Gabriele Gabbia

Ranieri Teti – Entrata nel nero (recensione di Gabriele Gabbia)

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RANIERI TETI – ENTRATA NEL NERO – KOLIBRIS, 2011

«aver custodito una chiave / fino allo smarrimento»; sembra essere questa l’essenza del destino poetico nell’ultima silloge di liriche di Ranieri Teti, Entrata nel nero, edita nel 2011 da Kolibris edizioni, con una splendida introduzione di Chiara De Luca.
Ma che cosa significa custodire una chiave che conduce «fino allo smarrimento»?, e che cosa significa – in poesia – smarrirsi?
Significa perdere gli estenuanti e spesso rigidi e inani riferimenti razionali cui siamo circuiti per affidarsi totalmente ai propri sensi e inoltrarsi nel bosco, certi di possedere una chiave (costituita dalla spaesante sensazione da cui la materia testuale deriva) che conduce dalla certezza labirintica del non-senso quotidiano del mondo ad una possibilità di senso – lontano dunque dalle mendacità che l’essere umano con sicumera tenta ingiustificatamente di propinare a sé stesso e agli altri.
Lo sa bene De Luca quando a questo proposito annota: «Entrare nel nero significa ritornarsi, discendersi dentro e spaccarsi per stillare sul limite del solco, coincidervi al confine con l’attorno, nel passaggio tra il buio che si è stati e lo sbocco che si è», «per scagliare le parole oltre la diga della ragione».
E ben oltre la ragione si situa l’intera raccolta di Teti – tra l’altro quasi completamente priva di connotazioni temporali, geografiche, storiche –, intrisa da un’inquietante atmosfera metafisica, che tutto invade, assembra e intride, col suo grido animale, prelogico e oscuro: «come bestia cerca / cibo nel buio il lume / che bagna le mani / e il silenzio del foglio / delle dita sul foglio».
Si tratta delle Risonanze dell’oscuro fondanti la prima sezione del testo, bagnata da una luce creaturale, notturna e sinistra: «nella parte bianca la parte / ferita di derive va al nero / metà colore metà abbandono / in parte annottarsi o cadendo / disgregarsi dove si alza lo sguardo»; e di séguito: «passaggi attraverso tenebre e altro tempo / sospinto verso la moltitudine di un giorno / inciso in questo passarsi accanto in questo / nient’altro che baratro offerto a chi è deserto // è sabbia anche la bocca che divora la voce».
La voce – meglio, le voci di Teti lungo tutta la silloge sembrano essere originate da una destinazione opaca, folgorante inciso che titola la seconda sezione del testo e mèta verso la quale il libro sembra dirigersi, ove il moto voluminoso delle fogge ambigue dell’io – prima di essere azzerato – si moltiplica e si trasmuta in un unico tumultuoso brusìo, che vacilla, e poi si flette e si frange, innervandosi nelle scaglie ledenti del linguaggio poetico – residuo che di quel mormorìo primigenio ridona l’eco: «estraneo questo specchio che flette volumi / vacilla mentre resiste uno scarto sonoro / che chiede ancora di riprodurre soglie / innalzare il silenzio a restringere voci».
E l’ethos in cui la silenziosa pluralità di quelle voci viene coartata, trovando registrazione alloggio e definitivo annientamento è effigiata dall’ultima sezione del testo, Dove siamo scritti, luogo estremo e privo di fondamento in cui il soggetto scrivente sprofonda, e – privo di sé (del sé) – sparisce, per pronunciare ogni volta le prime, ultime parole poetiche, a un passo soltanto dal vuoto: «senza fondamento nella densità del vuoto / a riva di continente o corrente di strada / deriva dove tutto scorre in piena residuale / amplificando suoni visioni aria che ingoia / lo stesso grigio che traduce un crollo / di nuvole a dirotto nel buio innumerevole».
Questa è l’entrata nel nero – questo «il crollo»: la «tabula rasa dello specchio»; il «buio innumerevole» ove ormai «tutto è qui solo essendo altrove».

