Poetarum Silva: voci per Roberto Bolaño

 

Poetarum Silva, Voci per Roberto Bolaño

Oggi, 28 aprile 2015, Roberto Bolaño avrebbe compiuto 62 anni. Per questa giornata proponiamo, in forma di ‘voci’, alcuni testi di autori della redazione di “Poetarum Silva” dedicati alle opere, ai personaggi e alla figura di Bolaño.

 

Auxilio-Alcira e i colori del ’68

Ocra: può un tailleur avere il colore dell’ocra gialla? Nel tuo guardaroba, sì. Il tailleur ocra aveva la gonna dritta e improbabili bottoni del diametro di quattro centimetri. Lo avevi quella domenica in cui, a mo’ di celebrazione del quartiere nel quale eravamo venuti ad abitare, papà ci fotografò di fronte al laghetto dell’EUR. Il nostro Sessantotto ha il colore del tuo tailleur.

Anna Maria Curci, La mia scala cromatica

Quali colori ha “l’anno incolume”, il ’68 di Amuleto di Roberto Bolaño*? “Tutti i colori del giallo”, tutti i colori del noir, come suggerisce l’incipit solenne:

Ésta será una historia de terror. Será una historia policíaca, un relato de serie negra y de terror. Pero no lo parecerá. No lo parecerá porque soy yo la que lo cuenta. Soy yo la que habla y por eso no lo parecerá. Pero en el fondo es la historia de un crimen atroz.

Questa sarà una storia del terrore. Sarà una storia poliziesca, un noir, un racconto dell’orrore. Ma non sembrerà. Non sembrerà perché sono io quella che la racconta. Sono io a parlare e quindi non sembrerà. Ma in fondo è la storia di un crimine atroce.*

Non mancheranno – continuo a usare, sulla scorta dell’incipit, il futuro che è insieme programma, promessa, impegno-vincolo – l’azzurro sbiadito di una gonna plissettata, l’argento di uno strano rospo, il verde di boschi reali e boschi sognati, l’arcobaleno impolverato delle tele di Carlos Coffeen Serpas, il rosso di una ecatombe che si perde nel mito (e sarà il mito di Erigone, narrato con stralunata lucidità dal pittore quarantenne), eppure è inesorabilmente destinata a ripetersi, il bianco, annerito dal sangue, di un fazzoletto sporco, il bianco accecante, infine, delle piastrelle di un bagno, sciolte dalla luce della luna.
Quel bagno della Facoltà di Lettere e Filosofia di Città del Messico, dal 18 al 30 settembre 1968, è il luogo di un parto straordinario, tappa iniziale, intermedia, mai conclusiva, di un viaggio nella memoria insopprimibile e trampolino di un volo nel canto universale, nella poesia-amuleto. Chi ne è al centro, chi lo narra è Auxilio Lacouture, personaggio già apparso ne I detective selvaggi , che così si presenta:

Me llamo Auxilio Lacouture y soy uruguaya, de Montevideo, aunque cuando los caldos se me suben a la cabeza, los caldos de la extrañeza, digo que soy charrúa, que viene a ser lo mismo aunque no es lo mismo, y que confunde a los mexicanos y por ende a los latinoamericanos.

Mi chiamo Auxilio Lacouture e sono uruguaiana, di Montevideo, ma quando mi prende male, quando mi dà alla testa la nostalgia, dico che sono charrúa, che poi è lo stesso anche se non è lo stesso, e confonde i messicani e quindi anche i latinoamericani.*

La vicenda vissuta e narrata da Auxilio Lacouture è ispirata alla vita dalla “bellezza tragica” di Alcira Soust Scaffo, “maestra uruguaya”, “madre di tutti i poeti”. Ribadisco oggi l’invito formulato cinque anni fa. Il mio è un invito a marciare in direzione opposta al silenzio, battezzando, magari, come fa Auxilio-Alcira, la “gamba destra con il nome di volontà”, la “gamba sinistra con il nome di necessità”.

Anna Maria Curci

*Roberto Bolaño, Amuleto. Traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2010 (originale 1999)

Alcira_Soust

 

Roberto Bolaño a Piazza Garibaldi

 

I treni che vanno e vengono sono uguali
qui o a Santiago, a Parigi come in Spagna
le stazioni, no le persone ancora meno
i binari sono già letteratura, credo

che avrei rubato libri come in Cile
se fossi nato qua, avrei rubato comunque
mi sarei arrangiato, avrei perso
avrei dimenticato ma non tutto

questa è una frontiera in diagonale
ogni vicolo, ogni incrocio è una linea
e tutto marca una differenza, un’assenza
avrei tenuto a mente il tufo, l’ignoto.

(Gianni Montieri, da Turisti americani, in: V. Amarelli, F. Filia, V. Frungillo, G. Montieri, Immo,  La disarmata, CFR 2014)

 

Qui  un brano da Anversa di Roberto Bolaño proposto da Gianni Montieri per la rubrica, da lui ideata e curata, “La domenica e…”

Francesca Matteoni – Tutti gli altri

Tutti-gli-altri

Francesca Matteoni, Tutti gli altri, Tunué edizioni, 2014, € 9,90

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Il bel romanzo d’esordio di Francesca Matteoni, di cui tutti conosciamo le qualità poetiche, uscito da qualche mese, nella bellissima collana di narrativa di Tunué, è stato fin qui molto apprezzato e molto recensito. Uno dei temi che (giustamente) ha accompagnato tutte (o quasi) le recensioni e quello del romanzo di formazione. Tutti gli altri è, anche, un romanzo di formazione. Noi, però, proponiamo una riflessione e un gioco per dire di questo libro. Dove c’è formazione ci deve essere (e c’è) anche informazione. Matteoni ha scritto un romanzo di informazione. Raccontando le proprie esperienze l’autrice ci dà notizia delle nostre, non soltanto ponendoci nella condizione, più o meno felice, del ricordare, ma mostrandoci qualcosa di noi con i suoi occhi. Che è poi quello che accade con le poesie riuscite. La prima informazione ce la danno i bambini, attraverso le fiabe. La bambina, protagonista delle prime pagine, vive, si muove, pensa, come in una fiaba. E come dentro una fiaba balla, e mentre balla scopre, e invita alla danza altri bambini, e poi gli animali, e poi i grandi. E come nelle fiabe troviamo i segreti veri. Ve li ricordate i vostri segreti di quando eravate bambini? Cose piccole, nascoste in luoghi introvabili, cose che mai avreste confessato. Leggendo la prima parte di Tutti gli altri, viene da pensare che gli unici segreti che abbiano contato qualcosa siano stati quelli di allora. Il segreto era qualcosa di puro e bello. Non rivelare un nascondiglio significava preservare la bellezza di qualcosa.

