———Alle mie spalle, un secondo paesaggio:
———la segale che cresce, una strada di tigli,
———una casa con terrazzo e, un po’ più in là, il cortile:
———la maestra Lydia, con la frusta in mano.
———
II. Interno
———
———Quattro sedie vuote, quattro sgabelli vuoti, una scala a due pioli,
———un vassoio di vetro con dentro un solo muffin,
———e dietro alla cassa, sulla parete, un disegno a matita
———che richiama la Malinconia di Dürer, ma meno simbolico;
———tredici scaffali di libri ordinati per genere,
———e al loro interno prati, pomeriggi, merli che gracchiano,
———uno sparo a freddo, lo Studente afflitto
———schiacciato tra le pagine, preso nel solco della rilegatura,
———miserabile – e più in fondo, nell’amido, un libro più vecchio,
———un giardino più scuro, e poi ancora pomeriggi, più lunghi,
———più noiosi, rifiuto, fiamme e pianto, e risoluzione.
———
———
———
The American Scholar
———
———
A pensioner leads his wife into the Atlantic;
the water isn’t cold, but it’s new
and she’s never learned to swim.

He lifts her over a little wave
and they are safe, just beyond the breaking.
These were your beaming parents:

she into books, he into parks,
both well into those years too dear
for dabbling in transcendence;

while you, Man Thinking,
cower on shore from a thought somewhere
between a popgun and the crack of doom,

your forehead turning pink,
sweat perched on a wrinkle—and only
a book’s throw from the succoring ocean!

Clinging to her beloved as to a buoy,
your mother waves you off,
your father waves you in.
———
———
———
———Il dotto americano
———
———
———Un pensionato guida sua moglie nell’Atlantico;
———l’acqua non è fredda, ma è nuova,
———e lei non ha mai imparato a nuotare.
———
———La solleva sopra una piccola onda
———e ora sono al sicuro, appena oltre l’infrangersi.
———Questi erano i tuoi amati genitori,
———
———lei sempre dentro i libri, lui nei parchi,
———entrambi ormai inoltrati in quegli anni troppo cari
———per dilettarsi della trascendenza;
———
———mentre tu, l’Uomo Pensante, a riva
———ti rifugi in chissà quale pensiero
———tra una pistola giocattolo e le trombe del Giudizio,
———
———la fronte che comincia a essere rosa,
———il sudore scavato in una ruga
———e l’oceano proprio lì, a un tiro di libro.
———
———Aggrappata al marito come a una boa
———tua madre ti fa cenno di saluto,
———tuo padre ti fa cenno di venire.

Todd Portnowitz (1986) vive e lavora a New York. Sue poesie e traduzioni da e in italiano sono apparse su AGNIPN Review, AsymptoteGuernica, Italian Poetry ReviewLe parole e le cosePoesia e altrove. È editore presso la Sheep Meadow Press e fa parte della redazione di Formavera.

La Grande Guerra: poesia in trincea

grande guerra fonte archivio 14-18.it

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La Grande Guerra: poesia in trincea