© Gabriele Gabbia

***
Alcune poesie estratte dal libro

***

Dalla sezione Risonanze dell’oscuro

 

mostra i denti
come bestia cerca
cibo nel buio il lume

che bagna le mani
e il silenzio del foglio
delle dita sul foglio

*

nella parte bianca la parte
ferita di derive va al nero
metà colore metà abbandono

in parte annottarsi o cadendo
disgregarsi dove si alza lo sguardo

*

passaggi attraverso tenebre e altro tempo
sospinto verso la moltitudine di un giorno
inciso in questo passarsi accanto in questo

nient’altro che baratro offerto a chi è deserto

è sabbia anche la bocca che divora la voce

*

Dalla sezione La destinazione opaca

 

estraneo questo specchio che flette volumi
vacilla mentre resiste uno scarto sonoro
che chiede ancora di riprodurre soglie

innalzare il silenzio a restringere voci

*

da vasta terra per rive lontane a un arrivare
alla casa d’erranza radice inabitabile
dove possedere stretto un non avere

quando nella pienezza è radicata l’assenza

aver custodito una chiave fino allo smarrimento

*

Dalla sezione Dove siamo scritti

 

nella tabula rasa dello specchio
dove tutto è qui solo essendo altrove

nel tempo verosimile di un ritorno
nel suo lento addosso d’ombra

*

senza fondamento nella densità del vuoto
a riva di continente o corrente di strada
deriva dove tutto scorre in piena residuale

amplificando suoni visioni aria che ingoia
lo stesso grigio traduce un crollo
di nuvole a dirotto nel buio innumerevole

 

 

 

“Dentro” di Sandro Bonvissuto. Recensione di Gabriele Gabbia

Scrivere e vivere sono i due estremi della stessa corda. Due risposte differenti ma ugualmente buone alla stessa domanda. E perciò devi scegliere di usarne solo una per volta, non le puoi usare insieme. Però puoi usarne una per amministrare l’altra e muoverti nel trascorso scomposto e lacerato.”
E proprio da un trascorso scomposto e lacerato sembra erigersi a ritroso l’intera struttura letteraria di Dentro, primo romanzo di Sandro Bonvissuto, edito da Einaudi pochi mesi fa.
Una prova implacabile e agra, appassionata e umanissima quella dello scrittore romano.
Assemblata attraverso uno stile al contempo monolitico e desultorio, semplice e filosofico, la narrazione di Dentro si pone come composito scisso in tre capitoli in ciascuno dei quali l’autore isola e dispiega tre momenti autobiografici dell’esistenza: il fallimento e la caduta nel primo, l’inesorabile diarchia dell’amicizia durante l’adolescenza nel secondo, e il trionfo dell’infanzia che supera sé stessa nell’attesa di una svolta da conseguire con fatica nell’ultimo, componendo così un mosaico attentamente miniato, volto a ripercorrere e sbrogliare le tappe di un percorso mnestico  personale e collettivo com’è quello di ciascun individuo.
Il carcere col suo trauma, con le sue inquietudini claustrofobiche e oscure segna Il giardino delle arance amare, parte iniziale del testo, ove l’autore attesta “il punto più basso di un’esistenza”, le peripezie della totalità-specie animata dalle singole vicende, dalle peculiarità di tutte le sue figure costrette a fare i conti con le inibizioni spaziali e la distanza dagli affetti, le menomazioni sessuali e le alterità etniche, oltre che con le meschinità dei propri reati, aggravate da quelle inflitte dalla crudeltà del personale interno e dallo Stato, entrambi impietosi fino al parossismo: “Certe volte capitava che le guardie, radunate in squadre, o «squadrette» come le chiamavamo, non potessero fare a meno di picchiare qualcuno dei detenuti. E non era semplice capire il perché; il motivo scatenante lo conosceva forse solo il diretto interessato. Ma, dopo il pestaggio, non era facile vederlo per sapere come fossero andate le cose. Spesso infatti, dopo esser passato sotto le mani della squadretta, finiva piantonato in infermeria per giorni. E se chiedevi che fine avesse fatto, ti dicevano che era in infermeria per via di un incidente. Così, quando poi il detenuto tornava in sezione tutto pestato e pieno di lividi, quelli che lo riaccompagnavano ci dicevano che era caduto dalle scale. Lo ripetevano mille volte, in modo che comprendessimo bene.
Eppure, nonostante le sofferenze gli abusi e le umiliazioni subite, e la sensazione avvilente di una perdita costante (“tutto ciò che stavo perdendo era qualcosa che aveva a che fare in fondo con l’amore”), Bonvissuto ci suggerisce attraverso l’evocazione descrittiva del giardino di casa sua che il senso di nullità e di resistenza dell’essente è quello necessario a comprendere non solo la realtà carceraria, ma l’intero ordine cosmico, l’intera esistenza: “Nel giardino davanti a casa mia c’è un albero di arance amare. Mi ero sempre chiesto a cosa servissero, perché non sono buone da mangiare. (…) Queste arance stanno lì sull’albero, poi cadono per terra. Non servono a niente. Eppure esistono.
E di essenza, resistenza alle regole e alla disciplina è intriso anche il secondo capitolo, Il mio compagno di banco, elaborato ed ispirato dalla scoperta della scuola come realtà costitutiva in cui cominciare a respingere la realtà fattiva (“era esattamente a questo che mirava l’istruzione obbligatoria: far emergere le capacità individuali all’interno di una collettività fingendo di unire, per dividere”) e il senso di responsabilità che su di noi essa carica.
Quel noi in realtà rivelatosi, insorto ed opposto alle istituzioni per la prima volta non per congiungersi al prossimo, bensì con l’intenzione di desumerne il massimo della libertà e del potere solipsistico attraverso un’inaspettata, perifrastica alleanza (un’amicizia indimenticabile): “Aveva detto «noi». E mi sembrò fosse la prima volta che risuonasse quel pronome nell’aria, riferito anche a me.” (…) “Al mattino già sapevo che da quel giorno non avrei più dovuto fare delle cose, ma che avremmo dovuto fare delle cose, e questo perché pensare per due era già diventato l’unico modo di pensare.” (…)“La Diarchia avrebbe regnato così anche nella vita di tutti i giorni. Bisognava stare sempre vicini, come in classe, pensare col banco nel cervello.
Peccato che l’unica cosa che poteva spodestare quel banco nel cervello installatosi come un’egemonia e frangere quel simulacro di diarchia greca arriva, come sempre nella vita di tutti, e non può essere diversamente incarnata che da una figura femminile, perché “le donne sono l’unica cosa che non è tanto facile condividere.” Non tanto, almeno, quanto lo è invece la lezione che si apprende Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, lacerto conclusivo del romanzo in cui la ventura della condivisione si fa feconda e spontanea, pregna di quel nitore possente che solo l’estate e l’infanzia possono avere, “perché l’infanzia non ha case, l’infanzia ha strade”, e “bambini e orologi sono due cose incompatibili”.
Un esordio letterario, quello di Sandro Bonvissuto, che ha già ricevuto un plauso meritato per il coraggio e l’onestà, l’intelligenza indomita, ma soprattutto per la voglia di scovare, nonostante tutto, anche se a ritroso, la luce, dopo tanto buio, perché “Non è vero che si cresce lentamente e armoniosamente, si cresce tutto insieme. In un giorno. In un’ora. Questa è la storia. (…) Era d’estate, e non avrebbe potuto essere diversamente.

