Le cronache della Leda #32: Un sogno della Luisa

palazzo grassi 2011 - gm

palazzo grassi 2011 – gm

Le cronache della Leda #32: Un sogno della Luisa

 

 

La notte fuori dalle finestre
di un ospedale riflette
sui vetri il padiglione
di fronte, una luce bianca
che potrebbe essere luna
passa lunga come un taglio
dietro le spalle gli zoccoli
degli infermieri lasciano
le ultime tracce

La città è lontanissima
soltanto i neon sono stabili
e giocano di sponda.

 

Da una settimana la Luisa è uscita dalla rianimazione, sta bene, se vogliamo essere sintetici. Bene, se pensiamo alla morte. La morte quasi toccata e ora messa di nuovo a distanza. La Luisa parla e sorride, appena può, appena riesce. Sa di averla scampata. In accordo con i medici, a turno, io e le ragazze la sera ci fermiamo fino a tardi e le teniamo compagnia. Mi rendo conto, però, che spesso è lei a tener banco, come ha sempre fatto. L’altra sera, mentre le raccontavo le ultime novità, mi ha interrotta e mi ha detto: «Smettila Leda, adesso ti racconto io delle robe interessanti, robe che ho sognato quando stavo in rianimazione.»

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An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

biennale arte - foto gm

biennale arte – foto gm

 

An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

 

Quando l’esercizio della memoria (Andenken), il monito sul tempo si fa pensiero diverso e divergente (anders denken): cinque testi poetici, cinque autori di lingua tedesca. Scelta di testi e traduzione in italiano di Anna Maria Curci.

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Su “Mappe del genere umano” di Flavio Santi

di Emiliano Zappalà

Mappe del genere umano

Postmoderno. La prima parola che sale alla gola una volta finito questo libro. Inevitabilmente. Scappa prima di avere il tempo di inghiottirla indietro. Perché essendo questa parola scomoda, abusata, spigolosa, l’istinto è sempre di scacciarla via, come una mosca. Se avessi l’occasione di essere banale direi che Mappe del genere umano è una “raccolta dai tratti splendidamente postmoderni”. Ma correrei il rischio di far infuriare i redattori, sconcertare i lettori e forse anche di infastidire l’autore. Per spiegare le mie eventuali ragioni mi occorrerebbe un tempo che qui non ho. E quindi mastico, deglutisco e caccio giù.
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Diario del Torino Film Festival #1

TFF2014

DIARIO DEL TORINO FILM FESTIVAL #1

LA SORPRESA IT FOLLOWS, LA DELUSIONE THE BABADOOK E LA STANDING OVATION PER L’ITALIANO N-CAPACE

di Nicolò Barison

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È stato un inizio di festival molto intenso, ricco di spunti e di film interessanti. Sale gremite, code infinite alle biglietterie, volantini del programma del Festival a tutti gli angoli delle strade, poster promozionali che tappezzano Torino, una grande festa per la città, come tutti gli anni. Il programma questo primo fine settimana è stato molto ricco e i film da vedere tantissimi, per cui l’organizzazione delle varie visioni è stata indispensabile.
Ma veniamo ora ai film. Per quanto riguarda il Concorso, il capolavoro che non ti aspetti è sicuramente il bellissimo e italianissimo N-Capace di Eleonora Danco. Una donna, che si fa chiamare ‘Anima in pena’, viaggia tra Terracina e Roma, spesso in pigiama, altre volte vestita di bianco, molte volte seduta su un letto, intervista giovani, vecchi, uomini, donne, ponendo loro domande sulla vita, la morte, il sesso, la scuola, la politica, la religione. Le riposte che le vengono fornite sono davvero commoventi e danno vita ad un bizzarro esperimento che fa da anello di congiunzione fra il grottesco e una lucida e spietata analisi della “spaesata” società in cui viviamo.
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Si ristampi #5 – Giancarlo Marmori: Lo sproloquio (di Riccardo De Gennaro)

lo sproloquio

Si ristampi #5 – Giancarlo Marmori: Lo sproloquio (di Riccardo De Gennaro)

Tra gli scrittori italiani dimenticati Giancarlo Marmori è uno dei più dimenticati. Qualcuno, forse, lo ricorda come corrispondente da Parigi per le pagine culturali dell’Espresso, altri potrebbero imbattersi in lui leggendo “Le leggi dell’ospitalità” del suo amico Pierre Klossowski di cui fu traduttore, ma pochissimi sanno che scrisse uno dei migliori romanzi sperimentali italiani, “Lo sproloquio”, pubblicato dapprima in Francia (“La parlerie”, Edition de Seuil, 1962) e soltanto l’anno dopo in Italia (Feltrinelli, ottobre 1963). I critici dell’epoca parlarono di questo testo come di un altro “Aspettando Godot” e la Nouvelle Revue Française colse nel romanzo “una metafisica della quotidianità che ricorda quella di Beckett e Ionesco”.