21 giugno. Rocca di Monfalcone. La mattina con l’alba ci si leva indolenziti: forse ci pesa nelle vene l’inerzia del giorno prima. Il caffè, buono, mi rianima un poco. Andiamo agli avamposti, questa volta a destra della Rocca. La linea è fuori del bosco, sul ciglio, dietro un muricciolo a secco, rafforzato da sacchetti a terra; pochi metri avanti, sul pendìo, son gettati alla rinfusa dei cavalli di Frisia. In linea, seminati a distanza, non ci stanno che pochi granatieri di guardia, tutti gli altri sono di qua, sulla pendice boscosa, nei ricoveri, pronti ad accorrere. La nostra squadra è, col capitano, al centro. Secondo il turno, l’uno o l’altro di noi porta gli ordini ai vari plotoni o serve di collegamento. Gli austriaci battono le nostre posizioni, ma ormai ci siamo abituati. Mi addormento sotto il mio ricovero: tre grosse pietre ad angolo, tronchi di pino intrecciati, di sopra, e coperti da altri sassi più piccoli e da sacchetti a terra. Mi sveglia lo schianto pauroso d’una granata e faccio giusto a tempo a uscire, ché una lavina di sassi e di schegge s’abbatte sul mio ricovero e lo fa in parte crollare. Bisogna ricostruirlo al più presto. Carlo, uscito dal suo, vistomi illeso, m’aiuta. Andiamo poi a prendere delle altre pietre per rafforzarlo. Ma è umiliante aggirarsi intorno ai ricoveri, per cercar qualche cosa: da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile. Non ci sono latrine, ognuno evacua all’aperto, quanto può più vicino al suo o al ricovero degli altri; la fretta, per la paura d’esser colpiti, elimina ogni altro riguardo. E così questa collina rivestita di teneri pini e profumata d’erbe e di resina, questa collina su cui si viene a morire, si spoglia a poco a poco e diventa un letamaio.
Nel pomeriggio gli austriaci ci lasciano in pace. Possiamo persino allontanarci dalle nostre tane. C’è da vedere, poco distante, un grosso proiettile inesploso, adagiato sulla china, sopra un cespuglio, come un enorme sigaro nero e lucido. Tutti, a uno a uno, andiamo ad ammirarlo. Fa ancora paura; pur verrebbe la voglia di passarci sopra, leggermente, una mano, ma non ci si arrischia: il più piccolo impulso datogli può farlo sdrucciolare e scoppiare. Il capitano lo farà circondare da filo spinato, perché nessuno lo tocchi. Sono puerili forse, ma istintive ed umane codeste precauzioni da parte di morituri. Quanti di noi torneranno?
Più che la visita alla granata inesplosa, m’ha fatto piacere la passeggiata al varco. Il capitano ritorna da un giro d’esplorazione; lo vedo fermarsi davanti al suo ricovero; ansima un poco, appoggiandosi con tutto il corpo grosso al suo bastone, mi chiama con un cenno della mano e mi dice che a duecento passi c’è un varco nella pineta, da cui si vede benissimo Trieste. Mi sento sussultare il cuore, e il desiderio è tanto grande che mi faccio coraggio: gli domando se mi permette di andarci. Me lo permette e m’indica bene la posizione. Caro Capitano! M’affretto, giro, ritorno sui miei passi, temo di non trovarla, ma improvvisamente s’apre ai miei occhi il golfo di Trieste. Duino, Miramare, Trieste. La città si confonde con l’azzurro delle colline, ma ne riconosco ogni segno; vorrei esserle ancora più vicino, solo un attimo, per distinguerne le case e le vie. Nel palpito dell’aria che le sta sopra, immagino il respiro di mia madre. Sento con un senso misterioso che non è la vista e non è il tatto, ma è un complesso dei due, la presenza della nostra casa che ci aspetta. Non mi sazierei mai di guardare. A destra, sotto di me, la pianura friulana violacea nella nebbia. Il mio orologio segna le quattro.

Giani Stuparich, da: La guerra del ‘15

grande guerra fonte archivio 14-18.it

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*

 

Piero Jahier
Canto di marcia

Prima giornata di primavera. Giornata impegnativa.
Ora la stagione non potrà più tornare indietro.
È nato sole pulito e sano stamani.
E cresce sicuro, e s’infoca e vendicare la lunga angoscia invernale.
In questo suo giorno, quanta neve à colato! Solo più chiazze e lastroni che suonan vuoto al passo: già incavernati e minati.
E accanto all’ultimo bianco, i cittini alla ricerca del primo verde per insalata;
che lo dimenticano per il primo fiore;
fiore che dimenticheranno per tutti i fiori, che son tutti nuovi, che son tanti e tanti; che fan correre da uno all’altro colore;
che non c’entrano più nelle manine;
fiori tanti strappati con ansia; che però una lucertola sola basterà a far dimenticare;
finché sgusciano via piano piano − tutta la manciata − e diventan per terra le strisce di Puettino!
Onnipotente sole come fai dimenticare!
I morti son tutti sepolti.
E ha vinto l’anno chi ha vinto l’invernata.
Le case son tutte abbandonate.
Inutile casa di rifugio,
come sei triste e fumicata!
Ma noi sgomberiamo nel sole che ci rassicura;

