bianca tarozzi

Rileggere Luigia Rizzo Pagnin

La poesia zé l’oro del pensar
Se no tuto sarìa ragionamenti
… roba che pesa

[La poesia è l’oro del pensare/ altrimenti tutto sarebbe ragionamenti/… roba pesante]

 

 

Quando un anno fa si è spenta la fiammella che teneva accesa la lampada di Luigia Rizzo Pagnin, quella piccola lampada simbolica che lei considerava un dono della poesia stessa dopo avere scoperto i versi di Emily Dickinson, io ho perso sia l’amica sia la donna che più di altre mi ha insegnato cosa significhi vivere la poesia. Il rapporto che Luigia da sempre ha instaurato con la scrittura è qualcosa che ancora oggi, a distanza di anni da quel nostro primo incontro, riconosco di avere incontrato molto di rado, a partire anche dal vivere la sua poesia come forma privilegiata per conoscere il mondo. Il suo essere defilata, o, come si usa dire ora, periferica, fin nella scelta degli editori, l’ha resa quasi invisibile alla critica; e se tolgo le prefazioni firmate da Marino Berengo (prefazione alla seconda edizione de Il borghese agli agguati, 1985), da Bianca Tarozzi (prefazione a Lampada, 1990) e da Silvana Tamiozzo Goldmann (prefazione a L’oro del pensar, 2011), credo che sia stato mio il primo tentativo di fare il punto sulla prima fase della produzione in versi di Gigetta (così si è sempre fatta chiamare Luigia da quelle persone che lei considerava più care e prossime). A questo primo articolo, consegnato proprio qui su Poetarum Silva, m’ero ripromesso di dare un seguito quando L’oro del pensar era ancora fresco di stampa. Era l’ottobre del 2011 quando uscì la raccolta; il mese dopo il marito, compagno di una vita, Fioravante “Fiore” Pagnin, figura di tutto rilievo della sinistra veneziana, sarebbe morto. E così quelle poesie piene d’amore che nei versi in dialetto veneziano raccontavano la delicatezza di un sentimento immutato anche avanti negli anni, sentimento già protagonista della sezione Nozze nella raccolta del 2004, Acqua Donna Poesia, in me si chiusero in un’immagine che non poteva essere trafitta da parole vane. (altro…)

I poeti della domenica #62: Bianca Tarozzi, Ritorni

dal sito Venipedia

dal sito Venipedia

RITORNI

Questa vita m’inonda
di barattoli vuoti,
recipienti inservibili, frammenti
di specchi, vetri rotti,
manici senza bricchi,
cartoline, brogliacci
minutamente scritti.

Cha farne? Ed egualmente
a pezzi, o rabberciati,
innumeri frammenti
del passato, insensati
momenti.

Illeggibile saga in movimento!
Tutto scompare dentro
il presente inspiegabile, il suo punto
di fuga vorticoso, punto vuoto.

Pure la mente mi presenta, a tratti,
prima che si inabissino nel fondo,
le nebulose istantanee di famiglia,
i frammenti di vita inesplorati,
i parenti perduti:
lo zio prestigiatore, l’altro zio
autore di disegni per ricami,
la zia ricamatrice ha tra le mani
le stoffe luccicanti di lustrini
nell’atelier che è quasi una soffitta:
la stanza bassa,
con le ragazze al tombolo, al telaio;
il lucernario in alto,
i fili sui rocchetti
e per terra pezzetti
colorati di stoffe variopinte:
rasi, velluti, tulle.

Ricordo un mio cugino molto amato −
Walter − tornato
della Francia: scriveva
poesie solo in francese, su foglietti
sparsi, svaniti
nel nulla, dedicava qualche rima
per gioco a me bambina.

I miei parenti artisti! Gli inventori
di fantasiose vite, i sedentari
esploratori delle notte, i vari
eccentrici e gli amanti dei motori.

Savie le donne, molto più di loro,
pazienti curatrici di giardini,
ricamatrici, madri innamorate
di imprevisti bambini. (altro…)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

louise gluck (fonte exeter.edu)

Louise Glück (fonte exeter.edu)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

Mio figlio mi accusa
della sua infelicità, non
a parole, ma nel modo
con cui guarda a terra, procedendo
lentamente nel vialetto; sa
che lo osservo. Per questo
saluta il gatto,
per far vedere che è capace
di mostrare liberamente il suo affetto.
Mio padre faceva
lo stesso col cane.
Mio figlio ed io, siamo i più grandi
esperti viventi in fatto di silenzio.
La neve spazza il cielo;
cambia
direzione, prima
si tuffa in verticale, poi vien giù obliqua.

Si dice che le poesie non vadano spiegate, ma nulla vieta a loro di spiegarci qualcosa, qualcosa di noi stessi. Questa è la poesia. Una cosa che permette, nel lampo di un apri e chiudi finestra, a una signora che vive negli Stati Uniti di scrivere versi tanto puliti, perfetti ed efficaci, da parlarmi al cuore, più di quanto io stessa sappia fare. La poesia annulla lo spazio, accorcia le distanze, mi spiega molto del rapporto che ho con mio figlio, così complicato da oscurare l’amore, eppure non sa dirmi come ricominciare a parlargli. Che fatica.

Non vi ho più parlato di mio figlio, e che cosa dovrei dirvi? Va meglio di prima, anche perché ci amiamo, ma ci mancherà sempre qualcosa. Ciò che ci manca lo colmiamo con il silenzio. Quando stiamo vicini e taciamo, quando camminiamo e non diciamo una parola, quando ci sentiamo su skype e stiamo zitti, guardandoci, per quattro o cinque minuti; quello è il tempo dove il silenzio riempie la nostra mancanza, che ha un nome e quel nome è Saverio. Sarebbe sbagliato dire che non l’abbiamo superata. Il dolore passa e siamo riusciti a fare tutte e due delle vite dignitose, lui anche bella, basta guardare suo figlio. Non siamo riusciti a mettere insieme la sua mancanza, a parlarne insieme, ma parlarne sul serio intendo. Saverio, rimane lì, uno che se ne è andato lasciando un sacco di cose da dire.

