Nuova poesia latinoamericana. #15: Alí Calderón

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA


foto Alí Calderòn

Alí Calderón

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Alí Calderón (Messico, 1982) è poeta e critico letterario. Dottore in Lettere presso la UNAM. Nel 2007 ha ricevuto il Premio latinoamericano di Poesia ‘Benemérito de América’. Fu insignito nel 2004 del Premo nazionale di Poesia ‘Ramón López Velarde’. È autore delle raccolte poetiche Imago prima (2005), Ser en el mundo (2008 – 2011), De naufragios y rescates (2011), En agua rápida (2013) e Las correspondencias (Visor, 2015); dei saggi La generación de los cincuenta (2005), Del poema al transtexto. Ensayos para leer poesía mexicana (Colombia, 2015) e Reinventar el lirismo. Problemas actuales de poética (España, 2015) e coordinatore delle antologie La luz que va dando nombre 1965-1985. 20 años de la poesía última en México (2007), El oro ensortijado. Poesía viva de México (2009). È membro di Poesía ante la incertidumbre. Antología de nuevos poetas en español, pubblicata in Spagna da Visor nel 2011. È fondatore della casa editrice e della rivista online di letteratura “Círculo de Poesía” (www.circulodepoesia.com). È co-direttore della casa editrice Valparaíso México e dell’Encuentro Internacional de Poesía Ciudad de México.

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SARAJEVO

El viento es frío quema
y hace temblar a quien aguarda
el sordo paso del tranvía
Los ancianos reclinan
la cabeza en el vidrio
El tedio de vivir les surca el rostro
Empañan los cristales con miradas
perdidas su lejana indiferencia
Es Sarajevo el sol
se encaja en los disparos de mortero
las ruinas las fachadas
Hay una transparencia que lastima
el vuelo el rumbo de las aves
Lontano
las colinas y al acecho
caen sobre la Sniper Alley
Nada me asombra ya ni me resigna
si dices que te vas
que sólo sabes irte
Las aguas del Miljacka
corren de pronto envejecidas
oscurecen su paso bajo el puente de Princip
De un disparo perfecto asesinaron
aquí a un Archiduque
Nosotros hemos muerto
hasta el hartazgo muchas vidas juntos
En el umbral de una iglesia ortodoxa
alguien observa cómo
se consume la luz de las candelas
Extintas ya las teas se remueven
Ha quedado vacío el kirostatis
Welcome to hell advierten
grafitis de otro tiempo
Del infierno no queda
sino esta lenta calma
prolongado después que nos habita
Los gatos hurgan en bolsas de basura
Crece la yerba en lápidas de parques cementerios

Ha cruzado el tranvía deja
un estruendo el temblor
del aire tras los rieles
quizá un recuerdo
nada

(de Las correspondencias, 2015)

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SARAJEVO

Il vento è freddo brucia
e fa tremare chi aspetta
il sordo passo del tram
Gli anziani reclinano
la testa sul finestrino
il tedio di vivere solca loro il volto
Appannano i vetri con sguardi
persi la loro lontana indifferenza
È Sarajevo il sole
si infila negli spari di mortaio
le rovine le facciate
C’è una trasparenza che fa male
il volo la rotta degli uccelli
Lontano
le colline e in agguato
cadono sulla Sniper Alley
Nulla mi stupisce ormai né mi rassegna
se dici che te ne vai
che sai solo andartene
Le acque del Miljacka
scorrono improvvisamente invecchiate
oscurano il loro passaggio sotto il ponte di Princip
Con una sparo perfetto hanno assassinato
qui un Arciduca
Noi siamo morti
fino alla nausea molte vite insieme
Sulla soglia di una chiesa ortodossa
qualcuno osserva come
si consuma la luce delle candele
Ormai spente le fiaccole si agitano
È rimasto vuoto il kirostatis
Welcome to hell avvertono
graffiti di un altro tempo
Dell’inferno non rimane
che questa lenta calma
prolungato dopo che ci vive dentro
I gatti frugano nei sacchi dell’immondizia
Cresce l’erba su lapidi di parchi cimiteri

È passato il tram lascia
uno strepito il tremore
dell’aria dietro alle rotaie
forse un ricordo
nulla

(da Las correspondencias, 2015)

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Alguien que no soy yo
y en todo idéntico es a mí mismo
ronda mis pasos y me sigue.
Otro es el que enuncia mis palabras
y rubrica mis actos
mi memoria es recordada por otro
otro es quien tras mi ojo atisba.
Alguien de quien soy alternativa
me acecha en el espejo
y calca uno a uno
aún los más imperceptibles rictus.
A semejanza y preciso reflejo
no soy yo sino del otro imagen.