(c) Gabriele Gabbia

Francesco Maria Tipaldi, Luca Minola: “Il sentimento dei Vitelli”. Recensione di Gabriele Gabbia

Il sentimento dei vitelli di Francesco Maria Tipaldi e Luca Minola è una delle recenti pubblicazioni delle Edizioni Edb, nella collana di poesia diretta dal poeta Alberto Pellegatta.
La silloge – composta da quindici testi per ciascun autore ed impreziosita da tre disegni di Massimo Dagnino – è, come lo stesso Pellegatta scrive nell’incisiva prefazione, un connubio creativo in cui i due giovani poeti “si confrontano direttamente sul linguaggio, abbandonando intenzioni e teorie letterarie”, accomunando il proprio sguardo concentratosi all’interno di quel trauma continuo, fecondo e propulsivo in entrambi, che è il tema centrale della raccolta.
In tal modo il libro si attesta come viaggio clinico, esplorativo delle viscere psichiche da cui scaturiscono le escrescenze idiomatiche degli autori, in tutta la loro irrazionale, disturbante potenza.
E ciascuno – è bene sottolinearlo – con le proprie definite peculiarità.

Un viaggio in cui Francesco Maria Tipaldi, ad esempio, con le sue immagini rurali e violente, con le sue preci sboccate e primitive, incontra i “culoni delle contadine / dove finisce l’orto”, perché “La terra dà le grida del parto / le carissime doglie” dove “nasce la verzura.”
Un microcosmo verbale brutale e tumefatto, quello tipaldiano (“siedi con me, cosa vuoi che / importi / se la morte ti germoglia sulle mani / o sul viso / io ho il nulla sul letto / e sbadiglia ed ingoia rumore ”) – tuttavia vitalissimo e non privo di sarcasmo, che nulla risparmia, a se stesso e agli altri (“Quando scoprì che la cagna era incinta / morì dal dolore. / L’amava come si ama una donna, / il figlio non era il suo.”), alla ricerca di una verità emotiva e di una onestà intellettuale anzitutto esperite, scontate ed inverate con furia nel corpus poetico proposto qui, dove anche i sentimenti amorosi vengono vissuti, sviscerati e mostrati nella loro impietosa crudeltà, come fossero carne al macello: “perché anima mia, lama di coltello / l’amore non c’avrebbe salvato / l’amore mette le ortiche nelle mutande”.

