Sonia Lambertini, In viaggio / Unterwegs

Frost

Sonia Lambertini, In viaggio / Unterwegs
Tre inediti (originale e traduzione in tedesco)

Quando parto per un viaggio mi ritrovo in mano il bagaglio sbagliato. Ho spesso freddo, i luoghi che visito sono a Nord, dove il vento agita i pensieri, per ritrovarmi, un momento dopo, nel cuore del ventre per cercare istinto e calore. Un dialogo interiore per la ricerca di senso; forse lo chiamo Dio. (Sonia Lambertini)

Inverno, mi vergognavo della mia lingua
e chiamavo, chiamavo,
senza eco ero un albero secco
senza radici…
i boschi interrogai
marcii con i guerrieri putrefatti
fino alle tempie, non vivevo più
una vita a lato della vita…

Non citai la parola Dio,
svegliai il rospo e la starna,
il pingue fagiano e le fameliche
cornacchie
col mio lamento…

Thomas Bernhard, Ave Virgilio. Carme, III Lutto, Terzo canto

Traduzione di Anna Maria Carpi

Io nel mio dio
cado a picco,
la sua gola,
profonda.
Giù, c’è il mio dio
il suo vento molesto
mi tormenta.
Gru dai canti spezzati
nei miei inverni
in fila a guardare
dentro di me,
l’assenza.

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In una poesia di Ashbery

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Vetiver
[1] di John Ashbery mescola una nostalgia romantica, in continuità anche ironica con il Romaticismo del passato, a una vertigine respirata e meditata con cura, per quanto vissuta d’improvviso.
Vetiver è un distillato di radici, un profumo che una volta diffuso crea atmosfera. Sia il processo di distillazione sia l’effetto della diffusione, evocati e racchiusi nel titolo, si svolgono nell’arco di tre stanze, fino a riassumersi in «una situazione / per cui noi veniamo a significare a noi stessi».
La poesia si avvia con una calma di sapore epico (in particolare con il primo verso), che presto tuttavia sarà interrotta da una catastrofe. Si dovrà prima passare attraverso la sfera della malinconia per poi spingersi fino alla preghiera, di fronte all’apprendimento di una verità.
Nella prima stanza l’autore allude a un dialogo di Friedrich Schlegel, contenente in particolare un riferimento a “una catena o una ghirlanda di frammenti”. Più esattamente: nel 1798, in Frammenti dell’Ateneo, l’autore tedesco sosteneva che un dialogo è una catena o una ghirlanda di frammenti, mentre un epistolario è un dialogo in scala più grande e le memorie sono un sistema di frammenti.
Ashbery varia leggermente ma significativamente in “ghirlande frammentate” (fragmented garlands) la “ghirlanda di frammenti” di Schlegel, riconducendo così lo slancio caratteristico di quelle altezze trascendentali a qualcosa di rovinoso, degno di un tono più serrato e malinconico. E in questo scarto troviamo sottesa l’ironia, nel senso proprio dell’etimo, εἰρωνεία, ricerca cioè e comprensione da parte dell’uomo di una realtà che, senza un opportuno scombinamento degli equilibri stabiliti, tenderebbe a sfuggirgli. È il motivo per cui le parole più confidenziali, quelle – come dire – “lettere delle lettere” esaltate da Schlegel, diventano nel testo di Ashbery «Already distilled in letters of the alphabet»: “anticipate” dunque, portate all’origine, all’alfabeto, come nate per restare dentro un male familiare, consanguineo, sempre presente. Proprio quest’ultimo passaggio della stanza, mentre ogni cosa si muoveva in un orizzonte quieto, annuncia un’imminenza tragica. (altro…)

Mai più senza # 9 – Solaris

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

S. Lem, Solaris, a cura di F. M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, I ed. it. integrale Sellerio 2013.

Ho letto Solaris in due giorni.
Il primo giorno era sera, ero nel letto, in dormiveglia, la bellezza della scrittura mi teneva sveglia ma il corpo era distrutto, ho dovuto staccare per il troppo sonno verso un terzo del libro. Quella notte ho sognato di urlare senza suoni, di correre in cucina camminando su un paio di gambe oblique.
Il secondo giorno era mattina. Ho ricominciato da capo, sul divano. Il sogno era più vicino alla natura del libro di quanto lo fosse il ricordo della lettura (un libro sugli strati più profondi della mente non può che agire così), ma nonostante il terrore ero calma, quasi beata da tutta quella incomprensibile bellezza. Come Chris Kelvin. Il libro è percorso da un aggettivo: “calmo”. Non ho letto la sconfinata bibliografia su Solaris, non voglio farlo prima di stendere questa nota, ma sono certa che qualcuno l’avrà notato. Ovunque si dice, accanto alle cose tremende che accadono sulla stazione orbitante attorno al pianeta Solaris, che qualcuno è calmo.