(de Ser en el mundo, 2007)

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Qualcuno che non sono io
e del tutto identico a me stesso
passeggia sui miei passi e mi segue
Un altro è colui che enuncia le mie parole
e attesta i miei atti
la mia memoria è ricordata da un altro
un altro è colui che dietro al mio occhio osserva.
Qualcuno di cui sono alternativa
Mi spia nello specchio
e ricalca una a una
persino le più impercettibili smorfie.
A somiglianza e preciso riflesso
io non sono che immagine dell’altro.

(da Ser en el mundo, 2007)

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[POBRE VALERIO CATULO]

A quién darás hoy tus versos, infeliz Catulo?
sobre qué muslos posarás la mirada? Qué cintura rodeará tu brazo?
cuáles pezones y cuáles labios habrás de morder inagotable hasta el hastío?
Termine ya la dolorosa pantomima:    fue siempre Lesbia,
exquisito poeta, caro amigo,

.                                               un reducto inexpugnable.
A qué recordar su mano floreciente de jazmines o aquellos leves gorjeos
.                                                                                        sonando tibios en tu oído?
para qué hablar del amor o del deseo si ella es su imagen misma?
por qué evocarla y consagrarle un sitio perdurable en la memoria? por qué Catulo?
.                                                                   por qué?
Que tus versos no giren más en torno a sus jeans, a su blusa sisada,
que tu cuerpo se habitúe a esa densa soledad absurda y prematura,
que su nombre y su figura de palmera y su mirada de gladiola
.                                                                                            se pierdan, poco a poco,
ineluctablemente y de modo irreversible,
.                                                                 en el incierto y doloroso
.                               ir y venir de los días.
Y que a nadie importe si se llamaba Denisse, Clodia o Valentina
qué caso tiene pobre Valerio Catulo? qué caso tiene?

(de Imago Prima, 2005)

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[POVERO VALERIO CATULLO]

A chi darai oggi i tuoi versi, infelice Catullo?
Su che cosce poserai lo sguardo? Che vita cingerà il tuo braccio?
Quali capezzoli e quali labbra da mordere inesauribile fino al disgusto?
Che cessi ormai la dolorosa pantomima: fu sempre Lesbia,
eccellente poeta, caro amico,
.                                              una ridotta inespugnabile.
Perché ricordare la mano fiorente di gelsomini o quei lievi gorgheggi
.                                                                                  che suonano tiepidi al tuo orecchio?
perché parlare dell’amore o del desiderio se lei è la sua immagine stessa?
perché evocarla e consacrarle un luogo durevole nella memoria? Perché Catullo?
.                                                                 perché?
Che i tuoi versi non girino più attorno ai suoi jeans, alla sua camicia scalfata,
che il tuo corpo si abitui a quella densa solitudine assurda e prematura,
che il suo nome e la sua figura di palma e il suo sguardo di gladiolo
.                                                                                           si pedano poco a poco,
ineluttabilmente e in modo irreversibile,
.                                                                 nell’incerto e doloroso
.                                andare e venire dei giorni.
E che a nessuno importi se si chiamava Denisse, Clodia o Valentina
che rilevanza ha povero Valerio Catullo? Che rilevanza ha?

(da Imago Prima, 2005)

Kent Haruf – Benedizione (di Martino Baldi)

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Kent Haruf – Benedizione, NN editore, 2015 (traduzione di F. Cremonesi); € 17,00 – ebook € 8,99

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– Non è felice, disse Mary.
– Nessuno è felice, però non deve essere sgradevole in casa d’altri.