Diverso e complementare il discorso per Luca Minola, che sembra invece scrivere versi sovrastato da una luce chirurgica, ossessivamente rifratta, intrisa da un’elettricità motoristica e motoria, radiale e pervasiva: “Sono pieni di motori nelle braccia, / cercano di migliorare il cielo /, gli uomini”, perché “Senza le emissioni le vibrazioni dei sessi / rimangono nell’ordine”.
Minola ha la capacità di concentrare in epigrammi puntuti un lirismo denso ed icastico, esplicando in quei pochi centimetri quelle catastrofi che il poeta ravvisa e in cui anch’egli sembra perdersi e ritrovarsi, spaesato e sorpreso – spiazzato dall’acume del suo stesso sguardo, che si autoinferte – che lo ferisce: “Le pupille non trattengono, rilasciano / luce insistente sulle zone, pressioni. / Nel suo tempo migliore, spiega / l’azzardo, le cicatrici dei sensi.”
Anche i luoghi familiari, allora, come la casa o le strade percorse, sembrano dilatarsi nel ricordo e nelle fasi ipnagogiche (“Le sostanze sono chiare, piene di radiazioni, / portano il filtraggio, lo spurgo / (…) E gli occhi sono macchiati di giorni (…) nelle stanze le memorie sono calendari / di luce”), suturandosi in cicatrici ove il passato mnesico dell’autore diviene il baratro in cui tutta la vicenda sprofonda e marcisce, per giungere ai versi: “Dopo si brucia il verde delle foglie / fra estensioni e crampi dilatati nel tempo, / nello spazio ingrossato fra le strade / pronunciate e costruite”, perché ormai “la casa è passata dall’abito / e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile, / il sonno che riproduce l’abbondanza.”

Gabriele Gabbia

(Francesco Maria Tipaldi)

Angelus

Via dai culoni delle contadine
dove finisce l’orto.

La terra dà le grida del parto,
le carissime doglie, nasce la verzura.
– Sia lode alle molli latrine dei maiali –
la domenica non si lavora,
si posano le zappe e ci si veste per bene.
-Dio presenta al mondo le sue lattughe-
Ai petti tumefatti degli alberelli
Una giostra di fieno, e l’anima uterina che bruca
di dita di pane a sazietà.

*

Glory hole

siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo

*

Novella prima o della morte per amore

Quando scoprì che la cagna era incinta
morì dal dolore.

L’amava come si ama una donna,
il figlio non era il suo.

*

234

Se un giorno mi perdonerai per essere
morto, senz’avvisarti
animale selvatico
ti restituirò quel bacio e faremo finta
che io viva ancora

perché anima mia, lama di coltello
l’amore non c’avrebbe salvato
l’amore mette le ortiche nelle mutande

*** *** ***

(Luca Minola)

Sono pieni di motori nelle braccia,
cercano di migliorare il cielo
sulla zona addormentata,
giugno, il minore,
il più lungo mese nella luce.

Le pupille non trattengono, rilasciano
Luce insistente sulle zone, pressioni.
Nel suo tempo migliore, spiega
l’azzardo, le cicatrici dei sensi.

Senza emissioni le vibrazioni dei sessi
Rimangono nell’ordine

Ispezionate nel lungo stato di chiarezza.

Non cederà il corpo venuto di pazienza e spazio
Nel legno fra le cose esatte.

(Luce stravolta nello stile).

La sostanze sono chiare, piene di radiazioni,
portano il filtraggio, lo spurgo
dalle lunghe ore di sonno.
E gli occhi sono macchiati di giorni,
di precise intenzioni.

Non ci sono altri oggetti da separare,
nelle stanze le memorie sono calendari di luce.

Negli spazi si individuano le ore dei nottambuli
quando la casa è passata dall’abito
e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile,
il sonno che riproduce l’abbondanza.

Dopo si brucia il verde delle foglie,
fra estensioni e crampi dilatati nel tempo,
nello spazio ingrossato fra le strade
pronunciate e costruite.

(Nervi)

Gabriele Gabbia: Paola Loreto, “In quota, con sfrontato timore”