Uscite! − perché le frane son tutte colate
.                è finita la vita scura…

Tutto ubbidisce il potente sole felice.
I bucati arretrati che infestonan di bianco la collina.
I rami capovolti che squillano sulle siepi.
Fin l’aeroplano nemico, che non potrà farci male; ch’è una vespina gialla incantata lassù nel bagliore.
E le donne che lavoravano arcigne, a lume di luna, per guadagnare: che son questi visi accoglienti, che son queste mani immerse nel fosso con soddisfazione, che son queste voci chiare a salutare.
Ciascuno trova una sua famiglia, in questa umanità rasserenata che ci viene a incontrare.
.                  Alla testa della colonna
anch’io vado incontro alle donne, che sono di tutti, siccome noi soldati non abbiamo nessuno, e saluto: Sani, femmene: o il magnifico saluto!

Nondimeno, siam passati attraverso la gioia con un pensiero riposto, noi alpini soldati.
Primavera; stagione di offensiva.
È venuta. Non potrà più tornare indietro.
Salutavamo tutto per l’ultima volta.
E mi è nato il «Canto di marcia» mentre salutavamo.

L’angelo verderame che benedice la vallata
e nella nebbia ha tanto aspettato
è lui che stamani ha suonato adunata
è lui che ha annunziato:

Uscite! perché la terra è riferma e sicura
traspare cielo alle crune dei campanili
e le montagne livide accendon rosa di benedizione

Uscite! perché le frane son tutte colate
è finita la vita scura
e sulla panna di neve si posa il lampo arancione

Ingommino le gemme,
rosseggino i broccoletti dell’uva
e tutti gli occhiolini dei fiori
riscoppino dal seccume

Si schiuda il bozzolo nero alla trave
e la farfalla tenera galleggi ancora sul fiato.

Scotete nel vento il lenzolo malato
e risperate guarigione
scarcerate la bestia e l’aratro
e riprendete affezione.

Uscite! perché la terra nera fuma tranquilla e sicura
ribrilla l’erba novellina
e sulla panna lontana riposa il lampo arancione.

Allora siamo usciti anche noi alpini soldati
la triste fila nera che serra con rassegnazione
ma quando il sole ci ha toccati
una voce ha alzato canzone :

chi ha chiesto alla rama di fiorire
e la zolla perché ha sgelato?
la cornacchia può restare o partire
e il cucú nessuno sa se ha cantato:

la terra alla femmina, la patria al soldato
questa è l’ultima marcia e andiamo a morire.

Ma perché siamo soli, perché partiamo
uscitel  tutte le creature
ma perché siamo tristi, perché abbandoniamo
salutateci pure.

 Siate la nostra donna, siate i nostri figlioli
scesi per incontrare
siate la nostra terra, siate i nostri lavori:
uscite perché  vi vogliamo amare.

Vengano le spose: lavía, lasciate il pratino
L’erba seccherà sola, ma noni ripasserà l alpino.

Splenda la falce pronta al fieno novo
e l’ultima nostra lepre sgroppi ancora dal covo.

Vengano tutti i bambini: solo per vederli sgranare

nel viso tanto sudicio i vetri degli occhietti fini
solo per potergli rispondere quando chiamano: pare!

Risuoni il zufolo fresco di selcio mondato
e la vena d’argento risbocchi dal nevato.

Vengano i nonni stracchi, ma: no stè a passar ani,
vecio, fin quando no semo tornadi.
E  vú. mare — Scusé e sani —

Poi, quando saremo passati, non vi allontanate:
fateci un ricordo immenso, alzate le mani,
richiamateci con un gran grido
perché siete voi che non potete vestire.