Se c’è una cosa su cui gli scrittori americani non smettono di insegnarci continuamente qualcosa è la strettissima relazione tra il destino di un uomo e la sua terra, i suoi luoghi. Forse è proprio questo l’aspetto più caratteristico dell’intera letteratura nordamericana. Sarà perché la conquista del loro territorio, palmo a palmo, è ancora fresca nella memoria, sarà perché non hanno mai smesso di raccontarla, sarà perché l’identità americana è sin dall’origine così radicata nel concetto di land, nel grande romanzo americano (così come nel cinema e nella musica popolare) un ruolo da protagonista ha sempre lo spirito del luogo, che si tratti di epopee rurali, della straniante vita nelle grandi città o delle apparentemente pacifiche immobilità della provincia.
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Lettera di Camilla Seibezzi #lefiabepertuttiditutti

Un sindaco che decide di ritirare fiabe dalle scuole è molto pericoloso, perciò pubblichiamo la lettera ai giornali di Camilla Seibezzi di Noi, la città. Crediamo che sia una questione che riguardi tutti, a maggior ragione  chi si occupa di letteratura. A fondo pagina, dopo la lettera, troverete i link di che rimandano a due iniziative dei prossimi giorni. (la redazione)

leo

Quando dico che riguarda tutti intendo proprio tutti tutti. (lettera ai giornali di Camilla Seibezzi)

L'”ordine” del Sindaco Brugnaro di ritirare i libri di fiabe del progetto “leggere senza stereotipi” dalle scuole di Venezia è divenuto sintomo agli occhi dell’intero Paese dello stato della democrazia. La circolare indirizzata alle scuole e pubblicata su Internazionale ha toni grotteschi e pare scritta da un marziano. Cosa sono libri genitore 1 e 2 e le fiabe gender? La questione innanzitutto offende e vincola la libertà del mandato educativo di chi opera al servizio della scuola in asili e materne. Gli educatori non sono in grado di discernere gli strumenti atti ad un confronto con i loro piccoli allievi? Offende pure tutti i genitori che hanno scelto di iscrivere i loro figli/e ad una scuola pubblica e per questo presumibilmente laica. Offende tutte le famiglie descritte in quei libri: le realtà più note e quelle meno comuni. Se oggi il Sindaco crede di tutelare solo la maggioranza delle famiglie composte da madre padre un figlio maschio e una figlia femmina subordinate alla procreazione, cosa pensa di fare di tutte le altre? Genitori single, vedovi, famiglie adottive, affidatarie e coppie genitoriali dello stesso sesso? Le confina allo spazio domestico? E se domani volesse rispedire al confino come si è proposto di fare con i migranti anche chi professa una fede diversa dalla maggioranza dei cattolici? I bambini nati con la procreazione assistita li rimettiamo in frigorifero? Ecco che il tema non riguarda “solo” il dibattito sui matrimoni egualitari ed un singolo tratto della vita di una persona, in questo caso l’orientamento affettivo, bensì la libertà di ogni individuo. La chiamata in causa è sconfinata e ne ho misura dalla quantità di lettere e condivisioni che sto ricevendo da tutt’Italia. Chiama in causa la comunità ebraica, musulmana e i rappresentanti delle altre fedi, chiama in causa la scuola e i sindacati, i vecchi e i nuovi partigiani, i partiti di centrosinistra e tutto il mondo di centrodestra che ben annovera nel profondo dell’animo esperienze comuni in tutta la popolazione a prescindere dall’appartenenza partitica. Chiama in causa le persone con disabilità e i loro cari, che non vogliono solo le passerelle sui ponti ma anche il rispetto della pari dignità per tutti. Io mi rivolgo a tutti voi perché alziate la testa anziché distogliere lo sguardo. Perché la lotta alla censura, al segregazionismo e per diritti sono un traguardo comune, un comune modo di stare al mondo. Invito il Sindaco a rendere noti alla cittadinanza i titoli precisi dei libri messi all’indice e ad avere il coraggio di affrontare questi temi con trasparenza in un confronto pubblico.

Camilla Seibezzi, già delegata ai diritti civili del Comune di Venezia

Due iniziative

Leggiamo ai bambini “Piccolo blu e piccolo giallo”

Per giudicare bisogna conoscere: Incontro pubblico a Venezia il 3 luglio

Una frase lunga un libro #19 – Véronique Ovaldé: La sorella cattiva

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Una frase lunga un libro #19 – Véronique Ovaldé: La sorella cattiva, minimum fax, 2015 (traduzione di Lorenza Pieri); €15,00 – ebook € 6,99

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Eravamo dei giovani pieni di speranza ma alcuni di noi si sarebbero avvicinati alla morte mentre altri sarebbero andati all’estero, alcuni di noi si sarebbero sposati con persone incrociate una volta o due, alcuni sarebbero diventati buddisti e altri si sarebbero dati all’alcol e al Prozac. Noi abbiamo sempre pensato che domani sarebbe stato migliore di oggi, abbiamo tutti cercato di abitare altrove rispetto all’indirizzo in cui vivevamo, abbiamo tutti cercato una casetta di fronte alla spiaggia e per alcuni era un sogno borghese e per altri il miglior modo di adattarsi alla propria natura peritura. Maria Cristina non avrebbe mai scritto cose così, le sarebbe sempre mancata la possibilità del plurale, non avrebbe mai potuto essere nient’altro che degnamente solitaria.