(altro…)

Premio di Poesia “Renato Giorgi” 2015 (XXI edizione)

Premio di Poesia “Renato Giorgi” 2015 (XXI edizione)

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“Le Voci della luna” hanno indetto la XXI edizione del concorso.
Il Premio Internazionale di poesia “Renato Giorgi”, fondato nel 1995, nasce dal desiderio di testimoniare e diffondere nel tempo il valore dell’opera, umana e letteraria, di Renato Giorgi, insegnante e poeta, partigiano e sindaco di Sasso Marconi, centro appenninico della provincia di Bologna.
Proseguendo in questo intento, esso giunge alla sua ventunesima edizione, rafforzato nell’impegno e rinnovato nella proposta. Dopo il Premio alla Carriera conferito a Gregorio Scalise nel 2014, in occasione del ventennale, quest’anno il bando del premio viene semplificato nella procedura ed ampliato attraverso l’istituzione di una terza sezione riservata alle tesi di laurea. Restano confermate le tradizionali sezioni “Silloge Inedita” e “Cantiere”, che vedono per la prima la pubblicazione in volume della “Silloge inedita” vincitrice, e per la seconda la pubblicazione sulla rivista “Le Voci della luna” sul numero di Ottobre interamente dedicato al Premio. Resta attiva anche la sezione Scuole, dedicata agli elaborati di studenti che frequentano le scuole secondarie di primo grado nella provincia di Bologna.
Un’ulteriore novità è rintracciabile nella modalità dell’invio delle raccolte, totalmente telematica.
Alla giuria del triennio in corso, rinnovata nella componente dei giurati e nella presidenza, e al comitato scientifico rimangono affidati i compiti di tutela e garanzia di qualità e trasparenza del Premio.

SEZIONE A Raccolta inedita di poesie a tema libero

Si richiedono:
1.Invio di una raccolta inedita all’indirizzo di posta elettronica premio.giorgi@virgilio.it in formato word o PDF non firmata e totalmente anonima;
2.la lunghezza complessiva dei testi dovrà essere compresa tra minimo 25 e massimo 40 cartelle (una cartella equivale a trenta versi puri, vengono esclusi dal conteggio titoli ed esergo);
Primo Premio – Pubblicazione
Pubblicazione in volume della raccolta risultata vincitrice a parere insindacabile della giuria, stampata dalle edizioni Le Voci della Luna nella collana Cantiere (cento copie del volume verranno destinate all’autore, le altre saranno distribuite dalle Voci della Luna a critici e poeti).
Secondo e Terzo Premio
Pubblicazione sul numero speciale della rivista con recensione a cura della giuria. L’entità del premio verrà definita in base al numero dei partecipanti.

SEZIONE B Cantiere

Si richiedono:
1.Quattro (4) poesie per un massimo di duecento (200) versi intesi come totale complessivo (vengono esclusi dal conteggio titoli ed eventuali esergo) inviate all’indirizzo di posta elettronica premio.giorgi@virgilio.it;
2.Autorizzazione alla pubblicazione dei testi con cui si partecipa alla Sezione B alla eventuale pubblicazione in una antologia prodotta e curata dal Premio stesso;
Primo premio – In denaro
Assegno da euro 500,00
Secondo e Terzo Premio
Pubblicazione sul numero speciale della rivista e recensione a cura della giuria. L’entità dei premi verrà definita in base al numero dei partecipanti.

SEZIONE C – SAGGIO CRITICO DI POESIA del ‘900

Si richiedono:
1.invio all’’indirizzo email premio.giorgi@virgilio.it di un breve saggio critico di poesia del Novecento per un massimo di 10 cartelle in formato word o PDF estratto di una tesi scritta negli ultimi 5 anni;
2. Certificazione dell’avvenuta iscrizione a un corso di Laurea o della data di discussione della tesi.
Premio al vincitore della sezione– Borsa di studio
Assegno da euro 500,00
Il saggio del vincitore verrà pubblicato (in estratto, in parte) sul numero speciale della rivista “Le Voci della Luna” dedicato al Premio.

REGOLAMENTO DELLE TRE SEZIONI valido per tutte e tre le sezioni (A,B,C)

Versamento di euro 20,00 come tassa di iscrizione sul C/C postale 10889400 intestato a Le Voci della Luna , Sasso Marconi, Premio “Renato Giorgi” 2015 o bonifico bancario sullo stesso conto, IBAN IT87K0760102400000010889400.

ATTENZIONE A RIPORTARE SEMPRE NOME, COGNOME ED INDIRIZZO.

Per partecipare a due delle tre sezioni è sufficiente un versamento di euro 30,00.
Il versamento dà diritto all’iscrizione al circolo e all’abbonamento annuale alla rivista “Le Voci della Luna” per il solo anno 2015.

