Cartografie di Viola Amarelli

cartografie viola

Una voce tremenda e terribile. Certe volte si scorda, ma poi arriva improvvisa. Prova a rimpicciolirsi, rifugiarsi in un angolo, via. Non funziona, la colpa è la sua. Disattento combina guai.

Cartografie di Viola Amarelli, Zona contemporanea, 2013, è un libro enigmatico e affascinante,composto da più sequenze di prose che, attraverso un processo di messe a fuoco e zoom, di distanziamenti e depistaggi, di dialoghi e monologhi, di personaggi che si delineano per squarci di luce, o per chiaroscuri sulla pagina, mette in atto una serie di mappe della solitudine, o meglio per solitari, come l’autrice stessa dichiara nel (post scripta) del libro. E tutto il libro risulta essere uno sguardo al tempo stesso spietato, ironico e partecipe della condizione umana, di quel legno storto che è l’uomo. Questa appare essere l’idea di fondo che è alla base del libro e della intera scrittura della Amarelli, un’antropologia negativa, il rifiuto dell’ottimismo umano e sociale. Questa presa di coscienza, che nell’autrice sembra definitiva, permette uno sguardo libero e disincantato e le permette anche di cogliere gli aspetti meno appariscenti della condizione umana, i recessi più nascosti, i bizzarri umori di una varia umanità, senza mai cadere nell’intimismo della confessione ma mantenendo uno sguardo asciutto, distaccato, come se le visioni di questo libro scorressero su una lastra lucida, su uno specchio che le riflette nella nostra coscienza, come momenti di un divenire eterno dal quale l’occhio dello scrittore si può elevare con sovrano distacco. Come chi ha attraversato il dolore e la disperazione della vita e ne è uscito immunizzato, non che il dolore non esista più, ma è reso per ciò che è, accidente transitorio che non può scalfire l’inviolabilità del sé, di ciò che permane. La conquista di questa imperturbabilità è presente in molti personaggi del libro, come in (da dove), capitolo cardine del libro, dove la catabasi del protagonista, divenuto barbone, è al tempo stesso una via di liberazione, un raggiungere il grado zero dell’esistenza, in cui le finzioni quotidiane sono messe a nudo, mostrate come tali definitivamente e viste nel loro carattere illusorio e transeunte.

Il lutto, la depressione, stronzate, era già stanco, e stare da solo, in fondo ama anche sopra, era un tale sollievo. Tagliare, fermarsi a quello che conta. Dormire, mangiare, guardare. Fissarsi sui fondamentali.

La lingua, affilata e spietata, limpida nel suo dettato, ma anche ironica e, al tempo stesso, con squarci di comprensione e pietà, è essa stessa un momento di conoscenza. La parola per Viola Amarelli è uno strumento di precisione, una lente microscopica, una sonda di profondità che scandaglia ciò che a uno sguardo distratto non può essere percepito. Lo stesso ritmo del dettato – a volte incalzante, a volte invece elusivo, come se le situazione emergessero da uno sfondo immemorabile che permette di definirle solo per scorci e illuminazioni momentanee, frammenti, alcuni dei quali cadenzati con allitterazioni, consonanze, fitta punteggiatura e richiami fonici – è funzionale al momento gnoseologico e al suo fine etico, il distacco. Il mondo deve essere percepito, la vita deve essere detta, perché solo attraversandoli è possibile staccarsene, perché se così non fosse si rimarrebbe legati al samsara, alla ruota della vita, come mostra il frammento (sete), e quindi al dolore che offusca la mente. La pietas per l’autrice è nel dire sino in fondo ciò che va detto, nel cogliere le miserie umane per quel che sono. La scrittura serve a liberarsene definitivamente attraverso un moto della mente, una frase, di solito posta alla fine del capitolo, che illumina a ritroso l’intero frammento, che squarcia la chiacchiera inautentica dell’esistenza, che mostra il volto autentico e terribile della vita, con ironia sottile, senza disperazione però, perché è un lusso che chi scrive non può permettersi.