Partiamo da qui, da Maria Cristina, che non avrebbe mai scritto cose così. Da questa frase capiamo che Maria Cristina è una scrittrice e che è degnamente solitaria. Maria Cristina è la protagonista di questo bel romanzo di Veronique Ovaldé, è quindi lei la sorella cattiva. Maria Cristina vive a Santa Monica in California, vive lì da quando aveva diciasettenne anni, da quando è andata via di casa, lasciandosi alle spalle la piccola cittadina canadese d’origine, una madre bigotta e psicotica, un padre silenzioso e depresso e una sorella con problemi mentali, originati da una caduta, di cui Maria Cristina è la causa o si ritiene la causa.
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Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze

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Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze, italic, Ancona 2015

Narrano un’esistenza in versi lunghi, constatazioni asciutte e proiezioni spietate − soprattutto del sé − le Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi. Nell’andirivieni, in alta e bassa stagione, così come fuori stagione, tra città e litorale − siamo sulla Firenze-Mare − schiudono le loro valve e, se non mostrano perle (altrimenti non sarebbero cozze),  alzano il sipario, quinte, fondali e  liquido d’immersione compreso («salamoia amniotica»). su una commedia umana con grassi, vezzi e vizi in eccesso, illusioni maleodoranti già prima di sfiorire, riti sociali forzati e small talk tanto ridicoli quanto pervasivi. L’io lirico stesso non esce indenne da prove generali, prime assolute e repliche; il suo distinguersi, tuttavia, sta nella mobilità del punto di vista e nel variare di toni e azioni: il bisbiglio dalla buca del suggeritore, l’affaccendarsi nei camerini e dietro le quinte del servo di scena, l’esperto lavoro di forbici e filo del costumista, la prospettiva e il trompe-l’oeil dello scenografo, il corsivo delle indicazioni di regia, lo struggimento dell’attor giovane, il cerone consumato del caratterista.
Impepata à la comédie humaine con poeta che inforca «la maschera salmastra» della sua conoscenza, soprattutto del dolore e della paura. È una conoscenza, questa, che attraversa i registri più distanti tra di loro, che lascia dominare  la corda ironica, ma sa scrivere memorabili sezioni della suite in tonalità minore. È una conoscenza, ancora, che si nutre della passione per la migliore tradizione liederistica, in un ricchissimo confluire di voci e apporti: un esempio per tutti è l’attacco Ich bin der Welt abhanden gekommen (“Sono ormai perduto al mondo”, nella traduzione di Luigi Bellingardi), uno dei Rückert-Lieder per voce e orchestra, con la musica di Gustav Mahler e il testo di Friedrich Rückert, poeta tedesco. La maschera salmastra mostra i segni delle immersioni ripetute nelle acque degli scrittori amati ed è strumento ottico formidabile,  inaccessibile ai noncuranti, ai gitanti dell’esistenza pervicacemente ignari. L’essere nel tempo, il suo situarsi nella storia è motivo conduttore e condotto con maestria, pungolo costante per la coscienza, ‘calmieratore’ di emozioni altrove alle stelle, come dimostra in maniera esemplare la “cozza” III. Chi legge si imbatte, all’interno dei versi lunghi,  in segmenti indimenticabili, dalla potenza singolare di suono e significato e dalla sicura precisione metrica: «la scia glaciale della propria assenza», «sarà lo scender dell’autunno», «si prende scorno e cura dei miei resti». «l’avida fola della permanenza»,  «distendersi una nebbiosa salvezza», «Qui l’a priori non ci può far male». (Anna Maria Curci)

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III.