IMPORTANTE

Le opere partecipanti alle tre Sezioni devono essere inviate in un file word o PDF assieme ad ulteriori file contenenti:
1. autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi del Decreto legislativo n. 196/2003;
2. autorizzazione al diritto di utilizzare e riprodurre i testi inviati, nelle pubblicazioni legate al Premio (antologia, rivista) e sul sito de Le Voci della Luna, senza riconoscimento di alcun compenso;
3. dati anagrafici (nome, cognome, indirizzo completo, età, telefono, casella di posta elettronica, e-mail);
4. breve curriculum biobibliografico (massimo dieci righe);
5. dichiarazione :
– per la SEZIONE A: le poesie proposte al premio “Renato Giorgi” 2015 sono originali ed inedite in qualsiasi forma (si intende non edite complessivamente in volume, si accettano pubblicazioni parziali in riviste e antologie o in rete), e non sono state presentante contemporaneamente ad altri concorsi, almeno fino a conclusione del premio “Renato Giorgi” 2015, né sono già state concesse a case editrici o ad altra forma imprenditoriale che ne comporti il copyright di pubblicazione, a pena di inammissibilità o di esclusione;
– per la SEZIONE B: le poesie proposte al premio “Renato Giorgi” 2015 sono originali ed inedite in qualsiasi forma (si intende edite in altro volume o volume antologico, si accettano pubblicazioni parziali in riviste o su internet), e non sono state presentante contemporaneamente ad altri concorsi almeno fino a conclusione del premio “Renato Giorgi” 2015 né sono già state concesse a case editrici o ad altra forma imprenditoriale che ne comporti il copyright di pubblicazione, a pena di inammissibilità o di esclusione;
-per SEZIONE C: il breve saggio dovrà essere originale ed inedito e non essere stato presentato contemporaneamente ad altri concorsi, almeno fino a conclusione del premio “Renato Giorgi” 2015, né essere stato concesso a case editrici o ad altra forma imprenditoriale che ne comporti il copyright di pubblicazione, a pena di inammissibilità o di esclusione;
6. ricevuta di versamento o di bonifico (scannerizzata o riprodotta in formato digitale) completa di indirizzo e sezione del premio o dati identificativi dell’avvenuto versamento.
Quanto nei punti precedenti deve essere inserito e inviato alla segreteria del premio “Renato Giorgi” in un unico invio telematico.
L’invio incompleto comporta l’esclusione automatica del concorrente.
Al Premio “Renato Giorgi” 2015, XXI edizione, non potranno partecipare (in entrambe le sezioni) i vincitori dell’anno 2013; le poesie debbono essere redatte in lingua italiana; l’invio delle opere sottintende l’accettazione completa del presente regolamento nelle sue parti generali e in quelle dedicate alle singole sezioni. Le opere inviate non saranno restituite in nessun caso.

SCADENZA

Il tutto dovrà pervenire alla Segreteria del premio (premio.giorgi@virgilio.it) entro e non oltre il 30.6.2015 .
ASSEGNAZIONE PREMI, GIURIA E CERIMONIA DI PREMIAZIONE
il giudizio della Giuria è insindacabile e inappellabile;
i componenti la Giuria verranno resi noti all’atto della premiazione;
la giuria si riserva la facoltà di non assegnare premi alle raccolte o selezione di raccolte e saggi che risultino di qualità e quantità non sufficientemente adeguata;
i premi saranno consegnati durante la premiazione ai vincitori o a loro delegati;
i premi non verranno spediti.
L’esito del concorso sarà comunicato solo ai vincitori ed ai segnalati delle sezioni e pubblicizzato sul sito internet delle Voci della Luna e sulla rivista omonima.
La premiazione dei vincitori del Premio Renato Giorgi avrà luogo nel mese di ottobre 2015 a Sasso Marconi, Bologna, in ora e luogo da definirsi.

INFORMAZIONI

Segreteria Premio “Renato Giorgi” 2015 e-mail: premio.giorgi@virgilio.it

Una nota su Sergio Corazzini e Dino Campana (di Emiliano Ventura)

Sergio Corazzini

Sergio Corazzini

La recente pubblicazione del volume Sergio Corazzini. Tutte le raccolte (Arbor Sapientiae – Fondazione Mario Luzi, 2014) offre l’occasione per riattraversare la breve stagione poetica di uno dei più interessanti poeti del primissimo Novecento. È una nuova edizione delle poesie edite in volume dal poeta romano Sergio Corazzini nell’arco della sua breve vita; si tratta dei libriccini: Dolcezze (1904), L’amaro calice (1905), Le aureole (1906), Piccolo libro inutile (1906), Elegia (1906), Libro per la sera della domenica (1906).
I curatori hanno prestato particolare attenzione anche ad altri elementi compositivi: insieme alle singole raccolte poetiche il testo presenta gli apparati critici, le immagini, un’accurata bibliografia critica, un profilo bio-bibliografico del poeta, un richiamo alla poetica crepuscolare e al periodo storico in cui si manifestò.
Crepuscolari fu l’aggettivo con cui Giuseppe Antonio Borgese definì questo esiguo numero di poeti che si espresse nel primo ventennio del XX secolo e che interpretò in modo particolare la sensibilità del Decadentismo; con loro, secondo Borgese, la poesia italiana si stava spegnendo in un “mite e lunghissimo crepuscolo”.
Il grande movimento della poesia italiana, l’Ermetismo, è ancora lontano. La scena è dominata da Carducci (il grande artiere), da D’Annunzio (il poeta vate) e da Pascoli (il poeta come un fanciullino). Il punto di rottura e di novità dei Canti Orfici di Dino Campana è ancora di là da venire (la prima edizione è del 1914). È in questo breve interstizio temporale, dopo i tre grandi poeti nazionali e prima l’arrivo dell’Ermetismo, che si situa la parabola e la poesia dei poeti crepuscolari.
La metafora del crepuscolo coglie l’essenza del tono poetico di questi giovani infatuati della poesia, il gusto per le sfumature della vita, l’amore per gli aspetti meno appariscenti e meno solari dell’esistenza umana.
Un locale nel cuore di Roma, il Caffè Sartoris, diviene il luogo dei primi incontri letterari di Sergio Corazzini; partecipano a questo cenacolo Alfredo Tusti, Alberto Tarchiani, Gino Calza-Bini, Fausto Maria Martini (di cui si dirà in seguito), Giulio Cesare Santini, Antonello Caprino, Enrico Brizzi, Corrado Govoni. Sono gli stessi giovani poeti che tenteranno anche di fondare la rivista “Cronache Latine”.
Il tempo a disposizione di Corazzini è poco: il giovane è infatti malato, e in pochi anni pubblica tutte le poesie composte, e ora raccolte nel nuovo volume. Il giovane poeta nel 1906, per l’aggravarsi della malattia, viene ricoverato nella casa dei Fatebenefratelli di Nettuno per un grave stato febbrile.
La sua poesia è focalizzata sulle “piccole cose”, dietro le quali non emergono valori segreti, ma si nasconde un vuoto. I versi esprimono un malinconico desiderio per quella vita che la malattia gli negava, dall’altro un nostalgico ritrarsi dall’esistenza presente, proprio perché avara di prospettive future. Come in Gozzano emerge una nostalgia senza desiderio, per usare una formula cara a Luzi, non solo il desiderio e la certezza che il passato sia un’età più felice, una sorta di paradiso perduto, ma la sua visione non conosce possibilità di riscatto, è appunto priva di desiderio.
Nelle poesie di Corazzini si possono cogliere due tendenze, semplicità e ironia: il povero poeta sentimentale che racconta la propria malinconia con un linguaggio semplice e dimesso e il poeta ironico che adotta un linguaggio meno trasparente, più polisemico, a volte anche simbolico.
Nel maggio del ’07 torna a Roma, ma il suo stato di salute si aggrava e il 17 giugno, nella sua casa di via dei Sediari, muore di etisia (tubercolosi).
Viene pubblicata postuma la poesia Morte di Tantalo (è il 28 giugno), considerata il testamento poetico dell’autore, ed è ovviamente presente nella nuova edizione,; eccone alcuni versi particolarmente significativi:

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre. (altro…)

Libera nos a Malo: le vicinanze di Luigi Meneghello. Nota di lettura di Renzo Favaron

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Libera nos a Malo: le vicinanze di Luigi Meneghello.
Nota di lettura di Renzo Favaron

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Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile da spiegare per chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola in dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare…

Posto nella prima parte di Libera nos a malo, questo brano può costituire la pietra angolare a partire dalla quale affrontare la lettura. Anzitutto, dato il carattere di descrizione e di cronaca a ritroso del libro, risulta essenziale sgombrare il campo da equivoci interpretativi. Sarebbe infatti sbagliato sacrificare la variegata complessità degli elementi evocati, subordinando l’insieme a una visione ristretta di realismo. In essa rimarrebbero esclusi numerosi aspetti. Esiziale risulterebbe non riconoscere le molteplici attestazioni di vita popolare, l’allusività e la significazione ambientale, di cui invece è impregnata l’opera. Occorre altresì sottolineare che Libera nos si mantiene lontano sia dalla fedele ricostruzione naturalistica cara alla tradizione verista, sia da esplicite influenze neo-realiste. Contro il naturalismo gioca un’orchestrazione che tiene aperto il nucleo di realtà intorno a cui ruotano le vicende narrate; l’insieme di idee e di sentimenti esposti non si conchiude mai in se stesso, ma è di continuo attraversato da ciò che ad esso è estraneo, da cose e avvenimenti che fanno parte di altri mondi. In verità, l’interesse per il paese, per gli usi e costumi locali, non sembra derivare da un semplice ripiegamento sulle proprie origini popolari e contadine, ma rappresenta più coerentemente un modo per contrastare il progressivo, inarrestabile azzerarsi di ogni identità individuale e collettiva. È peraltro bandito ogni richiamo di retroguardia a ripristinare una civiltà in irreversibile declino, anche se in essa sono contenute le stratificazioni di un universo in cui ognuno, ben più che compagno, era fratello, uterino germano di ogni altra persona. (altro…)

“I denti di Ada” di Giorgio Caproni

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

L’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, Giorgio Caproni è a Loco, presso la famiglia della moglie Rina. La sua scelta, di lì a poco, è di entrare nel gruppo della resistenza partigiana attiva in Val Trebbia. Ha incarichi di tipo civile, si occupa di viveri e di scuola, non ha mai sparato un colpo, dirà in seguito; ma osserva, è impossibile non osservare. E dall’osservazione delle violenze compiute dai tedeschi e dai loro alleati sulla popolazione indifesa, dall’osservazione dei moti del cuore di chi combatteva per la liberazione, il poeta la cui “più remota ambizione”, anche in poesia, “era quella di fare il narratore” (intervista radiofonica a Mario Picchi, 1985) scriverà alcune delle sue prose più sofferte. La “saga partigiana” che sta, come un nucleo rovente, nella silloge Racconti scritti per forza (Garzanti 2008, a cura di Adele Dei), è espressione pura di questi mesi in cui alla necessità di sopravvivere e garantire una sopravvivenza alla popolazione civile si mescolano l’angoscia, lo scrupolo, il terrore, la voglia di vendetta, la pietà. E il racconto in cui la distillazione è più perfetta è certo Il labirinto, scritto in occasione del concorso indetto dalla rivista «Aretusa» (gennaio 1946), vincitore del premio e tra le prime prose scritte sulla Resistenza in Italia, in seguito isolato con il suo finale nel titolo I denti di Ada: il labirinto, appunto, di chi deve pesare la morte con la morte, il dovere con la paura del dovere, lo sforzo verso una liberazione forse più vicina e il peso della colpa di dover uccidere a sua volta. La sorella di un suo amico – racconterà spesso Caproni – era diventata spia; il dilemma tra il lasciarla andare e il fare il suo dovere riguardava lui stesso, lui per primo.
Il racconto che proponiamo ha, per l’appunto, come protagonista Ada “la spia”, una donna che va incontro suo malgrado al destino di una giustizia violenta. Emblematica la scelta del titolo, a partire dall’etimologia del nome dall’ebraico “Adah” che significa “ornare, adornare” (probabilmente da una forma abbreviata di El adah “Dio ha adornato”, “adornata dal Signore”). Caproni pare essere cosciente di questa preferenza nominale azzeccata e funzionale: ciò è confermato dalla descrizione della fisicità del personaggio di Ada che, “andando a morire” (com’è chiaro nel procedere dell’intera narrazione) va perdendo la propria bellezza ma soprattutto la propria identità di donna. La sua carnagione si sbianca sempre più, sovrapponendosi e confondendosi all’ambiente innevato circostante del luogo della fucilazione. La riconferma si ha già, tuttavia, attraverso il dettaglio dei “denti” del titolo, che potrebbero dirsi il cardine della vicenda: bianchi per antonomasia, rappresentano da un lato il colore simbolico del femminile (il latte materno è bianco), dall’altro la parte del corpo che meglio si presta a suggerire la morte di Ada. Se freudianamente rappresentano il nutrimento e una sfera emozionale più ampia, poiché connessi anatomicamente alla bocca, in questa sede sarebbero il segno della fine “della parola” e “del tradimento”.
I racconti di Caproni − come questo − pongono il lettore al centro di un nodo storico, attraverso una vicenda personale, particolare; ci pare importante, come redazione, ricordare quel momento in questo 25 aprile, a settant’anni dalla Liberazione, e condividerlo con voi.

