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Infinite quest – Difendere l’attrito, senza addomesticare: dialogo con Riccardo Frolloni

A volte è meglio che io non guardi tutti i file incasinati che ho qui sul pc; c’è una cartella in particolare, chiamata ‘Accozzaglie’, che ormai è un’entità a sé, la percepisco come un alveare e ho detto tutto dal momento che soffro di tripofobia.
In realtà è solo l’ennesimo deposito digitale di vecchi slanci che credevo versioni possibili di una storia. Ma le storie, nella mia testa che pensa per immagini, mutano forma (e morale) continuamente e non ho sempre un lessico disponibile per descrivere quanto fiato e sudore perdo nel tentativo di provare a raggiungerle con qualcosa che non sia solo il pensiero astratto.

Ed è da qui che comincia l’intervista di oggi, a Riccardo Frolloni.

A lui, in questo episodio di Infinite quest, ho chiesto dove finisca l’alveare e dove inizi la responsabilità della forma. Abbiamo parlato di dolore e controllo, di pubblicazione non come chiusura ma come assunzione di responsabilità.
Siamo passati poi alla tensione che resta, nel tempo, dentro una scrittura: non le influenze che cambiano, ma uno sguardo che ritorna. Alla doppia posizione del poeta-editore, allo scouting come riconoscimento di una necessità formale, alla difesa di un’opacità consapevole in un sistema che chiede velocità e consumo.
E infine il punto più scoperto: la poesia e il mercato, la fiducia come infrastruttura culturale, il laboratorio come unico vero luogo di crescita prima di qualsiasi illusoria vetrina…

 


Una rubrica a cura di Giulia Bocchio



Giulia Bocchio:
Riccardo ben trovato. Vorrei cominciare da qui, dai file incasinati che abbiamo nel pc. A volte li penso come alveari, archivi brulicanti, stratificazioni di bozze, scarti, ritorni, materiali che non cercano subito una forma definitiva. Per chi scrive (anche) poesia, dentro questi depositi digitali c’è qualcosa che ribolle senza mai dichiararsi del tutto. Le simbologie del verso, infatti, non funzionano come un lessico disponibile, a differenza della narrativa non sempre obbediscono a una progressione del tutto coerente, non si offrono come senso immediato. Penso alla scrittura poetica come a un processo, non a un risultato. Poi però nella testa – e nell’ego, ammettiamolo – il pensiero si sposta al mondo editoriale. Inevitabile momento che invece chiede l’opposto, ovvero selezione, fissazione, forma conclusa. 
Dove finisce, per te, il ribollire dell’alveare e dove comincia la responsabilità di dare al testo una casa pubblica?


Riccardo Frolloni: Per me l’alveare è una forma vitale e caotica, che non riesco a concepire come opera, è la matrice dell’opera che diverrà. Nel ribollire digitale cerco il lavoro di montaggio, che non è ancora diventato. La mia è tutta una ricerca di direzione di significato. Si può parlare anche di responsabilità, quando quel lavorìo smette di essere mio e diventa assumibile, cioè quando capisco che la forma non serve a chiudere, ma a rendere condivisibile ciò che altrimenti resterebbe troppo informe, incomprensibile. In corpo striato, ad esempio, la questione sul come costruire una narrazione accoglibile attorno a una morte privata, evitando quindi di ridurla patema lirico. Finzione, montaggio, ritmo, controllo demiurgico, non abbellire, ma per puntellare, per impedire che il dolore fosse solo un collasso, e per evitare che la vera storia venisse ridotta a una poesia. È un passaggio etico prima che estetico, non esporre la ferita per un facile compianto, ma che possa risuonare nelle cose, nella vita, essere altro. Pertanto l’alveare finisce dove trovo la direzione di ciò che voglio dire e comincio a scegliere per consegnare. La pubblicazione è la presa di responsabilità di quella consegna.