Avete mai letto la Glück? No? Beh, è ora di cominciare, io l’ho scoperta grazie a Stefano e di questo lo ringrazio. Stasera portiamo la Luisa al ristorante: prima uscita a cena dopo l’inferno.

Leda

Nota: La poesia di Louise Glück qui riportata è tratta dalla raccolta Ararat, traduzione in italiano e cura di Bianca Tarozzi per In forma di parole (La quarta serie – numero I – gennaio, febbraio, marzo, 2012)

Bianca Tarozzi – Tre per dieci

tre per dieci

Bianca Tarozzi – Tre per dieci – Lo Cicero editore – 2013

 

Entriamo in questo nuovo libro di Bianca Tarozzi così come si entra in una casa. In una casa che non conosciamo. Una dimora fatta di dieci stanze che l’architetto Tarozzi ha progettato in versi, per mostrarci quello che è stato, quello che è, quello che sarà. Tre per dieci è uscito a non molta distanza da La signora di porcellana (De Felice, 2012); pur ritrovando il classico palcoscenico tarozziano fatto d’ironia, di oggetti, di personaggi, siamo dinanzi a un’opera poetica abbastanza diversa. Le poesie di questa raccolta sono trenta divise in gruppi – più o meno omogenei – di tre. Da qui le dieci stanze.

Lo sguardo attento della poeta è rassicurante, la musicalità e la precisione dei versi rendono facile la scelta di fidarsi; diamo tranquillamente la mano a Bianca e entriamo nelle stanze. Le prime quattro stanze sono arredate con le memorie e i movimenti dell’infanzia e dell’adolescenza. Così attacca la prima poesia: “Il vestito col punto a nido d’ape / si metteva soltanto la domenica, / nelle grandi occasioni, / alle feste e alle prime comunioni.” Qui, sulla soglia della stanza, già vediamo molto, non solo per quello che la Tarozzi ha scritto, ma per quello che ha evocato. È come fare un balzo all’indietro e trovarsi d’incanto davanti a vecchie foto seppiate o in bianco e nero; come sedersi di nuovo davanti a quel tavolo dove, da bambini, ascoltavamo, prendendolo come carezza, il racconto di quelli più grandi che ci insegnavano il passato. La nostalgia cresce nella strofa finale: “Le sarte specialiste ora purtroppo / han cambiato mestiere. Anche le api / vanno vagando in luoghi ove si è rotto / l’equilibrio ecologico, a zig zag, / non più dolci ma amare, / perso l’orientamento e l’alveare.”

Nostalgia dunque, e una sorta di tenerezza (o rimpianto per ciò che non abbiamo vissuto o che abbiamo dimenticato). “Il mezzo punto è un gioco di pazienza / (ora ne fanno senza)”. L’attesa serve per meravigliare: c’è la casa, c’è il giardino, ci sono gli oggetti, c’è la scuola. La lieve malinconia della Tarozzi rende nei versi, la mancanza di ciò che ha vissuto nella mancanza di ciò che chi legge non potrà vivere. La bellezza della leggerezza questo è il segreto delle trenta poesie, di questo tessuto che non cede alla retorica e spinge ad accomodarsi in poltrona e a ritornare sui versi, più volte come una compagnia. Proseguendo nella lettura si resta stupefatti, ad esempio, entrando nella stanza numero sette. Le tre poesie che ne disegnano il perimetro e gli arredi hanno il sapore della fiaba, sin dai titoli: La bella addormentata; Mowgli girl; L’astronauta; il succo è un po’ amaro ma troviamo alcuni dei versi più belli della raccolta.

Le ultime stanze sono poesie che guardano ai giorni più vicini, l’ironia non cede mai il passo e anche quando il respiro si fa più corto “Il mio respiro intanto / così rapido e breve / nel suo lieve esitare / e non voler morire”, l’ampia veduta che la poeta regala, conforta. Arrivati in fondo si fa fatica a lasciare quella mano che avevamo stretto all’inizio. Si ha, invece, voglia di sedersi accanto a Bianca Tarozzi magari nella Biblioteca di San Giorgio, a Venezia, e provare a vedere con lei se: “In fondo la vetrata / ti mostra la città, fuori, stregata, / immagine di un mondo che ti lasci / alle spalle, bellissimo e silente / – non com’è veramente – / e tu davanti a un libro / e il resto, niente.”

@ Gianni Montieri

Ritratti di poesia – ottava edizione

Locandina Ritratti 2014

Ritratti di Poesia

Edizione VIII- 2014

 

Roma, 12 febbraio 2014, Tempio di Adriano- Piazza di Pietra.

Uno sguardo alla diversità delle voci. L’oralità, la poesia metropolitana.
L’irruzione del fumetto e di Twitter.

Premiati Giampiero Neri e Adam Zagajewski.

Il Tempio di Adriano ospiterà il prossimo mercoledì 12 febbraio l’ottava edizione di «Ritratti di Poesia», progetto nato come osservatorio sulla poesia contemporanea e divenuta negli anni uno dei più rilevanti appuntamenti dedicati a questa espressione artistica. Quest’anno, tra i protagonisti, i candidati al Nobel Adam Zagajewski e Yang Lian.

La rassegna, promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con la collaborazione di InventaEventi, è curata da Vincenzo Mascolo. La manifestazione, aperta gratuitamente al pubblico, si snoderà nell’arco dell’intera giornata e sarà focalizzata sulla diversità delle espressioni poetiche e sull’importanza dell’oralità.