(altro…)

Giuseppe Samperi, Pensieri in versi inediti

La ferocia dei tempi che viviamo e che subiamo tra l’indignazione e l’inerzia riceve, nei versi di Giuseppe Samperi qui proposti, una risposta nella quale ritroviamo la densità dell’invenzione lessicale della raccolta Il milionesimo maratoneta, ma che da quella raccolta si distingue per aspra immediatezza. Sono versi in memoria di un “fraterno amico”, come scrive l’autore e, nel dolore, che rifugge da qualsiasi facile o elaborata consolazione, nello scervellarsi “alle scomparse precoci”, affermano il diritto a proseguire lungo la strada “che al Noi conduce”: “noi scettici”, ma “noi”. (Anna Maria Curci)

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In memoria del mio fraterno amico Ciccio L.

Siamo di pasta superiore ad ogni dio noi
che a colazione scervelliamo un perché
alle scomparse precoci; da noi scettici, dico,
per carità ─ beati i degni di fede ─, di noi
tutti però (alzi la mano chi non condivide)
è il primato della pazienza: lo show
dei record ci deve un medaglione.

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*

Pazienza se al rebus non c’è soluzione
.                (gli scettici)
pazienza se all’eterno untuosa è l’ascesa
.                  (i fedeli)

e pazienza se il pesce puzza dalla coda.

.

*

Nel dopopensiero ─ per fortuna ─
c’è sempre qualcosa da fare:
andarlo prima o poi a presenziare
quel premio che ci proclama vincitori
della vanità ─ sacrosanta o bestiale  ─
del non morire.

.

*

E ora che ho scritto ciò di cui sopra
vado superbo (e più lieve) a lavoro,
vi abbraccio tutti, fingo che il mio ego
sappia ritrovarvi oltre la ringhiera.

.

*

Se da aspirante poetante mi dimetto
(a cosa vale il verso?)
e dico senza fronzoli: un mio amico,
di quarantaquattro anni, figli due
(età del favoleggio), muore d’infarto
in questo aprile che mi vede tachicardico,
codardo quanto a pressione alticcia …
Se dico (e mi vergogno) che coi versi trito
carne, un’antimorte monca di gran femmina
tra uva guasta e bestemmie all’agrodolce.

.

*

E dovrei educarti al mistero, al rebus insolvente
o meglio disciogliere la polverina d’alcalosio
e darti a bere rosarî e droghe mistiche?
Ci hanno lasciati qui in bilico
su un punto di domanda al rosmarino: ecco,
così la pensa tuo padre, quel padre che ti ha fatta
(oh, anche tu!) per la morte, amore mio.

.

*

E per la vita, certo, per questa
materia splendida offerta
in cambio del silenzioassenzio. Sai, ci sarebbe
un modo per richiederlo un dialogo: se
tutti ci ammutinassimo sterili. Ma i credenti
hanno un utero fecondo e questo mondo
non è detto sia l’unico.

.

*

Siamo di fatta superiore, non v’è dubbio.
Da sempre ci inventiamo imbecillità
che ci aiutino a non pensare (a parte
i non pensanti per natura): ruote di pietra,
lance, scudi, bombe ed iris al cioccolato,
ipermercati e quiz, sport estremi, premi
di poesia, concorsi atti a stabilire
chi ha il pelo più ricciolo del pube …
E qualche volta, per giunta, raggiungiamo
cime di genialità: chi muore giace, chi
resta si dà pace (come se perenni si restasse).

.

*

Mangio gli spinaci: non esiste
la fine, si rinasce certo se il pensiero
non la concepisce. Non può vanificarsi
la retina che tutto vede e tutto
gode. Il dubbio è pasto dell’incerto.
Attendere.
Aspettando fare.

.

*

Ti saluto, Ciccio, vado.
Non dove mi porta il cuore (maligno
consigliere), vado per il ciottolato
(saline e sole)
che al Noi conduce.

.

.

GIUSEPPE SAMPERI è nato a Catania; attualmente vive a Castel di Iudica.
Ha esordito nel 1999 con una plaquette di versi in dialetto, Sarmenti scattiati (Prova d’Autore, Catania), opera vincitrice dei Premi “Città di Marineo”, “Erice Anteka” e “Ignazio Buttitta” (Favara, AG). Nel 2002 ha pubblicato la silloge dialettale Aria sbintata (in Chiana e Biveri, Prova d’Autore, Catania), premio “Angelo Musco” (Milo, CT). Del 2003 è una raccolta di prose, aforismi, versi, dal titolo Alice dell’Amore (Catania, Prova d’Autore). Nel 2011 è uscita la silloge Il miliardesimo maratoneta (Castel di Iudica, Edizioni del Calatino). Del 2012 è un ebook che raccoglie racconti giovanili e prose più recenti, La bottega del non fare & altri racconti (Castel di Iudica, Edizioni del Calatino). Con Dialettututtu (Roma, Edizioni Cofine, 2014, pubblicazione-premio “Ischitella-Pietro Giannone”) Samperi è ritornato, dopo tanti anni, al dialetto.

Origini. Intervista a Giancarlo Pontiggia

giancarlo-pontiggia-

(Oggi intervistiamo il poeta, critico e traduttore Giancarlo Pontiggia in occasione della pubblicazione del libro Origini, Interlinea edizioni, 2015, che raccoglie in un solo volume la sua produzione poetica edita, sia le raccolte “Con parole remote” e “Nel bosco del tempo” che altre poesia edite in varie plaquette. Lo ringraziamo per la sua disponibilità).