La radio semina ricorrenze civiche nel deserto; io
rivedo i tuoi sguardi clorofilla che a sprazzi hanno irrorato giorni spessi.
Umidi dei vent’anni mi annunciarono di via D’Amelio, ed eravamo
casti e sapevi del fieno attorno casa; poi burrascosi in venuzze, specchi
ustori di Alice nel meraviglioso mondo bancario all’alba del nuovo
millennio, sprezzavano a Genova quei miei comunisti di merda
se Giuliani è morto, dicevi, qualcosa avrà pur combinato,
male non fare paura non avere (refugium peccatorum). (altro…)

I colli: Luzi e Zanzotto


Hanno dimostrato lunga fedeltà alla vita, Luzi e Zanzotto, mirando all’essenza, a «quel giro stretto di vita e volontà»[1] che è amore che tutto lega. Un’unica grande lezione, questa, calcatasi in loro una volta per sempre, e imparata nuovamente dopo ogni dimenticanza, sempre attraverso il fuoco acceso della poesia.
Sono dieci anni che Luzi è scomparso, quattro Zanzotto.
Si può forse finalmente dire, oggi, che Mengaldo sbagliava nell’avvertire nella poesia di Luzi l’esercizio di un «orgoglio travestito da umiltà»; e sbagliava ancor di più il critico milanese nel trovare in questo esercizio una sua presunta «quasi schifiltosità spirituale», degna di tradursi il più delle volte in un elegante ma in fondo deludente «preziosismo formale estenuato ed araldico.»[2]
No: all’umiltà invece, o meglio ancora a una collezione di sguardi umili, infatti, si è rivolto e continua a rivolgersi – possiamo dirlo, oggi – Luzi: «A me premono più gli uomini umili, gli emarginati, ma non tanto per una preferenza di tipo classista, ma perché io vedo in questi, più nudamente scritto, il loro destino, la loro inquietudine. Sono un po’ immagini archetipe in cui mi pare che si legga meglio il problema, il volto dell’umano, il mistero: in definitiva, il destino.»[3]
Lo stesso vale, seppure evidentemente in modo diverso, in Zanzotto: la sua poesia, consentendo che altre lingue rispetto a quella del soggetto ne venissero a comporre la voce, si è aperta e si apre ancora oggi a una simile umiltà di sguardi e di partecipazione.[4]
Più vicini di quanto per anni si è probabilmente creduto, quindi, il poeta fiorentino e il poeta trevigiano.
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Miquel Martí i Pol (da “Set Poemes D’Aniversari” e “La Fàbrica”)

marti i pol

Traduzione e selezione di Pierluigi Manchia

Miquel Martí i Pol nasce nel 1929 a Roda de Ter (Vic), dove passa tutta la vita. A quattordici anni entra a lavorare in una fabbrica di filati di cotone, ne uscirà solo ai quarantatré. Questa è l’esperienza che ispira La Fàbrica, opera che vive due diverse tappe di scrittura, 1958-59 e 1970-1971.
La Fàbrica (1972) ci racconta l’esperienza del lavoro tra le macchine: con un linguaggio apparentemente semplice, ci consegna l’immagine di un mondo che vive al ritmo delle filatrici, di una fabbrica che, come un ventre, digerisce continuamente il tempo di chi ci lavora. Quest’opera, che precede di alcuni anni la sua raccolta più famosa e più venduta Estimada Marta (1978), i cui versi sono un confronto con la malattia che lo accompagnerà per oltre trent’anni (la sclerosi multipla), costituisce la testimonianza di un’esperienza umana, vissuta fino in fondo, di un posto, la fabbrica, dove le relazioni umane si trasformano; di un lavoro che estrae dal corpo tutta l’energia, che esige tutta l’attenzione e la concentrazione dell’individuo, un lavoro che divora il tempo e pretende di essere l’unico tempo possibile.
Miquel Martí i Pol muore nel 2003, a settantaquattro anni, dopo trent’anni di lotta contro la sclerosi multipla. Se ne va come una delle voci più importanti della poesia catalana contemporanea. Lascia al mondo un’eredità di decine di libri di versi: un alfabeto di malattie, silenzi e tenerezza.

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da SET POEMES D’ANIVERSARI
in Miquel Martí i Pol, Estimada Marta, Edicions del Mall, Sant Boi de Llobregat, 1978.