G.B.: Da poeta, rileggendo i tuoi testi a distanza di tempo, cosa ti appare davvero come irriducibilmente tuo? Ti riconosci o le poesie che hai scritto sono vecchie versioni di altrettanto vecchie forme, ossessioni, influenze, estetiche…

R.F.: Mi riconosco, soprattutto in una tensione che torna, anche quando cambiano superficie e strumenti, cambiano le forme, il tono della voce, ma la tensione dello sguardo inizio a riconoscermela, in fondo, stiamo parlando del verso, del mio verso. E poi mi sembra che il tema centrale della mia poesia sia la mancanza di parola, non una vecchia ossessione, ma una presa di coscienza. Le influenze certo che cambiano, si evolvono, ma qui parliamo di strumenti, se ne acquisiscono nuovi, se ne perdono vecchi; alcune estetiche passano, come anche gli anni, i capelli, certe illusioni invece tornano, ritornano inaspettate, altre si dimenticano; questo non è controllabile, ed è un bene.

G.B.: La figura del poeta-editore, o del poeta che lavora stabilmente dentro l’editoria, vive spesso una posizione di doppia appartenenza, insieme interna e critica; in questo equilibrio delicato, che senso assume oggi la parola scouting, e dove riescono ancora a emergere (se riescono, perché non è affare scontato) le voci meno allineate, quelle più laterali, che faticano a entrare nei circuiti già consolidati?

R.F.: Per me scouting non è trovare il nuovo, né intercettare ciò che è già pronto a circolare, ma riconoscere una necessità formale, capire quando una voce non sta semplicemente scrivendo testi, ma sta costruendo un progetto, un campo di forze, un modo di organizzare tempo, materia, libro. Per forza di cose le voci “laterali” mi attraggono, ma raramente entrano nei circuiti da sole, devono incontrare un contesto che non le trasformi in un prodotto, cioè una cosa che nasce e muore in sé. In questo senso credo che “la doppia posizione” aiuta, contro la normalizzazione, per proteggerne l’attrito, per costruire condizioni di leggibilità senza addomesticamento. I libri che non rispettano le aspettative di genere, che necessitano di tempi lunghi, sono quelli che danno senso allo scouting, è un lavoro di fiducia e di pazienza, assumersi il rischio.


G.B.: Per la collana Obtortocollo di I&L  hai spesso lavorato su una poesia che mette in crisi il linguaggio poetico stesso e selezionato autrici e autori molto diversi fra loro, eppure accomunati da un’imprendibilità molto magnetica.
Quanto conta, per te, in veste di curatore, difendere un’opacità consapevole, se la chiarezza rischia di coincidere non con la precisione ma con una semplificazione del pensiero e dell’esperienza?

R.F.: La chiarezza è democrazia, ma una certa richiesta di chiarezza può coincidere con una richiesta di velocità, capire, consumare, passare oltre. La poesia che mi interessa è quella che rompe tale economia, non perché ontologicamente difficile, ma perché precisa, in un modo non comprimibile. L’opacità che difendo non è oscurità di prestigio, ma forma di fedeltà a un’esperienza che non si lascia tradurre in un messaggio unico, a una lingua che porta dentro attriti, residui, cortocircuiti. In questo senso “opaco” può essere più onesto di “chiaro”. Da curatore, difendere quell’opacità significa difendere il diritto del testo a non essere subito riassunto, e il diritto del lettore a un tempo diverso. E significa anche riconoscere che certe scritture magnetiche funzionano proprio perché non si fanno possedere: mettono in crisi il linguaggio poetico quando mostrano i suoi automatismi, quando non accettano l’idea che poesia equivalga a un certo tono o a una certa retorica.

 

Riccardo Frolloni

 

G.B.: Il refrain della poesia che non ha mercato lo conosciamo un po’ tutti. C’è del vero in questa affermazione, c’è anche una certa saturazione di proposte del tutto dimenticabili, ma se oggi un editore di poesia dovesse fallire, sarebbe davvero solo per mancanza di lettori, o piuttosto per una crisi di visione, per l’incapacità di articolare un progetto culturale che sappia ancora rendere credibile l’esistenza di un catalogo?

