La poesia come oggetto di realtà
Rubrica a cura
di Annachiara Atzei
La poesia è oggetto di realtà. È una presenza concreta. Non solo per il fatto che dal reale è attraversata, ma perché ne costituisce una parte: lo concepisce, lo costruisce, lo rende vero. È questa la percezione nel leggere le raccolte in concorso al Premio Strega Poesia 2026.
Carmen Gallo con Procne machine (Einaudi), Federico Italiano con Godzilla e altre poesie (Guanda), Isabella Leardini con Maniere nere (Mondadori), Fabrizio Lombardo con La linea spezzata (Donzelli) e Vincenzo Ostuni con Faldone (Il Saggiatore) hanno il merito di trattare i versi come si edifica una casa: ideano un progetto, lo mettono su carta e lasciano che la realtà venga fuori, si mostri allo sguardo, si saldi con ciò che c’è intorno. Cosa di più importante è richiesto alla poesia se non ipotizzare un altrove che qui si concretizzi, permanga, rilasci valore e senso? Ed è proprio in quel momento, nell’attimo in cui la parola si posa sulla pagina – una dopo l’altra, riga su riga – che muore per far nascere qualcosa: un’idea, uno sguardo altro, un mondo nuovo. Il resto, lo fa chi legge – chi è chiamato ad abitare la poesia – quella casa che il poeta ha realizzato: ne occupa lo spazio, lo amplia, lo dispone secondo le proprie esigenze, aggiunge realtà alla realtà.
Ecco qual è il filo – o almeno uno dei fili – neppure troppo sottile che unisce le opere in gara quest’anno allo Strega: puntare alla permanenza (intesa come presenza oggettiva) – del dire, dell’agire attraverso la scrittura, come modi della realtà – con il solo e apparentemente impalpabile mezzo della parola. Ciascun libro è un microcosmo – una cellula di questo presente sempre più spesso indesiderato e persino rifiutato – che si muove, con successioni di inaspettata intensità, tra il passato e l’adesso, toccando i temi di un’attualità scottante, che la poesia contemporanea mai ignora, semmai il contrario. Penso alla violenza come fatto quasi ammesso, al mostruoso e l’abnormità di avvenimenti che da sempre si sono preannunciati come catastrofici, e poi a una certa disillusione politica o civile che procede tuttavia di pari passo alla speranza negli esiti rivoluzionari dei nostri tempi. E poi penso alla “vita non afferrata” delle donne, quello spazio cavo dentro di loro e intorno al quale ostinatamente trovano la maniera (ciascuna la propria) di originare vita. Ma mi viene in mente anche l’idea – affatto scontata – secondo cui certe questioni sociali e ideologiche non riguardano soltanto la sfera pubblica ma si riversano nelle vite di ciascuno, modificando il modo di stare insieme agli altri e perfino di amare.
Ciascuno degli autori, intervistati intorno alla loro raccolta – attingendo all’esperienza personale, al sentimento, al tempo e al desiderio – ci ha raccontato quale sia, secondo la propria sensibilità, il legame tra la poesia e il mondo.

Vincenzo Ostuni tenta di fare un lavoro di allargamento di ciò che si può dire in poesia, che possa coincidere con i vastissimi ambiti della conoscenza umana. La scrittura avvera sé stessa, come se chi scrive avesse la capacità di cambiare qualcosa, di criticare la realtà e, per ciò stesso, di ripensarla e ricrearla dal principio, aggiungerla all’esistente, moltiplicarne la presenza. Questa aspirazione al cambiamento è condizione dello scrivere ma, prima di tutto, presupposto dello stare al mondo, prodigandosi fattivamente per rivederlo e dilatarlo.
Carmen Gallo rilegge attraverso il mito il concetto di paura: paura che prevalga la legge del più forte o che l’aggressività diffusa sia l’unico modo di essere dell’esistenza. Paura che non ci sia nessun altro mondo possibile. Eppure, spiega l’autrice napoletana, la poesia ha la capacità di immaginare una società ancora attuabile e, per questo, diventare un importante strumento politico. Cita Amelia Rosselli quando afferma che: “Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo”, e, da lì, prova a rivederlo e a dargli vita.