Vieni ombra / ombra vieni / ombra ombra / vieni oh vieni. Il canto che apre Con parole remote è una vera e propria evocazione dell’ombra, come dimensione che accompagna l’intera esistenza dell’uomo. Cosa dice l’ombra? Con che parole ti parla?

«Ombra» è una di quelle parole che mi affascinano per la loro densità immaginosa e concettuale, per quella stratificazione di significati – storico-culturali, antropologici, individuali – che le conferiscono un valore prelogico, archetipico: sono insomma parole poetiche per eccellenza, perché non si esauriscono in una definizione, ma irradiano una costellazione di senso. Anna Vittoria Vassallo, che ha studiato le occorrenze lessicali di Con parole remote, ha scoperto che «ombra» è la parola che ricorre più volte nel libro (75 occorrenze), segnalandone il valore dinamico: «Solo nella prima poesia essa è ripetuta 11 volte e ad accompagnarla nella sua discesa tra i versi del poeta è il verbo di movimento per eccellenza: venire (23 occorrenze), ma anche salire, scendere, restare». Questo potrebbe significare, immagino, che la mia idea di ombra non è affatto un’astrazione, un’immagine statica, ma qualcosa che si muove, si sposta, muta significato, proprio come è in natura, d’altronde: chi si ponga a fissare il confine tra luce e ombra – su un semplice intonaco, su un affresco di cappella, sul tronco di un albero – sentirà subito questa energia che si dispiega dinanzi a noi, smuovendo in profondità la nostra anima. È un gioco che mi ipnotizzava, da bambino, senza che ne capissi il perché: questo confine mobile, nel suo lampeggiare di fuoco e di buio, nel suo oscillare tra fuoco e buio, mi diceva qualcosa della vita, delle stagioni, di ciò che io ero. Mi parlava ora di una felicità, ora di un rovello, di qualcosa che sprofondava in un tempo ancestrale, «prima dell’estate e del tuono», per citare una delle prime poesie di Bosco del tempo. Né, egualmente, saprei meglio spiegare la fascinazione che in me producevano, d’estate, le stanze ombrose, riparate dalla luce, nel primo pomeriggio che appena s’inoltrava, e nelle quali mi accadeva (ne ho parlato in un’altra poesia di Bosco del tempo: Tornando, a volte, entravo) di sentire la potenza enigmatica e severa di un pensiero che giunge a pensare solo se stesso: esperienza spaesante, che subito – tornato alla luce accecante di fuori – si dissolveva, mentre di nuovo percepivo, immaginosa, lucente, la materia molteplice del mondo che irrompeva con tutta la sua energia irradiante. (altro…)

Nuova poesia latinoamericana. #5: María Montero

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

María Montero

María Montero

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

María Montero. Poetessa e giornalista originaria del Costarica ma nata in Francia (1970). Ha pubblicato El juego conquistado (1985), La mano suicida (2000) e In Dubia Tempora (2004/foto-documentario-poesia), quest’ultimo insieme a José Díaz y Jhafis Quintero. Ha svolto laboratori di scrittura teatrale e cinematografica con gli argentini Guillermo Gentile, Roberto Cossa e Jorge Goldenberg, così come con il maestro spagnolo José Sanchis Sinisterra. Ha studiato per un po’ filosofia e ha lavorato per 12 anni per il giornale La Nación. Ha anche collaborato regolarmente con la rivista Soho-Costa Rica. Ha partecipato ai festival della poesia a Medellín, Quito, Buenos Aires, Madrid, Perú e El Salvador. Nel 2012 ha inaugurato, con José Díaz, il progetto Vanguardia Popular, nel Museo di Arte e Disegno Contemporaneo. Ogni settimana alimenta la sezione Registro Público, al sito di notizie online ameliarueda.com.

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LA ÚLTIMA ISLANDESA

Soy la última de las mujeres islandesas
que jamás vivió en Islandia
ni supo pronunciar Reykjavik
ni mandó siquiera una carta a ningún amigo islandés
y de hecho no llegó a poner un pie más allá del paralelo 60.

Pero soy la última de esas mujeres que barren el viento con la cabeza y van llenas de escarcha a cualquier parte, insoportablemente lívidas, y dicen lo que tienen que decir y hacen lo que tienen que hacer en el fondo del único abismo rocoso de su barrio. Y ven la fuga de las cosas con devoción. Y casi se mueren de frío alrededor de sus hijos. Y añoran la planicie despavorida más que ninguna promesa.

Soy la última de las mujeres islandesas que jamás aceptó (pero entendió) la ley de un clima incompatible con el aburrimiento entre el Atlántico Norte y el océano Glacial Ártico, la combinación más generosa de las corrientes abruptas, la geografía abrupta y la irrupción permanente.

Soy la última de las mujeres islandesas sin código genético que tampoco experimentó la soledad en medio de la nada y aún así arriesgó todo en ese punto ciego y blanco de los confines. Soy la última de las mujeres heladas que desde lo profundo de los trópicos siempre supo que daba pasos en falso. Porque hay paisajes que no son lo que uno es.

Yo fui una mujer islandesa sin saberlo.
Ahora soy una mujer islandesa sin hogar.
Es decir, una piedra, la última ficción del hielo.

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L’ULTIMA ISLANDESE

Sono l’ultima delle donne islandesi
che vissero mai in Islanda

e non sapevo pronunciare Reykjavik
e non ho mai mandato una lettera a nessun amico islandese
e di fatto non ha mai messo piede più in là del 60esimo parallelo.

Però sono l’ultima di quelle donne che spazzano il vento con la testa e vanno piene di brina in qualunque posto, insopportabilmente pallide, e dicono quello che devono dire e fanno quello che devono fare in fondo all’unico abisso roccioso del proprio quartiere. E vedono la fuga delle cose con devozione. E muoiono quasi di freddo attorno ai propri figli. E sentono nostalgia della pianura impaurita più di qualunque promessa.

Sono l’ultima delle donne islandesi che non ha mai accettato (però ha capito) la legge di un clima incompatibile con la noia tra il Nord dell’Atlantico e l’oceano Glaciale Artico, la combinazione più generosa delle correnti aspre, l’aspra geografia e l’irruzione permanente.

