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Si possono dire parole sotto lo zero?

Di Giammarco di Biase


Si possono dire parole sotto lo zero? Quando l’acqua è pronta ad irrigidirsi? La comunicazione immagino si compia nei gesti, importanti per tracciare una strada, per dare delle direttive.
Elena Mearini con Sottozero (Marco Saya Edizioni) trova la sua temperatura, tra le braccia assiderate della sua opera più matura. Ho letto la sua silloge con l’idea di un ghiaccio che mi facesse da schermo come se noi, i lettori, fossimo tutti morti sbiancati e allo stesso tempo sopravvissuti al di sotto di una coltre di neve. Ad un certo punto voglio proprio sfondarla, voglio ritrovare il mio respiro. Insomma, si può scrivere poesia sottozero? E cosa significa in fin dei conti? Lacan direbbe che “l’eccesso contiene una colpa”. Se si legge Elena la si vede al freddo di un pontile (noi sempre guardiani del suo sentire sotto il palco, il parco congelato). A volte riceve mani, c’è un anche una tattilità di altri personaggi che forse l’accompagnano o forse no in questo
fiato corretto.
Ecco, ci siamo! La poesia della Mearini, tornando a Lacan, è una poesia che non possiede una colpa. A differenza di migliaia di poeti (chiamiamoli così) che tendono all’accesso della parola, al suo acrobatismo, grazie anche alla preziosa curatela di Antonio Bux questo diventa del tutto impossibile.

 



Sottozero
è senza colpa d’eccesso perché se si può scrivere poesia quindi se la poesia la si può parlare ( la poesia scritta è pur sempre un parlato, un dire con la voce anche sotto una tormenta – ce lo insegna Omero che aveva il mare) è anche vero che va scritta in funzione di una misura. Quel grado quasi aritmetico nella poetica quasi scientifico è un grado che raffredda il verso quasi con lo stesso termometro della fiamma. Sempre Lacan direte, ma come non si può scomporre un morto incredibile per parlare della poesia matura della Mearini? I versi mearinici sono testimoni di un grande lavaggio, di una grande centrifuga, di un’elaborazione intellettuale forzuta e corpulenta per arrivare alla magrezza, all’osso.


Osso, neve, siamo da quelle parti, dalle parti dell’essenziale: lo dice un grande poeta francese:
“La neve calpestata è l’unica rosa”.


Ho letto l’opera mearinica tutta d’un fiato e ammetto che succeda con tutti i libri (mi scuso in tempo con la Mearini) ma quello che lasciano i suoi quasi-distici, sempre corrotti e personalissimi, quello che lascia sulla bocca la neve è crudo come una ferita sul gesso di un freddo potente. Quando mai la parola è stata così importante? Quando è stata così tanto precisa? Si rischia il componimento algido, senza divisività. Un compitino di bellezza senza acredine. Sottozero invece è un libro mai composto, la temperatura è forse nel contesto e nel titolo, nella scioglievolezza delle parole dopo il sole, ma non è mai tutto qui. Perché tutti i fossili (noi lettori) sotto la neve battiamo con un cuore. Elena cacciaci fuori di qui, lasciaci andare via! Questo libro è una lezione dopo una forte convalescenza (chissà quale, non mi intendo della vita privata della poeta). Sicuramente è una lezione per gli altri poeti acerbi che vogliono strutturarsi, un manuale comprensivo di tutto quello che nella prosodia è utile. Se qui dentro non c’è scritto qualcosa, in Sottozero, è da buttare. Perché oltre a essere una brava poeta Elena Mearini è anche una grande insegnante. Sottozero, ecco, lei ci sta dicendo, con la sua determinatezza e prontezza, è come per tutti un partire da queste parole magistrali ma soprattutto didattiche e manuali. Presunzione, vanagloria. Ma no, certo che no. Le lezioni e le poesie di Elena sono prima di tutto un suo modo di espiare.
Poi, ancora e per sempre, un modo di fare gruppo e scuola.

 


Sottozero, poesie scelte

 

 

Ho sempre parlato
o disegnato la carta

da cui trarre
un’iniziale di madre

ho parlato a te
ho parlato dal margine

che a te mi unisce
del margine

che da te mi separa 

 

****

Sul pontile a contare
le onde di un tempo

per niente divino

tu tutto terrestre
le tue mani giunte a pregare

eravamo boe
nel mare scomparso

 

****

Eravamo scudo
tra i fiori smagriti

e parole di marmo mentre tu
mi abbattevi la croce

 

****

Sai che l’occhio consuma
ogni cosa che dura

così avanzi

a colpi di sonno sperando
di ritardare le ceneri


 

Elena Mearini si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo Trecentosessanta gradi di rabbia, (Excelsior 1881) con cui vince il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”; nel 2011 pubblica Undicesimo comandamento (Perdisa pop) con cui vince il premio Speciale UNICAM – Università di Camerino e il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”. Nel 2015 pubblica il romanzo A testa in giù(Morellini editore) e firma due raccolte di poesie: Dilemma di una bottiglia (Forme Libere editore) e Per silenzio e voce (Marco Saya editore). Nel 2016 esce Bianca da morire (Cairo Editore).
Nel 2023 il suo romanzo Corpo a corpo (Arkadia) viene Presentato al Premio Strega da Ilaria Catastini.

 


In copertina: Sculture di ghiaccio by Néle Azevedo


 

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