Allora — questa è l’ultima marcia —
ma non importa se andiamo a morire.

Quota 1016, Aprile.

(da: Piero Jahier, Con me e con gli alpini. Primo quaderno, «La Voce», 1920, pp. 101-108)

*

Luciano Folgore
Sveglia Sentinella

Sentinella notturna
lassù
taciturna
sopra la roccia scabra.
Vent’anni,
viso bianco,
occhi di fanciullo febbrile,
e la mano che stringe
il fucile;
e il pensiero che si perde
nell’immensità della notte.
Stanchezza di piombo
per tutte le membra
dopo un giorno di lotte.
Il sonno è d’intorno
morbidamente muto
come un tentatore velluto
che accarezza le palpebre.
Passano lembi di visione
dinanzi alle pupille
pesanti,
figure oscillanti,
profili sonnolenti,
tormenti di visi
che non si definiscono
mai.
Ecco i velari del sogno!
Troppo dolce dormire
anche su letti di pietra!
Gambe che s’abbandonano
sotto fardelli di torpore…
ma uno stormire d’abeti,
ma un fresco di vento
che palpita fra due’
capelli biondi,
snebbia un istante
la pesantezza accasciante
e un brivido di volontà
ridà
la rigidità
alla sagoma snella
di questa sentinella
della Patria.
Il nemico è là dietro.
Bisogna guardare,
bisogna ascoltare,
lucidamente.
Ma ancora il fumo del sonno
che monta.
Stelle filanti nei cieli,
veli di verde lontano,
pensieri e frammenti:
sua madre che veglia…
il pozzo
un singhiozzo…
quel compagno caduto…
con una palla in fronte…
due bimbi in un cortile
del paese…
un vaso di maggiorana…
e lei… lontana…
vestita di bianco…
fresca come una fontana…
Oh, finalmente!
Scalpiccii
rotolii di sassi
parole sconnesse;
bisbigli:
un altro prende il tuo posto
e tu che discendi a dormire
con un saluto all’Italia
laggiù.

*

Corrado Alvaro
A un compagno

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno sapere se la morte
sia scesa improvvisamente.

Dì loro che la mia fronte
è stata bruciata là dove
mi baciavano, e che fu lieve
il colpo, che mi parve fosse
il bacio di tutte le sere.

Dì loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c’era segreto sconosciuto
che mi restasse a scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida, tanta,
e che avevo mangiato con letizia,
che andavo incontro al mio fato
quasi a cogliere una primizia
per addolcire il palato.

Dì loro che c’era gran sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio piano;
che c’era tante cicale
che cantavano; e a mezzo giorno
pareva che noi stessimo a falciare,
con gioia, gli uomini intorno.

Dì loro che dopo la morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il mio forte
petto, avea detto: Non c’è
uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta
tanta carne di madri in compagnia
sotto un bosco d’ulivi
che non intristiscono mai;
che c’è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

*

Giuseppe Ungaretti
da Il Porto Sepolto

.

Fase d’Oriente
Versa il 27 aprile 1916

.
Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

.

.

In dormiveglia
Valloncello di Cima Quattro il 6 agosto 1916

.
Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
dalle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

.

.

da La Guerre

.                                    Militaires

.     nous sommes tels qu’en automne sur l’arbre la
feuille

Youth (recensione di Nicolò Barison)