In quota di Paola Loreto è un’opera della maturità. La quarta prova in volume di questa poetessa bergamasca pubblicata per i tipi di Interlinea lo dimostra ampiamente. La silloge, scissa in quattro parti, prende abbrivio ed è continuamente guadata dall’esperienza della montagna, ed in particolar modo della scalata alpina. Metafora fattiva, questa, della fatica dell’attraversata quotidiana della vita, oltre che sfondo montano costituente l’origine da cui i versi dell’autrice hanno spesso preso le mosse, a partire da L’acero rosso, esordio edito da Crocetti nel 2002 con una prefazione di Franco Loi. Si inizia così dalla sezione Ai Tezzi, in cui l’autrice ritrova se stessa bambina in un tempo in cui “il mondo era una promessa / e così la vita / che è stata esaudita”. Versi felici, quelli citati, semplici ed appaganti, che lasceranno via via lo spazio anche ad una drammaticità cruenta, come nella poesia Lamento di Anita, dove la Loreto testifica ed oppone con rabbia in direzione contraria rispetto a quanto appena enunciato che la vita “Non ripaga. La vita è / uno schianto di corpi / accurati che fanno la storia / di ognuno, di tutti.” E così l’autrice incede cantando con “sfrontato timore” per tornanti e sentieri, “salendo scale” e guardando “solo all’insù”, congedandosi dal doloroso mondo degli altri – senza naturalmente averlo prima attraversato (o almeno lambito) – per ritrovare la propria serenità, come in Tra vivi, dove versi di grande sapienza e nitore si mostrano come si scopre improvvisamente all’entrata la bellezza di un bosco: “Non voglio entrare nel Suo mondo / di fantasmi che vivono e rallegrano / la stanza da un quadro. Adoro / il bosco e le sue creature e la follia / che mi dite mi si addice. Non c’è / fede che tenga, quando avverti i passi / di chi sale avanti a te e / si gira e ti indica il sentiero. Voglio andare. / Voglio dimenticare. Non c’è modo / di amare, altrimenti, davvero, di / ricordare. / (…) Sono stanca di voi / e del vostro dolore. Sono stanca / di mentire.” E infatti la poetessa procede nel suo cammino senza esimersi mai dallo sbatterci in faccia il vero della vita, però sempre con poesia, grazia e stupore. Come quando nella seconda sezione, intitolata Libro di Tobia, punta gli occhi sulla vita grintosa del compagno – cui la raccolta è forse dedicata – con cui si arrampica ardentemente sulle vette amate: “Sei quella figura snella / piegata appena contro il vento / nera, ma resistente, / che sale verso il vertice / del monte, la punta / del diamante, la fine e / l’inizio del mondo. / Senza arresto / senza voltarti indietro. / Senza me. Vai / dove non potrò arrivare. / Vai solo. Più forte.” E a ricordarci il sostegno, ma anche il destino immanentemente solitario che comunque in sé ogni amato mantiene, arrivano “giorni per lacerare”, e versi di conseguenza: “Qui è la lotta / della vita / con la morte. / Il momento dell’ora / del vero / del mai dopo / non più tra un po’ / o un’altra volta. Questo è il giorno / per lacerare.” E ancora, in Alpe di Grem: “La vita sarebbe camminarti dietro / per sempre mentre saliremo questo / monte, la figura più snella che conosca / il carattere più libero incontrato / sul sentiero.” Ed infine, i testi splendidi di Esemplare raro e di Distinto sentire, che non possono non essere citati: “Dove la prende la forza quest’uomo. / Questo umano che vive ride e corre / avanti senza voltarsi indietro, mai. / Che arrampica tenendo tutto saldo / nella mano, senza farlo cadere. / E si guarda intorno e non si pente / e spera che sia sempre vita vera. / Non teme di morire ma domani / fa che è ancora un altro giorno”; e di seguito:“Non ci confonderemo. / Il tuo senso delle cose è tuo / e me ne innamoro. Ma / quanta grazia quanto / desiderio di individuazione. / Non sparire d’amore / perché amare è fare, / stare per qualcuno.” Quanta sapienza, quanta vita si desume da questi versi, quanta, davvero. La Loreto mai come ora in questa raccolta invera una saggezza ed una comprensione umana e poetica ammirabile, conquistata con fatica, certo, ma giunta qui ad esplicarsi con affinata, nitida potenza mediante una capacità di sintesi ed un’abilità analitica che non scende mai di tono, col risultato di una scalata in cui la tensione resta sempre alta. Tensione cui sono intrisi anche i testi che troviamo nella terza sezione, intitolata A te, dove l’anelito illusorio per l’Assoluto sembra mescersi a quello più fattivo per l’Essere, fino a farsi una cosa sola con lo sguardo, lucido e sospeso: “Quando scopri che il Tutto / non è tutto e ha dei limiti / l’infinito, allora non lo vuoi / davvero tanto. Lo coltivi / non rinunci, ma fai altro contemporaneamente. / Liberi la mente dai falsi / pensieri, la lasci vagolare / illusa di una buona solitudine, / ottundi i sensi all’abitudine / e tiri avanti, convinta, giunta / adesso nel posto che cercavi, / dov’è ancora, molto, da fare.” E poi ancora il Tutto e il timoroso fragore, vuoto e improvviso del Niente della fine, che giunge sempre, insieme alle sue sentenze, e all’ultima parte della raccolta, il Libro delle ore: “La fine arriva sempre inaspettata / e non c’è verso di prepararsi: / si può solo star pronti a disfare / il distacco, la fitta / il delitto. / La fine è sempre troppo presto / è sempre ora e mai dopo, mai tra / ancora un po’ di tempo, per sapere / che sono stata felice, che ho avuto / abbastanza e di più e che non importa / se adesso finisce e non c’è più. Non / c’è, come il viso liscio di Marina, / la mano forte di Jonah, la casa / di legno, l’odore di strada ad Avola / d’estate e il silenzio di un secondo / fa ai Tezzi, quand’ero sola a sentire.” Un libro scritto sulla via definitiva d’una scalata verso l’alto, dunque, intriso dalla forza del silenzio, della maturità e della consapevolezza, strettamente interrelato alla solidificazione del rapporto con l’Altro – sia esso attestato dalla Natura o dall’Essere (senza venir meno a nessuno dei due) –, che volge lo sguardo al profondo, scevro di eccessiva nostalgia o di rimpianto, indisposto a rinunciare alla propria felicità e alla riconquista feconda della propria semplicità: la capacità fiera di sopportare la fatica il dolore e la bellezza che sempre ci abitano.