Come se morire non fosse lo stesso una pulsione. Ecco, il punto è questo, immagino, ma è inutile dirlo. Liberarsi. Se no, pervicace, sgusci in qualcosa d’altro, e neanche sai perché. Ammesso ci sia, un motivo, un motore. Liberarsi. Lacché. E padroni. Chiudi gli occhi. La prossima volta li evito entrambi. Almeno ci provo.

© Francesco Filia

Viola Amarelli, Cartografie. Nota di Anna Maria Curci 27/09/2013

Le cronache della Leda #28 – Le mie amiche, la mia pazienza e “Il giovane favoloso”

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Le cronache della Leda #28 – Le mie amiche, la mia pazienza e “Il giovane favoloso”

XXVIII – A SE STESSO

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

(Giacomo Leopardi – I canti)

I critici, quelli che recensiscono in maniera positiva e quelli che recensiscono in maniera negativa, per non parlare del pubblico trasformato in tifosi, dimenticano sovente che quando si parla o si scrive di un film, è di un film che si sta scrivendo o parlando. Anche se il film in questione è basato su avvenimenti storici, o, come nel caso del film che siamo andate a vedere ieri sera io e quelle tre sciagurate delle mie amiche, racconta gran parte della vita di un poeta come Giacomo Leopardi (il più bravo? Raboni sosteneva bisognasse amare Manzoni almeno quanto Leopardi, io preferisco il marchigiano), rimane un film. Uno spettacolo che prevede da parte dello spettatore lo sforzo di uscire di casa, di scegliere il cinema e l’orario a lui più comodi, di aspettarsi molto o molto poco, di vedere una storia raccontata sullo schermo, di vedere volti, espressioni, occhi che si illuminano, costumi, di ascoltare il suono delle voci e di godersi i silenzi, di guardare tutto fino alla fine, fino ai titoli di coda, e poi bestemmiare o sospirare. Prima, però, di dirvi del film, devo dirvi di quelle tre, andare al cinema con loro è ormai molto problematico. La Luisa non ci voleva venire: «Non ti sono bastati tutti gli anni in cui ci hai avuto a che fare?» La Wanda, a sorpresa: «Io vengo, ma vicino a te non mi siedo, sai troppo di Leopardi potresti influenzarmi.» Non ho capito (nemmeno il giorno dopo) su cosa avrei dovuto influenzarla, dato che io quando sono al cinema nemmeno respiro per non disturbare. L’Adriana: «Mi siedo io con te, basta che quella rompiscatole della Luisa si sieda distante da noi.» Stavo quasi per rinunciare e andare per fatti miei, ma mi sono armata di pazienza e siamo andate tutte e quattro.

La Wanda si è presa un posto laterale, tre file più avanti rispetto alla nostra. La Luisa, munita di popcorn e di disappunto, si è seduta nell’ultima fila, alle spalle mie e dell’Adriana. Mentre passavano gli spot pubblicitari ho pensato di ammazzarle e ho anche pensato che Martone avrebbe potuto riprendere noi, per girare un film sul disagio sociale e la permalosità nelle signore anziane. Per fortuna Il giovane favoloso è cominciato e le ho dimenticate.