Sono l’ultima delle donne islandesi senza codice genetico che non ha sperimentato neppure la solitudine in mezzo al nulla e nonostante ciò ha rischiato tutto in quel punto cieco e bianco dei confini. Sono l’ultima delle donne gelate che dal profondo dei tropici ha sempre saputo che faceva passi falsi. Perché vi sono paesaggi che non sono quello che uno è.

Io sono stata una donna islandese senza saperlo.
Adesso sono una donna islandese senza dimora.

Vale a dire, una pietra, l’ultima finzione del gelo.

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altri dove e ritagli # 7 – Primo incontro

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Era estate anche quell’anno, come in tutti i precedenti, ma quella era l’estate della Colonia, della paura e del salto nel vuoto.
A trascorrere, il tempo mi avrebbe ancora obbligata a nuovi balzi, nuova vita e ripetute paure, ma questa è un’altra storia.
Quel mattino arrivammo in un salone che a me sembrò grandissimo, era la palestra Magenta in una Torino dove la domenica mi faceva tristezza uscire già da bambina. Ricordo bene quelle vie semideserte. Tutti tappati in casa e per le strade quel vuoto a mio sentire insostenibile nel quale, durante le mie brevi uscite, mi venivano in aiuto soltanto le fessure dei marciapiedi, a non pestarne nessuna e a far di scommessa: “se ci riesco, riuscirò in quello o questo…”
Quella domenica invece non mi preoccuparono le strade vuote, m’inquietava altro.
La mia tensione stava in quella palestra che a guardarmi intorno sembrava sempre più grande, per me minuta, e per i miei capelli lunghissimi tagliati cortissimi per la prima volta:

«In colonia i capelli devono essere corti, per essere pratici, ordinati e puliti.»

Aveva spiegato, alla mamma, la signorina dell’ufficio addetto alle domande per le Colonie Estive.

I miei capelli… Soltanto dopo avrei pianto per quella rinuncia, sì, ma solo dopo quella domenica di paura che continuava a tenere banco tra pensieri e precedenze.
Ogni bambina aveva già un posto numerato e assegnato in corrispondenza delle pareti a giro, ciascuna per uno spazio di circa tre metri.
Ad ogni spazio una nuova bambina, forse una nuova paura e certo dei nuovi capelli corti e ordinati.
I genitori riuniti in gruppo ci guardavano da lontano, chi incoraggiando la propria bambina, chi piangendo addirittura, chi probabilmente sollevato al pensiero d’essere libero per un mese e chi, invece, occupato a tenere a bada altri figli più piccoli al seguito.
Ancora nulla dava respiro alla stretta che sentivo al petto, nulla.
Signorine, per nulla simpatiche e mai sorridenti, ci consegnarono la divisa e un sacco in tessuto grezzo:

«Indossate la divisa e posate le scarpe e gli abiti, che vi toglierete, nel sacco.»

A pensarci oggi sorrido, era l’epoca in cui non serviva raccomandare anche alle pulci di lasciare a casa il cellulare o l’orologio, era un tempo in cui avere le mentine era già un lusso e preferibilmente da nascondere ai compagni.
Ci si doveva spogliare per cambiarsi d’abito ed io temporeggiavo, sbirciando a destra e a manca per capire come si comportassero le mie compagne sconosciute. Fingevo indifferenza mentre aspettavo che fossero occupate nella loro vergogna per decidermi ad affrontare la mia.
Quando finalmente portai a termine la vestizione sapevo di essere ridicola: la mia magrezza annegava in una divisa troppo grande anche se dell’unica taglia piccola disponibile. Il mio volto era come sempre troppo pallido, gli occhi come sempre cerchiati ed io come sempre silenziosa.
Venne il momento dei saluti e come ogni volta mi aspettava il sorriso un po’ forzato di mia madre, la mia mamma spesso bambina e spesso, come in quell’occasione, più insicura di me. Lei non riuscì ad abbracciarmi ed io non seppi farmi abbracciare.
Più avanti imparai ad abbracciarla, solo dopo aver capito che dovevo essere io stessa a farlo per rubarle l’amore che sentivo in lei così reale eppure cementato, immobile e apparentemente ingeneroso.
Non ricordo nulla del tragitto in autobus alla meta, che per quell’estate sarebbe stata Salice D’Ulzio, non ricordo neppure se mangiammo all’arrivo. Ricordo invece il momento di dormire e la nostalgia che già mi attanagliava, la stessa che non mi lasciò mai.
Era consentito (e preteso) un unico indumento personale “il pigiama!” sì, quella sera pensai al pigiama proprio con un punto esclamativo mentre un sorriso solitario e segreto, che non saliva alle labbra, mi allentava il petto. Lo cercai dentro lo zaino di corredo tra i capi del cambio divisa che già mi avevano consegnato. Lo cercai frugando senza pazienza né ritegno e lo trovai. Le mie mani tremavano, mentre agli occhi le lacrime salivano senza preavviso né mia autorizzazione e mi scorrevano lente sulle guance e sul sorriso che ormai avevo al volto.
Feci l’unica cosa che avrei potuto fare: affondai il viso in quel pigiama mentre ricordai la mamma che fino a notte tarda lo aveva cucito “nuovo” per me e lì, tra un pantalone e una casacca, trovai le sue mani, il suo profumo, il suo silenzio dolce. Trovai la sua stanchezza, le sue dita magre che raramente mi accarezzavano ma non smettevano mai di lavorare, i suoi capelli arruffati perché non c’era mai tempo per pettinarsi. Ritrovai il suo grembo che spesso guardavo con desiderio e nostalgia di culla.
Piansi molto quella notte, nella mia solitudine, e lo feci dolcemente.
La sveglia del mattino, in nome di una “vita sana”, era all’alba, ma… accadde ciò che mi saziò di piacevolezza e mi fece accettare di buon grado la colonia e successivamente i momenti temuti in cui si doveva dormire.
Credevo di sognare, non riuscivo a capire perché la musica dolce di quel sogno, che addirittura già sembrava mancarmi, non accennava a tacere e mi resi conto che quella musica, che io avevo creduto sogno, proveniva dagli altoparlanti sparsi in tutto il dormitorio. Il volume adottato non era alto ma sostenuto e la melodia correva dolcissima lungo i corridoi e poi tra una fila di letti e l’altra. L’armonia sconosciuta s’incuneava tra il cuscino e la pelle, frusciava tra le lenzuola. Senza fermarsi ancora mi accarezzava i capelli con delicatezza, a raccontarmi e insegnarmi quanto potesse essere bello il risveglio.