Gabriele Gabbia

***
Alla baita del Vittore

C’è un’aria d’erba, stasera,
che viene di lontano
e mi riporta il ricordo, pieno,
di quand’ero bambina
in un prato: di quando
il mondo era una promessa
e così la vita
che è stata esaudita.

*

Lamento di Anita

Vito non lo faccio apposta:
non viene. Potevi dire, prima,
che era la mia forma a proibire
questo figlio. Adesso no.
Ho tenuto la fame fino a
avere la nausea del cibo.
Ho visto le mie guance
insaccarsi e i capelli cadere
con occhi sgranati. Avrei
fatto di più, avessi potuto,
per il nostro desiderio.
Ma la vita non esaudisce.
Non ripaga. La vita è
uno schianto di corpi
accurati che fanno la storia
di ognuno, di tutti.

*

Congedo

Certe volte non vorrei mai andare via.
Quando c’è stato il temporale ai Tezzi,
e l’aria è chiara e sto tornando a casa
per la mulattiera e alzo la testa e guardo
l’aereo di luce che guada il cielo striato
della scia di un altro, prima di lui,
che manco conosce e chissà dove va.
O quando scendo con la macchina
e mi strappano la pelle le montagne
di dosso perché son troppo perfette
e la musica che ascolto non dà tregua
alla memoria e alla voglia che ho, eterna,
di salire, di scoprire cosa c’è
dopo la curva, oltre la fine
del mio sguardo, e magari dormire
al Brunone e non pensare a niente
che non sia la linea che stacca il monte
dallo sfondo del quadro che inquadro, adesso,
come sempre, con sfrontato timore.

*

Tra vivi

Quando è morto Luca, Lei mi dice.
Lo sa che non ricordo esattamente?
Certo un anno, certo un’estate fa
ma il giorno non lo so e non pensavo
nemmeno che lo avrebbe nominato.
Non pensavo avrebbe mai potuto farlo
perché un figlio che si perde non si dice
e non entra in questa vita di barattoli
di miele che trasmigrano da un uscio
all’altro dei Tezzi. Le ho sorriso
e mi sono accostata per passarle
due chili di materia grezza e gialla
che i signori Fiorina mi hanno dato
per Lei. Non voglio entrare nel Suo mondo
di fantasmi che vivono e rallegrano
la stanza da un quadro. Adoro
il bosco e le sue creature e la follia
che mi dite mi si addice. Non c’è
fede che tenga, quando avverti i passi
di chi sale avanti a te e si gira e
ti indica il sentiero. Voglio andare.
Voglio dimenticare. Non c’è modo
di amare, altrimenti, davvero, di
ricordare. La santella sull’angolo
del viottolo ve la lasciamo fare
ma alla messa di commemorazione
non mi vedrà. Sono stanca di voi
e del vostro dolore. Sono stanca
di mentire. C’è soltanto una cosa
che vuole sapere. E’ vero: quando
è morta mia sorella? Se lo ricorda?
*

Filo di cresta

Sei quella figura snella
piegata appena contro il vento
nera, ma resistente,
che sale verso il vertice
del monte, la punta
del diamante, la fine e
l’inizio del mondo.
Senza arresto
senza voltarti indietro.
Senza me. Vai
dove non potrò arrivare.
Vai solo. Più forte.