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Le cronache della Leda #31: La Luisa, la Wanda e Fiorella Mannoia

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Le cronache della Leda #31: La Luisa, la Wanda e Fiorella Mannoia

L’avvocato mi ha detto: «Guarda che la so anch’io una storia della Luisa. Della Luisa e della Wanda.» Intanto fuori stava diventando buio, i corti pomeriggi di novembre, così sono, così sono sempre stati, così sempre saranno. L’ho guardato e gli ho detto: «Raccontamela, avvocato.»

La Luisa e la Wanda una volta sono venute da me, ma mica per caso, hanno preso appuntamento proprio come se avessero bisogno di una consulenza legale, e a pensarci bene, un po’ era così. Parlò la Wanda per prima. «Senti avvocato, non ti vogliamo far perdere tempo, io e la Luisa abbiamo scritto una canzone. Musica e parole. Cioè le parole le abbiamo scritte su un foglietto, poi le abbiamo cantate. La Luisa ha inventato un motivo. Quindi la musica c’è  ma non c’è, servirebbe qualcuno che la scriva. Ma di questo parliamo dopo. Quello che vogliamo chiederti, avvocato, è che tu ci dia una mano, con i diritti, con quelli come si chiamano? Ah, sì: la Siae.» Le guardavo tra lo stupito e il divertito ma non riuscivo a parlare. La Wanda proseguì: «Perché vedi, secondo noi la canzone è proprio bella, ha un bel testo, poi te lo facciamo leggere. Il ritornello è orecchiabile, ma andrà ripetuto una volta sola, su questo siamo intransigenti, non vogliamo robe alla Paola e Chiara. Questa non deve essere una canzone di una sola estate. Non lo è, non lo sarà. Appena troviamo un musicista che la musichi, registriamo e la mandiamo a Sanremo. Cosa ridi, avvocato? A Sanremo sì.» Le ho detto che non stavo ridendo e che sarei stato felice di leggere il testo e lì ha cominciato a parlare la Luisa.

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Una lettera d’amore al cinema: “Holy Motors” di Leos Carax

di Nicolò Barison

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Presentato in concorso a Cannes 2012, dove ha riscosso grandi elogi da parte della critica, per poi passare quasi inosservato nelle sale italiane nel giugno 2013, “Holy Motors” è il grande ritorno al lungometraggio del regista di culto francese Leos Carax (“Gli amanti del Pont-Neuf”, “Rosso sangue”, “Pola X”).

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Francesca Del Moro: poesie inedite

Francesca Del Moro

Francesca Del Moro

Poesie Inedite

II

Qui non ci sono i cubicoli
di Monsieur Hulot.

Qui c’è un open space
con tutti i suoi comfort.

Ma i pensieri di ciascuno
si muovono al sicuro
in un minuscolo
spazio quadrilatero.

Non c’è nessun rischio
neppure che si sfiorino.

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Jacopo Ramonda – Una lunghissima rincorsa

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Jacopo Ramonda – Una lunghissima rincorsa – Bel-Ami edizioni – 2014 - € 10,00

Eccoci qua, questa è la soglia delle prose brevi, da un lato sta la poesia, dall’altro la narrativa. La prosa è la nuova frontiera della scrittura? Non sono in grado di dare una risposta, telefonatemi tra vent’anni. Ipotizzo, però, che la prosa sia semplicemente un luogo nuovo, forse di confine, forse no. Non un luogo verso il quale espandere il territorio della poesia, né il campo dentro il quale costringere quello della narrativa. Se è un altro Ovest, andiamo a esplorarlo, senza paura. Una lunghissima rincorsa di Jacopo Ramonda è una raccolta di prose brevi. Attenzione: non sono le prose di Alessandro Broggi, non ricordano quelle di Gherardo Bortolotti, e, per guardare da un’altra parte, non somigliano a quelle dell’ultimo Mark Strand di Invisibile. Già questo fa capire quanto sia ampio il terreno di gioco dove si disputa e si disputerà la partita della prosa. C’è una corda tesa ai due capi dei testi di Ramonda, da un capo tira l’accelerazione della poesia, dall’altro dettaglia come e quanto la narrativa tradizionale. Al centro ci sta ciò che conta: il corpo di istantanee, di piccoli blocchi fotografici, di cui si compone il racconto di Ramonda.