youth

Youth – La giovinezza, le emozioni sono tutto quello che abbiamo

Fred (Michael Caine), noto compositore e direttore d’orchestra alle soglie degli ottant’anni, si trova in vacanza in un lussuosissimo Resort in Svizzera ai piedi delle Alpi. Il suo migliore amico Mick (Harvey Keitel), anch’egli ospite dell’albergo, un vecchio regista ancora in attività, sta cercando di portare alla luce il suo ultimo film, una sorta di grandioso testamento spirituale. Mentre Mick cerca faticosamente di finire la sceneggiatura e di trovare un finale alla sua opera, Fred ha invece abbandonato da tempo il suo lavoro, nonostante la regina Elisabetta in persona voglia assolutamente ascoltare le sue composizioni e rivederlo nuovamente all’opera.
A un anno di distanza dal caso nazionale della Grande Bellezza, torna Paolo Sorrentino con il suo solito (ma magnifico) torrenziale susseguirsi di immagini-quadro, inserti onirici, suggestioni pop (c’è pure Maradona), musiche accattivanti, insomma tutto il repertorio visivo e sonoro che lo contraddistingue sin dai tempi delle Conseguenze dell’amore.

181018117-1f1cba09-c840-4880-9f2b-153d3e5a295e (altro…)

Carrère: da che parte parlare de “Il Regno”

IlRegno

E.Carrère, Il Regno, Adelphi 2015, traduzione di Francesco Bergamasco

Come, ottimisticamente parlando, recensire Il Regno di Carrère?
Provo a prendere il toro per le corna da più lati, ma lui svicola. Potrei cominciare dicendo che, nonostante il mio mestiere, tendo ad aspettare prima di comprare un caso letterario; ma questo mi darebbe subito quell’arietta blasée che tanto mi tira da sola gli schiaffi dalle mani. Potrei cominciare dicendo, allora, che un’amica la cui intelligenza mi ha sempre portata a cose belle me l’ha consigliato, e quindi non ho potuto fare a meno di comprarlo; ma non vedo perché dovrei fare aneddotica sui fatti miei. Eppure le due cose mi già mi servirebbero a centrare un punto importante: se non avessi detto alla mia amica “ne scriverò una recensione”, a quest’ora avrei seguito la lezione degli struzzi, e invece eccomi qui.
Perché, ottimisticamente parlando, come recensire Il Regno di Carrère?
Più ci penso e meno ne vengo a capo; e meno ne vengo a capo e più mi rendo conto che io, seguace del filo di Arianna, sto ricevendo in questo modo uno dei migliori insegnamenti da questo grosso, scorrevolissimo libro pubblicato nel 2015 per Adelphi: Carrère, probabilmente, non si è imbevuto le ali di ceralacca, non ha steso un foglio in carta millimetrata, ma ha lasciato che il materiale si formasse, prima di mettersi amabilmente a passeggiare per il labirinto aspettando l’eventuale Minotauro per aggirarlo con un colpo di stiletto.
Così, ora che mi sembra di aver ricevuto un Tom Tom tra le mani, posso inoltrarmi anch’io in una recensione che sarebbe impossibile strutturare in maniera più compassata.
Il Regno non è un capolavoro, lo dico subito per non tentennare più in là. È un libro arguto, vivace, colto, forse perfino imperdibile, ma molto gli manca (e ha molto di troppo) per essere un capolavoro.
Lungo ma di snella lettura, è strutturato in quattro parti. Le due esterne fanno da cornice; sono autobiografiche, la prima racconta il breve periodo di conversione dello scrittore nei primi anni ’90, le sue giornate passate a meditare sul vangelo di San Giovanni, la perplessa condiscendenza della moglie, gli incontri, i dubbi, la fede, gli scossoni della fede, con particolare attenzione a tutti quei micro-episodi in cui la suddetta non sembrava vedere l’ora di essere messa alla prova provocandogli la ferale paura di venirne abbandonato. Incluso il tentativo di dare casa a una babysitter folle che dipingeva le pareti della sua casa con scene dell’Apocalisse, non c’è sforzo cui Carrère si sia sottratto, in quegli anni, per preservare quel barlume che tanto senso dava alla sua esistenza e tanto lo ripagava della sua gentilezza. Le due sezioni centrali testimoniano la bellezza di questo sforzo rivelatosi, uscito dalla fascinazione religiosa, inutile: l’immensa cultura, e l’immensa tenerezza, e una sottilissima capacità di critica e giudizio, nei confronti di quel periodo storico che fu l’affermarsi di una Chiesa attraverso le lotte tra i due spiriti che avevano raccolto (o stravolto) l’eredità dei primi gruppi cristiani: la Chiesa di Gerusalemme, con a capo Giacomo e Pietro, e l’utopia visionaria di Paolo.
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Richard Ford (di Ezio Tarantino)

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Richard Ford è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. E lo è.