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I

Mira’m els ulls que cap fosca no venç.
Vinc d’un estiu amb massa pluges,
però duc foc a l’arrel de les ungles
i no tinc cap sangraït pels racons
de la pell del record.
Per l’abril farà anys dels desgavell:
set anys, cosits amb una agulla d’or
a la sorra del temps,
platges enllà perquè la mar els renti
i el sol i el vent em facin diademes.
Mira’m els ulls i oblida el cos feixuc,
la cambra closa, els grans silencis;
de tot això só ric, i de més coses,
però no em tempta la fredor del vidre
i sobrevisc, aiguës amunt del somni,
tenaç com sempre.
Mira’m els ulls. Hi pots llegir el retorn.
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II

Set primaveres sense flors ni ocells.
Així també pot escriure’s la història.
No desertar el silenci deu ser l’única
manera d’assumir-lo i enriquir-lo.

I ara no hi ha desordre ni sorpreses,
els mots flueixen lentament i clara
i el bosc és dens i acollidor com sempre.

Alçant els punys pots percudir la lluna.

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da LA FÀBRICA (1970-1971)
in Miquel Martí i Pol, La Fàbrica, Edicions 62 (coll. La Butxaca), Barcelona, 2013 (I ed. 1995).

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LA CREACIÓ
I

El primer dia ens atordí la fressa
terrible de les màquines. Lluitàvem
per entendre el que ens deien i, al migdia,
quan vam sortir al carrer,
vam retrobar la quietud perduda.
Era a l’estiu i feia poc que havíem
complert els catorze anys. Llavors encara
érem novells, sense fel ni sospita.

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II

El segon dia vam aprendre el ritme
solemne de la feina. Se’ns liquava,
a poc a poc, tot l’enyor i ja ens servíem
de les mans per comprendre.
A fora queia
la pluja lentament, com en un somni.
Ens ho van dir en plagar i ens en vam riure.

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III

El tercer dia vam comprendre moltes
paraules mig sabudes. La profunda
raó de viure dels qui sempre creixen
vençuts i solitaris, i la nosa
massissa i obsessiva dels preceptes.
Era l’hivern i el gris opac dels vidres
traspuava tristesa.

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IV

El dia quart vam estimar una noia:
darrera un magatzem, amb la presència
llunyana i esmortida de les màquines
per música de fons.
Feia un vent càlid i ella era tan dolça
i acollidora com una ombra. Al vespre
semblava que tinguéssim les mans plenes
de sorra o bé d’ortigues.

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V

El cinquè dia ja era com si haguéssim
nascut entre les màquines. Teníem
les mans tan dures com qui més i alçàvem
la veu per renegar sense temença.
Feia sol al carrer i el petitíssim
bocí d ecel que es veia a les finestres
era absurd i llunyà com un miratge.

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VI

El sisè dia vam cobrar. Nosaltres
som gent plena de seny, que no confia
que el món pugui salvar-se amb un miracle.
Descreguts i solemnes fem les coses
amb un aire tan bròfec que no sembla
que lluitem tenaçment perquè tot sigui
més clar i entenedor. Hi ha gent que ens mira
com sol mirar-se els folls. Després s’ajupen
a besar els peus d’aquells que els apallissen.

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VII

El setè dia era diumenge i vàrem
reposar com Déu mana.
De tot això, pel juny, si no em descompto,
farà ja mil-nou-cents-i-vint-i-quatre
llarguíssims anys.
No res: una fotesa!

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Maria Allo, poesie da “Al dio dei ritorni” e un inedito

Etna dal mare - Foto di Maria Allo

Etna dal mare – Foto di Maria Allo

Maria Allo, poesie da Al dio dei ritorni e un inedito

«Nel giorno del perdono / oso invocarti / sulla sponda del torrente in secca / tra le rovine di una terra che trama / a ridurci rovi».  Una trattazione del tema dei nostoi, allegoria dell’esistenza come perenne viaggio, originale e, allo stesso tempo, non ignara del “grande carico” (per dirla con il titolo di una lirica di Ingeborg Bachmann) della poesia che ci precede: tutto questo si fa incontro a chi legge Al dio dei ritorni di Maria Allo. Segue, chi legge, il moto di chi sempre parte – “Si parte” è uno degli incipit programmatici che ricorrono e si avvicendano nella raccolta -, il gesto di chi tende le mani a una riva anelata e insidiosa, all’approdo che può farsi orrido scoglio, al promontorio che può squassare e squassarsi, rotolando «limo di lava dissidente», al tratto di costa familiare che può rivelarsi «sponda / della solitudine».
Nella molteplicità di toni e sfumature, di elementi-simbolo,  in una tavolozza che non disdegna di accogliere il livido – limaccioso e minaccioso – accanto al nitido, al brillante, al saturo, nell’intenzionale duplicità di valenza delle immagini, resta ben riconoscibile la vocazione dei poeti, che nel loro errare si confermano, con un ossimoro significativo, «custodi del vagare», rivendicano l’autenticità delle loro visioni e rinnovano, come nell’inedito qui presentato, la loro invocazione.  (Anna Maria Curci)