   “Lo sproloquio” è il racconto del vagabondaggio notturno di due singolari personaggi di cui sappiamo e sapremo poco fino alla fine. Il primo si chiama semplicemente Max ed è un poeta che vorrebbe pubblicare i suoi diari; il secondo, battezzato più enigmaticamente Paradiso, è un giramondo senza arte né parte, che vorrebbe pubblicarglieli. Oltre ad assomigliare a Vladimiro ed Estragone, Max e Paradiso potrebbero essere la versione novecentesca, priva di certezze, di Bouvard e Pécuchet, ma fanno pensare anche a Faust e Mefistofele. I due camminano, conversando tra loro, per le vie di una città che probabilmente è Parigi, sebbene non se ne abbia prova. Nel loro girovagare di una sola notte non incontrano nessuno, ad eccezione di alcune mute ed oniriche comparse, un omino piccolo e calvo che si toglie e si rimette il cappello, una ragazzina dalle trecce grigie nel suo pigiama… A dominare la scena sono la neve, che cade fitta dal primo all’ultimo momento, e un’infinità di gabbiani sempre più aggressivi. È Paradiso che guida la coppia, ma lo fa con estrema leggerezza, mai con autorità: “Libri, libri – dice – non lo vedi che ormai sono di carta anch’io?”.  Non hanno una mèta, ma ad un certo punto se ne danno una: raggiungere la biblioteca di Paradiso, che ha promesso a Max di regalargli l’edizione berlinese di un libro che nel titolo contiene la parola “Andenken”, memoria. Ma Paradiso, che per imprecisati motivi è abituato a cambiare spesso residenza, stenta a ritrovare casa: “Per ogni pagina della mia vita, per ogni luogo, avevo una memoria infallibile”, si rammarica. Andenken.

Quando s’intravedono i primi bagliori dell’alba, i due giungono finalmente a destinazione. La casa di Paradiso, situata in riva al fiume, è sventrata, i libri della sua biblioteca, che si trova all’ultimo piano, hanno perso ogni traccia di costa e di copertina. E Paradiso non riesce a trovare il volume che voleva regalare a Max. Impegnato a cercare i suoi occhiali dimenticati tra le pagine di qualche libro, ora non ne ricorda neppure il titolo. Il dialogo tra i due strani personaggi continua ad essere ondivago, talvolta è fitto, talaltra rarefatto, ma non porta mai a una conclusione. La neve entra da uno squarcio nel tetto, i gabbiani svolazzano come pipistrelli sulle loro teste e fa maledettamente freddo. Paradiso afferra Max per le ascelle e lo conduce al piano terra, poi alla propria barca, ormeggiata sul fiume. Tra poco sarà giorno. I due amici proseguono il loro viaggio sull’acqua. Onde alte, neve, nebbia. Il fiume non è la Senna, ma ricorda lo Stige. Al termine ultimo della notte, Max vi si tuffa come un delfino, Paradiso lo arpiona e riporta il corpo a bordo. Lo chiamerà invano, mentre a lui “morire è praticamente impossibile”.

   Nei libri successivi lo stile di Marmori si fa più estetizzante. “Storia di Vous” è un romanzo erotico che si rifà a Bataille e allo stesso Klossowski, “La Venere di Milo” un romanzo storico-immaginifico ambientato nella prima metà dell’Ottocento ai tempi della guerra tra i greci e i turchi, “Gabriele” il romanzo incompiuto dedicato alla vita dell’amato Dante Gabriel Rossetti. Testimoniata dai saggi contenuti in “Le vergini funeste”, dalla monografia su Tamara de Lempicka, nonché dall’antologia di scritti sull’arte “La bellezza è difficile”, la passione di Marmori per i preraffaelliti, l’art nouveau, il simbolismo e, in particolare, per d’Annunzio (quando andò a vivere a Parigi riempì una valigia con le opere del poeta) lo portò a una sorta di emarginazione. C’era chi lo considerava un esteta reazionario con sensibilità e modi d’inizio Novecento. Al contrario, Marmori fu un intellettuale di grandissima cultura, testimone di tutti i movimenti e le avanguardie artistiche e letterarie che si succedettero a Parigi tra gli anni Cinquanta e i primissimi anni Ottanta. Conquistato più dalla Bellezza che dall’Ideologia, non si curò di chi lo accusava di mancanza d’impegno politico (dopo “Lo sproloquio” si allontanò dal Gruppo 63, dov’era stato trascinato da Feltrinelli, ma di cui non condivideva gli orientamenti teorici).