In attesa della traduzione dell’ultimo capitolo di quella che è diventata ormai la “tetralogia di Frank Bascombe” (Let Me Be Frank with You, che chiude la serie che vede come protagonista l’ex scrittore, ex giornalista sportivo ed ex agente immobiliare Frank Bascombe appunto, iniziata con The sportswriter, proseguita con Independence dayThe stay of the Land – Lo stato delle cose, in italiano), ho finito di leggere gli ultimi due libri tradotti in italiano che mi mancavano: “L’estrema fortuna” (il suo primo romanzo) e la raccolta “Donne e uomini”.

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altri dove e ritagli #8 – tempo

tempo

E dopo anni di silenzio, decise di imparare un nuovo dire.
Si fermò ad ascoltare ciò che fino a quel momento aveva soltanto sentito e incontrò, riconoscendone le modulazioni, la voce degli uccelli. Cominciò per gioco a  ripeterne il fischio, il canto.

Lei, proprio lei che da troppo tempo non comunicava più con nessuno e nulla. Già, perché la sua vita da un po’ era davvero cambiata: i suoi occhi che tanto avevano letto, studiato e curiosato, non vedevano più.
Soltanto ombre, tanto prima amate quanto poi odiate.
Dapprima aveva pianto molto, poi venne il tempo della distruzione di ogni oggetto intorno, a volte per i suoi movimenti maldestri, ma più ancora per la rabbia che a pala di mulino le faceva fare piazza pulita di quanto capitava a tiro del suo braccio.
Le domande si presentavano a valanga,  nessuna tregua e neppure il conforto di una risposta.
La sua casa si fece sempre più buia e silenziosa. Poche visite da lei malamente accolte e per questo sempre meno frequenti: non sopportava la benevolenza, i consigli e soprattutto i silenzi protratti malgrado la presenza del malcapitato di turno.
Non tollerava nulla e nessuno, ovviamente non accettava neppure se stessa.
Arrivò il tempo del silenzio, mai della pace… solo silenzio. Ostinato tacere.
Con il passare degli anni, a lavorare di pazienza e propositi, lasciò che la musica si facesse unguento e ammorbidisse i gesti e i nuovi incontri con le cose. L’inanimato prese corpo lentamente, si fece ingombro fino a non essere più soltanto ostacolo.

Raccontare delle caratteristiche e dei dettagli è certo altra storia. Del resto questa pagina, lo sappiamo, è solo un altro dove, un semplice dettaglio.

 

Perché di luoghi e di ritagli ce ne sono tanti
che poi si passa per la stretta via limata
della resistenza al tempo e della nostalgia.
Lampeggia quel che non si farà più
ma lo sguardo vuoto insiste sul progetto.
Resistere, irriducibili figli dei fiori,
di un ballo antico e fuori moda
sussurrando di voce insufficiente
eroica e sbrindellata a buchi di nulla,
come filza tratteggiata di silenzi.
Altri dove e ritagli, che siamo noi
confuso ripetersi di un viaggio
dal fine non immaginato e temuto.
Non resta che farsi lumaca e tracciare la scia
non resta altro da fare se non sorridere.
Mani e piedi non si fermano, solo rallentano
cambiano maniera per non restare indietro.
Immaginarsi ancora
e che s’inventi dove davvero canta il vuoto
a riscoprire nuova luce senza ridere di sé.