Il cinema dunque, la narrazione che seppur fatta di biografia deve essere in grado di superarla, di farla splendere. Martone ci è riuscito: Leopardi qui splende. Splende non solo per la luce che ha negli occhi il bravissimo Elio Germano, che dice (mai recita) le poesie come vanno dette accompagnato da un moto interiore che passa attraverso lo schermo e ti inchioda alla poltrona. Leopardi splende con la sua forza e volontà di ribellione. Splende per lucidità, per sprazzi di ironia, per l’intelligenza superiore alla media. Splende perché fa apparire, ancora una volta, il pessimismo (parola vuota, come l’ottimismo) qualcosa di inevitabile, di conclusivo nell’analisi della condizione umana. Splende, quando nella scena del bar di Napoli, si rivolge con autorevolezza e cattiveria verso chi attribuisce la malinconia dei suoi testi alla sofferenza fisica. Splende perché il medico gli vieta di mangiare i gelati e lui non smette, anzi pare goderseli di più. Leopardi splende perché voleva amare e dell’amore conosceva le sofferenze. Leopardi splende quando liquida qualcuno con quella battuta su Alessandro Manzoni: un car uomo. Leopardi splende perché anche al cinema la bellezza delle sue poesie va oltre ogni cosa. Splende come il vulcano che erutta e come la ginestra, e lascia quattro vecchie in lacrime sulle poltrone fino alla fine dei titoli di coda.

Quando siamo uscite nessuna ha parlato, nessuna parola è stata pronunciata fino ai saluti e oggi non le ho ancora sentite.

Leda

Per Gianmario Lucini, il poeta, il costruttore di pace.

Gianmario_Lucini

L’ho visto domenica scorsa, 26 ottobre, nel pomeriggio. Era a Roma, al Villaggio Cultura, dove era divenuto una presenza familiare – quante volte, Gianmario, abbiamo parlato con il gruppo dei lettori lì, di andare “oltre le nazioni”, di coltivare la poesia e, insieme,  di costruire la pace! Gianmario Lucini ha presentato Keffiyeh. Intelligenze per la pace. Scritti e poesie dissidenti, un’antologia che lui stesso ha curato insieme a Mario Rigli e che ha pubblicato con la propria casa editrice, CFR. Abbiamo trascorso due ore animate dalla conversazione di tutti i presenti sull’essere umani, la storia, la poesia, la giusta collera, la pace. Ci siamo salutati dandoci appuntamento, sempre a Roma, per gennaio. La notte scorsa Gianmario Lucini è morto e il dolore immenso si affianca alla riconoscenza per i doni di poesia, critica, coscienza, giusta collera e pace di cui ci ha sempre generosamente messi a parte. Sì, Gianmario Lucini è stato sempre costruttore di pace, lui, con gli strumenti della parola: «La parola è e resta l’unica alternativa alle armi di distruzione, alla guerra», ci ha ripetuto domenica scorsa, riportando il suo pensiero e ricordando la testimonianza di David Maria Turoldo. Dalla sua raccolta, che doveva uscire a giorni, Vilipendio, riporto qui un testo che è apparso in anteprima su Keffiyeh:

Tregua di Natale

Benediceste allora i generali
menti dissolute di vecchi corrotti
di ghiaccio il monocolo all’occhio
spioventi i baffi, cazzuto
il gracchiare di corvo che gira
e gira in volo sui cadaveri.

Oggi, benedite nel nome di Cristo
i macelli dei soldati fratelli a Natale
nel nome del Nato, per la NATO e nella NATO
li volete scimmie sanguinarie
nel nome di Cristo e per Cristo e in Cristo
per la gloria del Signore Onnipotente Dio
Padre di scimmie macellaie
e orfani di guerra.

Avete indugiato nelle camere del dubbio
con le sirene del potere incoronate d’alghe rosse e gialle
– e quando, mi chiedo, quando
vi degnerete d’annegare
liberandoci così del vostro male?