Il primo incontro, Caro poeta, vedrà protagonisti Maria Grazia Calandrone, Valerio Magrelli, Elio Pecora e Lidia Riviello che dopo essere stati ospitati dai licei romani Francesco d’Assisi, Lucrezio Caro, Virgilio e Vivona, risponderanno alle domande degli studenti. A seguire la proclamazione dei vincitori della prima edizione del concorso Ritratti di poesia.140, nato per sperimentare la poesia nei 140 caratteri richiesti da Twitter.

La rassegna sarà inaugurata dal Presidente della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, ideatore dell’iniziativa, che dichiara: «È con grande piacere che do l’avvio a questa edizione di ‘Ritratti di Poesia’, che apre il calendario annuale delle iniziative culturali realizzate dalla nostra istituzione. Il consolidarsi di questa rilevante iniziativa, giunta alla sua VIII edizione, rende concreto, l’impegno che la Fondazione Roma svolge a favore della riscoperta del patrimonio culturale italiano, dando voce ad una forma letteraria poco divulgata, ma che rappresenta una delle eccellenze che hanno reso in passato, come oggi, lustro alla letteratura del nostro paese. La realizzazione ed il successo di questa manifestazione- prosegue il Presidente- rappresenta un ulteriore testimonianza del mio convincimento secondo cui il ruolo del privati, soprattutto se non profit, possa e debba rappresentare una risorsa ineludibile per un nuovo modello di gestione nel settore della Cultura. La poesia è la parola dell’anima, è un mezzo immediato per esprime il nostro io, è espressione di un arte delicata ma al contempo concreta che, soprattutto in questo periodo storico così spersonalizzante, permette di rendere reale il sentimento dell’uomo nascosto nell’uomo. È quindi proprio per il valore che risiede in questa nobile forma d’arte che essa sia parte integrante dell’attività che la Fondazione Roma, attraverso la Fondazione Roma-Arte-Musei, svolge nel settore dell’arte e della cultura e che si sviluppa anche attraverso la musica, il teatro e le arti visive, con le esposizioni organizzate presso gli spazi del Museo Fondazione Roma nelle sedi di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla».

In apertura della manifestazione il Presidente Emanuele consegnerà il Premio Fondazione Roma-Ritratti di Poesia a Giampiero Neri, onorificenza alla carriera di un poeta italiano che abbia contribuito all’affermazione della cultura nazionale al di là dei confini del nostro Paese.

Seguirà una serie di conversazioni, curate da Vincenzo Mascolo, dal giornalista e critico letterario Stas’ Gawronski e dal giornalista e poeta Ennio Cavalli, con alcuni protagonisti del panorama poetico italiano quali Mario Benedetti, Biancamaria Frabotta e Bianca Tarozzi; i vincitori del premio Viareggio Gian Mario Villalta e Pierluigi Cappello, che sarà presente in video collegamento; Lello Voce, poeta performativo che ha introdotto in Italia il poetry slam; Mia Lecomte, Plinio Perilli, Laura Pugno e Zingonia Zingone; Annamaria Armenante e Mario Guadalupi.

Nell’arco della giornata sarà affrontato il tema della spiritualità nella poesia, grazie all’intervento del Monsignor Antonio Staglianò, Arcivescovo di Noto.

Si conferma anche in questa edizione l’appuntamento con i poeti delle nuove generazioni che quest’anno vede ospiti Elena Buia Rutt, Evelina De Signoribus, Omar Ghiani e Daniele Santoro. La contemporaneità nelle metropoli sarà invece il tema dell’appuntamento dedicato ai “Poeti der Trullo”, sette giovani romani che sognano la periferia come “seme e frutto di poesia”. Hanno scelto l’anonimato e saranno quindi presenti solo con i loro versi.

Uno spazio importante sarà riservato alla poesia internazionale, con autori quali Yang Lian, poeta cinese in esilio dopo i fatti di Tienanmen e candidato al Nobel nel 2002; il vietnamita Nguyen Chi-Trung, il marocchino Mohammed El Amraoui, il cileno Santiago Elordi; la francese Nathalie Riera. Accanto a loro alcuni poeti stranieri che vivono in Italia e scrivono nella lingua del nostro Paese: Anna Belozorovitch (Russia), Barbara Serdakowski (Polonia) e Marcia Teophilo (Brasile), che canta con i suoi versi l’Amazzonia per evocarne e difenderne la bellezza.

La giornata prevede anche l’incontro insolito tra la poesia e il disegno a fumetti. Marco Petrella, autore di recensioni a fumetti con il suo personaggio Arturo il libraio, esporrà alcune tavole di recensioni e ne realizzerà altre durante la manifestazione. L’artista e poeta Tiziana Cera Rosco sarà presente con sue installazioni recitative. Ci sarà spazio per la vita e la voce di Edith Piaf, rievocate nello spettacolo Sous le ciel de Paris di Marina Benedetto anche attraverso immagini, versi di Jacques Prevert e le parole di Jean Cocteau.

A conclusione della giornata il Presidente della Fondazione Roma Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele consegnerà il Premio internazionale Fondazione Roma – Ritratti di Poesia a Adam Zagajewski, uno dei poeti contemporanei più significativi, vincitore di numerosi premi internazionali e candidato al premio Nobel nel 2010. Molto nota la sua poesia Try To Praise The Mutilated World (Prova a cantare il mondo mutilato), uscita sul periodico statunitense The New Yorker dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Parteciperanno alla giornata le case editrici Bucefalo e Samuele Editore, nonché le riviste Testo a fronte e Viva (una rivista in carne e ossa). La rassegna sarà trasmessa in diretta in videostreaming su Rai Letteratura (www.letteratura.rai.it).