 

clelia pierangela pieri

Nuova poesia latinoamericana. #9: Álvaro Solís

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

Álvaro Solís

Álvaro Solís

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Álvaro Solís (Messico, 1974). È stato assegnista della prima generazione della Fondazione per le lettere messicane e del Fondo Nazionale per la Cultura e le Arti. È autore delle raccolte: Cantalao (Premio Clemencia Isaura per la poesia), Los días y sus designios (Premio nazionale di poesia giovane Gutiérre de Cetina), Ríos de la noche oscura (Premio Nazionale di poesia Amado Nervo). È professore titolare di Poesia Iberoamericana presso la Università Iberoamericana, campus Puebla, città dove attualmente risiede. Nel 2013 ottiene in Spagna il Premio Alhambra di Poesia Americana. Fa parte del consiglio editoriale di http://www.circulodepoesia.com.

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EL AGUA Y LOS SUEÑOS

“… Luego todas esas aguas calmas son de leche
y todo lo que se derrama en las blandas soledades de la mañana.”
-Saint-John Perse-

Siempre quiso ser un pez.
Caían rayos y nadaba sin parar, se negaba al cansancio,
buscaba el rostro de mi abuela en las aguas del río que le vio nacer,
nadaba por horas y extrañas aletas se le emparejaban,
lo miraban como si fuera un pez
y mi padre dormía bajo el río, pero despertaba antes de ahogarse,
soñaba que un inmenso cuerpo de agua lo tomaba por el cuello,
lo sacudía una y otra vez,
entonces despertaba y seguía nadando contra la corriente,
siempre contra el río a quien nunca pudo vencer.

Mi padre, solo por el mundo de las idolatrías,
esperaba la vuelta de mi abuelo que se embarcaba en el Carmen
y se dormía al esperar,
soñaba que un inmenso cuerpo de agua,
que lo sacudía por el cuello,
lo injuriaba.
Y mi padre se despertaba entonces,
subía al mástil de los barcos,
se lanzaba al río
queriendo ser un pez que sabía volar,
nadaba por horas contra la corriente
hasta el cansancio, hasta el sueño
donde un inmenso cuerpo de agua lo sacudía por el cuello
y le cantaba las canciones que mi abuela no pudo.

Mi padre pasaba horas enteras sentado en las bancas del parque
creyendo que Dios era una mierda,
se quedaba dormido y sudaba las aguas del aire,
soñaba que un inmenso cuerpo de agua lo abrazaba de pronto
con cariño maternal,
y se reconocía en el sueño, sin querer despertarse
recordaba los bailes alrededor de mi abuela
y nadando de frío por las calles silenciosas de la ciudad,
se emparejaba a furibundas aletas describiendo diminutas eses en el agua.

Mi padre encontró la felicidad en el nado,
en la imagen femenina del agua, diría por esos mismos años Gaston Bachelard,
quien trabajaba en lo mismo,
quien soñaba con inmensos cuerpos de agua que lo tomaban
por el cuello queriéndolo injuriar,
y muy temprano con el canto de las aves, mi padre y Gaston
salían a las rutas que el servicio postal les asignaba,
repartían las cartas mientras ambos pensaban en el agua,
en los sueños femeninos, en la imagen ausente de la madre
y nadaban,
uno por el agua de los sueños,
mi padre contra el agua lunar.

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L’ACQUA E I SOGNI

“… Dunque tutte quelle acque calme sono di latte
e tutto ciò che sfocia nelle blande solitudini del mattino.”
-Saint-John Perse-

Volle sempre essere un pesce.
Cadevano raggi e nuotava senza sosta, si negava alla stanchezza,
cercava il volto di mia nonna nelle acque del fiume che lo vide nascere,
nuotava per ore e strane pinne lo raggiungevano,
lo guardavano come se fosse un pesce
e mio padre dormiva sotto il fiume, però si svegliava prima di affogare,
sognava che un immenso corpo d’acqua lo afferrava per il collo,
lo scuoteva ripetutamente,
allora si svegliava e continuava a nuotare contro corrente,
sempre contro il fiume che non poté mai vincere.