Le peregrinazioni angolari di Roberta Durante

di Luca Pasello

Balena

Trasumanar significar per verba non si poria
Se l’atto di nominazione conti qualcosa (e con esso l’omonimia, suo fecondo bug), si può facilmente esperire circuitando per via di suono brand secolari e nomi dell’oggi.
Capita così di sorprendere Durante (!) di Alighiero degli Alighieri nell’atto di affacciare all’aurora della letteratura romanza formidabili sintesi sul dramma della parola.
Forte del proprio (n)omen, Durante Roberta raccoglie l’ingombro immane di quell’eredità problematica mutandone il luogo, dall’esterno/supero – dimensione “ovviamente” indicibile – sin dentro all’abisso stesso dell’io: un terreno ed interiore tragitto, singolarmente declinato in semiotica dell’esistenza e appunto, specularmente, in “dramma semiotico”.
Ciò avviene su più livelli – meglio, per coabitazione complanare di figure e concetti originati da differenti sfere semantiche.
Il primo livello, metafisico lato sensu, assolve al compito supplementare di cemento espressivo ed emotivo, o di leva lirica, insomma: fato, tempo, vita/morte, nulla, presenza/assenza, sostanza, anima compongono passaggi che un pathos intensifica (…ma qui l’assenza è assente | quasi non si comprende | non c’è mente che la colga | non c’è voce che dia voce | a ciò che qui non c’è e si sente [14]; …la mia presenza è un grido di sostanza | che senti solo tu di me distratta [25]).
Un grado sotto, nella sistematica per brevia di Balena, si sta dentro la psiche in andirivieni tra la propriocezione e quel suo stadio più evoluto che è il problema gnoseologico (cresciuto il frutto dopo manca poco | matura in un colore che dà il simbolo | eppure non conosce sé che è il diavolo | nasconde nel suo seme un gran veleno… [6]; …ed io lo sento | non è la percezione non è il tatto | mentre lo penso tocco la ma testa | mentre se parlo fugge la mia messa [28]).
Ma se la metafisica del primo ambito, sia per virtù propria sia per la sua resa emozionata, è funzione connettiva sul versante del contenuto, identica funzione svolge la scala di articolazione dei significanti (all’altro vertice del triangolo semiotico, si direbbe), che sin da subito è proposta quale prospettiva dominante: il suono suona sempre sé | non mente ciò che sente è ciò che è | e semina dispersa la parola | germoglia bene sola la pronuncia | e cresce ciò che dopo emana il seme: | sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica (si noti: Balena è paronimia). Il dramma del dire non deriva dunque tanto da un’insufficienza del linguaggio (l’indicibile trasumanar – che si tratti di Pinocchio nello studio del dott. Geppetto, tanto per citare il più esplicito degli ipotesti di Balena?), quanto dalla radicale assunzione della prospettiva semiotica: qui domina non evocato il Charles Sanders Peirce della semiosi illimitata, dove tutto è segno di un segno di un segno… Graduare, dunque, a climax lo statuto del significante da suono a testo, attraverso voce, urlo, lamento, accenti, canto, parola, simbolo è impresa che spossa ed è vana, altro non essendo che un ponte gettato sul nulla, alfa e omega di quella gradazione, conato d’essere che abortisce in “essere segno”. Omega, appunto: siamo forse prigionieri di un qualche ventre oscuro?
Così sembrerebbe, a considerare l’apparente ciclicità del libro. Balena, infatti, si compone di 36 stanze capfinidas e la serie è aperta e chiusa dalla medesima parola. Illusione ottica: il libro non è circolare.
Capita sempre più spesso, du côté de chez Prufrock Spa, che i testi spicchino per una particolare cura della costruzione. Durante, buona ultima, forza l’antico dispositivo provenzale usando i termini in capfinidura (e le parole-rima in generale – per non dire di sinestesie e paronomasie) come punti di snodo per rimandi intertestuali plurimi, sia interni al libro, sia ad esso esterni.
Tra i primi, un esempio per tutti: se adesso non c’è più nulla | basta la voce in gola che brilla [10] richiama [2], sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica, ma così collegando il nulla e il suo niente a suono, parola, pronuncia, che tramano la sestina accoppiata a distanza. Quanto ai rinvii allotestuali, così scoperti (l’Alfieri autobiografico dei veraci detti; quel Pinocchio tanto sbalzato; non darci la parola, che è Montale à rebours), sono chiavi ma più ancora, crediamo, riuscitissimi trompe-l’oeil, specchi(etti) poco veraci, ché il gioco è più complesso.
E dunque non cerchio o sfera, non cane che si morde la coda (e pure senza morderla continuerà imperterrito a girare [27]: altro sviamento niente male, da falsa mise en abyme), ma il modello spaziale che sovrintende alla costruzione di Balena sarà piuttosto un cubo troncato, poliedro a 36 spigoli (trentasei!) ogni vertice del quale è nodo e trivio e dove le connessioni si danno per salti.
A queste condizioni, la semiosi illimitata può non essere una trappola per burattini, il nulla non essere morte: un rimando circolare è invito a rileggere, a rileggere, a rileggere e ad ogni giro si devia alla Borges (“Quando ti trovi davanti a un bivio, imboccalo”).
Resta che ogni lettura sia favola/fabula [20] sofferta (lo sviluppo planare del poliedro profila una crux desperationis): è il pregio maggiore del libro, la resa soggettivizzata di temi tanto astratti, questa vitalizzazione del burattino/materia. Al lettore il godimento d’esplorarla.