La manifestazione «Ritratti di Poesia» sarà aperta al pubblico dalle ore 9.30 con ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Comunicazione e Relazioni Esterne

Fondazione Roma-Arte-Musei

Chiara Perazzoli

cperazzoli@fondazioneromamuseo.it

tel 06697645208-3384655942

Ufficio stampa web: InventaEventi S.r.l.

carlacaiafa@inventaeventi.com

tel. 0698188901 – 3386812902

Luigia Rizzo Pagnin: poesia e impegno civile

«Io mi considero una donna della stagione dell’emancipazione, una parola che nell’esplosione del femminismo in Italia è caduta in disgrazia, ma che io rivendico invece, perché attraverso questo percorso ho preso consapevolezza: […] ho appreso che molte [donne] entravano nella Resistenza per il padre, i fratelli, la casa distrutta, ma attraverso questo percorso dei sentimenti e dell’amore entravano nell’area pubblica, che allora era la Resistenza, la lotta al fascismo, la riconquista di una libertà perduta. Per dire che cosa? Per dire che una donna è sempre una duplicità, è sempre un due fin dalla sua natura: la cura, l’amore e nello stesso tempo, più tardi, conquista la capacità di stare nell’agone pubblico, che può essere la guerra, la lotta per la pace, il consiglio comunale di un paese, può essere un posto importante nell’istituzione pubblica. Questa duplicità il pensiero del femminismo l’ho chiamata “la differenza”: siamo l’amore, siamo i sentimenti e siamo la dignità di stare al mondo nel pubblico.»

Luigia Rizzo Pagnin, Giornata delle donne della Resistenza
Padova, 20 settembre 2005

gigetta-rizzo-pagninCassandra andava coi teneri piedi legati… Recita così il primo verso di un’ancora inedita quando la lessi per la prima volta nel 1997 poesia di Luigia Rizzo Pagnin, ora in Acqua Donna Poesia (pp. 12-13), raccolta pubblicata nel 2004.
Cassandra: un personaggio che riaffiora dal pas­sato mi­tologico, dalla letteratura classica, attraverso l’attenta ri-lettura di Christa Wolf. Una donna condannata a vaticinare e non essere creduta, non essere ascoltata (passando per pazza), perché rifiutatasi alle attenzioni di un dio: Apollo, il dio della poesia. Cassandra, nella poesia di Luigia, si spinge a diventare simbolo della poesia stessa costretta nella condizione di voce inascoltata ai più. Poesia combattuta che si interroga, in­ter­rogando il suo autore nel contempo. Poesia che vuole es­sere se stessa senza media­zioni. Poesia, però, che sa di essere il doppio di se stessa; sa di possedere due facce di­stinte che appartengono alla stessa entità, – e perché no? – persona: il poeta.
Gli esordi della Rizzo sono legati a un impegno civile sentito come unica con­dizione dell’esistere nel tempo per non essere fuori del tempo, esclusi e estranei ai fatti che fanno o possono fare il tempo. Unico modo per fronteggiare l’apatia ge­nerale che avan­zava rapida su di un terreno fertile.
Con Il borghese agli agguati, sua prima raccolta, pubblicata nel 1964 (ma i testi sono precedenti, in alcuni casi di parecchio, alla loro pubblicazione), Luigia ci pone di fronte agli occhi il pericolo di un imborghesimento to­tale della socie­tà. Pe­ricolo fattosi realtà. Chi si opponeva con forza al borghese è di­ventato nemico di se stesso, per­dendo coordinate, identità. Un’identità simbo­leg­giata dalle parole di Gramsci poste in apertura, a mo’ di esergo, che diventano monito e guida della raccol­ta.[1]
La parola poetica della Rizzo non risparmia critiche ai suoi compagni; non per­dona loro, ma anche a se stessa, d’avere discusso troppo poco e agito senza riflet­tere quel tanto sarebbe bastato per ricevere il tanto sperato dono di cui si parla nella prima poesia della raccolta, Se­rata con gli amici.[2]
Per rappresentare con più forza la propria condizione Luigia ricorre al ri­cordo del compagno Pavese, modello di letterato comunista che ha lottato e sof­ferto per «trovare un solido, rassicurante ideale cui ancorarsi senza smarrimenti e senza in­certezze» (dalla prefazione di Marino Berengo all’edizione del 1985).

Tramontando quest’epoca feroce
ancor non sorge un’epoca felice.[3]

Due endecasillabi che con irruenza disegnano la condizione sospesa di chi vede fini­re un’epoca ma non ne vede una nuova avanzare. Due endecasillabi in grado di illumi­nare la poesia In morte di Cesare Pavese dando allo stesso tempo lo spes­sore della poe­sia della Rizzo. Una poesia che denuncia e non accetta compro­messi. Infine due endeca­sillabi che riprendono moduli dello stesso Pavese (senza imitarne, però, l’endecasillabo falecio), apertamente citato in chiusura con una tripla anafo­ra della forma verbale verrà, omag­gio e eco di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
LRP_1964 IBAASe le prime due parti della raccolta (Il borghese agli agguati e Le morti) si av­valgono d’un registro poetico alto che non disdice il ricorso alla tradizione, so­prattutto, ma non solo, no­vecentesca, ecco che la terza sezione, Lettere aperte, sterza in direzione d’una poesia più secca, diretta, cicatrizzata. Ecco quindi convivere Montale in Serata con gli amici («Disorientata ascolto / come l’uomo s’impiccola / al passare degli anni»),[4] il già citato Pavese nella poe­sia a lui dedicata e la lezione di Ungaretti, con poesie costruite su pe­riodi brevi quasi a ri­produrre la narra­zione di un apologo, ma soprattutto in grado di ren­dere lo stato di chi scrive e cerca di riprendere i fili d’una comunicazione improvvisamente inter­rotta con il mondo esterno.

POCHE PAROLE CHIARE

Mi guardo attorno
e trovo
che si è in molti a sorridere.