   Sandro Viola, con cui ogni giorno si dava appuntamento al Café Flore, dove Marmori arrivava con il suo inseparabile “trench” color latte, gli riconobbe “una solidità intellettuale che nel giornalismo italiano ho poi ritrovato, in quasi quarant’anni, non più di due o tre volte ancora”. Italo Calvino – in occasione della sua morte, avvenuta nel febbraio 1982 ­– scrisse su Repubblica: “Sul piano dell’immaginazione, niente per lui era abbastanza audace”. Alto, dinoccolato, quasi filiforme come una scultura di Giacometti, lo scrittore – che era nato a La Spezia nel 1926 – è diventato invisibile. Nessuno dei suoi libri è stato più ristampato. È lui l’uomo di carta.

© Riccardo De Gennaro

Don DeLillo – Underworld (recensione di Martino Baldi)

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Don DeLillo – Underworld – Einaudi (Supercoralli, 1999 – Super ET, 2014 – versione ebook, 2012) – traduzione di Delfina Vezzoli

*

Underworld, va detto, è un libro difficile, discontinuo, asincrono, che al lettore non può che provocare un altalenarsi di sensazioni tra l’entusiasmo e lo sconcerto. È però – e questo senza ombra di dubbio – uno dei pochi indiscutibili capolavori della letteratura mondiale degli ultimi venti anni, probabilmente il culmine assoluto della letteratura postmoderna insieme a Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bolaño.
La vicenda è impossibile da riassumere per la molteplicità dei suoi temi e dei suoi livelli temporali. Vi si mescolano vero e verosimile, personaggi reali (Frank Sinatra ed Edgar Hoover, per esempio) e fittizi, presente e passato, narrazione e riflessione, fatti e teoria, in un continuo slittamento intertestuale e interdisciplinare.
Già la sintesi estrema di ciò che è raccontato dal romanzo – il pitch, come direbbe uno sceneggiatore americano – mette in evidenza sin da subito la natura ancipite di un’opera che non teme di rivolgere le sue due facce nelle direzioni più contrarie, alla ricerca di una sintesi tra il minimalismo più calibrato e il più ambizioso massimalismo. La storia, di fatto, è quella di una pallina da baseball, ma è allo stesso tempo la storia nordamericana degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, con le sue vicende storiche, politiche, sociali, industriali, artistiche, architettoniche, musicali: un grandissimo affresco della società e dell’identità americana attraverso tutto quel che è visibile e, soprattutto, ciò che non lo è.

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Sonia Lambertini, In viaggio / Unterwegs

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Sonia Lambertini, In viaggio / Unterwegs
Tre inediti (originale e traduzione in tedesco)

Quando parto per un viaggio mi ritrovo in mano il bagaglio sbagliato. Ho spesso freddo, i luoghi che visito sono a Nord, dove il vento agita i pensieri, per ritrovarmi, un momento dopo, nel cuore del ventre per cercare istinto e calore. Un dialogo interiore per la ricerca di senso; forse lo chiamo Dio. (Sonia Lambertini)

Inverno, mi vergognavo della mia lingua
e chiamavo, chiamavo,
senza eco ero un albero secco
senza radici…
i boschi interrogai
marcii con i guerrieri putrefatti
fino alle tempie, non vivevo più
una vita a lato della vita…

Non citai la parola Dio,
svegliai il rospo e la starna,
il pingue fagiano e le fameliche
cornacchie
col mio lamento…

Thomas Bernhard, Ave Virgilio. Carme, III Lutto, Terzo canto

Traduzione di Anna Maria Carpi

Io nel mio dio
cado a picco,
la sua gola,
profonda.
Giù, c’è il mio dio
il suo vento molesto
mi tormenta.
Gru dai canti spezzati
nei miei inverni
in fila a guardare
dentro di me,
l’assenza.