Altri dove e ritagli # 5 – Reno per due – 3 ottobre 2014

reno

Camminava di qua dal fiume: scarpe comode, passo lento e sguardo mobile alle foglie. L’autunno già in arrivo mischiato a pensieri sbrindellati. Rami interrotti qui e là che lei avvertiva come conficcati a pungere tra le pieghe della pelle. Qualcuno lo chiamerebbe dolore. (altro…)

Poesie da “La morte ha i giorni contati” di Mario Meléndez

copertina la morte

LA MORTE HA I GIORNI CONTATI
(LA MUERTE TIENE LOS DÍAS CONTADOS)

Mario Meléndez
traduzione di Alba Metaponte

 

 

«Accidenti, era molto tempo che non leggevo una poesia capace di sorreggersi da sola»
(Nicanor Parra, Premio Cervantes di Letteratura 2011. La morte ha i giorni contati)

 

 

 

Tres kilos pesó la muerte

Cuando nació la muerte
nadie quiso tomarla en brazos
era tan fea como las gordas de Botero

No durará mucho
dijo la madre al salir del parto
tan resignada y ausente
como una piedra en medio del temporal

Pero la muerte traía en los ojos
una luz endiablada
un dulce escalofrío de eternidad

Se equivocaron los médicos
y la matrona
y aquél que pasó la noche
llamando a la funeraria

Ahora es un bebé robusto
comentan las enfermeras
y a veces hasta Dios le cambia de pañales

. (altro…)

Nota di lettura a Il senso della possibilità e Come un solfeggio di Antonio Spagnuolo