All’indomani dei fatti d’Ungheria,
della rabbia dolente
e lo stupore,
all’indomani del ventesimo
e del ventiduesimo,
credevo che ci saremo scontrati,
invece ci accarezziamo.

Che volete di piú?
Ci hanno messo in guardia
dalla psicologia.
– Compagni, superate l’emozione,
fate interventi politici,
mirate alla sostanza,
non confondete le cose,
non traducete meccanicamente –
il risultato è la buona educazione,
la creanza.

Ma anche l’operaio non è
che si azzardi troppo.
Una sera,
nel bel mezzo della riunione,
dove decisi
i meno educati
chiarivano le loro posizioni
(non c’era piú niente di allusivo
per dio
e si colpiva il bersaglio
con la canna alla mira)
un compagno operaio
si alzò indignato.
– Questa non è una riunione,
questa è una bolgia.
Mi vergogno di noi compagni!
Ero venuto qui
per poche parole chiare
da riferire in fabbrica
domani.
E cosa trovo?
Che non si è d’accordo,
si dà ragione a quello,
torto a quest’altro.
Per me Krusciov
stia attento.
Noi operai non abbiamo
tempo da perdere.
Ci alziamo presto al mattino
e sfatichiamo tutto il giorno –
Zittimmo tutti.

Ma con la piú grande volontà
di questo mondo
non ci riuscí di dare
parole chiare.

Per la cronaca,
se v’interessa saperlo,
quella riunione
ebbe sette sedute.[5]

Il borghese aveva vinto.
Ma l’impegno della Rizzo continuerà negli anni sempre più tesi di un’Italia in rapido cambiamento a briglie sciolte, traendo da sé la forza per parlare della con­dizione fem­minile nel pieno della protesta femminista. Luigia si schiererà in prima linea con la raccolta Una tensione che dura, pubblicata nel 1973 dall’Unione Donne Italiane. È il primo segno d’un cambia­mento radi­cale, profondo. La Rizzo scopre in sé il doppio di sé: l’essere donna in quanto donna e l’essere donna e avere diritto a una vita che non sia sog­getta al maschile, per usare un ter­mine di Simone de Beauvoir. Non ci si riconosce più nel mondo dell’uomo.
Scriverà di sé nel 1985:

Io non venivo dal femminismo, ma dalla cultura del movimento operaio.
La crisi politica della sinistra, originata dalla tragedia dei paesi dell’est, aveva oscurato valori e convincimenti.
Che cosa restava di noi? Qualcosa di indomito nonostante tutto, di radi­cato: una volontà di vivere, di andare avanti, di cambiare; in altre parole, di fare il Sociali­smo, ma questa volta partendo da noi, partendo dall’uomo che poi per me sarà la donna, la mia coscienza di donna.
Il Femminismo. [dalla nota Al lettore, pubblicata nella riedizione del 1985]

Non esiste un solo universo, un uno, ma esiste il due. E nonostante la donna voglia ri­conosciuto per sé un ruolo civile, è lei stessa a sacrificarlo in virtù del ruolo sociale che nemmeno le lotte operaie hanno saputo cambiare. Nulla ha cam­biato una vita ‘sem­pre scissa in due emisferi’. Lapidaria scrive:

Un tempo la donna cucinava
nella caligine,
tra nere stoviglie.
Oggi, aiutata dalla plastica,
ha bianca
persino la fuliggine.

Con ciò
non è
che sia mutato di molto
il suo destino.[6]

La parola si fa ancora più secca; «priva di orpelli» la definirà la Rizzo. L’ironia su­bentra alla dimensione puramente poetica; un’ironia ‘brechtiana’,[7] che era già entrata in scena con Lettere aperte. Essere diretti sembra essere la parola d’ordine di questi versi disincantati, disillusi e so­prattutto rivendicanti il riconoscimento d’un ruolo diverso da quello ordinario.
LRP_1985 IBAALe prime due raccolte vennero ripubblicate nel 1985 insieme ad altre due ine­dite, Le chitarre elettriche e Potere operaio, degli anni ’70. L’edizione ap­parve per i tipi del Centro Internazionale della Grafica in quel di Venezia, arricchita da una puntuale e esaustiva prefazione di Marino Berengo, un’intensa nota di Ar­mando Pizzinato (che ac­compagna le po­esie anche con dieci disegni inediti).
Le due raccolte inedite apparentemente nulla aggiungono e nulla tolgono a quanto fino ad allora la poe­sia della Rizzo aveva espresso. Accentuano nella secchezza d’una tonalità mono­corde, che accompagna (oserei dire intona) un’accresciuta disillusione, l’attenzione alla situa­zione giovanile, da sempre presente: giovani ai quali non si perdona la spa­valda irruenza con la quale ten­dono a sostituirsi ai vecchi burocrati. Ma è proprio qui che quella cifra che apparentemente pare non aggiungere nuova materia al “già detto” trova invece il suo nuovo punto di forza: ovvero è nella voce adulta, che potrebbe farsi rampogna per le scelte della compagine sociale che ora affacciandosi alla realtà, alla società, reclama i pro­pri diritti (forse scordando che a tanti diritti richiesti corrispondono pure altrettanti doveri), è, si diceva, in quella voce adulta che si fa sempre più presente l’autocritica non solo dell’io di chi pronuncia quei versi ma di un noi collettivo (civile) che sente di avere perso il contatto diretto con la società e stenta a vedere la trama attraverso la quale riprendere le fila di un discorso un tempo tessuto con successo.
La lunga pausa degli anni ’80 se segna un silenzio editoriale, spezzato solo dalla riedi­zione veneziana che raccoglie, come già ricordato, tutta la produzione della Rizzo (edita e inedita), non denuncia assolutamente una pausa nella ricerca d’una identità da parte del “poeta”; è un silenzio necessario perché quando si spezzerà porterà in premio alla poesia una nuova coscienza di sé, non solo sul piano poetico, ma che assume i toni di una vera e propria poetica, quella del “doppio”:

Da quanti millenni
tu, stavi latente in me
doppia cosa che io sono?[8]

LRP_1990 LampadaÈ quanto si legge in Duplicità,[9] poesia che emblematicamente chiude la quarta sezione di Lampada, raccolta pubblicata nel 1990. In tre sole poesie si porta all’estremo la tensione originatasi con la presa di coscienza dell’essere donna, attraverso l’appropriazione d’uno spazio interdetto da sempre alla donna, l’universo re­ligioso, che entra prepotentemente nel dire della Rizzo. Una religiosità tutta laica, non mistica.[10] La donna/Luigia riconosce per sé un ruolo attivo nel percorso di salvazione dell’uomo che le è negato dalla «non avvenuta liberazione / dal pa­dre / e dal figlio».[11] Però sa che sono state le donne a essere crocifisse al po­sto degli uo­mini del mondo. Sono state le donne a sopportare l’estremo sacrificio.
È questa la tensione che rende unito questo volumetto fragile all’apparenza. L’io si sente contrastato dentro da due facce che chiedono la luce negata loro. È una lotta dolo­rosa che però dev’essere protratta fino all’estrema sua conseguenza, se questo in qual­che qual modo gioverà alla ricerca della verità:

E la verità non è dire.
È toccare:

toccare il mondo
come una ferita
incandescenti poi
per tutto il resto della vita
– e senza gemere –
bruciare.[12]

Una tensione pienamente avvertibile in questa chiusura isolata, forte, resa an­cora piú in­cisiva da un ‘verso muto’, lo spazio che segue la terzina prima della chiusa; spazio che si propone quale vero e proprio verso e non pausa.
Il percorso poetico di Luigia Rizzo ha potuto attingere, come già si è detto, ai più di­spa­rati registri linguistici della tradizione. Ma più cresceva il suo dire più si accentuava il di­vario tra le sue due linee portanti: poesia civile e poesia li­rica.
Non è mai stata operata una scelta vera e propria a favore dell’una o dell’altro, per­ché scegliere avrebbe significato escludere una delle componenti della dupli­cità, dell’essere stesso poeta;

Ho perduto la luce
ritrovato una lampada:

Che io intraveda al buio
ciò che non vedo
al chiaro.[13]

Il suo essere due le permette di intravedere (mirata la scelta del verbo) al buio ciò che al chiaro non si vede, ma non ci si nega di poter comunque tentare di ve­dere al chiaro; si esi­ste su due piani: uno superficiale e sfuggente, uno piú pro­fondo e percepi­bile dal suo interno. Per quanto possa essere doloroso, la Rizzo non si risparmia di scandagliare se stessa alla ricerca di un’identità.
La luce, poi, fin dall’apertura si presenta come cifra della raccolta, simbolo princi­pale d’un intricata simbologia. È soprattutto una luce riflessa, spesso fioca. Ecco quindi appari­re la luna, le perle, ma soprattutto il girasole, emblema della vita piegata e silen­ziosa che attende una luce in grado d’illuminarne il corso. È questo il filo sul quale scorre quella re­ligiosità laica tesa alla ricerca d’una fonte di luce che accenda e riveli la duplicità e quindi il suo dire.
Una duplicità che resta tale anche al cospetto dell’unione per eccellenza: quella per amore,

Non inquietarti con me
quando io sono inquieta

il mio amore per te
non patisce incertezza

ma di aderirti non chiedermi
come alla mano il guanto:

Io, sono io,
tu, sei l’altro.[14]

Ma ci viene subito replicato nella poesia successiva che il termine primo esiste se esiste l’altro, ma non in funzione dell’altro:

Il tuo amore per me
è interrotta cascata

precipiti su me
saltando ogni distanza

non chiedi di distinguerti
come alla mano il guanto

semplicemente esisti
se esiste l’altra.[15]

In seno all’unione ci si distingue affinché ci si possa riconoscere. Questa è la duplicità vissuta e raccontata dalla Rizzo: una duplicità che rifiuta come Cassan­dra ogni mediazione, perché vuole esistere per sé e non in funzione d’altri.

Cassandra andava coi teneri piedi legati.
La parola le usciva forzata da interna distruzione.
Non poteva non dire
e dir non poteva
per chiara percezione di sé.

Attorno, nessuno reggeva lo sforzo
di distrarsi alla sua distrazione.
La distrazione dei più era di Cassandra
il nemico possente.

Nessuno a lei d’intorno
– né prossimo né lontano –
desiderava ascoltarla
e il dire suo inascoltato
era solo fastidioso rimbombo:
tuono nel vuoto!

Dunque che me ne faccio io
della mia voce
in questo momento
che mi è chiesto di scomparire?
A nulla io sono stata?
Che me ne faccio di me?

Oh! Tu che permetti
l’inascolto di una lingua accaldata,
tu, Mediazione,
che assapori la mia sconfitta,
che appari e scompari
ben sapendo che la mia afasia
appaga la tua vittoria;
tu, che mi rendi muta
nel momento stesso ch’io parlo,
hai per certo schivato
come uno straccio inerte
la mia identità:
l’unica delle cose in-mediabili.
Di questo ti vanti?

Se ne va se ne va come rubata
l’irriducibile augusta
fatta schiava in terra materna
violata dai vincitori
lontana dal luogo
che ascoltò la sua voce
senza ascoltarla,
per volontà di un dio
che non perdonò l’evidenza
la più semplice delle intenzioni:

Essere vera
senza mediazioni.