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In una poesia di Ashbery

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Vetiver
[1] di John Ashbery mescola una nostalgia romantica, in continuità anche ironica con il Romaticismo del passato, a una vertigine respirata e meditata con cura, per quanto vissuta d’improvviso.
Vetiver è un distillato di radici, un profumo che una volta diffuso crea atmosfera. Sia il processo di distillazione sia l’effetto della diffusione, evocati e racchiusi nel titolo, si svolgono nell’arco di tre stanze, fino a riassumersi in «una situazione / per cui noi veniamo a significare a noi stessi».
La poesia si avvia con una calma di sapore epico (in particolare con il primo verso), che presto tuttavia sarà interrotta da una catastrofe. Si dovrà prima passare attraverso la sfera della malinconia per poi spingersi fino alla preghiera, di fronte all’apprendimento di una verità.
Nella prima stanza l’autore allude a un dialogo di Friedrich Schlegel, contenente in particolare un riferimento a “una catena o una ghirlanda di frammenti”. Più esattamente: nel 1798, in Frammenti dell’Ateneo, l’autore tedesco sosteneva che un dialogo è una catena o una ghirlanda di frammenti, mentre un epistolario è un dialogo in scala più grande e le memorie sono un sistema di frammenti.
Ashbery varia leggermente ma significativamente in “ghirlande frammentate” (fragmented garlands) la “ghirlanda di frammenti” di Schlegel, riconducendo così lo slancio caratteristico di quelle altezze trascendentali a qualcosa di rovinoso, degno di un tono più serrato e malinconico. E in questo scarto troviamo sottesa l’ironia, nel senso proprio dell’etimo, εἰρωνεία, ricerca cioè e comprensione da parte dell’uomo di una realtà che, senza un opportuno scombinamento degli equilibri stabiliti, tenderebbe a sfuggirgli. È il motivo per cui le parole più confidenziali, quelle – come dire – “lettere delle lettere” esaltate da Schlegel, diventano nel testo di Ashbery «Already distilled in letters of the alphabet»: “anticipate” dunque, portate all’origine, all’alfabeto, come nate per restare dentro un male familiare, consanguineo, sempre presente. Proprio quest’ultimo passaggio della stanza, mentre ogni cosa si muoveva in un orizzonte quieto, annuncia un’imminenza tragica. (altro…)

Mai più senza # 9 – Solaris

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

Ho letto Solaris in due giorni.
Il primo giorno era sera, ero nel letto, in dormiveglia, la bellezza della scrittura mi teneva sveglia ma il corpo era distrutto, ho dovuto staccare per il troppo sonno verso un terzo del libro. Quella notte ho sognato di urlare senza suoni, di correre in cucina camminando su un paio di gambe oblique.
Il secondo giorno era mattina. Ho ricominciato da capo, sul divano. Il sogno era più vicino alla natura del libro di quanto lo fosse il ricordo della lettura (un libro sugli strati più profondi della mente non può che agire così), ma nonostante il terrore ero calma, quasi beata da tutta quella incomprensibile bellezza. Come Chris Kelvin. Il libro è percorso da un aggettivo: “calmo”. Non ho letto la sconfinata bibliografia su Solaris, non voglio farlo prima di stendere questa nota, ma sono certa che qualcuno l’avrà notato. Ovunque si dice, accanto alle cose tremende che accadono sulla stazione orbitante attorno al pianeta Solaris, che qualcuno è calmo.

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Le cronache della Leda #31: La Luisa, la Wanda e Fiorella Mannoia

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Le cronache della Leda #31: La Luisa, la Wanda e Fiorella Mannoia

L’avvocato mi ha detto: «Guarda che la so anch’io una storia della Luisa. Della Luisa e della Wanda.» Intanto fuori stava diventando buio, i corti pomeriggi di novembre, così sono, così sono sempre stati, così sempre saranno. L’ho guardato e gli ho detto: «Raccontamela, avvocato.»

La Luisa e la Wanda una volta sono venute da me, ma mica per caso, hanno preso appuntamento proprio come se avessero bisogno di una consulenza legale, e a pensarci bene, un po’ era così. Parlò la Wanda per prima. «Senti avvocato, non ti vogliamo far perdere tempo, io e la Luisa abbiamo scritto una canzone. Musica e parole. Cioè le parole le abbiamo scritte su un foglietto, poi le abbiamo cantate. La Luisa ha inventato un motivo. Quindi la musica c’è  ma non c’è, servirebbe qualcuno che la scriva. Ma di questo parliamo dopo. Quello che vogliamo chiederti, avvocato, è che tu ci dia una mano, con i diritti, con quelli come si chiamano? Ah, sì: la Siae.» Le guardavo tra lo stupito e il divertito ma non riuscivo a parlare. La Wanda proseguì: «Perché vedi, secondo noi la canzone è proprio bella, ha un bel testo, poi te lo facciamo leggere. Il ritornello è orecchiabile, ma andrà ripetuto una volta sola, su questo siamo intransigenti, non vogliamo robe alla Paola e Chiara. Questa non deve essere una canzone di una sola estate. Non lo è, non lo sarà. Appena troviamo un musicista che la musichi, registriamo e la mandiamo a Sanremo. Cosa ridi, avvocato? A Sanremo sì.» Le ho detto che non stavo ridendo e che sarei stato felice di leggere il testo e lì ha cominciato a parlare la Luisa.

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Una lettera d’amore al cinema: “Holy Motors” di Leos Carax

di Nicolò Barison

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Presentato in concorso a Cannes 2012, dove ha riscosso grandi elogi da parte della critica, per poi passare quasi inosservato nelle sale italiane nel giugno 2013, “Holy Motors” è il grande ritorno al lungometraggio del regista di culto francese Leos Carax (“Gli amanti del Pont-Neuf”, “Rosso sangue”, “Pola X”).

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