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Qual è il senso della possibilità? È se la possibilità è il senso dell’esistenza qual è il senso dell’esistenza? E  la poesia che ruolo può svolgere nella ricerca di tale senso? Queste domande sembrano emergere dalle ultime raccolte di Antonio Spagnuolo, poeta e scrittore di lunga e importante militanza, la breve silloge Come un solfeggio, Kairós edizioni, 2012 e la più corposa raccolta Il senso della possibilità, Kairós edizioni 2013. Ma si può dire che l’intera opera poetica di Spagnuolo si presenta come un’incessante ricerca dello spiraglio di luce che getti un bagliore nel buio, e qui si può cogliere la dimensione squisitamente lirica della cifra poetica di Spagnuolo. La domanda di fondo sembra essere come illuminare quella che comunemente chiamiamo anima con le sue zone d’ombra che raramente emergono ma che condizionano il nostro essere? Qual è la fonte di luce che ne rischiara i tormenti e dà un perché alle gioie e ai dolori? La poesia in tal senso ha un ruolo fondamentale, essa è un vero e proprio farmaco, un rimedio che nell’atto stesso della scrittura si propone, se non di sanare, almeno di lenire il dolore insito nella vita (Lo specchio più nulla ha da recitare:/ per poterti vedere devo ripetere ancora,/ com’eri una volta, le illusioni dimenticate). Vita che nei versi di questi libri appare, paradigmaticamente, in continua tensione tra due poli opposti, che poi sono i due poli che attraggono di volta in volta la psiche, l’Eros e il Thanatos. In questa contesa possono cogliersi le radici della scrittura di Spagnuolo, da un lato la classicità che oltre ad aver eco nelle tematiche è presente nello stile, che rifugge gli eccessi delle sperimentazioni moderne e si affida, invece, ad una sobria limpidezza del dettato, che nella ricercatezza della parola cerca l’esattezza del dire per poter esprimere le sfumature più recondite delle emozioni; dall’altro la dimensione psicanalitica, la poesia ha il punto focale nel subconscio e ne è sua la messa in scena per allontanare i fantasmi del nulla che ci aspetta dopo la morte (Senza alcun dubbio, forse non vivrei!/ Fra le arrugginite serrature c’è ancora una ferita). Quindi l’opera di Spagnuolo si mostra come un’elegia moderna, una riflessione intrisa di malinconia, di afflato religioso (le immagini evangeliche sono un altro punto di riferimento importante) sull’anima, sull’amore, sulla vita, che utilizza trasfigurandole le strutture della poesia antica per svelare, invece, le inquietudini dell’uomo contemporaneo, il suo essere scisso da se stesso, tra il sé e la sua ombra (Maledette tenebre dell’Ade/ per avermi venduto alle febbri/  per avermi svuotato il ventre carico di lamenti). E proprio il tema dell’ombra, immagine che accompagna la poesia dalle sue origini, sembra riunire in un’unica cifra stilistica e tematica la poesia di Spagnuolo (Oggi ritorna la tua voce nel grigio della/ nebbia). Il colloquio con la nostra ombra e con le ombre degli altri, di chi non c’è più ( si veda la toccante ultima sezione In memoria de Il senso della possibilità)che ci visitano e chiedono una ragione, una parola, prima del silenzio, prima del buio, prima di svanire per sempre (Tutto è finito, ed il sorriso/ non riesce a comporre gli ornamenti/ civettuoli del tuo andare).

©Francesco Filia

Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità – post di Anna Maria Curci 26/12/2013

“andare a settanta su questa statale” (Inedito)

di Luciano Mazziotta 

emilia

andare a settanta su questa statale
è come quell’incubo che ti insegue una bestia
e non riesci ad urlare e c’ho sonno
il caffè non mi sveglia e c’ho sonno
gliel’ho detto così tante volte
alla cinese che il caffè che fa lei non mi sveglia
che prima o poi mi dirà
qui non si serve caffè
ma il problema non è la miscela
le ho detto il problema è nell’atto
se mette prima il piattino sopra il bancone
poi posa la tazza e solo alla fine
il cucchiaino il caffè non mi sveglia
le ho detto che prima dovrebbe
disporre il piattino e sopra il piattino
il cucchiaino e solo alla fine
la tazza con il caffè ché a me
non è che mi svegli il caffè di per sé
a me sveglia il ting del cucchiaino
sopra il piattino quel ting solo quel ting
mi riesce a svegliare così
è come se da quando sto qui
non mi fossi mai alzato dal letto
le ho detto e c’ho troppo sonno
per andarmene a scuola
come quand’ero studente
e dicevo a mia madre non voglio
oggi non voglio c’ho un mal di pancia
ma ora si deve e ci vado
anche se ho sonno e quella paura
di addormentarmi non voglio mi scoccia
andare a spiegare la punteggiatura
la punteggiatura ma dai
seduti in piedi seduti ché a volte
mi sembra di essere in chiesa
e su questa statale a settanta
è un incubo fino allo slargo
che si può accelerare
ma quando si può accelerare
un camion si piazza davanti
un tir un mezzo pesante
ché bene! ora si deve andare a cinquanta
ché penso che vita deve essere un camion
un tir un mezzo pesante che tutti
quando ti vedono dicono cazzo c’è un tir
o dicono esci prima di casa
se un tir si piazza davanti è la fine
e allora che vita di merda essere un tir
essere un camion che tutti ti evitano
ti guardano male non vedono l’ora
di superarti in corsia di sorpasso
altro che discriminazioni e olocausto
essere un camion deve essere
proprio terribile fino allo slargo
quando sorpasso con compassione
e c’ho sonno continuo ad averlo
in mezzo alla nebbia ché forse
dopo la nebbia chissà cosa c’è
un incidente uno stop
il paradiso dei camion e accelero
per trapassare la nebbia e ficcarmi
con l’auto in mezzo a quel mondo
magari così riesco a svegliarmi
invece dopo la nebbia non c’è
niente di nuovo neppure un posto di blocco
un khamikaze o male che vada una bomba
dopo la nebbia c’è un’altra rotonda
e rallento:

accelero freno freno e ora rallento
non è che non voglia chiamarla vita sta cosa
è solo che su questa statale a settanta
io mi sa che io prima o poi mi addormento.

La Disarmata – cinque napolitudini

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Roberto Bolaño a Piazza Garibaldi

 

I treni che vanno e vengono sono uguali
qui o a Santiago, a Parigi come in Spagna
le stazioni, no le persone ancora meno
i binari sono già letteratura, credo

che avrei rubato libri come in Cile
se fossi nato qua, avrei rubato comunque
mi sarei arrangiato, avrei perso
avrei dimenticato ma non tutto

questa è una frontiera in diagonale
ogni vicolo, ogni incrocio è una linea
e tutto marca una differenza, un’assenza
avrei tenuto a mente il tufo, l’ignoto.

(Gianni Montieri, da Turisti americani)

 

*

nostri figli

 

Si annuvolavano conigli
sotto pelo, palpitanti,
cibo pasto alimento
dna  in transito, un guizzo di
vibrisse, pesci terragni,
immaginando improbabili salvezze nei balzi a scarse miglia,
dannatamente simili ai
nostri padri, ai nostri figli.

 

(Viola Amarelli, da Rettoriche)

 

*

Via Cavalleggeri d’Aosta

 

Ci troveranno abbracciati in questo
sottopasso allagato, in una periferia
di particolato, fazzolettini
e lattice, di acque
e carcasse, senza poterci
distinguere tra il cruscotto
e i sediolini posteriori, ognuno
con la mano sul sesso dell’altro,
tra alito e gemiti impressi sui finestrini
e i tuoi capelli che galleggiano
sciolti nell’abitacolo.
Forse per allora i tuoi seni saranno
scomparsi amore mio — e il mio sguardo
sarà quello attonito e senza pace
di un morto — ma non certo
quello che ci ha resi vivi,
i nostri cenni d’intesa, l’ultimo
spasmo impresso in un gesto,
la gioia feroce
di un amore appena abbozzato.

(Francesco Filia, da Stradario)

 

*

La casa

 

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere, certo,
strabuzzando gli occhi
ome facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio:
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guarda il cielo
(l’altro l’inferno).
In questo sei un mitico busto,
con i vestiti di tua madre tutto intorno,
la macchina da cucire
che fissa i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso, che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso, riflesso nel vetro:
“I vestiti che indosso
li darò in pasto agli zingari del centro”.

(Vincenzo Frungillo, da Zona est)

 

*

poesia: the napoli heading

 

I chitemmuort
You chitemmuort
He She it lota
We chivestramuort
You piglioncu’
They anna passa’ nu guaio

(Immo, da ‘ci stanno un napoletano un napoletano e un napoletano, ovvero: 8 poesie ma 9 pagine (come higuain) sul significante NAPOL’)

Nulla al ver detraendo. In difesa del Leopardi di Martone

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.
(altro…)