© Fabio Michieli


[1] Cfr. L. Rizzo Pagnin, Il borghese agli agguati, Centro Internazionale della Grafica, Ve­nezia, 1985, pp. 57-58: «Niente può essere preveduto, nell’ordine della vita morale e dei sentimenti, partendo dalle con­stata­zioni attuali. Un solo sentimento, divenuto oramai costante, tale da caratterizzare la classe operaia, è dato oggi verificare: quello della solidarietà. Ma la intensità e la forza di questo sentimento possono esse­re solo valutate come sostegno della volontà di resistere e di sacrificarsi per un periodo di tempo che an­che la scarsa capacità popolare di previsione storica riesce, con una certa approssimazione, a commisura­re; esse non pos­sono essere valutate, e quindi assunte come sostegno della volontà storica per il periodo della creazione ri­voluzionaria e della fondazione della società nuova, quando sarà impossibile fissare ogni limite temporale nella resistenza e nel sacrifi­cio, poiché il nemico da combattere non sarà più fuori del proletariato, non sarà più una potenza fisica esterna limitata e controllabile, ma sarà nel proletariato stesso, nella sua ignoranza, nella sua pigrizia, nella sua massiccia impenetrabilità alle rapide intuizioni, quando la dialettica della lotta delle classi si sarà interiorizzata e in ogni coscienza l’uomo nuovo dovrà, in ogni atto, com­battere il “bor­ghese” agli agguati» (Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, anno II, n. 15, 4 set­tembre 1920).
[2] «Ah se mi fossi scoperta così / come ora a vent’anni! / Se migliaia di giovani avessero allora / pen­sato più che cantare, / pensato più che sperare, / pensato più che decidere subito / per i tempi dei tempi, / forse il dono sarebbe venuto, / con semplici mani, / da tutti i giorni, / a questo appun­tamento modesto / di vivere oggi, / non domani.» (Serata con gli amici, in Il borghese …, cit., p. 19, vv. 72-85).
[3] In morte di Cesare Pavese (a 11 anni dalla sua scomparsa), in Il borghese …, cit., p. 34, vv. 18-19.
[4] Serata con gli amici, in Il borghese…, cit., p. 17, vv. 12-14.
[5] Poche parole, in Il borghese …, cit., pp. 57-58.
[6] La fuliggine, in Il borghese …, cit., p. 79.
[7] Così la definirà Bianca Tarozzi nella prefazione a Lampada, Edizioni La Press, 1990, pp. 9-12.
[8] Duplicità, in Lampada, cit., p. 66, vv. 26-28.
[9] Emblematicamente intitolata Vangelo non “secondo…”.
[10] Condizione ‘laica’, quella della Rizzo, che forse si avvale della profonda e attenta lettura e as­simila­zione di Simone Weil, della quale sembrano echeggiare frasi tratte dalla Lettera a un reli­gioso.
[11] Una donna stava in ginocchio, in Lampada, cit., p. 63, vv. 18-20.
[12] Cfr. Lampada, cit., p. 70. È forse da ritenersi sintomatica la dedica della poesia che affronta il tema della verità a Simone Weil.
[13] Lampada, in Lampada, cit., p. 17.
[14] Non inquietarti con me, in Lampada, cit., p. 41.
[15] Il tuo amore per me, in Lampada, cit., p. 42.

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Luigia Rizzo Pagnin è nata a Venezia, dov’è vissuta fino al 1962. Il suo impegno civile, si può dire, inizia durante la seconda guerra mondiale, ancora ragazza. Subito dopo la Liberazione è tra le prime donne in città ad attivarsi tra le fila dei militanti comunisti, in un ambiente predominato dagli uomini. Come tante veneziane e veneziani si è trasferita a Mestre (1962), e qui ancora vive. Insegnante di scuola elementare, dal 1976 al 1985 è stata Assessore all’Istruzione e alla Cultura nella Provincia di Venezia. Nel 1964 ha pubblicato per le Edizioni del Rinoceronte la prima raccolta di poesie, che s’intitola, da uno scritto di Gramsci, Il borghese agli agguati (riedita nel 1985 per il Centro Internazionale della Grafica di Venezia, con l’inserimento di due nuove raccolte: Le chitarre elettriche e Potere operaio. Prefazione di Marino Berengo); nel 1973 l’Unione Donne Italiane ha pubblicato Una tensione che dura (d’ispirazione femminista). La raccolta Lampada, accompagnata da una preziosa Prefazione di Bianca Tarozzi, è stata pubblicata nel 1990 (Edizioni La PRESS). Del 2004 è la raccolta Acqua Donna Poesia; mentre di quest’anno è la raccolta in dialetto veneziano L’oro del pensar, introdotta da una nota di Silvana Tamiozzo Goldmann. Le due ultime raccolte sono state pubblicate dal Centro Internazionale della Grafica di Venezia.