Carichi sporgenti (cut-up n. 24)

A piedi, sotto una pioggia fine, cercavamo di camminare controcorrente nel fiume in piena di parole non dette. Per esplicitare tutti i significati di quel silenzio avremmo dovuto parlarne per un giorno intero. Eppure entrambi conoscevamo il senso dei cortei di protesta taciturna che ci attraversavano il cranio in marcia, indossando le loro museruole. I pensieri sbucavano disordinatamente dalle nostre teste; erano così reali e tangibili che avremmo dovuto appenderci un cartello carichi sporgenti, prima che qualcuno inciampasse e ci denunciasse.

Non che Ramonda non abbia dei riferimenti, come nota Andrea Inglese in prefazione. Sicuramente ha letto, e credo anche amato, gli autori cui accennavo prima, ma poi ha seguito la propria strada. Ramonda è, probabilmente, molto più vicino al racconto breve americano di quanto lo siano altri scritti in prosa. In futuro credo sia più facile che approdi alla narrativa piuttosto che alla poesia, ma staremo a vedere. La scrittura di Ramonda è sempre lineare e mai priva di ritmo. Il match si gioca dentro la mezza pagina. Lì dentro deve svolgersi tutta l’azione: dal rilancio del portiere al gol. E non conta la rapidità come nella poesia, conta la concentrazione/concertazione di più elementi in un modestissimo spazio. Si porta molta roba fino al punto, ma il punto viene presto, poi si volta pagina. Veniamo alla sostanza che conta sempre quanto la forma. Le prose di questo libro potrebbero essere osservate come piccole costruzioni monoblocco, piccole case, piccole cose, piccole vite. Nelle stanze di Una lunghissima rincorsa la luce è bassa, non da atmosfera, è monocolore, e quando spara, spara al neon. C’è molto grigio, molta ovatta, si sta dentro le vite raccontate come se intorno vi fosse – costantemente – un’invisibile nebbia. Una nebbia concettuale e inevitabile. Poco rumore, monotonia. Esistenze come le nostre, in cui pare accadere molto poco e dove, invece, accade quasi tutto. La casa, la macchina, l’ufficio, l’autobus. L’uomo, la donna, la coppia, il collega, l’amico. La gioia, la serenità, la coppia che si arrende, lo schianto, il silenzio dopo lo schianto, il segno del tempo.

Da Una lunghissima rincorsa (cut-up n. 157)

[…] Inseguendoci a vicenda, in nome di una particolare forma di contorsionismo che riconosciamo come amore, creiamo un groviglio difficilmente districabile d’interdipendenza, speranze, aspettative disattese o mantenute, e interpretazioni equivoche simili a stelle cadenti. […]

L’angoscia, l’ansia, i discorsi mai fatti, le cose da intuire, quelle da fare, quelle da lasciar scivolare, come restare, come sparire, dopotutto mai partire. Nel linguaggio molto chiaro di Ramonda, c’è sempre un frammento all’interno di un altro frammento, così la postura su una sedia può diventare il modo di vivere all’interno di una famiglia. Trovare vuota l’altra metà del letto può trasformarsi da panico a conforto, passando in un’altra stanza. Lo scarto è telecomandato ma, comunque, spiazzante. Il libro è corredato da illustazioni di Ilaria Bossa, belle e ben amalgamate ai testi. Dentro queste prose, a volte, manca l’aria, ma dopo un attimo la scrittura ricompone il respiro, fino al salto successivo.

Gianni Montieri

Nota: qui la nota di lettura al libro scritta da Viola Amarelli

In Apulien – 13 – Francesco Lorusso

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La tredicesima tappa è dedicata a Francesco Lorusso – poeta veramente “appartato”, come lo definisce Vittorino Curci – e alla sua raccolta L’ufficio del personale, pubblicata in questo anno 2014.