R.F.: È una domanda complicatissima. Dire che mancano lettori è spesso un alibi, ma certamente esiste un problema di numeri e di saturazione, con moltissima produzione dimenticabile. Credo che un editore di poesia possa reggere soprattutto se riesce a rendere credibile un catalogo, cioè se costruisce una fiducia nel tempo, a partire dalla bolla dei poeti, per spingersi poi sempre un po’ oltre. La poesia non si compra come un bene occasionale e si compra perché credi che quell’editore stia lavorando su un’idea di lingua e di mondo. Potrebbe aiutare la creazione di un ecosistema che parta dalla cura del libro come oggetto, e poi passi per la continuità, ma anche che lavori per una tessitura di relazioni con le scuole, e poi ci sono le riviste, le associazioni, i festival, e le librerie indipendenti, che diventi insomma un progetto culturale che non sia solo pubblicazione ma senso di durata. Siamo orfani di fiducia, come sarebbe bella una grande collana di poesia di cui fidarci pienamente? Non la compreremmo?


G.B.: Chi leggi quando leggi poesia? 

R.F.: Mi attraggono i libri-organismo, mi interessa chi lavora sul tempo, mi piace la poesia che muove. Leggo tanta poesia straniera, ne invidio certe felici libertà espressive, quelle senza compiacimenti. Mi piace la poesia che mi torna in mente, in continuazione, mi aiuta nella costruzione di uno sguardo, mi dona un nuovo ordine di parole. Quindi leggo anche per correggermi, per non restare dentro il mio automatismo, opere che mi obblighino a cambiare passo. In questo momento ho ripreso con alcune incredibili autrici canadesi come Karen Solie.


G.B.: Tra i nostri lettori, ci sono molti poeti e poete, persone giovanissime che spesso ci scrivono proponendoci versi, progetti embrionali, sillogi del futuro. A chi si trova in questa fase di esposizione ancora molto acerba, cosa diresti oggi sul tempo della scrittura, sull’attesa e sulla necessità di non affrettare per forza di cose la pubblicazione come forma di legittimazione?

R.F.: Racconterei un po’ della mia storiella, di come il laboratorio sia divenuta una filosofia di vita e di quanto ho sbagliato prima di comprenderne l’importanza. Per laboratorio intendo il confronto costante, minuzioso, orizzontale, spassionato, maieutico, con un gruppo di persone di fiducia, capaci di dire la verità sul testo, sul suo significato profondo e che possano aiutarti nel trovare la (tua) giusta posa, il (tuo) verso. La vetrina è inutile, completamente, pubblicare un libro senza prima il laboratorio è, quasi sempre, inutile, una sorta di soliloquio, per non dire onanismo. La pubblicazione come prova di esistenza è una trappola. Non si vince nulla, neanche la fama, la gloria o idiozie simili. La pubblicazione è solo l’ultimo tassello, nemmeno il più importante, essendo relativamente facile pubblicare un libro dimenticabile. L’ordine dei problemi potrebbe essere, semplificando: avere qualcosa da dire, e che sia rilevante, sapere come dirlo e riuscire a farlo, farlo leggere, ricevere pareri, confrontarsi con questi, filtrare senza superbia e senza arroganza, rimetterci mano, aggiungere e togliere, lasciare sedimentare, rileggere, rifinire, e poi forse pensare alla pubblicazione, che significa altri dialoghi, altro confronto, ancora rete. 




Riccardo Frolloni nasce nel 1993 a Macerata. Laureato in Italianistica presso l’Università di Bologna, pubblica Corpo striato (Industria & Letteratura 2021; Premio PordenoneLegge – I Poeti di Vent’anni; Premio Versante Ripido) e Amigdala (Nino Aragno Editore 2024). Insieme all’artista Giulio Zanet ha pubblicato il libro d’arte Claustro (Edizioni Gei 2021). Nel 2022 è stato ospite come autore al Festival Internacional de Poesia de Rosario (Argentina) e al progetto “L’italiano dei Poeti” presso l’Università di Vilnius (Lituania). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison (‘roundmidnight edizioni 2018), Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021) e Tre poesie di Hannah Sullivan (Crocetti 2026). È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Scrive per la rivista musicale Impatto Sonoro e ha fondato l’associazione Lo Spazio Letterario.
Insegna italiano e latino nei licei.


In copertina: Lucas Cranach il Vecchio, Cupido si lamenta con Venere per le punture delle api, 1526-1527


 

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