Bianca Tarozzi – La signora di porcellana

Bianca Tarozzi – La signora di porcellana – Di felice edizioni 2012

“Lo straccetto che avevo ricamato / a punto nodo – un nodo troppo stretto – / fu restaurato da mia madre e comparve / alla mostra scolastica, perfetto. // Era celeste e aveva un pizzo intorno / e dentro ricamate in bel rilievo / le spirali di un fiore – più che vero / l’intrico, il suo mistero.” Una narrazione in versi, che convince, una storia che sta in piedi dall’inizio alla fine. Anche in questo libro, La signora di porcellana, Bianca Tarozzi conferma, oltre allo straordinario talento poetico, anche la tenuta sulla lunga distanza, così com’era accaduto già per Il teatro vivente (ed. Scheiwiller  2007). La vita è la protagonista. Raccontata dall’infanzia, la forza e la spensieratezza dei bambini. Da lì, da quel tempo lontano Tarozzi apre i cassetti e tira fuori i ricordi: volti, nomi, istanti, gesti, cose. Storie che si ricompongono su carta attraverso la splendida andatura dei versi, riconsegnandoci in questo presente un passato tangibile mai troppo distante. Nel teatro della poetessa, proprio come su un palcoscenico, entrano, di volta in volta, in scena i personaggi, si dispongono gli oggetti, si cambiano gli arredi. “ Dietro la tenda rossa / uno stanzino: / un gatto / addormentato nella cesta, / le scale strette, senza una finestra, / due porte in alto: / sbarrata quella a destra. / Se sollevi la spranga / e apri la porta / irrompe il cielo nella scala smorta.” Colpiscono la profondità di sguardo, il pensiero limpido, l’attenzione alla metrica che comunque non appare mai una forzatura, la capacità di conservare leggerezza e ironia anche quando si toccano temi più difficile (la guerra, la malattia). Bianca Tarozzi è saggia e sa che la poesia può dire tutto. Ai più bravi come lei riesce a raccontare molto anche con quello che si lascia fuori. Quello che rimane fuori è lo spazio concesso al lettore, il campo dove ciascuno possa intravedere qualcosa di sé, qualcosa di più. In queste poesie convivono la bambina e la nonna. Soprattutto c’è la donna che ha saputo farsi carico della vita, la donna che sa guardare con disincanto alla possibilità di separarsene. “Mia cara malattia, / alibi ricercato, / spossatezza / che mi accompagna, / mio caro nemico, / strana creatura / che mi cresci a lato / e che mia avrai, ventura / avventurosa, / spirito tentatore, / giustiziere, / mio piacere accidioso / mia parola / presente, preziosa, / assassina, maliosa, / che mi assali / vicina, mia tediosa, / prova del nove, / mia dimostrazione, /  fragile opposizione / io ti propongo; / appiccicata pongo / la vernice indelebile / sul mio stato frangibile. / Mia felice avversaria, / vittoriosa, / amica inseparabile, / riottosa, / che vuol essere me, / non io te. / Vincitrice sicura, / amica infida, / tu mia nemica / amatissima vita, / ahi, perigliosa / e prodigiosa cosa / mai sopita.” La lingua usata è fresca di rara efficacia, impreziosita dalle iniezioni di vitamina angloamericana, di cui  Bianca Tarozzi è formidabile traduttrice. Un  grande libro per la collana di poesia di De Felice, piccola e seria casa editrice, e ulteriore conferma del talento di una delle più grandi poetesse italiane viventi.

Gianni Montieri

La televisione di Dio – Jozefina Dautbegovic

Vi chiedo soltanto di leggerla, di leggere questa poetessa  (gianni montieri)

“Ho conosciuto Jozefina Dautbegovic a Trieste nel 2005, l’ho sentita leggere le sue poesie in italiano e nella lingua originale. A tutti gli amici ho voluto far conoscere questi testi perché ne fossero coinvolti e incantati quanto lo ero io. Con jozefina ci scambiavamo regali e brevi messaggi e c’era tra di noi un affetto che superava le difficoltà linguistiche. Ho desiderato imparare la sua lingua per poter leggere quelle sue poesie nell’originale ma anche così, come avviene per i veri poeti, le sue parole attraversano le barriere delle lingue e vanno a segno come frecce lanciate da un arciere infallibile. Come ha detto Cioran, “La vera poesia comincia al di là della poesia; e questo vale anche per la filosofia, per ogni cosa.”Jozefina andava appunto al di là: per questo la sua poesia, che va al di là di ciò che ci si aspetta dalla poesia, resterà sempre con noi.”

Bianca Tarozzi (introduzione a “la televisione di dio” di Jozefina Dautbegovic  ed. Cicero – Venezia – novembre 2009).

IL TRUCCO I

.

Quello che si vede non è il trucco

per riguardo ho messo solo un impiastro

per attenuare le cicatrici

che di regola offendono maggiormente

colui che guarda.

*********************************

IL TRUCCO II

.

Il viso spoglio solo è trascurato

Sempre proteso verso tutte

le sciagure obbligato a mandare messaggi

a ricevere schiaffi

.

Il corpo avvolto negli abiti non è proprio un sostegno

logistico sicuro

Spesso si spoglia

Mentre il viso brucia la gamba destra spensieratamente

dondola

.

accavallata sulla sinistra

Una mano riposa sul bracciolo

mentre l’altra sgualcisce un fazzoletto invisibile nella tasca

Le spalle si alzano e si stringono

.

separato da tutto tramite il collo simile a un ponte sospeso

il viso è solo e indifeso

Il collo non si degna nemmeno di girarsi

e proteggere per un attimo il viso

.

Esso come autodifesa ha alcune possibilità

chiudere gli occhi trattenere dolorosamente le lacrime

e come ultima risorsa

fare le linguacce

.

il corpo è protetto dagli indumenti

il viso è nudo e solo

bisogna truccarlo

.

merita l’illusione.

*****************************

IL TRUCCO

.

Da molti anni

mi trucco con costanza la faccia

per assomigliare

alle facce dei concittadini

.

Davanti allo specchio esercito

la modulazione l’articolazione

scelgo le parole

spunto i capelli

provo pettinature

.

Parole amare di significato complesso

dico a me stessa

dopo di che con le mani

copro lo specchio.

*****************************

E’ COME SE STESSIMO

CON I PIEDI BEN PIANTATI PER TERRA

.

E’ come se stessimo con i piedi ben piantati per terra

mentre essa è dimostrato non poggia su niente

ruota su se stessa nel nulla

La sorreggono soltanto leggi di gravità poco attendibili

e altre ancora più incerte di cui non m’intendo

ma so con certezza che sono come tutte le altre leggi

sono pensate per limitare la libertà e assicurare

una pace apparente

.

E’ come se stessimo con i piedi ben piantati per terra

da tempo ormai per le nostre teste non c’è più speranza

stanno sospese tutte insieme

ma in diverse galassie

e forse proprio adesso che lo scrivo

tu sei a testa in giù

rispetto al mio emisfero

e non puoi leggere nemmeno una riga.

.

.

Jozefina Dautbegovic  (1948 – 2008)