Di Annachiara Atzei
Oche selvatiche
come piccole onde
via via lontane
Abe Midorio, in Haiku al femminile
*
“Gli haiku saettano come smussate freccioline che ci vengono da un mondo simile a quello di Alice, ma dotato di una sottile, intricata coerenza che non è soltanto il rovescio dello specchio delle nostre coerenze”
Andrea Zanzotto, Cento haiku

Chiunque abbia avuto la fortuna di ritrovarsi tra le mani un libro di haiku sa bene di non poterlo più abbandonare. C’è qualcosa di indefinito nella poesia giapponese: come un volo, un battito impercettibile che mette in relazione chi legge con ciò che c’è intorno, col cosmo, con l’istante. In appena diciassette sillabe. Una sorta di accurata parsimonia verbale, che tuttavia, attraverso la mera descrizione, suggerisce la magnificenza degli scenari, la loro verità e realtà. Tanto che, della poesia orientale, si sottolinea spesso la comunanza con la pittura, come se entrambe avessero la stessa essenza. Contro uno sfondo appena accennato, l’io scompare per lasciare posto all’oggetto nella sua precisione e perfezione. Così, soprattutto nei componimenti tradizionali, prendono vita le piccole cose che scorgiamo in natura: un fiore, un albero, un uccello… E in questa apparente staticità dell’attimo, l’impermanenza e l’eternità avvolgono tutto.
Se è vero che Matsuo Bashō è considerato il maestro di questa forma compositiva che si afferma nel XVII secolo, e che a lui seguono nomi importanti e molto conosciuti come Buson, Issa o Shiki, non può negarsi che la letteratura giapponese è profondamente indebitata con la figura femminile.
Le donne, infatti, sono state presenti nel mondo delle lettere fin dai suoi inizi. A questo tema ci introduce Haiku al femminile, la raccolta curata da Cristina Banella (specialista in studio e traduzione dello haiku) per Einaudi, in cui possiamo scoprire le più importanti autrici di haiku del Novecento (di ciascuna delle quali il libro contiene la scheda biografica). È in questo periodo di grande cambiamento sociale, seguito all’impatto con il mondo occidentale a causa della guerra nel Pacifico, che le donne vedono cambiare la loro condizione, uscendo definitivamente dall’ombra per imporsi come scrittrici. Chi favorisce che ciò accada è Takahama Kyoshi, poeta conservatore dello stile tradizionale dello haiku, che nel 1913 aprì la rivista Hototogisu, da lui diretta, alla partecipazione femminile.
Da lì in poi cambia tutto, le donne abbandonano la diaristica e la poesia waka (composta da cinque versi di trentuno sillabe totali), mentre l’universo dello haiku smette di essere appannaggio degli uomini e una diversa sensibilità invade i versi, come esito di uno altro atteggiamento e di un altro modo di concepire la scrittura. Le donne introducono nuovi temi e nuove situazioni che trovano ragione nella quotidianità e nello stile di vita loro imposto dalla società dell’epoca. Cominciano a comparire gli oggetti legati allo spazio fisico della cucina e della casa e al lavoro domestico, come taglieri, coltelli o pentole. E con il tempo, questi soggetti – pur assai diversi rispetto agli elementi che caratterizzano gli haiku dei periodi precedenti – vengono pienamente accettati e sanciti dalla norma: diventano dei kigo, i termini che in questo genere di componimenti individuano la stagione, essenziale riferimento temporale all’interno di ogni poesia.
Attraverso l’evocazione di contesti legati a mansioni prettamente femminili, vengono affrontati i temi legati al disagio e alla fatica delle donne o anche concetti come l’emarginazione, le privazioni, la dimenticanza di sé dovuta alla vita familiare. Si tratta degli “haiku di lamento” (nageki haiku), da molti poeti uomini considerati poesia di qualità inferiore, a scapito della loro modernità. Gli uomini, cioè, non percepivano la grande forza innovatrice degli haiku scritti dalle donne né accettavano gli sconvolgenti panorami della poesia contemporanea, che rivolgeva finalmente il suo interesse verso una diversa realtà, maggiormente legata alla materialità dei luoghi frequentati e alla praticità dei compiti cui le donne erano delegate. Deve, invece, stupirci per l’emotività e l’uso di una tecnica raffinata il fatto che le poetesse dell’epoca, ponendo l’accento su soggetti minimi e in apparenza privi di importanza o lirismo, riuscissero a parlare di guerra, morte, religione, scienza o ambiente facendo dello scrivere un vero e proprio atto di coraggio e emancipazione: un territorio di possibilità.