*

Alpe di Grem

La vita sarebbe camminarti dietro
per sempre mentre saliremo questo
monte, la figura più snella che conosca
il carattere più libero incontrato
sul sentiero. Abbacinata dalla luce
in contrasto son contenta che ti perdi
via e non ti giri: allarghi le braccia,
punti i bastoncini nelle zolle e respiri
profondo, avanzando in progressione.
Appoggio gli occhi alla muscolatura
che ti guizza sotto pelle, alle gambe
lunghe, attorno alla curva rotonda
della testa e mi fido. Ma ti volti e
mi accorgo che ho sorriso perché ridi
e dici: È davvero il sentiero dei bei
pensieri, se proprio non puoi guardarmi
senza cogliermi in flagrante reato.
È il Grem: la prima traccia nella terra
per l’Alpe di Grem, che da Plazza si snoda
nei campi coltivati in ogni tempo.
Che faccia caldo o freddo non importa:
è bene accolta ogni stagione. Il latte
va in taleggio fresco ad ogni modo.

*

Esemplare raro

Dove la prende la forza quest’uomo.
Questo umano che vive ride e corre
avanti senza voltarsi indietro, mai.
Che arrampica tenendo tutto saldo
nella mano, senza farlo cadere.
E si guarda intorno e non si pente
e spera che sia sempre vita vera.
Non teme di morire ma domani
fa che è ancora un altro giorno.
Com’è possibile che tornino
le cose a essere facili, normali.

*

Distinto sentire

Non ci confonderemo.
Il tuo senso delle cose è tuo
e me ne innamoro. Ma
quanta grazia quanto
desiderio di individuazione.
Non sparire d’amore
perché amare è fare,
stare per qualcuno. Tu solo
hai l’orecchio dei crotali.
Io ascolto il silenzio di casa.

*

In chiave minore

Quando scopri che il Tutto
non è tutto e ha dei limiti
l’infinito, allora non lo vuoi
davvero tanto. Lo coltivi
non rinunci, ma fai altro
contemporaneamente.
Liberi la mente dai falsi
pensieri, la lasci vagolare
illusa di una buona solitudine,
ottundi i sensi all’abitudine
e tiri avanti, convinta, giunta
adesso nel posto che cercavi,
dov’è ancora, molto, da fare.

*

Fin che c’è

La fine arriva sempre inaspettata
e non c’è verso di prepararsi:
si può solo star pronti a disfare
il distacco, la fitta, il delitto.

La fine è sempre troppo presto
è sempre ora e mai dopo, mai tra
ancora un po’ di tempo, per sapere
che sono stata felice, che ho avuto
abbastanza e di più e che non importa
se adesso finisce e non c’è più. Non

c’è, come il viso liscio di Marina,
la mano forte di Jonah, la casa
di legno, l’odore di strada ad Avola
d’estate e il silenzio di un secondo
fa ai Tezzi, quand’ero sola a sentire.

*

Poi un giorno entrerò nella luce,
quella brillante di questo prato
gialla e verde
al rovescio dell’erba.
Tra gli oggetti indistinti
che ho calpestato,
che mi hanno portata
in alto, qui.

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi, 2011

Luca Minola su Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi (2011, L’arcolaio)