Per Federico Italiano: La poesia è quanto di più aderente alla realtà. Vi penetra vivendola appieno e facendone esperienza – e, così, consentendo al lettore di farla a sua volta – vi interviene per fare in modo che sì instauri un rapporto tra i soggetti e il mondo: prende le misure dell’universo pur senza mai privarlo del suo mistero.
Isabella Leardini affronta il tema della generatività (e del suo contrario). La poesia, in particolare, ha una capacità generativa altra, che si affianca a quella biologica. E spinge la sua riflessione ancora oltre: il poeta lascia vita nella scrittura – la deposita lì affinché le pagine la custodiscano. Dall’opera, quindi, scaturisce una potente energia – concreta, tangibile – un’eredità che diventa di tutti e, per questo, ancor più significativa.
Infine, Fabrizio Lombardo: il suo è un complesso discorso amoroso nei confronti della parola – verso la quale provare gratitudine e diffidenza al contempo. Quando si scrive – racconta – ci si approssima alla parola esatta, alla parola che sia più adatta a ciò che si vuole dire e, d’altra parte, continuamente si è costretti a prendere atto che quella parola sfugge e che le cose sembrano rimanere distanti o, perfino, non esistere. La poesia nasce dal desiderio di nominare ciò che ci attraversa e di dargli vita qui e ora. Fuori dal silenzio, fuori dall’oblio, la fatica di chi scrive è quella di cercare un senso, cioè quella di concretizzare un mondo, anche se incompiuto o precario, mai definitivo (le parole e il silenzio sono in relazione reciproca, come per Emily Dickinson: “La parola è un sintomo di affetto/ e il silenzio un altro”).
Insomma, ciascuno di questi libri è un contributo alla costruzione di un nuovo pensiero (che sia anche corale) – civile e politico allo stesso tempo – che passa – è necessario precisarlo – prima di tutto, dalla ricostruzione della memoria. Da lì, muove il passo per tracciare le linee di una umanità nuova. Autentica. Dice Antonio Prete in Trattato della lontananza: “La poesia mostra il vuoto di senso e il tragico, e allo stesso tempo accenna, con la solidarietà tra ritmo e immagine, tra pensiero e immaginazione, a un mondo che è al di là del vuoto e del tragico: un mondo forse impossibile, ma almeno, intanto, evocato, un mondo che diventa, nella sua assenza, un sogno. Punto estremo di osservazione del dolore. Linea di un’alterità.”
Ed è proprio ciò che succede qui. L’abilità di questi poeti (come di ogni poeta) è quella di comunicare la propria emozione, il proprio stupore e ciò che li muove di fronte all’inaspettato, al fatale e perfino alla drammaticità del quotidiano. Quella realtà, non solo la descrivono, ma la formano. Tra tutti gli oggetti più consueti e indispensabili creati dall’uomo – scrive Francis Ponge ne Il sapone – “tra tutti quelli che usiamo senza rendercene conto, assieme al pane, al sapone e all’elettricità ci sono anche le parole e le figure del linguaggio: e subito salterà all’occhio che i veri fabbricanti di questi oggetti sono gli scrittori, i poeti”. Ai lettori – i pochi-molti che leggono poesie, come li definiva Octavio Paz – non resta che meravigliarsi insieme ad essi, non resta che immaginare, attraversare il limite, ridefinirlo, continuare a interrogarsi con loro.
Il calendario ufficiale
In attesa dell’assegnazione del premio, che avverrà nel corso della cerimonia in programma a Roma il 13 ottobre 2026, Poetarum Silva accompagnerà le settimane che precedono l’annuncio con una serie di approfondimenti speciali dedicati al Premio e con le interviste ai cinque autori finalisti.
L’11 settembre inizieremo con Vincenzo Ostuni (Faldone, Il Saggiatore);
Il 14 settembre sarà la volta di Carmen Gallo (Procne machine, Einaudi);
Il 21 settembre dialogheremo con Federico Italiano (Godzilla e altre poesie, Guanda);
Il 28 settembre a raccontarsi sarà Isabella Leardini (Maniere nere, Mondadori);
Il 5 ottobre chiuderemo con le parole di Fabrizio Lombardo (La linea spezzata, Donzelli).

In copertina: Gli autori e le autrici delle cinquina al Salone del Libro di Torino 2026