«È l’Ave Maria di Schubert.»

Mi disse una delle signorine antipatiche e me lo sussurrò con il suo primo sorriso, primo tra i tanti altri che riuscii ad ottenere in quel mese di colonia.

Quel mattino ascoltai Franz Peter Schubert per la prima volta.

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clelia pierangela pieri

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Premio Cetonaverde poesia 2015

maryb

 

Si chiude il 31 maggio il bando per la partecipazione al Premio biennale Cetonaverde Poesia per autori under 35. Il bando è consultabile nel sito http://www.cetonaverdepoesia.org

La giuria del Premio biennale Cetonaverde Poesia selezionerà otto autori che si confronteranno l’11 luglio prossimo in un pubblico Certame a Cetona (Siena), in occasione della cerimonia della consegna dei premi. La novità di questa VI edizione è l’istituzione di una nuova sezione nel Premio Poesia Giovane per la poesia inedita. Possono partecipare autori che non abbiano pubblicato poesie in volume autonomo. Ogni concorrente dovrà inviare una raccolta inedita di poesie per un totale dai 500 ai 1000 versi, preferibilmente in versione PDF. Il nuovo premio prevede la pubblicazione della silloge vincitrice presso l’editore Stampa 2009. Cetonaverde Poesia ha come obiettivo la promozione e la valorizzazione dei migliori talenti della poesia contemporanea in un momento in cui la poesia esprime un irrinunciabile valore anche nella sua pratica etico-sociale.
Le edizioni passate del Certame sono state vinte, per i giovani da: Alberto Pellegatta (2005), Giovanni Turra (2007), Massimo Gezzi (2009), Piero Simon Ostan (2011), mentre i riconoscimenti per la poesia internazionale contano vincitori come Seamus Heaney, Mark Strand, Michael Krüger, Valerio Magrelli, Cesare Viviani, Milo De Angelis, Patrizia Valduga.

Informazioni e Comunicazioni

Segreteria del Premio Cetonaverde Poesia – Certame

Mary Barbara Tolusso
Cell. +393405699148
e-email: marybarbara.tolusso@gmail.com

Segreteria del Premio Cetonaverde Poesia – Opera Inedita

Valeria Poggi
Cell. +39335323056
e-mail: poggivaleria1@gmail.com

Ufficio Stampa

Ernesto Vergani
Cell. +3933382640043
e-mail: ernestovergani@libero.it

Una frase lunga un libro #9: Josephine W. Johnson – Il viaggiatore oscuro

Una frase lunga un libro #9

Viaggiatore

Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro, Del Vecchio editore (trad. Stella Sacchini), € 15,00

Tutto ciò molto presto sarebbe finito e lui, comunque, non se lo meritava. L’avrebbero scoperto e stanato. Era sempre un gioco da ragazzi stanarlo. Dio aveva smesso di interessarsi a lui da tanto di quel tempo, e aveva lasciato il cancello aperto e non aveva chiuso a chiave la porta. Talvolta aveva persino indicato, con un gesto indolente della sua grande mano: «Da quella parte».

Non si sa mai bene da quale luogo vengano a cercarci i libri e in che modo, poi, ci trovino. Non avevo mai sentito parlare di Josephine W. Johnson (come la maggior parte di voi,immagino), viene tradotta adesso in Italia per la prima volta. Nata nel 1910, morta alla fine degli anni ottanta. Un premio Pulitzer vinto a soli 24 anni, molti romanzi scritti, romanzi di successo, e non ne sapevamo nulla. Di cosa parliamo quando parliamo di scrittori americani? Parliamo di quella minima parte di autori che conosciamo, scelti tra i tradotti e non tradotti (in minima parte), perciò il nostro campo è sempre ristretto. Da qualche giorno ne conosco una in più, una molto brava, spero vogliate conoscerla anche voi, Il viaggiatore oscuro esce oggi.
La Johnson sceglie di raccontare molte storie attraverso quella di un ragazzo schizofrenico, Paul.  Il romanzo è del 1963, gli anni di ambientazione sono quelli, l’America delle piccole cittadine, della campagna. Paul, ha perso un fratello in guerra, il prediletto di Angus, il suo terribile e severissimo genitore. Perderà anche la madre. Suo zio Douglass lo ama profondamente e con una faticosissima trattativa lo strappa ad Angus. Convincendolo a non rinchiuderlo in un manicomio, convincendolo che l’amore della sua famiglia potrà salvarlo. Lo porta via con sé. Lo porta a casa da Lisa, sua moglie, e da Norah, Tom e Christopher, i loro tre figli. Per Douglass l’amore e la serenità salveranno Paul, glielo dicono le convinzioni da uomo buono, glielo dice la sua fede in Dio. Ecco un primo – importante – aspetto da tener presente: la fede.  Tutti qui credono in Dio, eppure credere non è per tutti la stessa cosa. La Johnson ama giocare sul doppio binario, ogni cosa raccontata ha due facciate, ogni posizione è mutabile, basta cambiare visuale. La fede per Angus è la forza di sopportare il dolore per la perdita del figlio prediletto,  e, allo stesso tempo, è il non sapersi spiegare perché Dio, a suo avviso, abbia portato via il figlio sbagliato. Se era scritto da qualche parte, lì ci deve essere un errore. La fede per Douglass: nessuno decide niente sul serio, decide Dio. Tutto è deciso da prima, non resta che affidarsi a Dio. Ma Douglass è buono, ed è quella bontà che lo guida, che lo rende solido e gli fa scegliere di salvare il nipote, la fede gli darà la forza. La fede di Lisa è quella delle domande. È più indecisione che certezza, più sorriso che forza. Douglass e Lisa insieme e i loro figli, la somma delle loro forze farà la differenza.
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