 

Quando tornerai
con la tua lira
a tessere arabeschi
muterai le carni
di tutti i destini
non informe intreccio
di sviliti mondi
non rullo di tamburi
ma ciò che sgorga
dal silenzio
specchio
di ogni verità
quando verrai
o dio dei ritorni
mi coprirò di rugiada
e forse morirò
per ogni possibile resurrezione.

(p. 15)

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Miroslav Košuta: La casa (da La ragazza dal fiore pervinca)

pervinca

Miroslav Košuta: La casa (da La ragazza dal fiore pervinca, Del vecchio editore, 2015 – traduzione di Tatjana Rojc )

*

Hiša

Vsaka hiša ima štiri stene
in nebo.
Vsaka hiša ima uro, ki meri noč,
in črva, ki grizlja smrt
v policah,
v podu,
v posteljni vabi z vonjem po znoju

Vsaka hiša ima vrata, da skoznje
stopa strah,
in med okni
okno za samomorilce.

Hiše v mojih krajih so lamijoni
in svetijo na morje,
v eni
pa je ležišče iz suhih alg,
kier me čaka
telo,
odporto ko zemlja
in globoko
ko grob.

*

La casa

Ogni casa ha quattro pareti
e un cielo.
Ogni casa ha un orologio a misurar le notti,
e un tarlo a rodere la morte
negli scaffali,
nel pavimento,
nell’esca del letto, pregna di sudore.

Ogni casa ha una porta per far entrare
la paura,
e tra le finestre
quella per i suicidi.

Le case dalle mie parti sono lampioni,
e luminoso fanno il mare,
in una
c’è un giaciglio di alghe essiccate,
dove mi aspetta
un corpo
aperto come terra,
profondo
come tomba.

***

La ragazza dal fiore pervinca di Miroslav Košuta è uscito da pochissimo, confesso che non conoscevo affatto i versi di colui che è considerato uno dei maggiori poeti sloveni di sempre. Ne sono rimasto affascinato e colpito dalla prima lettura, mi riservo di parlare in altra sede di tutto il libro, qui, per Marginalia, tratterò la poesia che avete appena letto: La casa. La poesia si trova nella prima parte del libro Primo ciclo – origine, l’ho scelta, intanto, per l’oggettiva bellezza e perché nell’introduzione al libro scritta da Košuta stesso si legge, a proposito di vivere in luoghi di confine: Non credo questo basti per essere un poeta di frontiera. Košuta è un poeta di frontiera, lo è totalmente, lo è dalla testa ai piedi, lo è perché nascere, sopravvivere e poi vivere lungo il confine, su quel confine, rappresenta il suo scheletro, il suo pensiero, la sua scrittura. Ecco il perché di questa poesia. La casa è un luogo chiuso, ma è anche un non luogo, ed è piena di frontiere, confini, varchi da attraversare, porte da chiudere o spalancare. La casa accoglie, la casa salva, la casa può respingere. La casa uccide. Da una casa, a volte, si è costretti a scappare. Košuta, dall’interno di tutti gli interni racconta il mondo. Lo mostra tutto.

Sopra le quattro pareti troviamo un cielo, subito, dunque, l’apertura e insieme il riparo. La casa è misura del tempo e di tutte le angosce, la casa, pare dirci, Košuta è l’unità di misura di ogni cosa. La casa siamo noi stessi, preda di ogni paura e di ogni vento, salvi come con l’amore. Eppure la casa è insieme vita e morte. Quale casa non lo sarebbe? Ma questa casa è la terra del poeta, è l’unico confine possibile. Lì da dove si entra o si esce tutto deve passare. E passerà. Così come passeranno il dolore e la morte, forte come il desiderio di fuga da una prigione, non mancherà la bellezza, pennellata qui in due versi, faccenda che riesce bene solo ai grandi poeti Le case dalle mie parti sono lampioni, / e luminoso fanno il mare. La casa è così importante che è lei che rende luminoso il mare, in una riuscitissima metafora al contrario. La tenerezza dell’ultima strofa, la consapevolezza del poeta, sta tutta in quel verso c’è un giaciglio di alghe essiccate. Di nuovo l’attesa per qualcosa, ma qualcosa che al riparo deve essiccare e metterci molto tempo ad arrivare. Una poesia dolorosa e luminosa, una poesia che reca con sé i segni delle ferite, ma che consente, ancora, la speranza.