Class enemy

locandina

Si può chiedere, a una ragazza di sedici anni che confessa tra le lacrime di voler lasciare la scuola, di cercare la parola “fallito” nel vocabolario e di leggerla ad alta voce? Si possono fare, con lei che si dichiara incapace di capire perché vive, raffronti con Mozart, che sapeva bene cosa desiderava per sé dall’età di cinque anni? Mi sembra di no, e questo è il torto, oggettivo, del professor Zupan, se proprio si vuole cercare in questo episodio uno dei misteriosi mattoncini che spingeranno di lì a poco una ragazza depressa al suicidio. Non importa che la ricerca nel vocabolario serva da base alla frase “non è questo che vuoi per te”; non importa che il paragone con Mozart occorra a ricordarle le sue grandi doti di pianista; l’adolescenza ha un codice retorico e oltrepassarlo è un rischio che bisogna essere pronti ad assumersi.
Il professor Zupan, supplente di tedesco arrivato in una classe slovena a sostituire l’adorata docente in maternità, rivoluziona da subito didattica e approccio con quella che ritiene una classe lasciata a sé. Saluto in piedi, perché il rito distingue l’uomo dall’animale; lezioni in lingua; ogni gesto scelta didattica, agli occhi di un pubblico adulto, e immediatamente frainteso dai ragazzi nel solco di quella ferita che si chiama (e che loro attribuiranno al professore dall’inizio alla fine del film) “nazismo”. Quando Sabine muore, Zupan, già malvisto, si muove con gelida delicatezza (“forse preferireste andare al bar”, è invece la reazione molto più apprezzata di un collega): fa, e nel fare sbaglia, ciò che ha fatto fin dall’inizio, trattando da uomini che il lutto può rendere uomini migliori dei semplici ragazzi, doloranti e aggressivi; pone il confine tra la tragedia e la disgrazia; alla retorica buonista sostituisce la grazia severa degli epigrammi di Mann.
(altro…)

Progetto Santiago – Comunicato Stampa (e non solo)

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Comunicato stampa

NASCE PROGETTO SANTIAGO, LA PRIMA REALTÀ EDITORIALE GESTITA AL 100% DAGLI SCRITTORI

Oltre 20 professionisti tra scrittori, editor e artisti, si uniscono per dare vita a un nuovo soggetto editoriale con uno scopo ben preciso: «Decidiamo noi cosa pubblicare, non il mercato». Subito online l’invito aperto ai lettori: tutti possono aderire al progetto cliccando su http://www.progettosantiago.it

Genova, 22 ottobre 2014 – Tutti fuori dall’editoria aziendale, per fare spazio ai lettori e agli autori. Sono queste le basi del nuovo progetto culturale ideato da Antonio Paolacci, scrittore ed editor di lungo corso, e forte di un collettivo di oltre 20 scrittori affermati, pronti a far rivivere in chiave contemporanea la figura dell’editore puro, a caccia di talenti piuttosto che di boom commerciali. Pensando prima di tutto ai lettori, chiamati a riprendersi il loro ruolo di protagonisti.

Costituita come associazione culturale, Santiago è un progetto open source, finanziato dagli autori stessi e aperto al sostegno di tutte le forme espressive di scrittura, anche multimediale. Avanti chi legge! è il manifesto di Progetto Santiago, che da oggi si mette alla ricerca di storie e percorsi artistici da raccontare. Libri da divorare, insomma, senza tanti fronzoli ma col gusto unico e inconfondibile del talento letterario.

«Come al falegname si chiede una sedia – spiega Antonio Paolacci nel raccontare l’idea – così all’editore si chiede un libro, non una strategia commerciale. Se i falegnami sacrificano la qualità della sedia per motivi legati al mercato, la gente non ha più un buon oggetto su cui sedersi. Lo stesso vale per gli editori. Oggi l’editoria ha perso di vista l’obiettivo primario: soddisfare i lettori. Sacrificati in nome dei profitti, si trovano in affanno. Occorre trovare un modo per tornare a offrire buoni libri. Chiedere agli scrittori è il modo più logico».

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