UFFICIO DEL PERSONALE Lorusso 2

Francesco Lorusso, L’ufficio del personale, La Vita Felice, 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Non sfugge, nel titolo della raccolta di Francesco Lorusso, la duplice accezione del termine “ufficio”: luogo di lavoro da un lato e pratica quotidiana spirituale. L’associazione con il Libro di devozioni domestiche di Brecht trova qui, dunque, una sua ragion d’essere.  Anche il complemento di specificazione che segue, “del personale”, non disambigua, ma rafforza l’accoglimento del doppio significato del termine, suggerendo l’andare di pari passo della dignità della persona nel lavoro, dignità sistematicamente degradata,  e della considerazione, appunto, individuale, “personale” sullo stato del degrado (lo stato, sì: e lo Stato? “Apparente”, come suggerisce il testo conclusivo, che si apre con una citazione da Habemus Capa di Caparezza?).
Dell’esercizio quotidiano testimonia tutto il volume: l’esercizio di uno sguardo che coglie privazioni e deprivazioni, l’esercizio di un udito che non può fare a meno di avvertire dissonanze e gracidii. Nel dettato poetico,  controllato e pieno, meditato e musicale, i richiami letterari, così come quelli evangelici e ‘devozionali’, e la forza visionaria, ponte tra i tempi, delle immagini da “terra desolata”  sono amalgamati, con una formula che unisce sapienza di letture a originalità dell’espressione,  in inventari, talvolta intervallati da una voce verbale, prevalentemente al tempo presente.  La struttura dei testi, articolati spesso in terzine o in quartine,  suggerisce con il suo rigore che “l’ufficio” è esercizio nel quale la ragione, il discernimento critico non possono, non devono mai venire meno, a dispetto di chi ne vorrebbe, e ne pratica con intenzionale dissennatezza, la smobilitazione.  La lotta c’è – qui perfino l’azzurro è «senza odore» -, non la si tace; al contrario, se ne manifestano i contendenti, i rivali esterni e interni: l’affanno, il sonno, la tentazione della resa, lo schiacciamento, il bitume che tutto copre, il martello pneumatico, l’asfissia, il grasso permanente, l’istituzionalizzarsi della precarietà. Allora il ricorso all’allitterazione, il gioco sulla polivalenza dei termini, non è mai sfoggio, ma strumento espressivo brandito con cosciente determinazione.

©Anna Maria Curci

Nelle affannose corse del mattino

Nelle affannose corse del mattino
l’ultimo Stato sta smarrendo nel pallore
il bronzo conquistato sulle prospettive
dei corrimano eleganti della rivoluzione.

Oramai non arrivano più le farfalle
per noi solo occhi chiusi verso il sole
sulla strada dove la segnaletica lontana
ha posto le ali dei suoi consensi vietati.

(p. 9)

 

Il sonno frena bruscamente

Il sonno frena bruscamente
nell’odore sbadigliante del chiuso
risvegliando la quiete sulla Zona,

lo sciacquio gommoso di un dosso
determinato a fare scudo sul sociale
che per tutti funziona inarrestabile.

L’immagine si è sciolta negli occhi
riprende smemorata i suoi margini,
solo le poche cose ora resistono.

(p. 10)

 

Come gli addobbi feriti

Come gli addobbi feriti
si oltrepassa la serata insieme
per tremare nascosti nella luce

ci rimane un ridere rasoterra
uno stare nella pioggia continua
distribuendo male le stagioni dell’oggi.

La divisa sempre appena stirata sulla sedia
da una madre sveglia ancora come prima
che pone tra il caffellatte l’ultimo zucchero.

(p. 30)

 

Ti sollevi i nervi posandoti

Ti sollevi i nervi posandoti
con le ore fuori dal giorno
e nel sonno sai che sei nuovo
sul filo dell’azzurro senza odore
nella polvere sbalordita dalla cattura
del grasso personale consumato male
con il tuo posto messo fra quello di tutti
a possedere il ritmo del dondolio senza speranza.

(p. 32)

 

Stilla dalla polla

Stilla dalla polla
e poi si stipa
tra i posti sconosciuti
la spina dei conti asciutti
fatta degli estratti di sudore.