©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri 

Nota: Questo articolo è stato pubblicato in origine su Senza Zucchero blog di Del Vecchio Editore, per la rubrica Marginalia

Un sogno senza filtro

Locandina

Arteterapia: ricerca del benessere psicofisico attraverso l’elaborazione artistica, l’uso libero o guidato delle dinamiche creative per aiutare l’espressione di sé. E c’è un bel gradino, nella ripetizione di quella piccola sillaba “te”: c’è la necessità, per l’arte, di dimenticare le sue esigenze, modellarsi addosso a un bisogno che è salute, e provare, per una volta, a stare dall’altro lato, essere lei strumento di un risultato da ottenere.
Poi succede che l’arte è signora difficile da incatenare, e proprio grazie alla necessità di trattarla come puro mezzo di espressione ritrova la sua forma più vera, ed è in grado di restituire perle che altrimenti sarebbe stato difficile scoprire.
Va detto che ha avuto un ottimo alleato, nel caso che stiamo per raccontare: Shakespeare. Non c’è lavoro del Bardo, non c’è riga che, lo sappiamo da secoli, non si possa schiudere e ribaltare e guardare di sbieco ritrovando ogni volta un nuovo significato. Se ne sono accorti i ragazzi dell’associazione “Il Fiore del Deserto”, ed Enoch Marrella, responsabile del laboratorio di teatro (di lui su Poetarum Silva si è parlato anche qui), e ce ne siamo accorti noi, dal pubblico, quando al Teatro Vascello di Roma è andato in scena ’Na specie de musical, rivisitazione in chiave pop del Sogno di una notte di mezza estate per la conduzione scenica di Marrella (drammaturgia e regia) e Stefania Carvisiglia (movimenti e coreografia).
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Nuova poesia latinoamericana. #14: Julio Espinosa Guerra

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 foto julio espinosa.jpg

Julio Espinosa Guerra

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Julio Espinosa Guerra (Cile, 1974). Ha ottenuto i premi di poesia Villa de Leganés (Spagna, 2004), Sor Juana Inés de la Cruz (Costa Rica/Messico, 2007), Isabel de Portugal (Spagna, 2010), Fundación Pablo Neruda alla sua traiettoria (Cile, 2011) e Villa de Cox (Spagna, 2013). Tra le sue raccolte poetiche vale la pena ricordare Las metamorfosis de un animal sin paraíso (LF, Spagna, 2004), NN (Gens, Spagna, 2007), sintaxis asfalto (Olifante, Spagna, 2010) e La casa amarilla (Pre-Textos, Spagna, 2013). Ha pubblicato anche le antologie poetiche La poesía del siglo XX en Chile (Visor, Spagna, 2005) e Palabras sobre palabras. 13 poetas jóvenes de España (Santiago Inédito, Cile, 2010). È anche autore dei due romanzi El día que fue ayer (Cile, 2006) e La fría piel de agosto (Alfaguara, Cile, 2013). Dirige la rivista de poesia Heterogénea e la Scuola di Scrittori di Zaragoza, in Spagna. Risiede in Spagna dal 2001.

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V

Ser como el grillo
y su canto

Permanecer oculto
en las esquinas
de la casa

y decir tanto
con tan poco.

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VII

Poder tejer
no la araña
sino la red invisible
de los movimientos de su tela

Atrapar
no las moscas y hormigas
en esta imagen
sino su gesto
que se pega al aire
antes de desaparecer.

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XI

Como el caracol
dejo esta huella sobre la página
y presumo de su fosforescencia
aunque no soy capaz de decir
ni la mitad de los minerales
que mis ojos
estrujan de la luz:

en la ruta del signo que arrastro a mis espaldas
me ciego a mí mismo.

(de NN, 2007)

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