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Leggendo il primo libro di Gabriele Gabbia “La terra franata dei nomi” si rimane spiazzati dalla frammentazione continua della parola, dalle immagini innescate nei corpi, nei luoghi, come sintesi di una vita senza protezioni.
Tutto sembra in continua discesa, smembrato, franato fino dentro ai nomi, che portano la differenza, l’individualità di ognuno. Proprio quest’ultima è manifestata in continua flagellazione.
Il libro è diviso in quattro sezioni, si parte con “Diatribe dal ventre”, dove il punto , il canale sono gli interni, le interiora che si calcolano con fatica nel dolore: “ Dimora negli intestini/la terra franata dei nomi”. Continuando ad elencare: “L’impasto ventrale” e ancora: “ Il capo:/un ventre spaccato” sembra che tutto passi dal corpo, dalle sue ulcere e da una materialità che vede nel grembo, nello stomaco il dato di una salute forzata, non richiesta, malsana.
Per questo l’attacco della seconda sezione “Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla” suona come una non scelta. “Ognuno non sceglie/ i corpi/per sempre perduti/ in un tratto intero”.
Nessuno in verità sceglie i corpi, l’incontro e ciò che avviene: il continuo mutamento e il peso interminabile del vivere, del sentire più profondo: “Talvolta ti atterra il corpo addosso/ ed è il cupo gorgoglio di un verbo/mentre si vaga, per ossessioni, per/ stordimenti- per storni. E tutto non si può ripetere e la voce è unica, passa e ricomincia: “La voce/ si ascolta una volta sola, mentre tutto/ non torna- è molto diverso-ricomincia.”
Nel tempo c’è la modulazione del dolore, che muta i luoghi del ricordo rendendoli forme imposte, scontrose: “Muri scontrosi in Contrada S.Croce avanzano/-adornano diafano un viso-/fra scaglie residue d’un tempo rimasto/e ciò che del tempo tuo ti rimane/ e l’immensa corona di spine/ ogni giorno più a fondo infissa/nel cranio d’avorio e aria/ che t’è toccato in vita”. Quindi una colpa obbligata, imposta. La colpa del vivere, ostaggi del proprio destino e di un volere assurdo e senza senso, dove incombe la propria e l’altrui solitudine. Per questo il reale si pesa nella perdita costante del proprio essere e nella perdita di senso per ogni cosa. “La prima solitudine, nell’auto/-vettura vuota-corpo-/vascello abbandonato. Seduto/-risucchiato nel sedile senza fondo-a fianco/ dell’assenza di tuo padre. Fuori/la perdita della luce delle mani degli anni./La perdita di tutto. Anche-/anche di questo,/ricordo.”
Quindi l’impossibilità del ricordo ma anche una sorta di ribellione nello sguardo, nel saper guardare oltre un limite, oltre una resistenza dei corpi. “Ho sempre guardato, guardato,/dal nulla da cui vedo/i corpi della soglia,/laddove sono rimasto/ a fissarne/ la fissità inquieta/ d’un nulla.”
La parte terza del libro “Spettri” continua a ridefinire il corpo: “Ti è morta nella testa la testa/ dell’amore, giace, esangue/ nel suo stillato stillicidio/- gravido- di calvario. Il tempo/si annuncia deserto./ La porta d’inizio è ciò da cui fuga ogni fine.”
E ancora “Un vedersi/ mai più in là di ciò che si ha/di ciò che si sa- un infinito/ ridotto al corpo dell’osso.” Questa finitezza viene toccata ed esposta più volte all’interno dei testi, è la profonda sensibilità dell’autore che preme e insiste sugli elementi, perché lui stesso profondamente mostrato in questo libro.
L’ultima sezione del libro si intitola proprio “ Io” ma l’io di Gabbia è estremo, impraticabile.
E’ il capitolo più riuscito del libro, Gabbia si abbandona completamente al lettore, regge la presa e allarga i propri orizzonti verso la pluralità, abbraccia ogni cosa e pretende di essere morto e di vivere per i morti e cerca e trova una voce, una presenza. “Io sarò voi-/ i morti, tutti,/noi, voi/ dopo di me, quando/solo, soffierò/ lo sguardo, da ciascuno/ di voi tutti/ su ognuno/ di me.”
L’amore riempie il libro di Gabbia in ogni punto, può essere amore per la madre e amore del corpo, della mente e di ciò che non si configura. “Con occhi sempre nuovi/ hai abitato/una forza indistinta. L’hai subita/donata diffranta, ed era/ il senso del vivere che si apriva/-era te-: quel/ silenzio ridotto alla parola.” Si percepisce solo il silenzio, anzi questo mondo è fatto di silenzi e le voci non sono che falsità, perché sfuggono, perché anche non volendo saranno trascinate nel nulla, non esisteranno più, non potranno essere registrate, catalogate o scritte. Per questo la parola è l’ultima e la sola possibilità, è il sigillo che tiene tutto, è quello che resta, parola scritta. Verbo da ripetere, poesia.
Il libro finisce con una delle poesie più belle, che riassumono in poche righe tutto il contenuto e la forza di lavoro di questo giovane autore. Anche in questo componimento le parole sono frammento e liberazione di sé. I luoghi e i tempi si fermano e alla figura principale viene impressa la possibilità, la realtà di essere tutti, quindi la perdita di sé, nell’altro. “ Il battito della stanza/coagulato, si fermava,/ci assaliva, un tempo/senza tempo, un ascolto/in ascesa. Il rumore/era un cerchio lontano. Tutto/ era fermo, mentre tu, procedevi-/eri tutti.”
I nomi che si possono fare come influenze costanti nella poesia Gabbia sono sicuramente Michele Ranchetti (grandissimo studioso della Storia della Chiesa ma anche poeta non abbastanza riconosciuto), soprattutto il Ranchetti di “ Verbale” vera e propria frammentazione costante della vita attraverso la poesia e l’ultimo Celan quello dopo “ La rosa di nessuno” per intenderci, lo Celan più arduo ed estremo.
E proprio questa continua impossibilità e frammentazione rendono questa silloge una delle più interessanti degli ultimi tempi mettendo in risalto un autore, una voce vera e decisa.