Scorrendo una eleganza
in situazione plebea,
cronache recenti ed eguali
dentro agli stipiti colmi
gli avvenimenti di luci.

(p. 38)

 

Si trova persino nel pane

Si trova persino nel pane
la mano che non lavora
l’obbligo di dipingersi
alla precarietà del ritrovo.

Si raffredda la debolezza
nello scambio del coraggio
dove l’offerta si ammassa
e ne finge il protagonismo
che ride nella medesima luce
con le sue spalle malferme.

(p. 48)

 

Ci distrae il buon mercato

Ci distrae il buon mercato
con la veloce sua etica subìta
dove ognuno ne colma senza approdo
preso pienamente nella pura corrente calma.

La bontà che ti impoverisce
per sé usa una presenza inutile
l’ombra di un profilo che non muta
appoggiata bene alla coerenza acuta e bieca.

(p. 51)

 

Ha un valore sconnesso il nuovo asfalto pedonale

Ha un valore sconnesso il nuovo asfalto pedonale,
troppe mani decise ci son passate sopra,
assicurandosi l’inutile coperta, senza tragitto.

Le ferite sulla terra si rimarginano con l’erba,
il lutto di una gramigna che non lascia parole
e un’acqua medicinale di pioggia che ci trattiene.

(p. 58)

 

Ora che manchi anche la lingua è una strategia

Ora che manchi anche la lingua è una strategia
che ingloba la superficie tra le nuove trame
per quadrare contatti sul filo sempre vitreo

e non resta che seguire solo parole fuori vibrazione
che ci raccontano di un’ombra che sfiora i sorrisi
in questi incoscienti lunghi campi a foglie spoglie
seguiti da uno stadio di gioco sempre più ossessivo,

e mentre il fruscio saporito del giorno ti contorna
dal buio complice setacciano le loro brame lontane
e ci accorgiamo improvvisati in uno stato apparente
che nelle volute della sera a noi ghiacciano la pelle.

(p. 69)

______________________

Francesco Lorusso (Bari, 1968), dopo aver ottenuto diverse menzioni e premiato nel 2003 con una sua lirica al concorso «Città di Bari», pubblica nel 2005 una corposa silloge sulla rivista «incroci» di Bari, dal titolo Nelle nove lune e altre poesie. Esce in volume nel 2007 per la Cierregrafica di Verona, nella collana Opera Prima, prefato da Flavio Ermini, con la raccolta Decodifiche. (dalla quarta di copertina)

Mauro Germani: poesie inedite

Mauro Germani

Mauro Germani

POESIE INEDITE

*

Come fossero ancora le cose,
come mi avessero ancora
nel loro destino
muto,
nella mia infanzia tagliata.

Come fosse tutto
per qui
per questa casa
strappata alla vita.

.

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L’OGGETTO DEL CONTENDERE: NOTA SU «GLI OGGETTI TRAPASSATI» DI BERNARDO DE LUCA (D’IF, NAPOLI, 2014)

de luca

La poesia di Bernardo De Luca (che su Poetarum avete già letto qui) è una lotta con le cose, con lo spazio gremito, con la materialità del mondo. Il titolo Gli oggetti trapassati significa in prima istanza questo: attraversati, trafitti dallo sguardo e dalla parola. Il nostro quotidiano stare al mondo risulta quindi per così dire potenziato, portato a un livello superiore di consapevolezza: «camminare in una casa e portare/ la luce»; «passeggiare realmente»; «il mio ritorno è sempre nei luoghi». Ma l’attenzione risulta presto insostenibile, il carico di realtà intollerabile: «L’auto procede/ il suo viaggio minimo tra tappeti di oggetti trapassati, l’elenco impossibile». Si capisce perché Andrea Inglese scelse lo strumento di indagine apparentemente opposto, la «distrazione», che dà anche il titolo alla sua raccolta del 2008 (di cui ho commentato un testo rappresentativo qui). Anche De Luca si accorge presto di come lo sguardo fisso sulle cose non possa essere proficuo, ma ne riveli l’aspetto opaco, irriducibile alla simbolizzazione. Questi «tappeti di oggetti trapassati» sono anche distese di oggetti morti alla nostra esperienza, inspiegabili, assurdi. L’elenco è impossibile non solo numericamente.
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