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Federica Arnoldi: Roberto Bolaño

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Federica Arnoldi, Roberto Bolaño, Saggistica, Starter, Doppiozero, 2015; ebook €3,00

Eccomi qua, di nuovo Bolaño. Di nuovo un viaggio, di nuovo il tentativo di capire perché io non riesca a smettere di leggerlo. Di nuovo io, io lettore, che rimango incantato perché in un frase (o paragrafo, o pagina), già letta più volte, io, io lettore, riesco a trovare qualcosa di nuovo. Qualche spiegazione in più, o se preferiamo conforto, o se vogliamo, se va bene, emozione nuova, mi arrivano da questo saggio di Federica Arnoldi, da poco uscito in ebook, per Doppiozero. Per provare a parlarne, parto da una frase di Alberto Manguel, che trovo in un libro che amo molto: Al tavolo del cappellaio matto (Archinto, 2008). Lo scrittore argentino inserisce una mappatura del lettore ideale, interessante e divertente, fa un gioco dal quale si impara e col quale ci si può riconoscere. Tra le definizioni che Manguel usa, ne scelgo una: Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro. E qui mi fermo un attimo.

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Festival dei Matti 2015 – Politiche/Poetiche – programma

logo FdM2015

Festival dei Matti 2015
Sesta Edizione
Politiche/Poetiche

29-30-31 maggio
Venezia
www.festivaldeimatti.org

Teatro Malibran
Hotel Saturnia & International
Libreria Marco Polo
Teatrino di Palazzo Grassi
Teatrino e parco Groggia

Produzione e organizzazione
Cooperativa Con-tatto e Comune di Venezia

In collaborazione con
Forum Salute Mentale, Marco Polo Book Store, mpg.cultura, cantiere Groggia, Palazzo Grassi-Punta della Dogana, StopOPG, Università Ca’ Foscari di Venezia

Con il patrocinio di
Regione Veneto

Si ringraziano inoltre per il sostegno
Camst, CGIL Veneto e Nazionale, Fondazione Franca e Franco Basaglia, Legacoop Veneto, Scuola Grande di San Teodoro, Hotel Principe, Hotel Saturnia & International

Per dissequestrare la follia dalle segregazioni plurime che le abbiamo riservato occorrono varchi, vie d’uscita. Porte aperte, si diceva e si continua a dire. Ma non basta spostarla, dobbiamo farcene spostare. Non basta ripensarla, dobbiamo lasciarci pensare da lei. Dobbiamo ammettere rovesciamenti, incroci, commistioni.
Le politiche, da sole, corteggiano le istituzioni e lo diventano, traducendosi in mera amministrazione dell’esistente. Le poetiche, da sole, annunciano mondi sospesi nel vuoto, confusi dal vuoto. Senza corpo e schiacciati dai corpi. Vorremmo politiche che prendano il largo dai dati di fatto, poetiche capaci di farsi mondo. Utopia della realtà, diceva Basaglia. La sfida che lanciamo.

Anna Poma, ideatrice e curatrice del Festival

Programma 2015

Venerdi 29 maggio, Teatro Malibran

Ore 11.00
Inaugurazione del Festival
Saluti istituzionali
Sergio Pomponio, Sub-commissario con Delega alla Cultura del Comune di Venezia
Flavio Gregori, Prorettore Università di Ca’ Foscari

Ore 11.30
La cittadinanza è terapeutica
Anna Poma, curatrice Festival, e Stefano Cecconi, Comitato StopOPG nazionale incontrano
Don Luigi Ciotti, Presidente di Libera

Ore 19.00, Libreria Marco Polo
Libri che curano.
Basta voltare lo sguardo e spingere piano con le mani
Nicoletta Bidoia, Vivi. Ultime notizie dal signor Luciano D., Edizioni La Gru, 2013
Barbara Buoso, L’ordine innaturale degli elementi, Baldini & Castoldi, 2014
Ne parlano con le autrici Marina Maruzzi (responsabile organizzativo Festival dei Matti) e Anna Poma

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