Ma, qui, si parla anche d’amore e di eros – segno che, soprattutto negli anni ’60 del Novecento, le donne avevano una libertà maggiore nel godere del proprio corpo e nell’esprimere questo godimento – come in questi versi: “La veste sciolta,/ con lui mi incontrerò./ Notte di lucciole”, o ancora: “Furia di neve…/ Nel suo abbraccio restai/senza respiro”. Oppure, nella raccolta si fa spesso cenno alla vecchiaia: “La cifra tonda/ dei novant’anni scordo e/ aspetto la primavera”. Alcune haijin si cimentarono addirittura nel jisei – le cosiddette poesie dell’addio – i versi composti sul punto di morte (quasi un testamento), quando il mondo attorno comincia pian piano a perdere nitidezza e si resta in solitudine nel difficile momento del distacco definitivo dalla vita. Come in questo caso: “Rugiada diafana!/ Anche il giorno in cui muoio,/ l’obi ben stretto”.
Non c’è dubbio: chi legge questo libro sentirà come una brezza nuova. Percepirà la luce di un nuovo sguardo. Eppure, ritroverà sempre la stessa abilità narrativa di coloro che sono considerati i maestri di questa arte, la stessa devozione verso le minuzie, lo stesso respiro lento e malinconico. La stessa delicatezza. Le hajin abbracciano tutto con i loro occhi, osservano con attenzione e sono capaci di dire ciò che le circonda e le riguarda da vicino. Che si parli della preoccupazione per un figlio in fasce o della paura per un uomo al fronte, che si descriva il tempo che passa e la bellezza perduta, oppure il gesto di rammendare una calza o accendere il fuoco, chi legge sarà sempre chiamato a confrontarsi con l’idea del qui e ora o con il pensiero, così radicato nella cultura nipponica, di essere parte di un qualcosa di più grande che, nonostante tutto, continuamente fluisce, e in cui continuamente ci perdiamo.
Selezione di haiku da Haiku al femminile (Einaudi, 2026)
La mia stessa voce
quasi ho dimenticato.
L’inverno, in casa
(Abe Midorijo, 1886-1980)
*
Sul tatami siedo
come farfalla: un fiore
di zucca bianco
(Hasegawa Kanajo, 1887-1969)
*
Altair in cielo.
Sulla terra una donna
a spalla porta il riso
(Takeshita Shizunojo, 1887-1951)
*
Mi spoglio del kimono
della festa! Oh, m’avvolgono
così tanti lacci…
(Sugita Hisajo, 1890-1946)
*
Chiaro di luna:
dormo con lui che va
verso la morte
(Hashimoto Takako, 1899-1963)
*
Il mirto crespo:
alcuni anni passano e
saremo vecchie
(Mitsuhashi Takajo, 1899-1972)
*
Povero bimbo…
Nel freddo della notte
il tuo futon accosto
(Nakamura Teijo, 1900-1988)
*
Spenta la radio
all’improvviso… resta
vento d’autunno
(Hoshino Tatsuko, 1903-1984)
*
Primavera vicina.
Sonnecchio al ticchettio
dell’orologio
(Hosomi Ayako, 1907-1997)
*
Se il bimbo piange
il padre cuoce il riso.
Gelida luce
(Ishibashi Hideno, 1909-1947)
*
Tarda primavera…
Le patate bollite
color dell’oro
(Katsura Nobuko, 1914-2004)
*
A primavera
l’aurora… per far cosa
mi sono svegliata?
(Nozawa Setsuko, 1920-1995)
*
Sul fondo della
sorgente, un cucchiaio.
Finisce, l’estate
(Iijima Haruko, 1921-2000)
*
Accende un fuoco
in un mondo di neve.
Ombra di spalle
(Washitani Nanako, 1923-2018)
*
L’alba in primavera:
lui è morto ed io rimango.
È così strano
(Okamoto Hitomi, 1928-2018)
*
In copertina: Photo by Daidō Moriyama


Una replica a “Haiku al femminile: una storia di poesia, corpo e impermanenza”
[…] a cura di Poetarum Silva […]
"Mi piace""Mi piace"